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Il poema ininterrotto di Francesco Marotta

di Marco Furia
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Pubblicato il 16/09/2016 12:00:00

 

Un’articolata continuità

 

Nel leggere l’antologia “Il poema ininterrotto di Francesco Marotta”, dedicata al poeta di cui al titolo e sapientemente curata da Marco Ercolani, ci si trova al cospetto di un’originale sorta di realismo immaginativo.

Marotta, senza temere la simultanea presenza di tratti dissimili, pone in essere un articolato sviluppo verbale che si spinge oltre, verso dimensioni sempre diverse.

La scrittura, qui, non tende a ripresentare se stessa, poiché la sua precipua attitudine è quella del continuo farsi e rinnovarsi, verso dopo verso: ci troviamo, insomma, di fronte al vivido divenire di un originale atteggiamento poetico capace di proporre fisionomie non corrispondenti a precostituiti modelli espressivi.

Si può fare davvero molto a condizione di sapersi concedere alla lingua fino al punto in cui quest’ultima, a sua volta, si offre quale frutto di (non scontate) consapevolezze ulteriori.

Ogni cambiamento costa, perché se fosse gratuito non sarebbe tale.

L’inerzia è una circostanza dell’esistere, come lo è la noiosa ripetizione di modelli idiomatici bolsi: simili pericoli, insegna il poeta, devono essere evitati.

Possiamo apprezzare la poesia ma non possederla una volta per sempre: da qui il desiderio di leggere e rileggere, partecipando a un discorso altrui che riconosciamo anche nostro.

Lungi dall’annullarci nei versi, possiamo trovare nel loro sviluppo l’occasione di un ampliamento della coscienza.

La poesia ci educa e ci modifica?

Senza dubbio.

Ci accorgiamo, così, di come quel realismo immaginativo di cui parlavo all’inizio sia inedita forma che occorre ma che non è mai chiusa in se stessa.

Il gesto stilistico di Francesco coglie dell’immaginare la non canonizzata attitudine espressiva e della realtà la dimensione meno vaga e non per questo priva, a priori, di possibili sviluppi creativi.

Il reale è anche immaginario e viceversa?

A mio avviso, il Nostro risponderebbe con un “sì”.

Un “sì” immediato, sincera testimonianza di un modo di essere e di scrivere con (e in) cui l’autore riesce a riconoscere se stesso e gli altri in maniera non ambigua e tuttavia, com’è tipico degli artisti, mai definitiva.

Cito, a questo proposito, alcuni versi:

 

“tu dialoga con lo stupore

che non conserva tracce,

con la stella che dissigilla

un senso che non dura,

con l’assenza che si desta

in palpiti migranti fatti verbo,

al verbo estranei per legge

d’indicibile esperienza –

per osservare la vita

nello specchio albale

di una luce

pensata prima d’ogni dire,

prima del silenzio”

 

e

 

“ci sono versi scritti

con gli occhi, li

riconosci quando

tornano in superficie

spaiati in

sincronie di vuoto

e all’albero

toccano in sorte”.

 

Quanto al curatore, è da notare come Marco Ercolani, di fronte alla complessità della materia, abbia proposto distinti aspetti individuandoli e, nello stesso tempo, unendoli in una raccolta che, non certo incline a presentare sequenze di meri frammenti, tende, con felice esito, a tratteggiare un’articolata fisionomia nei cui confronti il lettore non può sentirsi estraneo.

Non è facile coinvolgere per via di scritti altrui: Marco riesce nell’impresa ponendo in essere un’antologia dotata di vita propria, ossia non semplice rimando ai singoli testi e alle opere di cui fanno parte.

Complimenti al poeta e al curatore, davvero.

 


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