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Il calciatore è un fingitore

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Già dal titolo: “Il calciatore è un fingitore” [Gian Piero Stefanoni, LaRecherche.it, 2019] agevolmente si può indovinare il tema trattato. Tema a me caro, così come la Poesia, qui preziosa testimonianza, veicolo di memoria, personale e collettiva.

Il gioco del calcio, si sa, è lo sport popolare per eccellenza, l’unico capace di destare un comune sentimento di appartenenza. È un gioco che, proiettato oltre gli stadi, le televisioni e le telecronache, ogni giorno si reinventa nei campetti di periferia, nelle scuole e nei cortili. Così in Italia, in Europa, nel mondo intero.

La Letteratura non è rimasta indifferente. Molti poeti e scrittori, nel corso del tempo, vi hanno dedicato la loro attenzione.

Umberto Saba, in una rarissima apparizione televisiva del 1956, prende in mano il suo “Canzoniere”, e legge “Cinque poesie per il gioco del calcio”, che offrono al lettore uno spaccato dei diversi momenti, delle intense emozioni, che sa regalare una partita.

Per T.S. Eliot “il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea”.  Per Sartre è “una metafora della vita”. Leggendo poi il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano il calcio viene meravigliosamente definito come “arte dell’imprevisto”.

Pier Paolo Pasolini, come d’abitudine, si spinge addirittura oltre, dichiarando in una intervista che “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.”

Altri grandi poeti italiani del Novecento hanno mostrato interesse e passione per il calcio: da Vittorio Sereni a Giovanni Giudici, da Giovanni Raboni a Maurizio Cucchi.

A queste voci Stefanoni aggiunge quindi la sua, riportando il calcio alla propria dimensione primigenia, al mondo dei bambini - privo di interessi economici, di calcoli puramente egoistici – facendolo tornare a essere ciò che è: “sragionata arte del non punteggio”, nel componimento “Largo Degli Ammiragli”, che integralmente riporto:

 

Danzano prima del tocco

a chiamare il battito, i bambini

attendendo la palla, gli occhi

distesi fra il compagno e la strada.

 

In loro è ancora il Brasile

e la sragionata arte del non punteggio,

del cielo quei pochi metri

fra il calzettone e il tiro.

Sarà la tattica a vincerli poi,

a disperderli via dal traffico;

lanciati a un’altra vita,

lanciati a un altrui ordine.

 

È poesia, quella di Gian Piero, che non dimentica i luoghi della propria infanzia, dove le Suore lo portavano a correre, insieme ai compagni di classe, dietro un pallone. Richiamate alla memoria anche certe partite degli anni settanta e ottanta (quando l’Autore era poco più di un adolescente) e alcuni calciatori come Sandro Mazzola e Paulo Roberto Falcao, veri e propri artisti del rettangolo verde. Ovvero anche soltanto frammenti, singole azioni di gioco, impressioni di attimi. Attimi anche tragici, come quelli che nel 1979 videro la morte di Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, a causa di un razzo lanciato in un derby dalla curva romanista.

Poesia, anche, degli affetti. Nelle liriche “Tullio” e “Andrea”, esplicitamente dedicate ai fratelli. E nei versi iniziali di “Italia-Polonia”, probabilmente scritti pensando alla figura paterna: La stanno ridando sul digitale,/figurati, ora che non ci sei/ora che è solo dolore a saperti/là ancora vivo, con me alla tua mano.

Sono questi versi a ricordarmene altri, simili – almeno in parte – nelle intenzioni. Mi riferisco a “’53”, di Maurizio Cucchi. Intensa lirica dedicata al padre prematuramente scomparso, che il poeta milanese rievoca in un momento ben definito: la comune partecipazione a un incontro di calcio.

Che Stefanoni sia Poeta maturo, infine, lo si intuisce dai particolari: il fluire senza indugi del pensiero, l’omogenea scelta stilistica, la cura del lessico. Poeta della memoria, dunque. Poeta che, con questa raccolta, ci regala un viaggio a ritroso nel tempo, riportando nei cuori il significato profondo di questo gioco - “l’arte di comprimere l’universo in novanta minuti”, per dirla con George Bernard Shaw - facendocene nuovamente innamorare.

 

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