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Wittgenstein: I Nodi essenziali del Tractatus

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 26/01/2026 23:42:10

Il fine prefissato del saggio breve è sintetizzare la teoria raffigurativa delle proposizioni, secondo la quale le proposizioni logicamente semplici sono immagini di stati di cose. La suddetta teoria viene sviluppata dal filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, nella celeberrima opera del 1921: “Tractatus logico-philosophicus

I nodi essenziali del Tractatus una panoramica generale sul testo e introduzione dei temi principali.

Non possiedo la certezza di conferire la giusta importanza a un tale e monumentale lavoro. Anche se l’avessi, non oserei andare oltre, con il timore di non rendere sufficientemente giustizia.

 

I nodi essenziali del Tractatus:

Il Tractatus logico-philosophicus è l’unica opera pubblicata in vita da Wittgenstein. 

Il filosofo, fortemente influenzato da Frege e Russell, quantunque vengano criticati in più passaggi, si propone di delineare i limiti del linguaggio e del pensiero. La tesi fondamentale è che il linguaggio può descrivere la realtà attraverso le proposizioni, le quali funzionano come immagini di stati di cose. 

Wittgenstein mira a fornire una teoria che spieghi come il linguaggio possa avere un significato e come esso sia collegato alla struttura del mondo: “La struttura della proposizione è la struttura del mondo”. Wittgenstein intuisce che molte delle domande tradizionali della filosofia derivano da un uso improprio del linguaggio.

L’unico ruolo che deve adempiere la filosofia, secondo la prospettiva di Wittgenstein, è una chiarificazione logica del pensiero che viene espresso nelle proposizioni. 

La filosofia è una “una critica del linguaggio” (prop. 40031), giacché essa non è un agglomerato di teorie, quanto piuttosto un’attività che chiarisce il significato delle proposizioni in generale.

Il Tractatus si apre con due asserzioni celebri: "Il mondo è tutto ciò che accade", “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”, sintetizzando così la visione di Wittgenstein sulla realtà come insieme di fatti, cioè di relazioni tra oggetti piuttosto che un insieme di oggetti isolati. 

Questi ultimi sono entità semplici che costituiscono la sostanza del mondo e che possono combinarsi tra di loro, formando quelli che Wittgenstein definisce “stati di cose”: “ciò che accade è il sussistere di stati di cose” (prop. 2). 

Questi sono soltanto possibili, oppure sussistenti (in questo caso sono detti “fatti”). 

Agli oggetti corrispondono i nomi, a livello del linguaggio, che compongono le proposizioni, unendosi tra di loro. 

Il filosofo dice che “la proposizione è un’immagine della realtà” (prop. 4.01), intendendo che la proposizione è la raffigurazione logica dello stato di cose.

Le proposizioni di cui parliamo sono quelle che Wittgenstein chiama proposizioni “elementari”, poiché non sono scomponibili in proposizioni più semplici: “Piove”. Nondimeno ci sono proposizioni come “Piove e fa freddo”, chiamate da Wittgenstein proposizioni “complesse”, cioè, formate unendo tra loro le proposizioni elementari attraverso i connettivi vero-funzionali. 

Una proposizione ha un significato se esprime uno stato di cose. 

Ergo, conoscere il significato di una proposizione significa conoscere lo stato di cose che essa esprime; se è vera esprime un fatto.

 

Le proposizioni come immagini di stati di cose:

Le proposizioni elementari sono immagini di stati di cose, e tutte le altre proposizioni sono funzioni di verità delle proposizioni elementari in esse contenute. Ciò significa che le proposizioni elementari rappresentano la realtà, sono immagini della realtà. La nozione di immagine ha un ambito di applicazione ampio: possiamo pensare a immagini come i disegni e i quadri, i modelli tridimensionali e le mappe, ma anche le proposizioni elementari. Un’immagine è tale quando rappresenta uno stato di cose: “l’immagine è un fatto” (prop. 2.141), “L'immagine presenta il sussistere e non sussistere di stati di cose” (prop. 2.11). Un fatto è, come già accennato nel precedente paragrafo, un insieme di oggetti, tra cui intercorrono determinate relazioni. Lo stato di cose rappresentato dall’immagine è quello in cui gli oggetti coordinati agli elementi dell’immagine stanno fra di loro nelle relazioni corrispondenti alle relazioni che vigono all’interno dell’immagine. Una caratteristica fondamentale delle immagini: a seconda che lo stato di cose che un’immagine rappresenta sussista oppure non sussista, l’immagine è corretta o scorretta, vera o falsa. Wittgenstein fa un passo successivo: i segni semplici, di cui una proposizione elementare è composta, sono i “nomi”, e ad essi corrispondono oggetti. Propongo di analizzare tale tesi, attraverso un esempio:

1) Luca è più poetico di Leonardo.

Dunque, come già chiarito, se le proposizioni elementari rappresentano stati di cose, tale stato di cose descritto dall’esempio (1) sarà vero. Possiamo invertire, volendo, la diversa collocazione dei nomi; ciò dimostrerebbe che la cosa importante non è la semplice presenza nella proposizione dell’espressione “essere più poetico di”, ma la posizione dei due nomi, ossia “Luca” e “Leonardo”. Ne consegue che è sufficiente scambiare di posto i nomi per mutare lo stato di cose rappresentato. Una proposizione elementare è vera se lo stato di cose rappresentato da essa sussiste, falsa nel caso contrario. (Ribadire questo concetto è utile per comprendere il filosofo austriaco). 

Lo stato di cose rappresentato da una proposizione elementare è il “senso” della suddetta proposizione. 

Possedere un senso, da parte della proposizione, è una condizione necessaria per il suo essere vera o falsa. 

Nella prospettiva espressa nel Tractatus, la verità di una proposizione elementare consiste nel concordare con i fatti, 

Dunque rappresentare correttamente e coerentemente la realtà.

È chiaro che il distacco da Frege, il quale riteneva che il vero e il falso fossero oggetti, è evidente. 

Ipso facto, Wittgenstein abbandona anche l’altra idea del padre della logica moderna, secondo cui le proposizioni siano i nomi di questi oggetti. 

Un nome cui non corrisponde nessun oggetto non serve ad alcunché, infatti non sarebbe neanche un nome. 

Per mettere in luce la differenza tra proposizioni e nomi, Wittgenstein chiama “significato” di un nome l’oggetto che gli corrisponde, mentre le proposizioni hanno un senso. 

Egli, inoltre, introduce successivamente la nozione di “forma della raffigurazione” (prop. 2.17). Nella proposizione 2.171 dice: “Ciò che ogni immagine deve avere in comune con la realtà è la forma logica, cioè la forma della realtà”. Questo significa, per così dire, che per poter dire qualcosa in riferimento al mondo, l’immagine e la realtà condividono lo stato di cose, cioè un nesso di oggetti (elementi, enti, cose).

Una proposizione rappresenta uno stato di cose attraverso la mediazione di un pensiero. 

Quest’altra tesi è senza dubbio cruciale, giacché il pensiero stesso è un’immagine: un’immagine chiaramente mentale, i cui elementi sono definiti come “costituenti psichici”. 

Wittgenstein direbbe che sì, ogni proposizione esprime un pensiero, ma non che il pensiero stesso sia il senso della proposizione. 

Questo perché il senso della proposizione è lo stato di cose descritto, di cui il pensiero è l’immagine mentale che la proposizione esprime attraverso il pensiero. 

Io stesso, dopo questa tortuosa spiegazione, concedo il mio assenso, poiché intercorre un abisso, e di fatto si presenta una sostanziale differenza.

 

La concezione della logica:

Wittgenstein ammette l’esistenza di proposizioni che esprimono la possibilità generale di determinati fatti, ma che sono vere indipendentemente dai fatti stessi. Una proposizione di questo tipo è una tautologia. La proposizione “Piove” esprime la possibilità di un fatto, dunque è vera se tale fatto si realizza e accade effettivamente. Analoga è la proposizione “Non piove”. Il fatto è che la proposizione “Piove o non piove” esprime tutte le possibili situazioni riferibili al fatto “Piove”, ed essa è vera indipendentemente dal tempo e dagli agenti atmosferici. Questa proposizione, “Piove o non piove”, è un esempio di tautologia, mentre “Questo scapolo è sposato” è un esempio di contraddizione. Infatti, quest’ultima proposizione esprime l’impossibilità d in un fatto: scapolo significa non sposato, dunque è evidente che la proposizione è falsa indipendentemente dal fatto che l’uomo a cui si riferisce sia scapolo o sposato. “La verità di una tautologia è certa; la verità di una contraddizione è impossibile mpossibile” (prop. 4.464). La tautologia è vera e la contraddizione è falsa, per tutte le possibilità di verità che corrispondono alle proposizioni elementari che le costituiscono. “Esse non sono immagini della realtà, non rappresentano nessuna possibile situazione. Infatti, la prima ammette ogni possinile situazione, la seconda nessuna” (prop. 4.462).

La verità o falsità, delle proposizioni complesse, si può ricavare a partire dalla verità o falsità delle proposizioni elementari che le costituiscono. Nella logica formale, come sappiamo, il valore di verità di una proposizione complessa si può calcolare grazie all’aiuto delle “tavole di verità”: su righe diverse si scrivono tutte le combinazioni di valori di verità delle proposizioni costituenti e, a fianco a ciascuna riga, si scrive il valore di verità che la proposizione complessa assume quando i valori di verità delle proposizioni costituenti sono quelli specificati in quella riga. Entrano di diritto, nel nostro calcolo, i connettivi vero-funzionali, giacché ci permettono di calcolare la tavola di verità e, successivamente, stabilire se si tratta di una proposizione tautologica, contraddittoria o contingente.

 

I limiti del linguaggio e del mondo:

Una delle proposizioni più fortunate del Tractatus è incontestabilmente la 5.6: “I limiti del linguaggio significano i limiti del mio mondo", cioè tutto ciò che possiamo capire, pensare ed esprimere. Questa suggestiva prospettiva suggerisce che non si può neppure parlare del mondo nella sua totalità, che non è mai un fatto che possiamo esprimere (prop. 6.41). A mio modesto parere, questa è la teoria più significativa del filosofo viennese, tant’è che mi risulta assai arduo approfondire un tale concetto. Wittgenstein sembra condurci in un nuovo modo di pensare. 

Egli dirà che i problemi relativi al mondo nella sua essenza, alla vita in sé e alla morte sono destinati inesorabilmente a non trovare risposta, a non poter cogliere quelle cose che da sempre abbiamo cercato e pensato. 

A Tale sfera inafferrabile Wittgenstein dà il nome di “Mistico” o “Inesprimibile”: “Né si può parlare della morte, che non è mai un fatto. La morte non è evento della vita. La morte non si vive” (prop. 6.4311); e ancora “Il mistico non è come il mondo è, ma che esso è” (prop. 6.44). Quando si prende consapevolezza che molte domande filosofiche non hanno senso (quelle relativa alla metafisica, all’etica e all’esistenza), non rimane più alcuna domanda. Da questo presupposto, Wittgenstein conclude le pagine del Tractatus con una celebre frase lapidaria, in cui ci sembra suggerire che tanti problemi, apparentemente insormontabili, si risolvono quando svaniscono del tutto: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (prop. 7). A tal proposito, le parole di Wittgenstein mi rammentano di un passo, molto celebre, presente nel Vangelo di Giovanni, relativamente all'episodio concernente il dialogo tra Pilato e Gesù. Quest'ultimo, alla domanda del governatore, "Quid est Veritas?", non seppe rispondere. Wittgenstein è tanto epocale quanto rivoluzionario: forse, interrogarci su questioni che di per sé lasciano spazio a continue aporie sarà senz'altro essenziale (il che costituisce il fascino e l'importanza delle scienze umanistiche), ma d'altro canto tali sfaccettature non si riveleranno mai dirimenti. La cosiddetta risoluzione definitiva è, sarcasticamente, una causa persa.

 

Sviluppi e Influenze:

Il Tractatus ha avuto nel corso del secolo scorso, ma anche presente, un notevole impatto sugli sviluppi della filosofia analitica e sulla logica, ispirando numerosi filosofi come Rudolf Carnap e il Circolo di Vienna, Karl Popper, Jurgen Habermas e Michel Foucault. L’influsso più consistente lo esercitò sui neopositivisti. La sua riflessione sul linguaggio continua ancora ad essere oggetto di studio e di ricerca.

Non bisogna dimenticare, poi, che a partire da alcuni incontri avvenuti del 1927 con alcuni esponenti del Circolo di Vienna, si assiste a un radicale ripensamento del Tractatus. Infatti, nelle “Ricerche filosofiche” notiamo una profonda evoluzione nel pensiero di Ludwig Wittgenstein.

Sottolineo, e concludo, l’influenza di Wittgenstein su temi importanti come la semantica, la filosofia della mente e la filosofia del linguaggio.

Conclusione

L’obiettivo, non facile, di questo breve saggio è stato di parlare di uno dei più grandi filosofi del Novecento, evitando uno spiacevole qui pro quo durante la trattazione divulgativa. Il Tractatus logico-philosophicus resta un’opera fondamentale nella storia della filosofia. È senza ombra di dubbio un punto di riferimento per chiunque voglia approcciarsi a questa meravigliosa disciplina.


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