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’Una certa Roma’ : In cerca di Zev

Argomento: Viaggi

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 05/04/2014 09:08:54

UNA CERTA ROMA ‘In cerca di Zev tra i vicoli di Trastevere’

 

Chi non conosce ZEV non può immaginare l’esistenza di un mondo posto al limite della fantasia e tuttavia immerso nella realtà urbana della millenaria Roma. I suoi luoghi sono i tetti e le terrazze, i profili dei monumenti al tramonto stagliati nel cielo terso. È questa l’ora in cui lo si può vedere in groppa ad uno splendido Liocorno di bronzo passeggiare sugli orifizi dei campanili e soffermarsi su questa o quella cupola, per poi spiccare un salto sulla balaustra più elevata di Piazza di Spagna, scendere leggiadramente la gradinata e inoltrarsi nelle vie del centro storico fino a Largo Argentina ed oltre, nel labirinto di Trastevere. Qui si perdono le sue tracce mentre il suo olezzo si sparge d’intorno, si mescola a quello dei fiori dei numerosi banchi del mercato e quello del bucato appeso alle finestre. Nessuno ha mai scovato dove egli trovi rifugio: una cantina, un atrio, o forse una nicchia, non saprei dicono gli interpellati.

I più pensano che il Liocorno trovi posto nell'atrio di un Museo, oppure in un giardino interno a qualche edificio patrizio fra zampilli d’acqua e piante tropicali. Altri lo credono vivificato da una miniatura medievale d’origine esoterica, reso invulnerabile in virtù di una cabala di cui nessuno conosce l’esorcismo. In verità solo ZEV ne conserva le spoglie nottetempo per poi tornare a cavalcarlo quando il giorno tinge al crepuscolo. Non certo in giorni prestabiliti, come qualcuno potrebbe pensare, sebbene egli preferisca le notti calde d’estate e la Luna nella fase che dall’ultimo giunge al primo quarto passando per la completezza della sfera. Ma la Luna di ZEV è fusa nell’oro, sulla tela che fa da fondale alla città, dove la favola vive il suo momento più bello dentro un cielo color ametista pronto ad accoglierla per una nuova rappresentazione della notte.

La dimensione pittorica di ZEV infatti, si spinge fuori del quadro e non c’è cornice che possa contenerlo. La sua tela è la città vissuta dentro e fuori del teatro che la rappresenta, all'aperto per la strada o al chiuso del suo studio segreto dove egli incide i metalli e lavora a splendidi oggetti di oreficeria minuta come bronzi dalle dimensioni colossali restituiti alla miniaturizzazione della piccola ma grande idea che li ha prodotti. E sono oggetti d’arredamento, mosaici, quadri, candelabri, coppe e innumerevoli altre creazioni della fantasia. Così come la musica che costantemente ascolta diventa per lui la chiave mitica di lettura che lo accompagna nella sua realtà di artista. È questa una musica arcana il cui suono ha la capacità di risvegliare la Primavera, la stagione in cui con il rinverdire delle piante rifiorisce la sua fantasia di fanciullo, e l’uomo s’appronta a scrivere la favola della sua vita.

Un filo sottile che lo conduce lungo le vie sotterranee che si diramano nella sua città fantastica, questa Roma trasteverina, che da Porta Portese lo porta a Piazza Sonnino e di là fino a Ponte Sant'Angelo. E' qui che avvengono i suoi più fecondi incontri con lo scienziato, l’attore famoso, l’americano di passaggio, la sora Cecilia, Rugantino, il poeta Belli, er sor Trilussa, Petrolini, e quei popolani che un tempo si chiamavano Giggi er bullo, er Nando, er Nasone, er Ciriola e tantissimi altri. È' qui che anch'io ho incontrato ZEV la prima volta, casualmente, dietro un sorriso buono, seduto fuori di un’Hostaria, 'Da Carlo' all'angoletto, in Piazza San Giovanni della Malva, intento a raccontare ai passanti una storia moderna dal sapore antico “Fazzoletto”, che detto così non vuole dire niente di più che un quadrato di stoffa che serve ad asciugarsi il naso, nient’altro. E invece, racconta una ‘favola bella’ conchiusa in un quadrato di strade, un fazzoletto di città, appunto dov’essa si svolge e si completa.

Ne avevo sentito parlare ma di fatto non lo conoscevo. Dapprima la sua voce mi giunse attraverso i tavoli e ne fui subito attratto, quando, come per incanto la sua narrazione prese a svolgersi nella realtà, illustrata sulle pareti interne del locale occupando a poco a poco tutto l’ambiente, nella ricreata atmosfera del sogno. ZEV era lì, al centro di una tavola imbandita, nel mezzo di giardini sognati e architetture fantastiche, in cui animali e piante, commensali e servitori avevano tutti una storia propria da raccontare, personaggi reali dentro la favola che ZEV andava narrando e che ci narra ancora attraverso la misteriosa e straordinaria arte sua, i giochi, gli spettacoli e le maschere della sua magica avventura. Non mi restava che inseguirne la narrazione, ancorché lasciandomi in attesa d’un ulteriore incontro che non ci sarebbe stato, s’involò leggiadro per l’alte sfere assai lontane. E proprio quando, a lettura ultimata, con le bozze in mano della sua “favola bella”, vagavo estasiato per le strade e le piazze di questa Roma mitica e trasognata.

Così l'ho reinventato all’uopo, ne ho fatto un personaggio a sostegno d’un possibile copione, relegandolo, al pari d’uno Zanni alla Commedia dell’Arte nel grande teatro del mondo. Di quel teatro cui egli aveva rivestite le scene, creato i costumi, rese espressive le maschere e tutte le altre cose inanimate che senza il tocco della sua arte magistrale mai più avrebbero trovato espressione. Quel teatro in cui solo oggi io stesso ritrovo il senso delle cose che senso invero sembrano non avere, in cui stupito arranco in cerca di quel piacere e quella magia che di trovar non sarei capace coi soli occhi della mia fantasia. Ma oggi che la tua “favola bella” figura fra le pagine di questo mio quaderno di racconti e che fra mille volti invita a ricercar di questa Roma la maschera più vera ... Oggi che al sogno s'aggiunge l’illusione appresa dalla bocca della gente, dal cuore d’una umanità sì irriverente, ècco ch'essa reclama il prezzo della sua immortalità.

No, nulla è lasciato al caso: i personaggi, i fatti, i destini, le fortune, la faccia sorridente della luna. C’è chi il tempo lascia correre al presente, chi spera nel domani, e chi nun se la pija più pe’ gnente, lasciando che ogni giorno passi in allegria. Adesso, che al fin della favola siam giunti, è bene che noi si rida, e per una volta ancora insieme un brindisi si indica all’amicizia che il bel tempo vede rinnovata: “Questa è la vita!”.


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