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Roma delle distanze

Poesia

Gian Piero Stefanoni (Biografia)
Edizioni Joker

Recensione di Maurizio Soldini
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Pubblicato il 04/05/2012 12:00:00

Poesia dell’ineffabile distanza

 

“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” è uno dei passaggi più significativi del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, ma è anche uno dei passaggi più importanti del pensiero del Novecento, che avrebbe caratterizzato quella svolta linguistica che avrebbe avuto come scaturigine la prevalenza in molti settori dell’intellighenzia di quella filosofia analitica appiattita sulle scienze empiriche, che avrebbe a sua volta determinato molto del pensiero novecentesco. E non solo del pensiero. Ma il principio di ineffabilità espresso da Wittgenstein, lo sappiamo bene, non fu e spesso non è ben interpretato in modo adeguato, in quanto apre proprio a quanto sembrerebbe in prima battuta essere il contrario di quello a cui invece vuole mirare: al mistico. La dimensione del sacro nell’ineffabilità di Wittgenstein non è preclusa, tutt’altro, in quanto nel silenzio della ragione si aprono mondi. Gian Piero Stefanoni si colloca con la sua poesia di Roma delle distanze proprio in una dimensione del sacro pervaso dall’ineffabile. La silloge Roma delle distanze consta di sette sezioni, Di ieri, Prima dell’arrivo, Olimpica, Ut unum sint, Oppidum, Umana regina, Dalle distanze. E nelle sette sezioni si muove proprio come un filo rosso una certa ineffabilità, ovvero una difficoltà a dire, a dire soprattutto il Divino con parole comuni. Si veda tanto per cominciare Via Giulia, la poesia d’apertura, a pag. 9,

Ma invidiabile e perfetta

nella sua luce d’assenza

è la verità del colore…

La dicibilità è qualcosa di scontato per l’uomo ma sul quomodo c’è da discutere. Come ci sarebbe molto da dire sui diversi linguaggi che oggi si contendono il primato. Per non parlare del fatto che i linguaggi si innestano nei vissuti fin dentro il midollo dei luoghi. Empiricamente il poeta si trova per lo più a Roma, come si trova in altri luoghi dei suoi passaggi, ma in effetti è come se i diversi topoi nei quali nasce e cresce la poesia di Stefanoni fossero in e nello stesso tempo distanti da Roma, così come in e distanti dagli altri luoghi, in cui vi è stata l’illuminazione che verticalizza la parola incontro al Divino. I luoghi sono quelli dove si incarnano e si incardinano i vissuti del poeta, sono i luoghi soprattutto di Roma, e ancor più di un quartiere, Monteverde, quartiere di poeti e di ragazzi, a pag. 50, e in particolare la via Ozanam dove abitano essenza ed esistenza del poeta e dei suoi vissuti ed affetti più cari. Poesia pertanto poco minimalista, poco empiricamente centrata, ma poesia dello stato di coscienza, in una dimensione tutta fenomenologica. Qui però, in queste stanze, in questi luoghi, vi è una presenza che è anche assenza, come in Via Giulia, assenza che si fa attesa, perché di-stanzia dal luogo per traghettare in Altro Luogo, come in Cola di Rienzo, pag. 14

Voltati e guarda, guarda Maria

piegata senza nulla chiedere

se non l’attesa, la preghiera indecente.

Assenza e presenza che come il bene e il male ingaggiano una lotta che rischia di rendere la vita lacerti di disperazione in virtù della libertà che spesso ci distanzia, per nostra colpa, da Dio, come in Via Ozanam a pag. 93

Più forte il male,

più forte il dolore,

più forte l’assenza:

più forte la Tua presenza

e la libertà nel cui rispetto

ci ami. Questa forse

è la risposta che ci devia

e che ci porta al delitto,

non il Tuo male,

non la Tua assenza.

Il poeta vive nell’orizzonte geografico della Città Santa e si muove tra le strade e i monumenti canonici, tra la pletora di persone più o meno conosciute, ma sempre porgenti quel volto creato a immagine e somiglianza di Dio, che non può non essere Essere e Persona divina, come in Via della Conciliazione, pag. 10

Tu non sei colui che sa o che non sa

ma colui che è e che in questo oscillare

sa che il suo non sapere conta;

che la misura è tra l’amare e il non amare.

E ancora come in Via Cardinal Tripepi, pag. 63, a mettere in evidenza una delle cifre della poesia di Stefanoni, che si colloca in quell’orizzonte di poesia personalista, come ho avuto modo di definirla altrove, che tanto mi sta a cuore

La persona in più,

che non attendevamo-

che ingrassa il numero –

incalzando e smentendo

i nostri giorni, si chiama

il nostro prossimo.

Nel volto delle persone, ogni volta, c’è un’accensione d’amore di benevolenza di carità di comprensione che apre la porta al Volto sacro della luce divina, permettendone supplica e ringraziamento in una repentina verticalizzazione. Luce comunque accecante che incanta il poeta al punto da strozzare il canto, spezzato da un ineffabile che apre al mistico. Ecco che il dettato di Stefanoni, salmodiante come preghiere che si levano ex abrupto nella realtà di una città nelle vie nelle case nelle chiese davanti ai monumenti, si risolvono in una rarefazione di significato che sfugge al logos razionale per dare senso di controcanto alla comprensione del cuore estasiato ogni volta dalla contemplazione dell’oltre materia dell’Essere per antonomasia. Poesia dell’anima, pertanto, quella di Stefanoni, che platonizza in qualche modo il suo sentire come in Penitenzieri a pag. 71

Tu conosci il mio corpo

e l’anima che lo sottende…

Ed è questo il punto di forza, ma nello stesso tempo di debolezza, se così si può dire, del dettato poetico di questa raccolta. Perché, se da un certo punto di vista il dettato si snoda su un filo rosso etereo, ideale, luminoso, pieno di anima e di contemplazione, che trascende la realtà concreta dell’empiricità, dall’altro non riesce bene ad incarnare la parola corporea e materica nella realtà fatta anche di miseria di buio di sofferenza che riporta al mistero della Croce, come in Piazza Sempione, pag. 25

Grazie Croce Santa, Stormo dei pendii

che ci segui e anticipi il volo, roteando

e sorprendendo lo sguardo spinto

al freddo a sostare con Lui, Gloria dell’inverno

che dischiude le distanze…

Ma questo proprio perché il sacro per Stefanoni, come per una tradizione che va da San Francesco a Wittgenstein e oltre, è l’ineffabile, il mistico, nel quale spesso se non sempre la fede può fare a meno della ragione. Non può però fare a meno, come in questo caso, della poesia, che nonostante alcuni momenti di ermetica cripticità riesce a fare ben comprendere l’intenzione dell’autore che è soprattutto  il senso del sacro. Quel senso che cerca di fare emergere il senso della vita e per paradosso anche della morte sullo sfondo del misterioso prodigio che si spera, come in Colli Portuensi, pag. 34

La morte non ha canali né ripetitori

nel grande collettore terrestre,

la morte è un ostacolo sulla via del risveglio.

Ma la resa di grazie al Signore è grande per la vita così come è, come ci è elargita, con le sue bellezze, i suoi affetti familiari e amicali, e soprattutto con la poesia che potrà anche non esserci per un giorno, ma che Lui sempre ci ridona, come in Via Ozanam, un giorno senza poesia, pag. 35, che per me è tra le migliori poesie di questa silloge ed è un vero e proprio Lied alla vita e alla lettura della quale rimando per intero, oppure come in Via Balduina a pag. 40 dove si dice

il Signore ci ha dato una perla,

sei tu, sono io, la sostanza

benedetta alla fonte.

La poesia di Stefanoni si colloca nella tradizione della poesia religiosa cristiana a partire dal Medioevo con San Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi, per arrivare al Novecento con poeti come Carlo Betocchi, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, David Maria Turoldo, Paul Claudel, Charles Péguy, Jan Jakub Twardowski. Ma la cifra dell’originalità della poesia di Stefanoni mi sembra di poterla cogliere nella sua aderenza all’estetica di uno dei maggiori teologi del Novecento, Hans Urs von Balthasar, che scommette su una teologia incentrata sulla forma, alla Goethe, facendola transitare attraverso la sua negatività più assoluta, kenotica, del sabato, nel silenzio del Verbo. Stefanoni, lo abbiamo detto sopra, sposa l’ineffabile, ovvero questo silenzio del Verbo. E mettendo al centro della sua poetica il soggetto trascendentale opera quella filigrana nella quale centra la relazionalità come distanza e nella distanza, nella quale si apre il luogo del mistico, che poi è il non-luogo dell’io caratterizzato da una soggettività vuota e nello stesso tempo piena perché ac-cogliente. Che cosa possiamo dire a secolo XXI entrato ampiamente nel suo secondo decennio della poesia? L’ineffabile dovrà prevalere? Oppure dovrà prevalere un linguaggio affabile? La poesia avrà dunque i suoi luoghi, la sua abitabilità? E il sacro, in un mondo come il nostro ampiamente secolarizzato, trova ancora lo spazio per abitarci? Nonostante nella nostra post-modernità si siano acuite le distanze, intese come cattivi stanziamenti che spesso si logorano in non-stanze, oggi abbiamo bisogno di una stanzialità che riduca la distanza e avvicini, dal nulla, all’essere. Le distanze possono essere innanzitutto accorciate attraverso la ricerca di una dimensione di senso e Stefanoni trova il senso nel sacro e nella poesia come mezzo per avere accesso al divino nel tentativo ulteriore di svelare il prodigio della vita (il richiamo non può non essere fatto all’aletheia come processo veritativo, ma di una verità sapienziale, intesa etimologicamente come presa di distanza dalla lontananza in una dinamica ermeneutica di fondo). Quello di Gian Piero Stefanoni e in particolare di Roma delle distanze non è un sacro di riflusso, come oggi spesso va di moda secondo la tendenza dei polpettoni new-age. Il divino a cui tende ma da cui nello stesso tempo trae vigore la poesia stefanoniana è quello forte e vigoroso del cristianesimo, anche se spesso caratterizzato da un Deus absconditus,  e in particolare vissuto nella consapevolezza del cattolicesimo con il suo abbraccio della communio personarum. Un Deus absconditus che comunque non si perita di dare un gessetto a Suo Figlio affinchè scriva sui muri distanti di Roma: “Guarda che c’è chi ti ama e questo sono io” in Via della Farnesina, pag. 16

“Se anche Dio non ti vuole bene

io ti voglio bene”. Ho letto una volta

su un muro di Via della Farnesina.

Ed ho pensato fosse Lui stesso

dando del gesso al Figlio

mentre andava sul fiume a pescare.

Ma Dio il gessetto lo ha dato anche agli uomini e con questo gessetto soprattutto i poeti possono dare molto con la loro poiesis che si muta in praxis nel mentre si fanno certamente anche pescatori, ma soprattutto pastori, il richiamo è ad Heidegger, pastori dell’essere della parola, della parola per antonomasia che è quella poetica. E nel leggere il bel libro Roma delle distanze possiamo sentire quello che è stato, con la meraviglia e nella meraviglia, capace di scrivere con questo gessetto il nostro poeta Gian Piero Stefanoni, che può essere condensato dalle sue stesse parole di Via Ozanam a pag. 49

Scrivi di ciò che parli, scrivi

di ciò che senti: io sento questo Dio

che troppo ci manca perché troppo

lo nasconde il tempo della nostra distanza.

Ad un certo punto il poeta si lascia a andare ad una forte invocazione una supplica a Dio perché si alleggeriscano le di-stanze, come in Via Ozanam, pag. 99

Fammi stare

dove non so stare…

ma soprattutto, dice il poeta, con una dedizione totale, “fa che il mio essere pastore della parola, la mia poesia, dipendano da Te e dal fine che Tu, mio Dio, hai voluto donare agli uomini” (Via Ozanam a pag. 103)

Scrivimi Tu, cancella

di me ogni idea,

ogni immagine

che mi sono dato.

Il giorno è

appena iniziato,

concimami,

fammi dettato

perché solo Tu, Dio, Via Ozanam, per Roma, pag. 111

Solo Tu puoi dare luce alle ombre.

E per concludere ancora una supplica perché Dio assista nelle stanze delle ridotte distanze, nel rifugio della vita, l’uomo e il poeta, affinchè si abbiano parole, ma soprattutto virtù come la misericordia e l’umiltà e soprattutto ancora capacità di azione (Via Ozanam, pag. 107)

Prima che diventi rifugio, scacciami

e mandami dove poeti non siamo

nella solitudine delle nostre bandiere.

Non darmi le parole che voglio,

non cerco visioni, a Dio le cose di Dio;

per noi misericordia e azione,

e l’ascolto dove Ti perdi

nel mucchio delle intenzioni,

dove la carta che esce ci spinge a barare

bleffando ogni volta al Tuo tavolo.

Ed aiutami a restare

nel piccolo: quella è la porta per noi.



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