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Toto corde

Poesia

Maria Grazia Palazzo
La vita felice

Recensione di Paolo Polvani
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Pubblicato il 16/10/2020 12:00:00


Viviamo e moriamo così senza prestare quasi mai il consenso

 

 

 

Nella poesia che inaugura Toto corde, di Maria Grazia Palazzo, trovo illuminante questa domanda precisa: “Dove vi siete rifugiate, sconosciute altre me?”.

Illuminante perché rivela la profonda consapevolezza della molteplicità di ogni singolo essere umano qui intesa nella variante dell’asse verticale, del tempo considerato come successione di istanti, cento volte partorita, recita il primo verso, e mille volte morta.

Non conosco personalmente Maria Grazia ma leggo dalle note biografiche che è nata a Martina Franca, città situata a uguale distanza dal mare Jonio e dall’Adriatico, e che dal 2006 vive a Monopoli, affacciata sul mare dove “si sono rotte le acque della poesia”.

Si tratta di una indicazione fondamentale per accostarsi alla poesia di questa autrice. Un saggio interessantissimo e approfondito di Franco Cassano, contenuto nel volume Il pensiero meridiano, individua nella presenza del mare la nascita della cultura greca, ed in special modo della filosofia e della tragedia. Argomenta che l’intelligenza ha un rapporto diretto con il mare, perché quest’ultimo allena l’intelletto alla mobilità, alla pluralità, la costringe a “passare da riva a riva e da popolo a popolo”. Il mare porta con sé l’idea dell’infinito, sorgente di domande e di profonde inquietudini. È significativo quindi che le acque della poesia si siano rotte sulle rive dell’Adriatico e soprattutto che il dato costituisca oggetto di precisa sottolineatura.

Nella poesia di Maria Grazia Palazzo si agita la stessa inquietudine marina dalla quale affiorano le infinite domande che la presenza del mare stimola e sollecita. La prima domanda davanti all’orizzonte marino è: che cosa si cela al di là dell’orizzonte?

E ogni verso di questa raccolta Toto corde sembra ispirata da questa basilare richiesta di chiarezza. E come dentro ogni mare che si rispetti, si intrecciano e si intersecano qui correnti molto diverse.

Il punto di domanda chiude parecchi dei versi di questa raccolta, la cui caratteristica è appunta quella di cercare, di chiedere, di interrogare il mondo e interrogarsi, poesia di matrice filosofica, intrisa di aspirazione alla verità, alla chiarezza.

Nell poesia Ode alla molteplicità, Adam Zagajewski si sbilancia in una profezia che ha qualcosa di terribile: “Chi per una volta / ha sfiorato la filosofia è perduto, / non lo salverà la poesia, resterà / sempre, rimanenza / incalcolabile, la nostalgia”

Così in questa raccolta che illumina aspetti del quotidiano la principale direttrice è costituita da un inesauribile interrogarsi e interrogare, e sempre si avverte, sottomarina o superficiale, una corrente dalla evidente vocazione filosofica. 

Con incursioni in ambiti zen, come dichiara il verso di una delle poesie più intense e profonde:

 

Il cappero l’hai osservato?

La sua pianta sorge spontanea e illetterata.

Si erge con la sua capigliatura folta, a sorpresa

sulla pietra porosa dura o impertinente tra zolle di arsura.

È ricca di fronde e foglioline gemellate, quasi animate

da un’amicizia selvatica di un verde senza stagione,

resistente a ogni presuntuosa sollecitazione.

Nei più nascosti e impervi anfratti rocciosi

Sembra dire “vita, vita, vita!”.

Dalle sue ramificazioni spuntano piccole teste,

boccioli che, se colti al momento opportuno,

portano capperi saporiti e, se lasciati alla pianta, fiori.

 

Il cappero, ai miei occhi, è la pianta dell’amicizia

 

 

A una prima lettura colpisce un’atmosfera che fa dell’andamento epico il proprio terreno privilegiato: “Nel labirinto di rinascite andirivieni di corpi e di pelli nude”.

Si avverte la presenza di un sostrato culturale nutrito dai classici, e anche, in maniera continuativa e persistente, un sottofondo sinfonico, come se lo spessore delle letture traesse forza e robustezza da una sana alimentazione musicale.

Sinfonie dai timbri potenti, tardo ottocenteschi e ancora meglio da ascrivere al primo novecento. Durante la lettura avvertivo toni e timbri decisamente sinfonici, e pensavo al Canto della terra, e anche alla sinfonia Resurrezione, di Mahler.

Mi colpisce un verso di una delle poesie iniziali della raccolta Toto corde, “una lingua che consuma ogni residuo d’ali nero, volo di stormo su pelle tesa di tamburo”, che mi pare una precisa indicazione sul tipo di linguaggio usato. E sul tipo di atmosfere che si registrano nel corso della lettura.

Un linguaggio complesso, articolato, ben saldo nella contemporaneità ma con radici e affondi nella classicità. E l’utilizzo di materiali residuali del linguaggio, scarti della gregarietà della lingua, accenni di conformismo linguistico utilizzati come inserti, per esempio pret a porter oppure tamagochi, le madri origami, grafic novel, dejà vu, disseminati lungo i versi in maniera consapevole, non come esito di sottomissione alla tirannia della lingua ma come utilizzo alternativo al fine di evidenziarne lo scarto comunicativo, la voluta, ricercata dissonanza, come quegli sfrigolii, quei rumori anche molesti che a volte punteggiano testi musicali al fine di tentare una nuova armonia che comprenda anche la sua antitesi.

Altra notazione da evidenziare circa la tessitura lessicale è l’utilizzo di parole composte. Tutta la raccolta presenta fonemi raddoppiati nella ricerca di una forzatura della lingua che evidentemente risuona stretta nel vocabolario personale dell’autrice. Così nei versi incontriamo terracielo e vitasuono o vitamorte, testaspallemani, in funzione agglutinante oppure ossimorica: silenziofrastuono. Personalmente avanzo dubbi sulla reale efficacia di tale operazione, tuttavia la positività del gesto risiede nell’ambizione di creare una lingua che sleghi i lacci che l’avvincono come una camicia di forza, lacerare e creare varchi lì dove le regole costringono in maniera ossessiva, aprire nuove strade comunicative.

Una poesia molto concettuale, dove la domanda “chi siamo e dove andiamo” risuona continuamente nella scansione dei versi, che in definitiva raccontano il disagio di vivere, perché tra i compiti della poesia c’è quell’anelito del ricomporre, del frugare con le parole dentro la realtà per trovare un senso che giustifichi il dolore dell’esistenza.

 

Nel ritorno a casa, azzurro cupo che increspa

nostalgia tenerezza nella spinta di separazione

di corpi riemersi da una superficie incomprimibile

di acque, nello sprofondo di tutto il dolore.

Strana dolcezza le impronte di morti che nessuno vede.

 

Nel ritornare non ricordare il corpo disanimato

ma il mare che suona dentro un campo di papaveri

nel silenzio vivo cercando un varco

di orizzonte in movimento, sollievo sulla pelle.

 

Se esiste una chimica interiore, bisogna recuperare

il reperto affettivo, il relitto migliore.

Il tocco di una mano, una postura vicino alla spalla,

il suono minimo, al tavolo o in cucina, che precede

l’abbraccio, a riaccendere quel vulnus.

Così sulla pietra conservo intatto

lo sguardo luminoso e il sorriso.

 

Il compito della memoria è la resa, il vuoto

di ogni nostalgia, per lasciarsi sfinire dal sole.

Infine, a marce forzate, accettare di morire.

 

 

Toto corde, scrive l’autrice, è un esercizio d’amore e di memoria. Ed è sicuramente un libro complesso, dai molteplici richiami, dalle suggestioni estremamente variabili, che traggono linfa dalla cultura orientale per approdare a Zanzotto, forse il più terrestre dei nostri poeti, quello indissolubilmente legato alla natura tellurica dell’esistenza.

Tenerezza e asprezza si avvicendano nei versi, così come natura e cultura, nella ricerca continua di un equilibrio nuovo, di un assetto che restituisca alla vita armonia e benessere, capace di seminare “pomodori di utopia”, di rifare il mondo secondo un nuovo schema.

 

 

Con tutto il cuore vorrei tornare indietro, cancellare

con un battito l’amore mancato. Riempire

il vuoto con ciò che il cammino ha portato

nell’abbandono di silenzio inaudito. 

 

È sempre nella stessa Ode alla molteplicità che Zagajewski scrive: “Chi per una volta ha conosciuto / la folle corsa della poesia più non proverà / la quiete petrosa della prosa familiare”.

Così è con tutto il cuore che l’autrice ci offre i suoi sprazzi di sincerità e di ricerca, con totale partecipazione di intelletto e di sentimento.

 

 

 


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