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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Conto i passi. Storie di disamore

Narrativa

Michela Buonagura
Grafica Metelliana Edizioni

Recensione di Enzo Rega
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Pubblicato il 24/01/2020 12:00:00

 

 

Sono ventinove i monologhi, le storie di disamore, che Michela Buonagura mette in scena in Conto i passi (2019), il suo terzo libro, dopo due raccolte poetiche. Sono quasi tutte voci di donne, vittime della violenza di uomini brutali, o di testimoni che raccolgono le voci di altre donne, come l’insegnante che si china in ascolto sulla drammatica esperienza della sua alunna. Ma anche alcune voci di uomini, colpevoli ma spesso ostinatamente e ottusamente inconsapevoli della gravità dei loro atti che una subcultura complice aiuta a considerare, in fondo, “normali”: se una donna non si sottomette – alla volontà dell’uomo, ai cliché una volta ma spesso ancora oggi imperanti –, ebbene, sa cosa rischia. Infatti, l’uomo maltrattante di un monologo – prima di redimersi, perché, sì, almeno lui si pente evitando di compiere gesti ancora più gravi, e si reca in un centro antiviolenza – si diceva: “Alzare la voce? Normale. Fare di tutto per averla vinta su tutto e farla sentire inferiore? Normale. Strattonarla? Normale” (p. 78). E, una volta redento, osserva: “Ora che voi mi ci fate pensare, ora che vedo le cose in un altro modo, mi rendo conto che pensavo solo a me, a quello che poteva accadere a me e accusavo lei di tutto. LEI aveva colpa del mio arresto, non IO per le mie azioni” (pp. 76-77).

Ebbene, questi atti e questa mentalità, Michela denuncia, perché purtroppo la denuncia è ancora indispensabile di fronte alla cronaca che riporta sempre e di nuovo tali misfatti. E alle donne che li subiscono bisogna dare voce.

I casi che la scrittrice riporta – pur con la consueta avvertenza che “ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale” – sono quelli nei quali la cronaca ci fa imbattere continuamente. La differenza, rispetto al resoconto giornalistico, è che la scrittura di Michela parla dall’interno, va a scavare nelle pieghe della mente e dei corpi di vittime e carnefici, ne riproduce il linguaggio fino all’uso del napoletano, lingua della sua terra. Scrive efficacemente Livia De Pietro nella Prefazione al volume: “Il monologo, infatti, pone al centro della narrazione la complessa dinamica della vita psichica del personaggio, di cui uno scrittore interpreta le percezioni sensoriali, in una sorta di autoanalisi continuata. [...] Scriverlo non è da tutti. Lo stile esige una competenza che più di altre forme di narrativa deve coinvolgere emotivamente il lettore, trasformandolo da fruitore in agente del messaggio” (p. 8).

Ecco allora la galleria di questi orrori domestici, di questa “banalità del male” (banalità perché il male spesso è praticato da persone apparentemente normali): la ragazzina irretita dalla rete, il padre di famiglia che uccide la ragazza da cui è ossessionato, il marito che uccide per gelosia, la bambina costretta a prostituirsi, il ragazzo che scopre che è stato il padre ad uccidere la madre, la violenza a opera del branco. Brutalità che si concludono spesso con l'assassinio della vittima, o nel momento del folle accecamento o per togliere di mezzo una scomoda testimone che possa far mettere in discussione una vita (apparentemente) specchiata. E spesso queste voci giungono da oltre la soglia che separa vita e morte: è proprio a chi non ha più voce, perché fisicamente eliminata, che Michela spesso dà (la sua) voce, proprio a coloro che hanno più bisogno di gridare al mondo ciò che hanno subito: “Sono volata giù come l’aeroplano di Mattia, ma non avevo le ali e ho fatto Boom. Io gli ho creduto a zio Lorenzo quando mi diceva Vieni, proviamo come vola Wonder Woman, io poi ti seguo, lo sai, sono Superman. Ma non ha funzionato, e zio Lorenzo non ha fatto Superman, ci avrà ripensato. La voce di mamma mi cercava. Fortuna! Fortuna! Ma dove ti sei cacciata? […] Sto gridando da ore e mamma neanche mi sente. […] Ma ti vuoi affacciare? Sono qui nel cortile, non mi vedi? Fa tanto caldo” (pp. 22-25) .

E più strazianti sono allora queste testimonianze quando ormai irrimediabile è la sorte della vittima.  E più straniante diventa la scrittura – scarna, spezzata, sincopata, tagliente – con la quale si dà loro voce. Come nel penultimo monologo, intitolato Il corpo, una vera fenomenologia della violenza, una stenografia straziante dell’aggressione subita e letteralmente patita nella quale le parti del corpo vengono personificate divenendo esse stesse i personaggi della tragedia rappresentata: “Vedo crack rosso di Mascella che si spacca. Vado in panico. Non capisco, perché un minuto prima Bocca, tenera, stava dicendo Cosa vuoi per cena? Un grumo di dolore s’attacca al Trigemino, Testa si catapulta su Clavicola destra, Capelli sbattono su Viso, Cuore pulsa impazzito. Mano si fa uovo per Mascella sfatta, corre da Occhio che grida liquido al pugno che lo colpisce” (p. 131).  Ma se tutta questa è una faccenda fisica, corporea appunto, essa non può non coinvolgere lo spirito tutto. E non a caso il testo che segue, l’ultimo, s’intitola Anima (p. 139), ed è ancora più teso e spezzato. Per darne un’idea lo riportiamo con gli a-capo originari e senza i segni di interpunzione (così come si dispiega sulla pagina), sottolineando che, dal punto di vista contenutistico, esso rappresenta una reazione vitale dopo i resoconti di ferite e morte:

 

E sono donna e uomo

Cammino scalza su chiodi arrugginiti su schegge di vetro

I piedi serrati in scarpe che stringono e mordono senza tregua su questi fogli bianchi con passi di fuoco

E mi torco e grido

E taccio

Dilaniata mi ricucio

Calpestata mi rialzo e ergo

Più forte risorgo

E non voglio abituarmi al dolore

[…]

 

Se da un lato questa scrittura è mimetica, calandosi nel linguaggio e nell'immaginario delle persone-personaggi delle storie raccontate, dall’altro, nonostante questo o proprio per questo, ha un alto tasso letterario, misurata e precisa come un bisturi che scava nelle ferite. Sembrano, questi monologhi, dei piccoli poemi in prosa che diventano direttamente poesia come nell’ultimo monologo, o nella vera e propria poesia posta in apertura e, in napoletano, in chiusura, da cui l’autrice ricava il titolo stesso del libro. Alto tasso letterario anche per il fatto che ogni monologo è aperto da citazioni in esergo che vanno da Nabokov a Shakespeare ad Alda Merini passando per John Lennon e Yoko Ono: un viaggio quindi nelle vite delle persone ma anche nella letteratura di tutti i tempi che la vita – il dolore, le speranze – ha cercato di dire.

Nei suoi monologhi, Michela getta, con pietas, uno sguardo in queste – letteralmente – “vite perse” contandone appunto i passi. Uno dopo l’altro. E facendoli seguire al lettore che diventa spettatore partecipe.

 


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