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Il vuoto è pieno di poesia, articolo di Donato Di Stasi
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche

Romanzo

Ezio Sinigaglia
TerraRossa Edizioni

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 16/04/2021 12:00:00

 

Quella pace senza turbamento che nessuna amante, dopo, è mai riuscita a darmi – giacché si dubita di loro nello stesso momento in cui si crede in loro e non si possiede mai il loro cuore come io ricevevo in un bacio quello di mia madre, tutto intero, senza la riserva di un pensiero inespresso, senza il residuo di un’intenzione non dedicata a me –, ciò di cui avevo bisogno era che fosse lei. (M. Proust)

 

Ridevamo di continuo, gonfiando lo spazio striminzito della tenda di un argento enorme, tintinnante come l’interno di una legumiera di Sheffield colpita da un cucchiaio con lo stesso marchio aristocratico, un suono ch’era la musica stessa della gioia. Ci svelavamo l’un l’altro segreti così torridi e remoti, così ben nascosti dentro il marsupio della nostra paura del dolore, che il semplice serbar memoria di quelli dell’altro dopo quasi un anno sembra oggi un tradimento. (E. Sinigaglia)

 

Raccolgo l’invito a teatro della casa editrice TerraRossa che manda in scena un melodramma scritto e diretto da Ezio Sinigaglia; nell’attesa che il sipario si alzi, sfoglio il programma di sala che riporta i nomi dei personaggi con le loro principali caratteristiche. La trama, accennata nel programma, parla di sentimenti corrisposti o meno, colpi di scena, rivelazioni, parti musicali e scenografie scintillanti. Addirittura, una tenzone cavalleresca con accompagnamento musicale, degna delle tenzoni poetiche tra i cantori nel Castello della Wartburg. Particolare che va a sottolineare il fatto che i protagonisti dell’Opera di Sinigaglia, come i bardi cantori di Wagner, hanno visioni opposte dell’amore: Wolfram canta che l’amore è un fiume puro e non andrebbe mai turbato, Tannhäuser elogia invece, con fervore, l’amore sessuale. Mentre si apre il sipario, mi torna alla mente una frase di Shakespeare, dalle “Allegre comari di Windsor”: L’amore fugge come un’ombra l’amore reale che l’insegue, inseguendo chi lo fugge, fuggendo chi l’insegue. Durante gli applausi finali questa frase mi tornerà alla mente e credo che una più calzante, allo spettacolo appena visto, non avrei potuto trovarla.

 

Dopo un romanzo imperniato sul doppio, ecco che Sinigaglia torna in libreria con un romanzo sul mezzo: Fifty-fifty, metà e metà. Ognuno dei protagonisti, infatti, cela in sé due metà, due aspetti diversi della personalità, come fosse il famoso ermafrodita di Aristotele separato e poi riunitosi, non con la sua metà esatta ma con una che porta caratteristiche diverse, dando vita a un essere in qualche modo duplice. Ad esempio, il musicista Stocky è sé stesso ma anche l’amico Aram. A sottolineare questa poliedricità ci sono i soprannomi dei protagonisti, uno o più, a rappresentare alcune loro caratteristiche. Il fulcro del romanzo sono Aram e Stefano, quest’ultimo chiamato anche Fefano o Phephen o Phéphane ma soprattutto Fifì, da Fifty-fifty; è Stefano a rappresentare il “metà e metà” per antonomasia all’interno del romanzo, in quanto colui che si dona ma anche si nega sebbene il nomignolo che maggiormente lo rappresenta è anche quello che lo manda in bestia, e guai a dirglielo. Aram è innamorato di Fifì che lo corrisponde, ma il loro amore non sfocia mai nell’amore fisico, nell’amplesso. Questo, forse, è in parte dovuto alla duplicità di Fifì che ama le donne, però ama anche Aram, come quest’ultimo ha amato molte donne, ma anche molti uomini, e ora però è votato esclusivamente a Fifì. La parte centrale della vicenda ruota attorno a queste due metà che non riescono a incastrarsi perfettamente, benché vengano descritti spesso in “incastri” perfetti: in una minuscola tenda canadese, accanto a un lavabo, a braccetto per le strade. Insomma, pare che questo ermafrodito non si possa riunire, le metà si avvicinano ma non avviene il ‘click’ che li completi. Eppure, i due sono più che perfettamente completi l’uno con l’altro, sono profondamente legati e devoti ma tra loro vi è una negazione. E su tale negazione si aprono le porte che mostrano le prodigiose profondità del romanzo e ci portano diretti a Combray con il celeberrimo bacio negato, ma questo è una partenza e non un approdo, perché la negazione, che secondo me lega il romanzo di Sinigaglia alla Recherche, è quella che viene descritta nelle pagine di “La prigioniera”. Dietro le persiane chiuse della casa di Parigi, dove riecheggiano i richiami dei venditori ambulanti, si riverbera il dolore per la negazione patita nell’infanzia e, attraverso la negazione, l’amore si consolida, diventa, oserei dire, atroce, benché profondissimo. Sembra, in certi passaggi, che l’autore non stia facendo un omaggio a Proust, ma stia egli stesso descrivendo un’esperienza simile, una di quelle esperienze archetipali che emergono, inattese, dopo anni, a gettare una luce nuova sugli anni trascorsi.

Nel romanzo di Sinigaglia, uno spazio molto importante viene dato alla musica, a quella degli strumenti ma spesso anche a quella di suoni direi ambientali, descritti attraverso onomatopee molto efficaci, come quando vengono raccontati gli stati d’animo di un cagnolino attraverso il rumore delle sue zampette sul pavimento. La musica pervade anche un ricordo fondamentale dell’infanzia di Aram: la madre al piano a suonare un brano di Debussy il cui titolo viene storpiato dalla memoria in Sciadè Sulapì, verosimilmente Jardins sous la pluie. Il ricordo del brano è un’altra delle agnizioni proustiane più vivide del romanzo, la madre suona per gli ospiti mentre il piccolo Aram soffre nel suo lettino e l’indomani ha vivida la visione della morte. E se qui il brano mi ha dapprima ricordato il campanello della porta del giardino che annunciava l’arrivo dell’ospite, la vicinanza con il concetto di morte si è trasfuso nell’attacco di asma del piccolo Marcel che è stato successivamente ritrasposto nell’episodio del bacio negato. Inoltre, il brano musicale Sciadè Sulapì, nel corso delle pagine, diventa un momento fondamentale dell’educazione alla vita e al mondo di Aram, oltre a essere una sorta di rifugio dell’anima, un po’ come la sonata di Vinteuil nella Recherche.

 

Si narra che il Taj Mahal sia stato edificato da un imperatore in ricordo della moglie scomparsa, ovvero per un’improvvisa negazione dell’amore, così il romanzo di Sinigaglia, a partire da una nota dolorosa, fatta di baci negati, amori che non si compiono e l’agnizione della morte, mostra al lettore anche il suo aspetto coloratissimo, sorprendente, gioioso in modo pirotecnico. Il linguaggio è un caleidoscopio in continuo movimento, ogni oggetto si trasfigura sotto gli occhi del lettore, facendogli aprire lo sguardo su di un mondo scintillante, parallelo alla realtà ma più reale di esso, perché fatto di ciò che è vero ma rivisto con gli occhi della creazione artistica. Un paio di occhi può diventare un piatto di cozze, una mattonella, un fulmine, in modo assolutamente naturale e inatteso, però perfettamente calzante. Bellissime anche le risate che diventano stoviglie di Sheffield, in metafore estremamente suggestive in cui l’argenteria inglese incarna perfettamente le sonorità, ma anche la luce sprigionata, i riflessi delle risate.

Si potrebbe dire di Sinigaglia una frase che lui usa per descrivere uno dei personaggi: Unica l’intelligenza. Se si volesse rappresentare l’acume critico della Ramsay, bisognerebbe lavorare un metallo prezioso, di prodigiosa duttilità, in un filo così sottile da rendersi visibile solo per lucentezza. Una lettrice magica, capace di estrarre dai libri, dalle righe, poteri clandestini. Unica la sua casa. E così è la scrittura di questo romanzo, un filo prezioso e lucentissimo che ammalia il lettore e lo porta attraverso le stanze della casa simbolica che Sinigaglia ha costruito per ambientarvi il romanzo. E sicuramente siamo di fronte anche a un lettore magico, davvero capace di estrarre dai libri letti quella polvere magica che dà lustro e splendore alle pagine di questo, come di altri romanzi da lui scritti.

Dicevo, poco sopra, della capacità di Sinigaglia di essere Fifty-fifty con Proust come se avesse dentro di lui le impressioni e le esperienze vissute da Marcel e in questo romanzo le avesse raccontate a suo modo, o in un altro modo da come le conosciamo. Il linguaggio del libro si schiude come un prodigioso ventaglio, coloratissimo, che ci mostra l’ultima metà del Novecento, con i suoi linguaggi, gli stili e le evoluzioni. Sicuramente l’impianto scenico è quello della cosiddetta Milano da bere, quella delle “sciure” coi nomignoli cicci e lella e miri, coi mariti arricchiti o arraffoni ma con la villa in Versilia dove sentirsi principi deposti. Il primo incontro con quella Milano si ha nel titolo, il termine Conerotico viene coniato perché Fifì, che di professione fa il pubblicitario, crea per il comune di Numana degli slogan che continuano a riecheggiare tra le righe proprio come certe frasi sentite in uno spot entrano nel linguaggio comune. Per esempio, Sempre caliente per chi la sabbia amare, o lo scoglio che fa benissimo alla vista e per l’appunto la definizione Conerotico per quel luogo che tutti chiamano semplicemente Conero. Com’è facile notare, al linguaggio colto e letterario si mischiano espressioni meno auliche, del mondo della pubblicità, o addirittura dei fumetti, come quando Fifì esclama Fantastico, e Aram gli fa eco con Fantastrilionico, direi, Fifí, un tesoro paperonico. E in questa miscela di due linguaggi, due aspetti che convivono, entra in gioco un altro Fifty-fifty, forse inconciliabile. Sinigaglia è troppo bravo e troppo moderno per limitarsi a una scrittura “mimetica” rivolta su Proust, egli, ben conscio di non stare più agli inizi del Novecento, si muove tra le parole così come fa l’autore della Recherche, ovvero fa suoi i predecessori, in un processo di svuotamento dall’interno degli stili e un conseguente riempimento degli stessi tramite suoni contemporanei. Così alcune pagine sembrano riecheggiare delle divertite descrizioni dell’Arbasino, per una volta non cinico e non arrabbiato. E a far da contrappunto, più proletario, se mi si passa il termine, pare di sentire Aldo Busi, quello dei suoi, primi, grandi romanzi, ma soprattutto di “Vendita galline km 2”, in cui il romanziere di Montichiari gioca con le nobildonne della Milano industriale e delle novità a ogni costo, ben presto relegate a imbarazzanti capricci.

Ci sarebbe ancora molto da dire su questo romanzo, sulle illusioni create da Sinigaglia, i suoi giochi di prestigio linguistici, i cameo e le suggestioni coltissime, l’opera va gustata passo per passo, come si visita un palazzo scintillante arricchito da tesori portati da ogni dove e assemblati in modo magistrale.

 

Per finire, dopo la meravigliosa festa, che per un momento ci ha fatto credere di passeggiare nel giardino di Vaux le Vicomte, gustando vini e delizie incomparabili, allietati da musicisti virtuosi, giocolieri e saltimbanchi, belle dame e galanti cavalieri, dopo uno spettacolo pirotecnico che ci ha lasciati a bocca aperta, ebbene dopo tutto ciò ci troviamo il giorno seguente a passeggiare tra i vialetti del parco ormai deserto. E a riflettere sul fatto che fare ancora distinzioni fra gay etero, bi o altro non ha grosso senso, quel che conta maggiormente è quanto si accetti la diversità di chi ci sta vicino. E, soprattutto, quanto la forza dell’amore travalichi le distinzioni di genere e gli stereotipi. Due uomini si possono amare in tanti modi, basta lo sguardo di una bambina per farli apparire per quello che sono: due angeli. Come ultima notazione direi che in amore tutto vale, anche le cose con poco senso, o le patacche, come gli indovinelli, o una finta canzone cavalleresca o anche lo Sheffield che sembra argento ma non lo è, basta collocare tutto nell’atmosfera giusta, in una stanza bomboniera o una tenda residuata dall’esercito.

E non finisce qui, perché il romanzo è appunto fifty-fifty, l’altra metà sarà pubblicata a breve.

 


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