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Il vuoto è pieno di poesia, articolo di Donato Di Stasi
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Acrobazie. Storie brevi e brevissime

di Mattia Rosenberg
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Pubblicato il 21/05/2021 12:00:00

 

I racconti di Trasciatti si inseriscono nel solco dei principî tracciati dalla Patafisica, ripresi dal gruppo francese dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, che vanta fra i suoi membri Perec, Queneau e Calvino) e dal suo corrispondente italiano OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale, fondato da Aragona, Campagnoli e D’Oria) e di cui Trasciatti fa parte. Per meglio comprendere i meccanismi celati sotto la superficie di “Acrobazie” bisogna tenere presente due enunciati della patafisica: il primo è la definizione che ne dà il fondatore Jarry: “La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità”; il secondo è la definizione presente in “Elementi di Patafisica – VIII”: “Ci si accorge di quanto la patafisica, contrariamente alle altre scienze, non si occupa del generale ma piuttosto del particolare, non si occupa delle regole ma piuttosto delle eccezioni. Nel tentativo di criticare il pregiudizio generato da una visione condizionata dall’abitudine.”

Queste regole sono rivelatrici per seguire i fulminei racconti di Trasciatti, i quali rivelano, in poche frasi, proprio la potenzialità della scrittura. L’abilità del narratore mostra situazioni reali e quotidiane al di sotto delle quali vi è un poderoso movimento dell’immaginario nel suo complesso meccanismo generatore di una realtà virtuale, la quale, facendo a pezzi il pregiudizio (legato all’apparenza reale delle cose), mostra il vero aspetto del mondo, sottolineando proprio la potenzialità dell’esistenza umana e della letteratura nell’atto di descriverli. Si visiteranno luoghi familiari e sconosciuti, meandri di stanze e di indumenti, labirinti mentali e percorsi infantili, in un continuo carosello di scoperte e di intuizioni sorprendenti per la loro semplicità: vere e proprie acrobazie che tengono col fiato sospeso sino al sospiro finale, subito interrotto da un nuovo esercizio in un dipanarsi di altre sorprese ed emozioni, di racconto in racconto.

 

Un estratto dal libro:

 

Fantabiografia

 

Finora vi ho mentito. Sono nato a Buenos Aires nel 1970. I miei genitori non li ho mai conosciuti. Ho saputo da mia sorella chi erano e cosa facevano. Lei sarta, lui imbianchino. Ho vissuto con mia nonna fino a quindici anni. Mia sorella, più grande di sei, ben presto è partita per l’Italia. Si è stabilita da una nostra zia. Io l’ho seguita fuggendo da mia nonna e imbarcandomi clandestino. Quando sono arrivato in Italia il problema è stato trovarla. Da Napoli sono arrivato a Roma, poi a Firenze, poi a Livorno, dove vivo adesso. Ho un’edicola di giornali in via degli Oleandri. Ho anche una moglie che lavora con me. Abbiamo pure due figli: un maschio e una femmina. A volte penso che farei meglio a cacciare tutti di casa perché tirare avanti con l’edicola è troppo dura. Questo è quello che mi consiglia un vecchio che compra il giornale un giorno sì e uno no, per risparmiare. Però non è un buon consiglio, credo che mi troverei peggio. Forse si è capito, ma non sono più innamorato di mia moglie. Forse non lo sono mai stato. Era una persona servizievole, buona, così l’ho presa.

Mia sorella non l’ho più vista. Non voleva che mi sposassi. Non le piaceva nemmeno che io fossi andato a cercarla, una volta arrivato in Italia. Lei abitava a Firenze con questa zia. Quando riuscii a scovarle non volevano farmi entrare in casa loro. Dicevano: «Che sei venuto a fare? Porti rogna. Torna in Argentina, torna da tua nonna che è morta dal dispiacere». Ma io non volevo tornare laggiù e non sono tornato. Ho fatto di testa mia. Mi sono costruito una vita come mi pareva. Ma non ho fatto un bel lavoro. Qualcosa è andato storto.

Ora sono qui nell’edicola di via degli Oleandri. Guardo le femmine che passano, mi sembrano tutte più belle e appetibili della mia. E qui all’edicola c’è un gran passaggio, ma io non posso mica andarci dietro, divento lo zimbello del quartiere. Io dovevo fare un lavoro diverso, tipo il fotografo delle modelle, ecco, quello mi piaceva. Però mi sa che anche lì sarei rimasto solo a guardare, non ho il fisico del latin lover.

No, non ho fatto un bel lavoro con la mia vita. Però la sera, prima di dormire, penso sempre di potermi rifare nella prossima, basta che la scriva.

 

Copertina e disegni dell’autore presenti allinterno della pubblicazione


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