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‘IL GIOVANE FAVOLOSO’ – Un film di Mario Martone

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 29/10/2014 10:28:13

‘IL GIOVANE FAVOLOSO’ – Un film di Mario Martone

 

Non poteva mancare nella nostra rivista letteraria che tiene alto il prestigio della ‘poesia’ un omaggio all’immenso poeta Giacomo Leopardi, anche se a farlo non è un ennesimo libro delle sue poesie conosciutissime a livello mondiale, bensì una pellicola cinematografica che senza togliere nulla alla intrinseca bellezza della liricità poetica dei testi, raccoglie il plauso per una visualizzazione di pregio. Pur nella loro semplicità campestre il regista ha saputo restituire alle immagini, tutt’altro che banali, la riscrittura di quelli che dovevano essere i luoghi dell’infinito leopardiano, centrando la visione ‘scomoda e caparbia’ di quella realtà che Leopardi pur seppe cogliere, vivendola, nell’eterna inquietante ‘malinconia’ che lo travolgeva e che a detta dello stesso Mario Martone, regista del film: “..costituiscono gli elementi più forti della sua modernità”.

«La consapevolezza del fallimento, ma anche la capacità dello slancio. Si mette sempre l’accento sulla malinconia leopardiana, ma sono la forza dell’illusione e la consapevolezza della caducità del vero i tratti distintivi. In questo senso Leopardi parla di oggi». (*)

Una eloquente prova di sceneggiatura critica dunque che Martone con la moglie Ippolita di Majo hanno reso essenziale nel mettere in evidenza l’insolito aspetto del ‘genio ribelle’ che fu Leopardi e che appena traspare nei libri di letteratura. Mentre  qui, invece, diventa preponderante, sovrastando di gran lunga l’immagine preconcetta che abbiamo del poeta, indagato nel quotidiano, nell’accettazione della sua condizione di ‘indefinito’ dentro l’infinito che lo contiene. Una sequenza di ‘immagini’ poetiche che riempie gli occhi quasi da rendere il tutto come ‘un accadimento’ surreale posto in ‘un tempo fuori dal tempo’ eppure mai così veritiero, dove tutto può accadere e infatti accade.

«Leopardi ha una scrittura molto viva, anche se si esprime in un italiano dell’Ottocento. Abbiamo disboscato, io e Ippolita, testi lunghi e complessi, ma di prosa cristallina. Per molti versi è un autore novecentesco, come diceva Garboli è un poeta di un tempo altro piombato come un meteorite all’inizio dell’Ottocento. Parla di cose che ci riguardano direttamente. È come se avesse previsto la caduta anche delle nostre magnifiche sorti e progressive». (*)

Non meno intriganti sono gli spazi ricreati dalla stupenda fotografia della quotidianità pittoresca del contado, ove si consuma l’esistenza dei molti. È qui che il protagonista, (un immenso Elio Germani), abbandona i panni del poeta per assumere quelli dell’uomo con le sue debolezze e l’irrisolutezza della sua volubilità. Quasi che potremmo definirlo un ‘eroe odierno’, investito di quella promiscuità che solo una società in decadimento (come la nostra oggi) può concepire:

 

«Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, / Qualche bene o contento Avrà fors'altri; a me la vita è male.» (**)

 

Da cui la figura di un uomo schernito e deriso che infine si abbandona a se stesso, nell’insegnamento che pure lo addolora, ma che insieme gli da la consapevolezza della bassezza umana e dell’altezza infinita dello spirito, capace di elevarsi sopra le coltri delle tenebre che l'incombono. Ma che non è paura di morire … semmai è l'altra faccia di quell’Esistenzialismo che sfocerà poi nella letteratura del Novecento. Un precursore dei tempi.

 

"Or poserai per sempre, stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento.." (**)

 

Ma è al poeta che il film si rivolge, e chiara è l'invocazione scelta:

 

“Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna …” (***)

 

Non è una semplice invocazione quella del poeta, è piuttosto una sollecitazione a farsi partecipe del tutto ciò che lo circonda, misurarsi con ciò che lo sovrasta, voler capire i molti perché dell’esistenza. E questo il film lo trasmette in pieno attraverso i vuoti riflessivi e i silenzi che costituiscono i ‘tempi’ propri della cinematografia narrativa, come del resto sono intrinseci nella poesia. Lo spettatore non può non tenere conto di ciò, la poesia ha una sua scansione, un suo ritmo cadenzato sulle riflessioni e le emozioni che suscita, che può essere lento o andante come in musica risuonano le note.

Una musicalità in certi momenti ‘idilliaca’, quasi sospesa, che è anche la cifra di Martone regista che abbiamo potuto apprezzare nei suoi spettacoli teatrali prima e nel cinema dopo. Vanno qui ricordate soprattutto certe pellicole che non sono passate inosservate come “Morte di un matematico napoletano”, “L’amore molesto”, e finanche il più concitato “Teatro di guerra” che tanto, fin troppo, fece parlare di sé per la trasposizione del linguaggio troppo ‘teatrale’ nel cinema, ma che decretò al regista una certa fama internazionale e la laurea honoris causa proprio per la stessa ragione, in ‘Linguaggi dello Spettacolo del Cinema e dei Media’ presso l’Università della Calabria.

Musicalità che, insisto, è ben dosata anche a livello di colonna sonora da Sascha Ring che fa da contrappunto, piuttosto che esaltarle, alla splendida fotografia di Renato Berta che valorizza il film di molti pregi. Oltre all’accurato montaggio di Jacopo Quadri, un riconoscimento particolare va agli attori, tutti bravi, che affiancano il già citato Elio Germani (meritevole d’essere premiato), Isabella Ragonese, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Edoardo Natoli, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi.

Parlare di Mario Martone in quanto regista del film non è poi così facile in ragione delle sue scelte sempre motivate, dell’impegno di studioso ‘viscerale’ che egli mette in ogni sua creazione, capace di afferrare l’insolito dentro la scena così come del personaggio che agisce dentro quella medesima scena. Quasi da far sembrare i suoi personaggi degli ‘invasati’ interiormente presenti al fatto che si sta consumando, più ‘veri’ del ‘vero’ e per questo credibilissimi. Si direbbe aver preso alla lettera certe lezioni di Stanislavskji, o magari di certe regie di Strehler.

Indubbiamente Martone discerne una originalità interpretativa propria che richiede il massimo dell’interiorità emotiva dei protagonisti, che lo ricambia con gli innumerevoli riconoscimenti ottenuti.

 

Filmografia •

Morte di un matematico napoletano (1992) • Rasoi (1993) • Antonio Mastronunzio pittore sannita, episodio del film collettivo Miracoli (1994) • L'amore molesto (1995) • La salita, episodio del film collettivo I vesuviani (1997) • Teatro di guerra (1998) • L'odore del sangue (2004) • Noi credevamo (2010) • Il giovane favoloso (2014)

 

Monografie •

Il desiderio preso per la coda, (1985) • Ritorno ad Alphaville di Falso Movimento, con fotografie di Cesare Accetta, Milano, Ubulibri (1987) • con Fabrizia Ramondino, Morte di un matematico napoletano, Milano, Ubulibri (1992) • Teatro di guerra: un diario, con prefazione di Enrico Ghezzi e fotografie di Cesare Accetta, Milano, Bompiani (1998) • a cura di Ada D'Adamo, Chiaroscuri: scritti tra cinema e teatro, Milano, Bompiani (2004) • Noi credevamo, Milano, Bompiani Overlook (2010)

 

(*)Dall’intervista di Mario Martone rilasciata a Titta Fiore per Il Mattino.it – 29 Ottobre.

(**) Giacomo Leopardi, 'A se stesso', vv.1-3

(***)Giacomo Leopardi, ‘Canto notturno di un pastore errante dell'Asia’, vv.100-104.


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