Ho ricostruito molto:
e ricostruire significa collaborare con il tempo
nel suo aspetto di «passato»,
coglierne lo spirito o modificarlo,
protenderlo, quasi,
verso un più lungo avvenire;
significa scoprire sotto le pietre
il segreto delle sorgenti.
La nostra vita è breve:
parliamo continuamente dei secoli
che han preceduto il nostro
o di quelli che lo seguiranno,
come se ci fossero totalmente estranei;
li sfioravo, tuttavia, nei miei giochi di pietra:
le mura che faccio puntellare
sono ancora calde del contatto di corpi scomparsi;
mani che non esistono ancora
carezzeranno i fusti di queste colonne.
Più ho meditato sulla mia morte,
e specialmente su quella d’un altro,
più ho cercato di aggiungere alle nostre esistenze
queste appendici quasi indistruttibili.
*
Contavo disperatamente sull’eternità della pietra,
sulla fedeltà del bronzo,
per perpetuare un corpo
perituro o già distrutto,
ma insistevo anche perché il marmo,
a cui facevo dare ogni giorno una politura
d’olio e di acidi,
assumesse la lucentezza,
quasi la morbidezza delle carni adolescenti.
Quel viso unico, lo ritrovavo dappertutto:
amalgamavo le persone divine,
i sessi e gli attributi esterni,
dalla dura Diana delle foreste
al Bacco malinconico,
all’Ermes vigoroso delle palestre
al dio duplice che dorme,
la testa reclinata sul braccio,
con l’abbandono d’un fiore.
Constatavo sino a che punto
un giovinetto che pensa
somiglia alla virile Atena.
I miei scultori vi si smarrivano;
i più mediocri cadevano
qua e là nella mollezza o nell’enfasi;
tuttavia, tutti, più o meno,
hanno partecipato al mio sogno.
[Libero adattamento in versi di un estratto da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, Einaudi, a cura di Lidia Storoni Mazzolani]
