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🖋 Roma: La vita nascosta (02/12/2022) e Il giardino di Sophia (05/12/2022)
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sogno notturno a Roma (1871-2021)

Narrativa

Annarosa Mattei
La Lepre Edizioni

Recensione di Anna Maria Vanalesti
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Pubblicato il 14/10/2022 12:00:00

 

Miti, leggende, documenti storici, atti e progetti urbanistici si sono accumulati nel laboratorio di scrittura di Annarosa Mattei per realizzare questo ampio e interessantissimo saggio – romanzo, nel quale viene riattraversata e ripercorsa la lunga strada delle infinite e spesso dissennate ristrutturazioni subite dalla città di Roma, dal momento della sua proclamazione a capitale d’Italia fino ai nostri giorni. Solo un grande amore per questa città poteva consentire ad una studiosa e scrittrice una ricerca così appassionata che non si traduce aridamente in una esposizione precisa e puntuale ma via via in un racconto suggestivo, in una narrazione diretta e dal vivo, a cui danno voce cinque personaggi, tra la realtà e la surrealtà, che rendono possibile la trasformazione del saggio in romanzo. È questo ciò che più colpisce del libro, favorendone una lettura assai gradevole, come se la sua propria forma fosse quella del semplice intrattenimento e non piuttosto quella di un testo di consultazione.

Una donna (forse l’autrice stessa) fa una lunga passeggiata in una notte di luna, per i luoghi più antichi della città, da Piazza Venezia, con tutte le strade che la circondano e vi si innestano, a via dei Fori imperiali, raccontando le demolizioni e le ricostruzioni, dal 1870 in poi, con tanto di nomi di ingegneri, architetti, urbanisti e ministri, responsabili di una sistemazione sbagliata e sempre dettata da pessime direttive. Man mano che la passeggiata procede la affiancano altri personaggi, il primo dei quali è un gatto molto particolare, di nome Gregorio, un vero e proprio daimon che, vivendo fuori di una dimensione temporale, può dire e spiegare episodi del passato, alla base delle strategie errate impiegate nel ricostruire e soprattutto nel distruggere luoghi importanti e centrali nella storia antica, come per esempio l’area prestigiosa che circondava il Campidoglio. Si snoda quindi un’avventura notturna, resa più magica dalla luce lunare, così complice di un sogno, che è quello di restituire alla città il suo vero volto e mostrare le ferite inferte al suo pur meraviglioso corpo. Roma appare senza tempo, o meglio non ha tempo perché, come dice il misterioso Gregorio, “il suo tempo si avvita e si rigenera, come lungo una spirale verticale mobilissima, in cui situazioni, luoghi, personaggi di epoche diverse si sovrappongono e vivono simultaneamente”. L’autrice si chiede sin dall’inizio che cosa sarebbe accaduto se la città avesse interrotto le sue “rinascite” ma la risposta le è da subito chiara: Roma ogni volta, in ogni epoca è rinata, perché Roma “è archivio segreto del mondo”.

Con questa storia si intreccia quella infinita della metropolitana della città, la cui creazione, unitamente ai vani e ripetuti tentativi di ampliamento e moltiplicazione delle due linee esistenti, ha comportato non solo inutili scavi, seguiti da rinunce alla prosecuzione dei lavori e conseguenti recinzioni di ritrovate aree archeologiche, ma anche la sparizione di giardini bellissimi e di alberi secolari. Ne è un esempio il giardino che si trovava in posizione simmetrica, rispetto a piazza San Marco (nella zona di piazza Venezia) e che adornava lo spazio centrale di piazza della Madonna di Loreto, con palme, pini e lecci, abbattuti una mattina all’alba, per realizzare uno scavo che accertasse la possibilità di costruire una stazione di uscita della metropolitana. La distruzione era stata autorizzata da un commissario straordinario, con pieni poteri ricevuti dal governo, lo stesso commissario che dopo che furono trovati resti di edifici romani connessi col Foro Traiano, che naturalmente resero necessario il blocco dei lavori per la metropolitana, se ne vantò come di un successo personale. È solo uno dei mille esempi riportati nel libro che è strutturato su diversi piani: quello narrativo e romanzesco, quello storico, quello documentaristico. Ancora si potrebbero aggiungere un piano mitologico, ricco di miti e leggende e un piano esoterico (si pensi ai riferimenti a Iside, signora della luna e alla statua mutilata che i personaggi incontrano presso palazzo Venezia, in un angolo, certamente immagine della dea egizia, col volto eroso, che giace per terra e che i romani hanno chiamato “madama Lucrezia” ritenendola una nobildonna della città). Sembra di entrare in una dimensione astratta ma parallela alla realtà in cui vivono la donna e coloro che la accompagnano, cioè due gatti (Gregorio e Quirino, un gabbiano e Marcello, bibliotecario del Liceo Visconti). Gaia (tale il nome della donna che certo non è casuale perché ricorda la divinità che nella mitologia greca impersonava la terra, ma fa anche pensare all’opera di Nietzsche La gaia scienza) dà vita alle visioni che ha già avuto in sogno, lo stesso Gregorio le era apparso già in sogno, prima che lo incontrasse. Questa doppia prospettiva del reale e surreale crea un effetto quasi filmico, che rende la lettura del libro piacevolissima, oltre che istruttiva. Guardando l’indice si intuisce subito il metodo seguito dall’autrice per realizzare quest’opera: al posto dei capitoli, si aprono dei quadri, perché ogni episodio è veramente presentato come un quadro scenico, in cui davanti a noi compaiono immagini e angolazioni di strade, piazze, palazzi come potremmo vederli in una sequenza filmica, o nella proiezione di diapositive. Ogni quadro, inoltre è introdotto da un intermezzo, che è lo spazio che la scrittrice riserva per sé, in cui si colloca il discorso in prima persona, della Mattei, mentre scrive ascoltando i personaggi da lei stessa creati. In questi intermezzi palpita il suo cuore, quel cuore che non si dà pace per lo scempio fatto nella città amata ed è proprio il cuore la bussola del viaggio notturno a cui assistiamo.

Oltre a mostrarci ambienti, come la straordinaria biblioteca del Visconti (scuola in cui la Mattei ha insegnato), già parte del Collegio romano, occupato per tre secoli dai Gesuiti, o l’interno della galleria Sciarra, il libro apre improvvisi squarci di vita nella Roma del passato. Così riscopriamo la Roma bizantina, o la Roma capitale, ove vissero D’Annunzio e Pirandello, insomma capiamo anche quale poteva essere il mestiere dello scrittore nella nuova capitale. È stupefacente notare come la Mattei conosca ogni angolo, ogni immagine sacra sui muri romani, ogni storia che stia dietro anche alle pitture di una chiesa, come gli effetti speciali della volta di Sant’Ignazio aperta “su infiniti mondi e spazi al di fuori di ogni logica lineare” creati dall’artista Andrea del Pozzo, caro alla Compagnia dei Gesuiti. Per non parlare della dettagliata descrizione della biblioteca con migliaia di libri raccolti dai Gesuiti, insieme a preziosi incunaboli e alle cinquecentine. Tornando poi agli scrittori menzionati, la cui vicenda si intreccia con quella di Roma capitale, un posto particolare spetta a D’Annunzio, il cui gusto romano-bizantino fu tutto espresso e rappresentato da Andrea Sperelli, protagonista del romanzo Il piacere, ma alter ego dello scrittore abruzzese, come dice l’autrice, interprete della bellezza di Roma e consapevole della “dissoluzione del suo corpo millenario” a causa dell’ignoranza dei vari invasori. D’Annunzio visse a Roma proprio negli anni della sua trasformazione in capitale d’Italia, trasformazione raccontata magistralmente da lui, adottando nuovi linguaggi estetizzanti e simbolici, ma soprattutto riuscendo a comprendere e ad esaltare la bellezza della città, come nessun altro aveva mai fatto. Il romanzo Il piacere divenne un monumento innalzato a Roma che la Mattei chiama “omaggio sublime”. Una città che era stata nel tempo abbattuta  e riedificata, su  stratificazioni  di storiche rovine, era diventata all’improvviso capitale e nella mente dei politici, nonché dei diversi amministratori, doveva stare alla pari con le grandi capitali europee, piegandosi molto spesso alla logica del profitto e dell’utile, nel crescente sviluppo industriale ed economico, quindi in pochi anni divenne un cantiere a cielo aperto, ma anche la meta costante di artisti e scrittori di tutta Europa, che in Roma vedevano una nuova Bisanzio, capitale dell’arte e della cultura. D’Annunzio ne fu testimone, il più accorto forse, perché intuì la complessità di Roma e il pericolo che diventasse un luogo di corruzione e di maneggi politici. Tutto ciò è raccontato a Gaia e a Marcello, da Gregorio e proprio per il fatto che Gregorio vive in una realtà parallela, il suo racconto è possibile. Seguono altri esempi del genere nello svolgimento della narrazione che ci appare sempre più come un lungo, melanconico tentativo (per altro riuscito) di riappropriarsi della vera identità di Roma, nella volontà di restituirle il suo autentico volto, di incredibile bellezza, malgrado lo scempio subito. Il libro si anima, perché tutte le creature incontrate, dagli animali, agli alberi, parlano, nel contesto di una notte lunare magica che avvolge nella sua luce diafana, ogni cosa. Si legga “il recinto dei lecci prigionieri”, splendida pagina inserita nell’ultimo quadro e si avvertirà lo straordinario amore per la natura, attraverso la voce dei due lecci di piazza San Marco, lieti di essere presi in considerazione dai cinque personaggi in azione e di non essere solo “legna da ardere”. Il prodigio della scrittura della Mattei è qui evidente, in questo lirismo che percorre come un fiume sotterraneo la scrittura dell’intera opera e affranca le cose, dal loro stato di cose inanimate, per consegnarle ad una vita insospettata, realmente esistente, di tutto ciò che costituisce Roma, dalle pietre agli alberi, dalle rovine ai nuovi edifici, in un disperato e appassionato sforzo di far rivivere e salvare la città.

L’epilogo, “La casa d’oro inabissata”, contiene la storia della Domus aurea neroniana, splendida e vastissima, sulle pendici del colle Oppio, fatta poi sotterrare dall’imperatore Vespasiano, per la damnatio memoriae di Nerone. Seguì un abbandono graduale del colle, fino al Medioevo, finché l’apertura di un crepaccio fece riscoprire la casa d’oro, alla fine del XV secolo. Che meraviglia fu constatare che le volte affrescate dal famoso pittore Fabullo, si erano perfettamente conservate! Ne furono attratti i pittori dell’epoca, come Pinturicchio, Raffaello e Jacopo Ripanda, che calandosi in quelle grotte, ebbero modo di contemplare e studiare i bellissimi affreschi da vicino. L’autrice nel narrare questa vicenda esprime tutta la sua apprensione e la sua preoccupazione, che per mantenere in buono stato la Domus aurea, oggi giorno e per salvaguardarla dall’umidità che minaccia di far sparire gli affreschi, alcuni archeologi propongano di eliminare i giardini sovrastanti le stanze sotterranee, e di conseguenza i secolari alberi che fanno di quell’area un posto incantevole. Dovrà esserci un altro sistema per tutelare la casa dorata!  L’autrice ha sentito personalmente, durante una visita guidata, un’archeologa che proponeva l’abbattimento di quegli alberi, come unica soluzione per impedire all’umidità di filtrare nel sottosuolo, attraverso le radici. Ciò l’ha fatta inorridire ma le ha anche ricordato che Roma risale sempre dalla morte e rinasce, come dimostra la leggenda di Marco Curzio, raccontata all’inizio di questo libro, che proprio precipitando volutamente col suo cavallo in una voragine nel Foro Romano, col suo sacrificio offerto agli Dei inferi, salvò la città dal disastro. Così, il prologo e l’epilogo di questo saggio si ricongiungono in qualche modo e si ricompone l’inesauribile parabola della città di Roma in un’aura di speranza e di ottimismo.

 




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