:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | 4 mani  ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sei nella sezione Saggi
gli ultimi 15 titoli pubblicati in questa sezione
gestisci le tue pubblicazioni »

Pagina aperta 71 volte, esclusa la tua visita
Ultima visita il Sun Jan 11 15:51:19 UTC+0100 2026
Moderatore »
se ti autentichi puoi inserire un segnalibro in questa pagina

Riflessione Teoretica: Aristotele e Marx

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i saggi dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 05/01/2026 17:36:42

Aristotele, in Metafisica IX, espone la sua visione sui modi con cui intendere l’essere, ossia la sostanza e il divenire delle cose. La potenza (dynamis) e l’atto (energheia) sono i due concetti con cui è possibile spiegare tali modi.
È interessante porre l’attenzione sulla “dynamis”.
La potenza, nella prospettiva aristotelica, indica una possibilità che ha da compiersi, giacché intesa come principio per eccellenza di ogni mutamento (arxn metabolēs).
Infatti, possiamo pensare a un materiale, come il bronzo, che è “in potenza” una statua, la quale rappresenta l’atto compiuto e realizzato di tale possibilità.
È chiaro che nell’azione umana vi sia una costante dialettica della potenza e dell’atto, ovverosia di una possibilità che può attualizzarsi in un dato momento.
Il fine (telos) di ogni cosa è la sua realizzazione (entelechia), ossia l’atto che è giunto al suo fine; detto in termini filosofici, tutte le cose passano da uno stato blando di essere ad uno stato di pienezza d’essere.
Pertanto, di una determinata cosa si può pensare che essa sia una potenza razionale (o contingente) e una potenza irrazionale (o necessaria) dove per razionale s’intende un’entità il cui possibile non implica contraddizione, e per irrazionale un’entità il cui possibile implica necessariamente contraddizione.
Da ciò ne consegue che le potenze razionali implicano ambedue i contrari (una cosa può realizzarsi o non realizzarsi), mentre quelle irrazionali non implicano ambedue i contrari, poiché ne producono soltanto uno (non possono non attualizzarsi secondo la propria natura necessaria).
Il caldo e il freddo rappresentano l'exemplum di due potenze irrazionali:
Il caldo è in potenza solo il caldo, analogamente il freddo è in potenza solo il freddo.
La potenza di fare il medico è di procurare la salute o, sfortunatamente, di procurare la malattia; egli è una potenza razionale.
Possiamo asserire che la potenza dei contrari è connessa fondamentalmente con il libero arbitrio, e quando una delle possibilità si realizza giungiamo non ad un fatto accidentale, bensì sostanziale e irripetibile.
Di conseguenza, avere la potenza significa avere la possibilità di usarla o meno: prenderne coscienza implica un esercizio di tale disposizione.
Orbene, per Aristotele, la potenza è qualcosa di cui dispone il soggetto, una facoltà che si ha.
Lo Stagirita distingue 3 tipi di sapere: teoretico, pratico e poietico.
Laddove c’è poiesis, un produrre, c’è una potenza che si esercita in maniera deliberativa da parte del soggetto; la poiesis persiste in una condizione di fatica, dunque di lavoro.
Marx, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, critica il lavoro salariato in quanto usurpatore e alienante: il lavoro dovrebbe essere espressione della creatività umana, e, in virtù di questa ragione, un fine in sé a cui tendere (il telos).
Il lavoro salariato, nel regime di produzione delle merci capitalistiche, da fine in sé si trasforma nell'unico mezzo per la sopravvivenza; da praxis piacevole e desiderabile, diventa poiesis, ovvero produzione di un oggetto che, peraltro, non apparterrà al lavoratore.
L’espropriazione (privare della proprietà individuale, inalienabile) avviene quando una dimensione pratica dell’esistenza, che dovrebbe consistere in una dimensione di piacere e benessere individuale, diventa mezzo per altro; in termini etici, non si esclude il godimento tirannico sull'altro. In questa dialettica, l’umanità si eclissa, giacché il fine viene inesorabilmente manipolato, scambiato per un mezzo. Dunque, non può esservi morale, poiché una relazione umana fondata sulla morale coincide sempre con l’intenzione di tipo kantiana di trattare gli altri come fini in se stessi; mentre, una relazione umana non fondata sulla morale equivale a trattare l'altro  come mezzo per i propri fini.
Compare in scena l’arbitrio di qualcuno che resterà scioccamente impunito, a discapito dei lavoratori.
La volontà dei pochi, per così dire, viene imposta per dominio ai molti.
L’autonomia razionale del lavoratore scompare, non vi si tenta nemmeno di orientarlo nella corretta strada.
Il lavoratore salariato non può godere mentre lavora, perché esso non gli appartiene.
Un lavoro che si rivela, secondo poi, regolato e standardizzato a priori.
Il lavoratore, non avendo la possibilità di godere per sé, assisterà passivamente a un altro tipo di godimento, puramente animale.
Godere significa che il piacere ha un ruolo nella vita, relativo al perseguimento dell'eccellenza: tendere ad un'attività piacevole in quanto soddisfacente – secondo le proprie inclinazioni.
Come detto precedentemente, se ci si rapporta al lavoro come un mezzo, non come fine creativo, il piacere di vivere della propria espressione creativa sarà riservato a quelle poche ore menzognere di divertimento e estasi ipnotica.
In ultima analisi, l’espropriazione del lavoro è equivalente all’espropriazione di un godimento che in principio dovrebbe appartenere al lavoratore.
L’azione che come scopo detiene il fine in se stesso sarà sempre e comunque benessere e godimento, realizzazione e delizia.
Verosimilmente, l’azione che ha come scopo la produzione di oggetti, relegando il proprio sé a mezzo per l’ottenimento di uno scarso salario, non sarà né piacevole né eticamente accettabile.
Un’ingiustizia contro ciò che siamo e che possiamo diventare, attenendo al modello del telos aristotelico.

Il bene, in un'ottica aristotelica non sconosciuta a Marx, consiste nella eudaimonía – felicità, godimento –.
La mancanza di questo stato priva l'uomo del suo telos.
Nondimeno, è un'idea fondamentale per il lavoro, colta come attualizzazione dell'espressione più profonda di ciò che si è, tra cui l'esercizio della propria libertà.
Ma la libertà che cos'è?
Se le condizioni sono propizie, essa trarrà voce dell'esercizio delle proprie virtù in vista del bene: un bene che non è vincolato da condizioni di schiavitù.
Agire significa portare dall'essere in potenza all'essere in atto qualcosa che prima era nascosto e che adesso si mostra con tutta la sua luce.
Il presupposto di un'azione etica, da parte di un soggetto razionale, è la capacità di discernere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto.
L'essere virtuosi, pertanto, risiede in quella facoltà di agire correttamente quando è dovuto, scegliere adeguatamente quei mezzi non arbitrari per conseguire ciò che buono non solo al singolo, ma all'intera umanità.
Marx compie un'analisi lucida di come il telos aristotelico sia andato perduto.
L'uomo, mistificato nel processo produttivo, disperde il senso del fine a cui naturalmente dovrebbe tendere, giacché finito in una spirale di annullamento.
Ridotto ad essere un mezzo per un fine che non gli appartiene, e il frutto del suo lavoro è un residuo salariato.
Il lavoro non ha più un fine autentico, difatti nel regime capitalistico si rivela, a fortiori, come mezzo di profitto per il capitalista, il quale espropria la potenza creativa umana, con un salario non dignitoso, costretto a condizioni, il più delle volte, disumane.
Se l'atto è realizzazione, nel capitalismo non può che esserci alienazione e estraniamento; in tal modo il singolo perderà di vista quanto gli è di suo a causa di un fine esterno ad esso.


« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Simone Tinari, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Simone Tinari, nella sezione Saggio, ha pubblicato anche:

:: [ Filosofia ] Il Monachesimo e San Benedetto (Pubblicato il 08/01/2026 10:02:08 - visite: 47) »

:: [ Filosofia ] L’Ereignis dell’Amore (Pubblicato il 06/01/2026 11:19:03 - visite: 78) »