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Guerra alle donne

di Timothy Megaride
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Pubblicato il 03/09/2021 12:00:00

 

CREDERE NON È SAPERE

 

Inizia da fatti relativamente recenti questa seconda edizione del saggio[1], dalle migliaia di donne bosniache di religione islamica stuprate dalle milizie serbe. Se aggiungiamo le analoghe violenze sulle donne del Kosovo, abbiamo forse chiara la tesi di fondo di questo libro, che lo stupro di massa è un ordigno bellico finalizzato a logorare non il nemico belligerante, ma la dignità di soggetti sociali non immediatamente coinvolti nel conflitto in atto. Non è la prima né l’ultima volta che il panico si abbatte sui deboli e gli indifesi. La guerra del terrore è stata già ampiamente sperimentata nel corso della Seconda guerra mondiale e, prima ancora, in quella che ne fu la prova generale, la guerra civile spagnola del 1936-39. Guernica docet.

I numerosi bombardamenti aerei che colpirono solo ed esclusivamente obiettivi civili servirono non a fiaccare l’esercito avversario, ma a demoralizzare il cittadino rimasto a casa, il più debole della catena, che si trattasse di bambini, anziani, disabili o donne. Ne morirono tanti, moltissimi altri rimasero senza casa e senza mezzi di sostentamento. La guerra del terrore prostrò certamente gli animi, ma indusse alla reazione tanti giovani e giovanissimi che, fino a poco prima, si erano tenuti lontani dalle schermaglie politiche sul conflitto in corso. Ora, ove mai non lo si fosse già fatto con cognizione di causa, anche le ultimissime generazioni sentirono il bisogno di reagire in qualche modo al massacro. Si organizzarono intorno ai nascenti nuclei resistenziali. Non era impossibile sapere da che parte schierarsi. Quando assisti ai massacri, alle torture, ai rastrellamenti, alle deportazioni, alle rappresaglie e ti vedi privato degli affetti più cari, sei indotto all’azione, per rabbia, forse per ansia di vendetta o per convinzioni politiche. Il nemico non può che essere uno: l’occupante nazista che, con la complicità dell’illegale governo repubblichino, non combatte più una guerra, ma distrugge ogni cosa che viva o che aspiri alla vita sul suolo che calpesta. Alla ferocia irrazionale, cieca, animalesca, rispondi con la lotta armata al fianco di coloro che si presentano come i liberatori, le truppe alleate. Non creiamo spartiacque, per ora, tra le forze del bene e le forze del male. Nella guerra totale è difficile individuare il discrimine esatto. È prioritario cacciare il nemico e domare i suoi complici. Alla fine del conflitto si tireranno le somme, anche se i conti non torneranno mai del tutto. Gli storici ci si adoperano ancora, quotidianamente, nel loro paziente lavoro di ricostruzione dei fatti, per accertare la verità, benché tante siano le ombre che l’oscurano, ancora l’oscurano. È per questo che Michela Ponzani scrive questo bellissimo e godibilissimo saggio, per fare luce su aspetti poco noti, se non del tutto ignoti, della Seconda guerra mondiale in Italia. Che fu anche guerra di donne e alle donne come il sottile argomentare del libro dimostra, così come fa riflettere sulla circostanza che il bene e il male non sono di esclusiva pertinenza di uno dei due belligeranti, ma abbia complesse articolazioni che possono trasformare in mostro sanguinario l’amico e in empatico protettore il nemico. Qui non si giudica per categorie o per artate, se non propagandistiche, generalizzazioni. Il microscopio della giovane storica romana punta sugli individui più che sui gruppi, pur nel tentativo di ricostruire la generale condizione della donna durante e dopo il conflitto. Le testimonianze di cui si serve sono tutte di persone reali, tutte documentate nelle copiosissime note, tutte passate al vaglio di un giudizio equanime e scrupoloso. È così che si fa storia? Sì, certamente è anche così, mettendo insieme le minute tessere di un mosaico che ancora si va componendo.    

Che la donna sia figura di spicco del ventesimo secolo è innegabile, ce lo dicono persino i manuali scolastici. Non la questione femminile, evidentemente, che ha ascendenze più antiche ma che, per converso, fu retaggio di pochi gruppi isolati. Nel Novecento la donna diventa protagonista per ragioni contingenti e matura la consapevolezza del ruolo storicamente subalterno che ha sempre rivestito all’interno della società. Il valore aggiunto è che tale cognizione raggiunge, in moltissimi casi, gli strati infimi della società e promuove la rivolta pacifica che presto si chiamerà femminismo, militante nella fattispecie e che non pochi cambiamenti epocali apporterà allo sviluppo civile di vaste collettività, non uniformemente purtroppo e non sempre con risultati soddisfacenti. I diritti civili sono una conquista mai definitiva. Una volta conseguiti, occorre difenderli con le unghie e coi denti; all’orizzonte è sempre in agguato il nemico storico del progresso, la cultura patriarcale plurimillenaria che vuole il mondo fermo alla presunta creazione, a fronte di una realtà visibilmente dinamica alla quale persino il progressismo più agguerrito fatica a star dietro.

La Prima guerra mondiale rese necessario l’impiego delle donne nelle occupazioni più disparate, perfino in quelle tradizionalmente maschili. Per forza di cose. Quando i maschi sono spediti al fronte, occorre che qualcuno ne prenda il posto, per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per garantire la necessaria produzione agricola e industriale, nonché i servizi essenziali, alla restante popolazione stanziale. La guerra la facevano i maschi abili ed entro i limiti di un circoscritto, benché crudelissimo, teatro, il fronte; non i bambini, non i vecchi, non le donne, se si escludono i necessari servizi infermieristici nelle retroguardie delle trincee. Fu questa la contingenza che rese molte donne consapevoli delle loro capacità e a spingerle a rivendicare un ruolo più attivo nella società. Non la pensavano in questo modo i fascisti, i quali tornarono a relegare le donne al ruolo di madri, custodi del focolare e degli armenti. Tutta la politica fascista marcava visibilmente la subalternità delle donne rispetto al maschio. Anche l‘istruzione restò sessista fino al quindicennio successivo alla fine del conflitto. Ma le molte donne che avevano fatto la guerra come combattenti presero a smascherare gli stereotipi di genere e a rivendicare diritti. Ora votavano, erano presenti in parlamento, potevano condurre battaglie politiche per la parità. La riforma della scuola, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’aborto, l’accesso a professioni prima loro interdette furono altrettante tappe di una lenta e progressiva emancipazione, benché ancora oggi esistano norme giuridiche retrograde che limitano le libertà e discriminano, sostenute da un’opinione pubblica retrograda e poco sensibile ai casi di violenza sulle donne, dal femminicidio alla stupro, dalle mutilazioni fisiche allo stalking, dalle discriminazioni sul posto di lavoro all’abuso sessuale. Le forze conservatrici, parte delle quali culturalmente eredi del fascismo, se non fasciste di terza e quarta generazione, sempre più arroganti per essere di fatto sostenute dalla morale primitiva che le alimenta e sostiene, ostacolano qualsiasi iter legislativo mirante alla conquista dei diritti civili e all’inclusione sociale. Inneggiano allo sviluppo, ma non sanno o non vogliono sapere che lo sviluppo è strettamente connesso al riconoscimento dei diritti, all’inclusione, alla lotta alle disuguaglianze. Le società più sviluppate e dinamiche sono quelle più inclusive e meno discriminanti. Sono più ricche e opulente perché incentivano la partecipazione e la responsabilità individuali. In tali società, quando la casa brucia, tutti collaborano a domare le fiamme perché la casa è comune e tutti ne beneficiano. La cittadinanza attiva e consapevole è diretta conseguenza dell’uguaglianza tangibile, non formale.

La tirata di correità rinvia direttamente alle ragioni della Ponzani quando analizza a fondo le umiliazioni e gli oltraggi inflitti alle donne nel corso della Seconda guerra mondiale. Le torture, le mutilazioni fisiche, le violenze carnali, le feroci uccisioni, le deportazioni nei lager nazisti non sono memoria genetica della ferinità ancestrale. No, nessun animale inveisce tanto barbaramente sulle sue prede! La violenza maschile durante la guerra fu frutto di una deliberazione politica che mirava a sottomettere, a soggiogare, a umiliare, a cancellare l’umanità delle vittime. E non fu neppure solo opera degli accertati avversari, ma anche degli amici, dei liberatori, come dimostrano le cosiddette marocchinate, delle quali furono vittime molte donne del basso Lazio e della Toscana. Alberto Moravia, nel 1957, ce ne lasciò una cocente memoria nel celebrato romanzo La ciociara, libro dal quale Vittorio De Sica, nel 1960, trasse il non meno acclamato omonimo film. Infine, alcuna indulgenza fu mostrata alle donne che, per indigenza, per l’impellente necessità di portare a casa un tozzo di pane, ma anche per mero conforto personale se non per amore, si diedero al nemico. Su di loro si abbatté feroce la condanna sociale, senza che nessuno si interrogasse sulle condizioni pregresse o sullo stato d’animo delle supposte fedifraghe.

In Italia non ci fu alcuna Norimberga. Fu un male e un errore storico. La maggioranza dei criminali di guerra non fu mai processata, in nome di un perdonismo generalizzato e certamente di matrice cattolica che anteponeva la morale alla giustizia. La nascente repubblica fu laica solo sulla carta; la circostanza che fosse retta prevalentemente dagli uomini ci dice di quanti pregiudizi si alimentasse la classe dirigente. I pochi processi tenutisi per risarcire le vittime delle violenze belliche, le donne nella fattispecie, furono celebrati da uomini (le donne non avevano ancora accesso alla magistratura). I giudizi furono pesantemente condizionati dall’imperante morale cattolica che prevede la mortificazione dei corpi quale emblema del sacrificio di Cristo. Balle, balle colossali! La mortificazione della carne serve solo a creare schiavi, non uomini liberi. Un corpo sano, ben nutrito, bene appagato nei legittimi desideri, ivi compresa una sana e appagante sessualità, è ben più giovevole al benessere personale e sociale. Le frustrazioni derivanti dalle violenze subite generano individui scarsamente o per nulla inclini alla cooperazione e alla partecipazione, segnatamente quando nessuna giustizia è resa loro da chi avrebbe il dovere di realizzarla. Le umiliazioni esacerbano gli animi.

Anche le procedure per il riconoscimento alle donne del prezioso contributo dato alla Resistenza furono farraginose e non prive di sperequazioni. In questo caso se ne voleva sminuire il valore, pur di negare il loro diritto alla parità.  

Guerra alle donne è un libro che non si esaurisce nelle poche parole qui spese per dirne. Occorre leggerlo e farlo leggere, soprattutto ai giovani, che spesso non sanno e sparano sentenze senza sapere. I ragazzi non sanno quanto le bisnonne hanno dato per il loro presente benessere. Occorrerebbe dirglielo.  

Scrivo in costanza di eventi internazionali che mi sconvolgono, mantenendo viva la memoria di ciò che accadde circa un ventennio fa. I Talebani riprendono il potere in Afghanistan. La produzione letteraria asiatica[2], spesso eco di un’incalzante cronaca, ce lo disse: vittime di soprusi e violenze furono soprattutto donne e bambini. Cos’accadrà ora, se a reggere le sorti di quel popolo sarà ancora la sharia? Come si possono governare intere popolazioni in nome di supposte norme dedotte da un testo religioso prodotto circa 1400 anni fa da un popolo di pastori nomadi ai margini della storia? Come supporci fermi al presunto atto creativo e rappresentarci prigionieri di un’immutabile condizione primigenia? Quale divinità sanguinaria predica l’umiliazione dei suoi figli o, ciò che è peggio, l’odio irredimibile tra i popoli? Quale Dio ordina la fitna e il jihad? Quale padre vorrebbe dare sofferenze e umiliazioni ai figli che egli stesso ha generato? Lo so, parlo dalla condizione privilegiata di un occidentale di buona cultura; che sa che è suo dovere supremo tener separate politica e religione e che il suprematismo maschile, etnico, razziale o religioso è una fede priva di riscontro nella realtà fattuale. Credere non è sapere. Sapere spesso non conviene a chi manda avanti la baracca, richiede solida volontà e sane intenzioni.

 

 



[1] Michela Ponzani, Guerra alle donne, Einaudi 2012 e 2021

[2] Penso a Atiq Rahimi (afghano), Khaled Hosseini (afghano), Mohsin Hamid (pakistano), oppure al loro più anziano precursore, Salman Rushdie (indiano), intellettuali di fede islamica non fondamentalisti. Tradotti in molte lingue, ci hanno fatto conoscere un mondo spesso ignoto agli occidentali. Gliene siamo grati.

 


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