In principio era la relazione.
La filosofia di Martin Buber, come pure la prospettiva pedagogica, è intrisa di Chassidismo, un movimento ebraico di rinnovamento spirituale che trasforma l'essenza intera della vita in una santificazione assoluta, finalizzata al ricongiungimento con Dio.
È esemplare il riechieggio di una vita incentrata sul dialogo e la ricerca del sé e dell'altro: una vita che non sia pura soggettività – dimostrando la non validità morale dell'oltreuomo nietzschiano, come dirà anche nell'Eclissi di Dio, schiacciato dalle spire della propria volontà, impedendo tirannicamente l'esercizio del bene altrui – bensì intersoggettività. Il rapporto tra i soggetti è reciproco e complementare, senza oggetivazioni.
L'incontro avviene tra l'Io e il Tu – Ich und Du – giacché tale relazione nasca da una necessità profonda della natura umana: il dialogo.
S'interfaccia un altro tema che, nel seguito, sarà caro a Emmanuel Lévinas: l'incontro avviene con e per l'altro.
L'alter è il proprio simile, quantunque "altro" da sé, colui che è soggettività umana ma pur sempre altro da noi, poiché la somiglianza non è pura e semplice identità.
Il volto, il tu che si frappone, esige responsabilità, ricerca, amore, cura e attenzione; il dialogo sussite laddove non ci sia indifferenza per quanto concerne l'esperienza vissuta e, almeno nella prospettiva di Buber, il cammino verso Dio. Analogamente, come direbbe un altro illustre pensatore, Heidegger, che l'apertura totale dell'Io è un essere-con-gli altri, e per questo un essere-nel-mondo.
Io-tu e Io-esso sono due modi caratteristici in cui l'uomo si situa nell'essere. Mentre il primo rapporto è autentico, e porta conseguentemente ad un'esperienza viva e armoniosa con Dio, la seconda è inautentica. Senza l'incontro del "Tu" non ci si può neppure considerare davvero "uomini". Il rapporto strumentale è quello che s'instaura tra Io-Esso; il mondo è oggettivato, manipolabile e calcolabile. Reso, in ultima analisi, disponibile all'ego ormai onnipotente e pervasivo.
Un appello simile non è poi insolito in un'epoca in cui l'umanità visse le sue peggiori notti tragiche. A dimostrazione di ciò, basta ragguagliare la memoria, fresca di storia, di numerose denunce di tale carico come la straordinaria opera rivelatrice di Husserl, La Crisi delle Scienze Europee, quantunque su un piano dapprima scientifico e a seguire ontologico-morale...Si assiste, tornando al giudizio di Buber, ad un monologo che trasforma il Tu in un oggetto, un Esso.
L'avvertenza di Buber concerne non soltanto l'esperienza vissuta, la religione o la filosofia, ma più nitidamente la crisi della coscienza moderna, la quale sembra abbia perso il suo cammino spirituale.
Il destino della modernità si condensa nella santificazione tecnica e individuale, non dell'uomo in sé e di ciò che potrebbe diventare
Questo implica che Buber rifiuti tanto l'individualismo quanto il collettivismo, le quali rispettivamente atomizzano e isolano, massificano e occultano producendo un tipo di essere umano medio e senza scopi radiosi. Nel libretto Il cammino dell'uomo, nato da una conferenza svolta nell'aprile del 1947, Buber incita l'uomo a compiere un cammino, realizzarlo pienamente nel rapporto con sé stesso e con Dio.
Infatti, il testo si apre con un interrogativo che Dio pone ad Adamo nell'Eden: "Dove sei?" [ Genesi 3.9. ]
Questo interrogativo, nondimeno, Dio lo pone a ciascun uomo sulla terra, pertanto: "Dove sei nel mondo? Dove ti trovi?"
La domanda è esistenziale, legarsi all'unità della propria anima e di Dio.
La domanda è meramente esistenziale, nonché spirituale, giacchè ognuno sa in cuor suo che non può nascondersi, ritirarsi nel proprio giardino lontano dal mondo.
Buber sostiene, a rigore, che non appena ci rendiamo conto che la domanda non è tanto un resoconto biblico, quanto piuttosto indirizzata a noi personalmente, necessario sarà prendere coscienza di ciò che pone come effetto immediato la domanda "Dove sei". Da dove veniamo? Dove siamo diretti? Buber aggiunge: "A chi renderai conto?".
Una simile presa di coscienza deve smuovere il cuore dell'uomo, ma affinché questo avvenga egli stesso deve lasciarsi colpire quando sente, come richiamo interiore, "Dove sei?".
I temi sviluppati in Ich un Du (il suo capolavoro pubblicato nel 1923) trovano compattezza in un saggio che raccoglie dei testi scritti da Buber intorno al 1950, ossia L'Eclissi di Dio.
Orbene, il saggio è una risposta alla celebre "Morte di Dio" di Nietzsche, pertanto risultando una formulazione tanto audace quanto disvelante.
Buber affronta la crisi spirituale della coscienza moderna, attraverso delle considerazioni storiche del rapporto tra religione e filosofia e un confronto con altri autori, vale a dire Sartre, Heidegger e Jung.
Dio, l'Assoluto, è scomparso dall'orizzonte contemporaneo poiché la filosofia moderna non lo ha posto come un Tu.
Dio, dal cogito di Cartesio fino all'annuncio della Morte di Dio inaugurato da Nietzsche, è stato ed è tuttora considerato come un Esso; questo aspetto della relazione tra l'uomo, l'Io, e Dio, il Tu eterno, si configura precipuamente come un Esso impersonale, vale a dire senza vitalità e alla stregua di qualsivoglia oggetto.
A tal proposito, un Esso così concettualizzato diviene, potenzialmente e di fatto, come un oggetto osservabile a debita distanza, pensabile e conoscibile, come se si trattasse di un fenomeno qualunque.
In definitiva, se Dio è diventato un qualcosa di interiore, un'esperienza tra le altre che riduce l'abisso del divino, allora è l'uomo stesso a porre e creare Dio a suo giovamento. Dio non è un oggetto giacché "Non posso avere altro rapporto con lui che non sia quello dell'Io col suo Tu eterno". L'uomo non riesce più ad avere un simile rapporto perché tra lui e Dio si è frapposto l'Ego. Questa precisa considerazione di Buber ricalca la consapevolezza che, se Dio tace nei confronti dell'uomo, e l'uomo nei confronti di Dio, allora è accaduto qualcosa all'Essere stesso.
Dunque, Dio si è eclissato poiché l'uomo ha svanito il rapporto originario e autentico Io-Tu, a vantaggio di quello Io-Esso; quest'ultimo essenzialmente pericoloso. Ne L'Eclissi di Dio Buber scrive che :"Io e Tu esistono per e nella coscienza vissuta; soggetto e oggetto durano soltanto finché questa agisce". Ciò suggerisce che questa dualità nasce da una situazione originaria dei singoli soggetti; peraltro, Io-Tu risulta essere per Buber il compimento del rapporto religioso, ma ciò è ormai in declino per l'Occidente. Manifestamente, il soggetto non è "per sé", come ritiene Sartre, quanto piuttosto il luogo di un incontro inter-soggettivo.
Dunque, Sartre assieme ad altri esponenti, fra cui Cartesio come accennato precedentemente, considera il rapporto soggetto-oggetto assolutamente primario, benché invece debba incedere a quello decisivo Io-Tu, di fronte al quale "La relazione soggetto-oggetto è soltanto un'elaborazione coordinatrice".
La modernità pare abbia incapsulato il Sé come "oggettità", vale a dire alla stregua di un Esso. Con brillante capacità argomentativa e ammaliante coinvolgimento emotivo, Buber sostiene che l'esistente considerato nella sua totalità è posseduto dal Sé; l'esistente diviene, in prossimità di questo evento storico e culturale, un Esso.
Al contrario, rinunciando a fare delle cose, animate e inanimate, proiezioni del mio spirito tout court, allora l'Essere stesso si tramuta in una diversità irripetibile: un Tu. Se è il soggetto a generare l'essere, allora possiamo intuire a fortiori che le cose che ci stanno di fronte vengono possedute e sciolte nella soggettività.
Ciò comporta tanto l'eclissi dell'assoluto quanto la sua "sconfitta", riprendendo tale espressione da un saggio eloquente di Sergio Quinzio.
Cosa s'intende, in ultima istanza, con l'espressione "Eclissi di Dio"?
Nient'altro che "Mediante l'occhio dell'essere, scorgere Dio come vediamo il sole e che quindi qualcosa può frapporsi tra la nostra coscienza e la sua, come tra terra e sole".
Più che singolarità, tutti siamo posti in un incontro paritario; tuttavia non per sé, bensì essere-uomo-con-uomo. Nell'ottica del Chassidismo di Buber l'uomo, in quanto generato, si trova di fianco a tutto l'esistente del mondo. E se i modi cui l'uomo subentra nella relazione con coloro che gli stanno di fronte concernono l'Io-Tu e l'Io-Esso, soltanto la prima forza d'incontro è realmente intima e feconda.
Io-Tu ci conduce all'immediato contatto con la profondità dell'esistente, naturalmente alla segreta ragione essenziale dell'essere delle cose.
Non possiamo considerare l'esistente come oggetto in quanto questo porterebbe a vedere nelle cose soltanto un aspetto e nient'altro che questa forma superficiale di visione; Dio, almeno secondo Buber, è quell'iper-essente che si libra oltre ogni considerazione oggettiva da parte del signore di quest'ora, l'Io.
Ormai, questo Ego (Ichheit) è divenuto esageratamente onnipotente. Solo l'Io esiste, poiché egli possiede tutto ed è incapace di andare incontro con autenticità al Tu. Intorno a sé è in grado di disseminare lo specchio del suo essere ma, poiché in questo consiste la tecnica ratio entis, tutto appare come un Esso. Nel complesso, l'uomo moderno non può riconoscere neppure Dio poiché l'Ego oscura tanto la luce del cielo quanto più quella blanda della terra. Eppure, Buber non si dà per vinto.
Infatti "Una continuazione può essere conferma oppure rinnegamento [...] L'Eclissi della luce di Dio non è l'estinguersi, già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritrarsi.
In tal modo potrebbe riaprirsi il dialogo duale tra gli uomini e, fondamentalmente, quello concernente lui stesso e Dio.
Dio va cercato realmente e personalmente: ci sta di fronte, l'Io non deve intromettersi.
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