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Ines de Castro

Narrativa

Salvatore Statello
di nicolò edizioni

Recensione di Maria Grazia Maiorino
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Pubblicato il 11/11/2022 12:00:00

 

eroina del balletto pantomimico italiano tra Settecento e Ottocento

Con l’introduzione di Paola Ciarlantini

 

 

Que ce soit dans la nuit et dans la solitude,

que se soit dans la rue et dans la multitude,

son fantôme dans l’air danse comme un flambeau.

 

Parfois il parle et dit. “Je suis belle, et j’ordonne

que pour l’amour de moi vous n’aimiez que le Beau;

Je suis l’Ange gardien, la Muse et la Madone”.

 

 

Rubo a Baudelaire la bellissima immagine del fantasma che danza nell’aria come una fiaccola per evocare lo spirito della danza, tema del nuovo libro di Salvatore Statello dedicato a alla sua Ines de Castro, eroina del Trecento portoghese il cui destino di Amore e Morte (amata dall’erede al trono Don Pedro, cui diede dei figli, fu fatta uccidere per ragion di stato dal re Alfonso IV) torna a vivere in queste pagine attraverso l’analisi delle opere dei più grandi coreografi dei secoli XVIII e XIX, delle loro vite, degli allestimenti e dei libretti che guidavano e arricchivano ogni volta lo spettacolo del ballo di notazioni, preziose anche per noi lettori di oggi. Scopriamo così quanto lavoro si nasconda dietro un’arte che sembra fatta essenzialmente di aria e di vento, che rende lievi i corpi e sembra sottrarli alla forza di gravità – stelle danzanti e fiaccole viventi, come li hanno rappresentati i poeti con la magia delle parole…

Non immaginavamo quanto lavoro accompagni un balletto, antico o moderno, noi che apparteniamo a un tempo in cui la danza si è evoluta verso direzioni più libere e aperte all’improvvisazione e all’ispirazione soggettiva, sul ritmo della musica. È un viaggio avventuroso quello che possiamo fare di pagina in pagina, uno spaccato di storia del costume, una immersione nella fantasia che continuamente fa risorgere la leggendaria figura di Ines de Castro attraverso una incredibile varietà di trame, sentimenti, personaggi, dettagli sempre diversi e cangianti. Apprendiamo che il ballo non era una forma di spettacolo autonoma, ma era strettamente legato all’opera lirica, un piacevole intermezzo e un finale studiati allo scopo di alleggerire vicende spesso drammatiche inserendo pause di piacevole intrattenimento.

E sul rapporto con l’opera lirica ci introduce Paola Ciarlantini, l’esperta in materia che da sempre affianca il lavoro di Statello, sottolineando come il libro chiuda il cerchio di una ricerca pluridecennale e ci regali il racconto dell’evoluzione dello spettacolo scenico tra Settecento e Ottocento, un’epoca storicamente complessa, sospesa tra tradizione e innovazione, che vede la centralità dell’opera come lo spettacolo “nazional-popolare” per eccellenza.

Molti sono gli autori presi in esame, tutti attirati dalla storia di una giovane donna morta per amore – La morte e la fanciulla è infatti il titolo di uno dei paragrafi iniziali, preso dal celebre quartetto di Schubert – una storia visitata e rivisitata nei secoli, che ha sempre suscitato commozione e incanto. Essa ha ispirato i coreografi del tempo a partire dai maestri del ballo pantomimico, Georges Noverre, Gasparo Angiolini e Salvatore Viganò, sommo maestro della danza italiana, il quale ha coniugato azione drammatica, danza e musica. Fino a Giuseppe Canziani, che ha avuto il merito di proporre nel 1775 un lavoro tutto italiano, Ines de Castro, ballo tragico in 5 atti, al teatro San Benedetto di Venezia, come intermezzo del melodramma Il Demetrio di Giovan Gualberto Bottarelli, tratto da Metastasio.

Se scorriamo l’indice vediamo come il racconto si snodi in due parti: le ‘versioni’ degli autori: Giuseppe Canziani, Giuseppe Herdlitzka, Domenico Le Fèvre, Antonio Muzzarelli, Antonio Cortesi e Salvatore Taglioni; e le rispettive ‘schede’, con l’aggiunta di Luigi Dupin e Antonio Cianfanelli. All’interno di questa cornice di nomi, certamente oggi per noi meno famosi rispetto a quelli dei musicisti e dei letterati, ma altrettanto impegnati e presenti nel panorama culturale del tempo sia in Italia sia presso le corti europee, in modo certosino sono stati catalogati i libretti di danza   (canovacci descrittivi stampati per facilitare il pubblico nel seguire l’azione coreografica) reperiti attraverso un lavoro paziente e a volte arduo di ricerca, accompagnati da numerose immagini e analizzati in modo dettagliato in tutti i loro aspetti; a partire dall’Argomento, dove troviamo in sintesi le vicende della storia di Ines secondo le diverse interpretazioni, che mutano anche in base alla temperie politica e sociale di riferimento mostrandoci l’eroina nelle varie vesti di moglie segreta, di amante, di vittima sacrificale in modi più o meno cruenti, e di regina incoronata dopo la morte.

È interessante notare come i libretti assomigliassero a delle sceneggiature, con riferimenti particolareggiati sulla psicologia dei personaggi, vere e proprie didascalie riguardanti gesti, mimica facciale, sguardi, tenendo conto perfino dell’importanza degli oggetti, perché la loro presenza aiuta “la narrazione mimica fungendo da intermediari fra i personaggi e caricandosi di significato per il pubblico”. Finché a un certo punto questi scompaiono come altri elementi per lasciar prevalere la purezza simbolica della danza. Si distinguono fra gli altri Antonio Cortesi con le sue versioni romantiche del mito inesiano, e Salvatore Taglioni, nominato dal re coreografo a vita del napoletano teatro San Carlo, proprio dopo aver ideato la sua versione della storia tragica di Ines. Ma questo è solo un assaggio, e il lavoro di Statello è un viaggio che merita molte soste, per gustare i paesaggi inediti dischiusi anche allo sguardo di un semplice lettore, e ancora una volta ci insegna come l’arte e l’immaginazione non solo integrino lo studio tradizionale della Storia (sì, quella con la s maiuscola), ma la rendano più viva e appassionante, più vicina a noi e utile fonte di meditazione sul nostro presente.

 


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