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🖋 classifica e vincitori del Premio Il Giardino di Babuk - Proust en Italie - VIII edizione 2022
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Uno su infinito

Narrativa

Cristò
TerraRossa Edizioni

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 15/07/2022 12:00:00

 

Secondo me l’unico modo di diventare ricchi è improvvisamente. Insomma, non diventerò mai ricco vendendo automobili usate, questo è sicuro.

 

Uno su infinito è un libro che si può definire, quantomeno, snello: con le sue settantanove pagine sembra adattarsi alla definizione di racconto più che a quella di romanzo. Tuttavia, nella sveltezza del suo essere un racconto orale, come ci dice l’autore, riesce a creare un mondo, ad analizzarlo e a portarlo a compimento, esattamente come un romanzo, e lo fa con un linguaggio preciso, snello ma molto personale ed elegante.

Il concetto su cui si fonda il libro è presto detto, si rivela immediatamente agli occhi del lettore, raccontato dalle parole di chi ha vissuto l’esperienza in questione. E questa esperienza è una sorta di lotteria in cui bisogna indovinare una serie di numeri qualsiasi tra l’uno e l’infinito, non vi sono limiti, la combinazione vincente può essere una cifra come venti, mille, e oltre, sempre più oltre, ovvero ‘non poniamo un limite alla speranza’. Nessuno sa come questa combinazione vincente venga generata, quel che conta è la somma sempre più enorme posta in palio. Come da prassi questa lotteria è contenuta in un programma televisivo seguitissimo dagli aspiranti milionari che ogni settimana inviano combinazioni numeriche. Vista l’esiguità della “superficie” del libro tutto quello che esso contiene si sviluppa per strati, via via più profondi.

Il primo di questi livelli, quello che probabilmente salta alla mente di molti lettori, è la famosa Lotteria di Babilonia, di Borges. Il suo incanalare energie apparentemente caotiche verso un fine comune, il coinvolgere via via, come un vortice, fasce sempre più ampie del mondo civile, appare comune sia a Cristò che a Borges, benché nel primo, come si vedrà, il gioco giunge repentinamente a una fine, il caos borgesiano è in qualche modo sventato. Il che aggiunge una vena amara a tutta la vicenda, riflettendosi sulle cause che hanno generato la lotteria.

A un livello appena sotto, il primo, troviamo le tipiche manifestazioni nazional-popolari: una trasmissione che promette ricchezza immediata e diventa ben presto il faro delle esistenze di milioni di cittadini. E la fugace notorietà del presentatore lo salva da istinti suicidi proiettandolo nei “giri” che contano, lo rendono una star. Una celebrità effimera, però, legata ad un miraggio dalle oscure origini, e questa parte mi ha ricordato la trasmissione “Indietro tutta” ideata e condotta da Renzo Arbore, incentrata sull’assurdità e il vuoto che si cela dietro trasmissioni di successo e come queste possano colmare vite che aspettano solo che venga data una speranza benché aleatoria e fugace.

Oltrepassati questi “strati”, che avvolgono la narrazione, si giunge al cuore di essa, il fulcro che ha generato l’enorme successo della lotteria ma ne ha rappresentato anche il limite e l’ha resa facilmente dissolvibile. L’inventore della lotteria è Bruno Marinetti, figlio di un rivoluzionario, Enrico (sindacalista e combattente), il quale ha passato la vita a fare comizi, a parlare alla gente per condurre le masse alla rivoluzione, per migliorare le proprie condizioni e per una società più equa. Questa figura paterna, dopo mesi di ospedale, viene a mancare, lasciando agli eredi un foglietto su cui ha disegnato la propria lapide, che il figlio non è riuscito a realizzare. Bruno ha una sorella, Sofia, che vive in uno stato quasi catatonico, non parla, non cerca di esprimersi, vive, e basta. Finché una notte il fratello scopre che la ragazza, in una sorta di stato di trance, scrive delle serie di numeri che apparentemente non hanno alcun nesso logico, non rappresentano nulla, se non il caos. Da qui l’idea: la serie di numeri generata dalla ragazza sarà la combinazione vincente da indovinare per accaparrarsi la favolosa somma in palio.

Qui pulsa il nucleo della storia: cosa ci resta delle lotte di chi ci ha preceduto? Un senso di fallimento per non essere nemmeno stati in grado di scrivere una frase su di una lapide. E l’impossibilità di esprimersi dopo che tutto è già stato detto e non ha portato a nulla. Dunque, dalla rivoluzione, portata avanti con comizi e lotte, la nostra società contemporanea riesce a produrre una rivoluzione deresponsabilizzata: si tratta di indovinare, avere fede e tentare e allora giungerà la rivoluzione in grado di cambiare, però cambia una vita sola, quella del vincitore. Si legge in questo un amaro senso di sconfitta della nostra generazione che non ha saputo portare avanti le lotte della generazione precedente e tenta una soluzione arbitraria, tutta esteriore, senza profondità. Una rivoluzione agita, subita, ma non pensata. E basti pensare che dalle parole della rivoluzione e dei comizi, frasi studiate, inanellate, si passa a serie di numeri casuali scritti da parte di chi non ha più parole, non ne pronuncia. Qui si è portati a riflettere proprio sulla perdita delle parole, il linguaggio si perde, sgretola, e al suo posto ci sono dei numeri, casuali. Però, per avere successo nella vita, la mancanza del linguaggio non conta: basta avere fortuna, esserci nel momento giusto. Per non dilungarmi troppo però, lascerò questo livello di lettura allo stato di accenno.

La rivoluzione, dicevamo, infatti si scopre che la lotteria è una sorta di cavallo di Troia, l’inventore del format prevede che a un certo punto la lotteria scatenerà un inferno, facendo crollare istituzioni, governi, banche e sistema economico mondiale, ma l’aleatorietà insita nel concetto stesso di sorte manda a monte il piano. La lotteria termina con la vincita da parte di una persona, che incassa il montepremi, ma, detto di passaggio, sembrerebbe essere la tipica persona per cui si direbbe “non se lo meritava”. Ci domandiamo, scendendo a un livello di profondità maggiore: quando si immagina una rivoluzione, un sovvertimento delle istituzioni per una maggiore equità, lo immaginiamo per tutti o solo per chi se lo merita? Doveva essere il dilemma di Enrico Marinetti, ma non è stato il pensiero del figlio. Non ha pensato a chi avrebbe giovato la sua rivoluzione basata sulla sorte, era convinto di avere creato qualcosa di inscalfibile, che lui avrebbe potuto governare sino in fondo, ma la lotteria gli è sfuggita: di padre in figlio, siamo noi i veri artefici delle rivoluzioni o una volta iniziate, queste seguono un loro percorso autonomo?

E poi, leggendo il libro per la seconda volta, le parole iniziali mi hanno portato nella villetta descritta in “Casa di foglie”, di Mark Z. Danielewski. Innanzitutto, in “Uno su infinito”, per la testimonianza del medico, Tancredi, il quale riceve il canovaccio della storia da parte di qualcuno che sta girando un documentario un po’ come, in “Casa di foglie”, Johnny ritrova il manoscritto di Zampanò. In più anche per l’andamento corale della narrazione, che ricorda quelle ricostruzioni di fatti in alcuni programmi televisivi in cui si mescolano immagini, foto e intervista di testimoni diretti della vicenda. Ma è soprattutto per il personaggio di Sofia, la sorella che non parla, non si esprime, neanche a gesti, o smorfie, ma sembra in comunicazione con l’infinito da cui poi riporta i numeri. Questo elemento rappresenta proprio quel misterioso spazio che si apre nella villetta dei Navidson in “Casa di foglie”: è oscuro, non comunica nulla ma ciascuno può trovarci tutto quello che la sua mente non è in grado di esprimere. Vi si trovano, sogni, angosce, frammenti di vita, desideri indesiderabili, ogni volta è più difficile uscire da quello spazio che cambia forma e temperatura ma è sempre oscuro e impenetrabile. Allo stesso modo Sofia è quell’oscurità che alberga in noi, ma che temiamo di sondare, quel posto buio in cui i sogni si nascondono o si tramutano in incubi. Lo spazio infinito e misterioso in cui milioni di telespettatori credono, anelano trovarvi la ricchezza, quello che non osano neanche immaginare, e al contempo nasconde, per Bruno, la possibilità del riscatto, della redenzione agli occhi del padre e ai suoi. Ma questo infinito, così come appare, si richiude.

 

Può darsi che mi stia facendo suggestionare ma comincio a essere seriamente preoccupato.

Forse questa storia è solo all’inizio.

 


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