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M. L’uomo della provvidenza

Romanzo

Antonio Scurati
Bompiani

Recensione di Timothy Megaride
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Pubblicato il 08/01/2021 12:00:00

 

«In che modo si debbino governare le città o principati li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge».

«Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano, di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà fra via, perché vi volano; ma tutte le difficultà nascono quando sono posti».

Sono entrambe citazioni da “Il Principe” di Machiavelli. La prima è il titolo-compendio del quinto capitolo; la seconda l’incipit del settimo.

Tra la lezione del segretario fiorentino e l’azione di Benito Mussolini decorrono ben quattro secoli, che non costituiscono uno iato, ma un continuum storico e culturale da tener presente. Non è il caso, in questa sede, di ripercorrere i dettagli dell’articolato dibattito filosofico intorno alla politica. Limitiamoci a ricordare il fondamentale De l'esprit des lois di Montesquieu, opera nella quale si discetta dei tre poteri dello Stato e degli argini che a ciascuno di essi vanno posti per evitarne gli abusi. Sì, perché chi esercita un potere è spontaneamente portato ad abusarne, a meno che la Legge non glielo impedisca. La Legge per antonomasia, senza troppi preamboli, nello Stato contemporaneo, è la norma fondante dello Stato stesso, cioè una cosa che chiamiamo Costituzione o, se preferite, Statuto. Siamo alle democrazie liberali nella quali i poteri sono divisi, il loro esercizio è rigorosamente regolamentato, la loro legittimità deriva dal consenso espresso dal popolo-corpo elettorale.

Le democrazie liberali sono fragili perché aborrono l’uso della violenza, se non intesa come coercizione finalizzata a ripristinare e/o a mantenere il rispetto della legalità. Gli organi coattivi, essi stessi sottoposti alla Legge che ne regola tempi modi e circostanze d’azione, operano a tutela di tutti e di ciascuno. Nessun privato cittadino, singolarmente preso o in associazione con altri, può pretendere da chicchessia comportamenti altri dal rispetto delle norme giuridiche. La libertà di pensiero e espressione non ha altri limiti che quelli imposti dalle stesse norme. Valga ora e sempre la massima di Evelyn Beatrice Hall (erroneamente attribuita a Voltaire): «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it» (Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo).

Questi sacrosanti principi sono fatti a pezzi dal Fascismo e dal suo capo-padrone. L’umanità regredisce di secoli e interpreta alla lettera la dottrina machiavelliana secondo la quale il potere (il principato) si può conquistare con la violenza delle armi. Di bande armate si serve il “principe” per arrivare ai vertici dello Stato. Intimidazioni, torture e ammazzamenti seviziano un popolo già prono alla cavezza, per ignavia forse o per sgomento. Tutto questo è raccontato e documentato da Antonio Scurati nel suo ottimo “M. Il figlio del secolo”[1], premio Strega 2019.

Ora leggiamo il secondo volume della progettata tetralogia sulla figura e l’opera di Benito Mussolini, “M. L’uomo della Provvidenza”[2]. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, dichiara Pio XI il 13 febbraio 1929 all’Università Cattolica di Milano, legittimando l’ideologia e l’opera del Fascismo, non diversamente dalla stampa internazionale dell’epoca che ne celebra il successo politico. Mussolini si atteggia a grande statista; ha appena sanato un conflitto durato quasi un sessantennio. La netta separazione tra trono e altare che, riconoscendo l’assoluta libertà della religione, rivendica l’autonomia della politica e la laicità dello Stato, riceve il suo colpo di grazia, riportando indietro l’orologio della Storia. Il Concordato e i Patti Lateranensi sono il capolavoro machiavellico di un regime senza Dio, gli procacciano la “simpatia” del potente mondo cattolico in aggiunta alla mitografia che ha già fatto del duce un miracolato, per essere scampato, in un solo anno, a ben quattro attentati le cui dinamiche sono ancora tutte da chiarire, ma le cui eco mediatiche hanno già originato il mito. Uomo solo Mussolini, in questa sua opera di normalizzazione che dura otto anni, quanti gliene servono per asservire un paese, domesticarlo e dargli la parvenza di normalità, beninteso una normalità autocratica e autoreferenziale il cui unico strumento di dominio è la sferza di una doppia polizia, una pubblica, l’altra di partito, che scova dovunque nemici veri o presunti, li neutralizza o li sopprime, li diffama o li umilia pur di lusingare il narcisismo di un uomo solo. Esemplare il caso di Augusto Turati, il fedele segretario del partito vittima della sua stessa intransigenza. Fa addirittura pena vederlo infamato dal più feroce degli “intransigenti” di regime, il corrotto Farinacci che lo stesso Mussolini teme. L’estromissione di Turati è solo la più spettacolare disfatta della guerra in seno al partito fascista. Già, un dittatore deve guardarsi le spalle quotidianamente. I nemici esterni sono in qualche modo prevedibili, quelli interni sono subdoli e di difficile controllo. Il Fascismo non crollerà, collasserà per opera di una competizione interna che non ha eguali, per la corruzione e il clientelismo, per la miopia a cui il narcisismo patologico induce.

L’immagine che Scurati offre del regime è quella di una malattia eretta a governo di un popolo. I narcisisti sono molto pericolosi, per sé e per coloro alla cui adulazione si affidano. L’inganno consiste in questo: nessuno ama i dittatori, ma tutti li lusingano, per convenienza o per paura. Ma saranno pronti a tradire alla prima occasione. D’altronde il narcisista patologico non è capace di empatia, traduce in ricatto e terrore la sua dappocaggine. Quanto può durare un potere nato dal banditismo e dall’autoreferenzialità? I dittatori finiscono quasi sempre male, una volta che circostanze impreviste gli strappano la maschera e ne rivelano il volto avvizzito. Dietro la sembianza seducente di Dorian Gray si cela la morte, siatene certi.

Adesso andate a leggere le storie di tutti i personaggi di questa commedia degli orrori; ne ricaverete qualche utile insegnamento. Non è un noir, benché ne abbia tutta l’apparenza. È storia narrata. Valgano per tutti due personaggi femminili: Mafalda di Savoia, al cui sontuoso matrimonio Mussolini prese parte. Morirà, lo sapete, in un campo di concentramento non diverso da quelli che gli italiani costruirono in suolo libico. Non meno pena fa la figura di Margherita Sarfatti, la più celebre amante del duce, ebrea, sì, ebrea, colei che lo aveva ripulito e introdotto nei salotti buoni.  Guardatela fare anticamera quando, invecchiata ed abbandonata da tutti, le varrà negato l’accesso allo studio di Palazzo Venezia. Mussolini cerca carne fresca per la sua libidine vampiresca. Ma si sta anche scavando la fossa, credetemi. Lui teme, ma non può completamente tacitare quell’Azione Cattolica in seno alla quale va formandosi un’opposizione di pensiero pronta a farsi classe dirigente appena le circostanze glielo consentiranno. E non dimenticate che a prenderne il posto di capo del Governo, dopo l’approvazione, in seno al Gran Consiglio del fascismo, dell’ordine del giorno Grandi, sarà quel Pietro Badoglio che aveva governato Tripolitania e Cirenaica negli anni in cui Rodolfo Graziani massacrava con l’iprite intere tribù libiche e ne deportava un numero spaventoso nei diciotto campi di concentramento ivi costruiti. Mirabili le pagine in cui Scurati ci dà conto del genocidio del quale il regime non risponderà mai. Nessuna Norimberga è stata celebrata per il fascismo. Che, proprio per questo, è sopravvissuto a se stesso nei vari ducetti che, dal dopoguerra ai nostri giorni, ogni tanto galvanizzano consistenti gruppi di nostri connazionali, tra i quali piccole bande criminali pronte a servire il narcisista politico di turno.

Guardateli negli occhi i nostri politici, provate a capirne le reali intenzioni dietro la magniloquenza dei gesti o la retorica dello sbraitio. Vogliono la nostra anima, non il nostro consenso. Noi, per loro, siamo animali da soma, carne da macello. Credere, obbedire, combattere e … figliare: a questa si riduce la politica demografica del duce e dei suoi accoliti, mentre l’istruzione dei giovani è affidata al grottesco militarismo dell’Opera nazionale Balilla. Solo chi ha visto e capito si è sottratto all’inganno. Solo chi sa, vede e capisce salva la civiltà da un tremendo baratro. Questa seconda fatica di Antonio Scurati suona per noi come un monito o un campanello d’allarme.  

Noi non abbiamo bisogno di cavezza, ma di cultura, partecipazione e responsabilità, i corollari della libertà. È così che garantiremo un futuro alle nuove generazioni.



[1] Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018

[2] Antonio Scurati, M. L’uomo della Provvidenza, Bompiani 2020


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