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’BRICIOLE DI TEMPO’ per la notte di Halloween

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 30/10/2014 12:17:02

Briciole di tempo / Nick of time (..frammenti di tempo per chi ne ha da perdere).

 

Come spesso mi capita durante i lunghi tempi vuoti, che invece di dedicare all’ozio (che allunga la vita) investo nella scrittura (deleteria alla riabilitazione fisica e alla psiche), mi sorprendo a domandarmi quando è stata l’ultima volta che ho avuto davvero paura. Non certo per svago, poiché giocare con le parole molto spesso è stato per me come aver fatto una scommessa col diavolo. E con me il diavolo ha voluto giocare davvero duro, almeno una volta, sbattendomi in faccia la sua inconfutabile realtà, ripetendomi una frase che, a distanza di tempo, ho ritrovato nella didascalia di un film in programmazione: “L’ultima immagine che vedrai della tua vita è l’attimo fuggevole della tua morte”, e che ancora mi pesa addosso come un macigno. Certo, un’affermazione tipica da trailer dell’orrore, da non prendersi in considerazione più di tanto, se non perché rappresenta una realtà precostituita, quasi un atto di necessaria superbia, o se vogliamo di schietta presunzione, da parte di chi da sempre pensa di gestire la cosa umana e inesorabilmente ci riesce.

Posso dire d’averla vista davvero in faccia la morte, una notte, senza saperlo. È stato quando riaprendo gli occhi in un letto d’ospedale per degenti terminali, dopo non so quanto tempo e quanto dolore avevo causato a tutti quelli che disperavano di rivedermi risanato, mi sono scoperto inamovibile, amorfo, oggetto inqualificabile dell’inconsistenza. Fatto è che nessuno dei presenti si accorse che ero diverso da quello che ero sempre stato, che ero diventato un altro, come non ero mai stato: uno zombie. Ricordo che era appena suonata la mezzanotte, quando svegliato di soprassalto, mi sono lasciato cadere sui cuscini di un ampio letto con baldacchino, in una stanza rettangolare con alti specchi alle pareti che oltrepassavano il soffitto, che ovviamente non vedevo. Tutt’attorno al letto si allineavano solidi mobili di buona fattura rinascimentale e un grande armadio a quattro ante, alto e scuro, che occupava l’intera parete sul fondo, e ceri, tanti ceri accesi dappertutto.

Logori epitaffi vagavano nell’aria insieme a una moltitudine di suoni, odori, colori, bandiere sparse a ricordo di vecchie guerre o forse giochi. Mute statuette d’ebano che raccontavano storie di etnie sconosciute, di tempi remoti, di ninnoli impolverati, e cocci, ciotole e pennelli d’ingenue scaramucce con la tela. Negli scaffali tantissimi libri pieni di parole che si aprivano al solo guardarli fino a soffocare l’aria di virgole e punti sconnessi, sillabe incerte, chiuse in coperte di pelle, di tela, nel riecheggiare di versi contemporanei dell’ultimo Ungaretti. A grida tumultuose, ombre sparse s’agitavano affannate sulle pareti dove solitari candelabri si levavano a sostegno di smunte candele, a ricordare notturne lotte con le tenebre, presenti in ogni momento, tra le coperte in disordine del letto, tra le molte carte sparse senza senso, nella stanza disfatta, ancora da rassettare.

All’improvviso fu come se tutto intorno a me fosse cambiato, ogni mio gesto, ogni mia azione, ogni frase che pure non avevo pronunciato si rovesciasse, assumendo un significato diverso, come se il passare del tempo perdesse d’importanza, e l’orologio che pure vedevo attraverso il riverbero sulla parete, era fermo alla mezzanotte, e ancora mi sembrava di sentirne l’ultimo rintocco. Ricordo d’essere rimasto immobile per non so quanto tempo, sveglio nel sonno, immerso nella luce arcana, vaga, ingannevole d’un altro luogo, cui gli altissimi specchi rimandavano l’arido sguardo polveroso di chi accumula polvere dove più ce n’è, oggettivamente separato da ogni cosa che pur riconoscevo come mia, che in qualche modo mi apparteneva, perso in un mondo estremo, come d’uranio, fermo nello spazio senza moto, isolato senza futuro, raccolto in un solo battito di solitudine, dove l’io restava schiacciato al suolo per lo spavento d’essere vivo.

Tuttavia non c’era ansia in me, bensì una sorta di emorragia del tempo attuale, in cui le pareti della stanza trasparivano a costrutti metafisici, dove non accadeva nulla, dove non arrivava nessuno, perché non aspettavo nessuno e di certo non sarebbe arrivato nessuno. In ciò che pure avevo avuto fino a quel momento, nel corso della mia vita reale, fosse venuto a mancare qualcosa, che in ciò in cui avevo creduto non c’era stata la necessaria determinazione. Ricordo che l’attesa era stata lunga, interminabile, tanto lunga da infrangere le pareti di cristallo della stanza dove si dipanavano i miei giochi impossibili, troppo profondi, troppo ardui per essere autentici, e che i pensieri erano infine trasmutati in altri pensieri, diversi e pur sempre uguali, che non avevano dato frutti. L’unica cosa viva la mia penna scriveva, da sola senza l’ausilio della mia mano, in bella calligrafia sulle pagine di un quaderno, che fosse un’agenda o forse un diario, non ricordo, il problema semmai era come appropriarmi  del suo contenuto.

A uno zombie si sa, non è dato utilizzare lo stesso linguaggio umano, avrei voluto solo poter rileggere quello che devo aver scritto, o almeno risentire quanto oralmente pensavo di aver detto in un palmare, anche se per mia conoscenza il linguaggio parlato non può essere lo stesso. Se, come qualcuno ha scritto, ogni parola ha un suo tempo per essere letta, e ognuno di noi ha un tempo diverso di leggere, quello che andrei a rileggere o a risentire, potrebbe essere diverso, verosimilmente più vicino all’occulto, al paranormale che alla realtà. In quanto al senso, indubbiamente l’aspetto che più m’interessava, era leggere cosa si nascondeva dietro quelle parole, cosa c’era dentro di me, quel dentro di 'noi', che non ci è dato conoscere, quel certo qualcosa sicuramente imperscrutabile che pure altri arrivano a scandagliare, a comprendere, nel torbido della nostra esistenza.

Si dava il caso che fossi di ritorno da una cena in un ristorante con un certo numero di persone, e che lo sguardo insistente di un commensale in fondo alla sala, che non aveva smesso di osservarmi per tutto il tempo, mi creava un certo imbarazzo. Che cosa poteva volere quello sconosciuto che mi guardava da dietro gli occhiali, se neppure lo conoscevo, se non l’avevo mai visto prima? Eppure l'uomo sembrava conoscermi, perché, a un certo punto, mi sorrise e m’indirizzò un gesto di saluto. Sapevo di avere una buona capacità mnemonica che da sempre mi sosteneva anche a distanza di anni, ma che forse, pensai, in quel momento mi stesse tradendo. Se avessi incontrato prima la sua faccia singolare, l’avrei certamente ricordata, riconosciuta tra mille, centomila, un milione – mi dissi. Aveva gli occhi nascosti da spesse lenti, ora invisibili, ora fortemente cerchiati quando aguzzava lo sguardo scrutatore, fino a farsi quasi invadente, come di chi cerca un sostegno all’operato di una malvagia seduzione.

Rammento che in 'Lo scrutatore d’anime' di Groddeck veniva formulata una situazione analoga da un diverso punto di vista: che cosa dovevo aspettarmi da quell'uomo che non forse di incontrarlo da un’altra parte, in un altro momento, un altro giorno, per la strada? Impossibile negarlo, a un primo momento di reticenza sentivo in me la tenue speranza che fra noi due si fosse stabilita quell’attrazione che ci avrebbe sospinti senza sforzo l’uno verso l’altro e che la mia domanda, anziché eludere, avrebbe finito per consolidare il nostro incontro. La giustificazione razionale, invece, era che in qualsiasi piano strategico questo sarebbe stato possibile, in un momento o in un altro, semmai l’attesa di una sua imprevedibile mossa era solo una componente necessaria. Da quell’ottimo scrutatore che era, il diavolo, o lo sciamano che fosse, tuttavia, sembrava deciso a voler fare di me una sua vittima.

Da sempre ero stato messo in guardia da certe figure spregevoli, portatori di mala sorte, che si mischiano alla gente comune per estirpare denaro o, come dicevano, per suscitare paura, per carpire l’anima. Superstizione, dicevano i più saggi, ma c’era chi a certe cose ci credeva eccome, e allora giù a raccontare aneddoti arcani, fatti raccapriccianti, accadimenti oscuri che non trovavano riscontro, se non nell’immaginazione di chi li raccontava. Niente più di quanto in antropologia culturale indica l'insieme delle credenze e il modo di vivere e di vedere il mondo di società animiste e di fasce di popolazioni non alfabetizzate che si pensavano scomparse. E che invece, continuano a tramandarsi una sorta di cultura sotterranea, esoterica, che, nascosta all’interno di tradizioni oscure, dall’apparenza innocua, attraversa la rete planetaria, s’intrufola negli interstizi del web, e attraverso internet raggiunge ogni più remoto angolo della nostra galassia.

Una sorta di “magia bianca” che, entrata di sottecchi nella psicologia umanistica e trans-personale, così come in quella del profondo (detta anche esistenziale) e nella filosofia dei sentimenti, conferma che l’occulto riscontra un largo margine di efficienza e di autenticità nel mondo cosiddetto acculturato e tecnologicamente avanzato. Tale, che un certo numero di persone ancora vi ricorre per risolvere problemi legati al timore della morte, e mettere alla prova la tenuta della propria fragilità. Non si spiega altrimenti come, invece, proprio nel terrore della morte, ognuno trovi la spinta necessaria verso la ricerca interiore, l’intimo inconfessabile desiderio di penetrare e conoscere il senso della propria esistenza, o all’opposto, la supervalutazione del proprio ego, il potere assoluto, la semi-immortalità.

Chi l’avrebbe detto che un giorno, nel bel mezzo del XX secolo, memore dei tanti racconti cui non avevo mai dato importanza, mi sarebbe capitato di imbattermi in uno sciamano che voleva strapparmi l'anima? Eppure è accaduto, l’ho incontrato. Era seduto lì, in quel ristorante, probabilmente da sempre, e non aspettava che me. Quando al termine della cena mi avviai verso l’uscita, in coda alla fila degli ospiti, l’uomo si alzò in piedi e mi guardò fisso negli occhi, quasi volesse appurare la mia identità. Ricambiai il suo sguardo senza battere ciglio, pensando che ciò l’avrebbe fermato dal suo intento, ma non vi riuscii, il suo sguardo fisso su di me mi tenne bloccato e io rimasi immobile davanti a lui.

Devo parlarle, disse. Improvvisamente la luce delle lampadine mi parve più soffusa e per un attimo le ombre sembrarono prendere il sopravvento. Mi parse d’intuire che quelle ombre vagamente riconoscibili, sedute ai propri tavolini, rivelavano l’esistenza di un popolo maligno che mi osservava vorace. Rimanga, la prego, lasci che la osservi più da vicino. Non si preoccupi, i suoi amici non si accorgeranno del suo tardare ad uscire. Immagino che lei sappia perché la stavo osservando? Ci conosciamo forse? No, ma io so cosa le capiterà fuori di qui. Lei è un veggente? Forse. Ha bisogno di denaro, vuole essere pagato per una prestazione non richiesta? No. Allora cosa vuole da me? Si sbrighi, perché non ho intenzione di dedicarle oltre il mio tempo. Purtroppo l’arroganza non paga, e lei non ha poi tutto questo tempo. È quindi di denaro che stiamo parlando, non avevo dubbi. Non saprei che farmene del suo denaro, potrei ottenere tutto quello che voglio, se solo lo volessi, ma non lo voglio.

Io, come lei, sono costretto a vivere dentro questa realtà quando avrei bisogno di una qualche distrazione, che non riesco a prendermi, che non posso prendermi. Vuole farmene una colpa? Assolutamente no, ma come vede io e lei siamo i due opposti che prima o poi s’incontrano, che sono destinati a incontrarsi. Si spieghi, oppure mi lasci andare. Nessuno la trattiene, sto solo cercando di spiegarle ciò che lei non sa, che non può sapere. Non sempre ci è dato sapere, talvolta è meglio non sapere quello che non c’è dato. Ma forse, conoscere il momento della sua morte, sì. È di questo che vuole parlarmi, della mia morte? Beh, credo che quando sarà il momento, me ne accorgerò senza l’aiuto di nessuno. Comunque grazie. Buonanotte. No, aspetti. Dovevo dirle che questo potrebbe essere il suo ultimo momento, che la fine la sta aspettando fuori da quella porta. Non esca, non adesso, anche se solo adesso vedo nei suoi occhi che supererà questo tragico momento.

È questa una prova per vedere se la sua sensitività ha un qualche fondamento, o una sfida lanciata per misurare la paura che riesce a inculcare nel prossimo? Entrambe. Lo zittii sollevando una mano. No, non cerchi di scusarsi, il suo è solo un sospetto non una certezza. Non ha mai provato paura prima d’ora? Non ricordo, o forse sì, lo ammetto, nelle fiabe, nei racconti dei vecchi, nei film dell’orrore, ma ne ho anche riso, qualche volta. È ciò che l’ha salvata fin qui mi creda, il suo arguto senso dello scherno, dell’ironia, del bizzarro, che ha dell’incredibile e che la salverà ancora. Il sarcasmo induce la morte a ripensare se stessa, talvolta a retrocedere nel suo intento, al diavolo come al buon Dio di fermare la partita giocata sulla scacchiera del destino. Forse si aspettava dell’altro? C’è forse una possibilità di viverla fino in fondo questa vita e di poter scegliere il proprio destino?

Nessuno di noi può vantarsi di averlo fatto, ma a qualcuno è dato, lo sanno bene gli scrittori di romanzi gialli, di racconti in nero. I primi per aver dato a certi personaggi quell’immortalità che non è data ai comuni mortali, e a tutti gli altri per aver scandagliato nei risvolti dell’anima umana quella coscienza/incoscienza dell’orrore del profondo. Lo sanno gli spiriti della notte che trapassano le tenebre delle allucinazioni per entrare nei sogni, gli zombie come morti viventi che talvolta tornano a infestare i luoghi che pure gli sono appartenuti, i fantasmi il cui spirito vaga senza posa in cerca di rivendicazioni, quegli eroi del mito le cui gesta, impresse nel grande libro del bene e del male, hanno permesso loro di accedere nell’Olimpo degli dei. Lo sanno i grandi di ogni tempo le cui opere pittoriche, scultoree, architettoniche, sono destinate a perdurare nella futura memoria del genere umano, quasi che la suprema edificazione del mondo sia a loro attribuita, quando a loro insaputa, sempre vi si riconosce l’impronta di Dio, o talvolta, per le opere più ardite, la geniale avventatezza del diavolo.

Lo sanno gli scienziati di tutte le discipline, attraverso le ricerche avanzate, le menti che trovano una possibilità di fuga dalla realtà, come pure tutti gli altri, quelli che con irresponsabilità accendono le polveri e scatenano le guerre di distruzione dell’intero pianeta. Che non è opera del diavolo, che non avrebbe di che vivere senza le meschine debolezze degli umani. Ma chi ne sa ancor più è lo scrittore di fumetti, l’inventore del genere letterario cosiddetto mistery, che vede in Edgar Allan Poe il maestro di riferimento, cui molti autori devono qualcosa. “Siete bravo quasi quanto il Dupin di Edgar Allan Poe. Non pensavo che nella vita reale esistessero persone simili”, commentava ammirato il dottor Watson nelle prime pagine del romanzo che inaugurò la fortunata serie di Sherlock Holmes.

Così, con questo piccolo omaggio, Arthur Conan Doyle riconosceva il proprio debito verso l’inventore del genere poliziesco, dando al contempo conto di quanto fosse noto il nome di Poe. Dobbiamo forse lasciarci trascinare dagli eventi nella convinzione che quanto possiamo fare sia completamente inutile? Davvero mi rimane così poco tempo da vivere? Chiesi ancora all'uomo, fingendo d’essere rimasto toccato dalle sue eloquenti parole, e in fondo lo ero, eccome. Just a nick of time, per chi ne ha da spendere, la fuori da quella porta “l’ultima immagine, che vedrai della tua vita è l’attimo fuggevole della tua morte” fu la sentenza. C’è sempre la possibilità di non aprirla, ma che differenza farebbe? – aggiunse. Già, che differenza avrebbe fatto! Non avevo forse superato innumerevoli difficoltà, nelle foreste e nei deserti che avevo attraversato vagando nelle strade delle città in cui avevo vissuto?

Già, che differenza avrebbe fatto se fossi restato ancora un poco lì, in quel ristorante, aspettando che lo spirito che mi aveva animato fino a quel momento, si decidesse di lasciare il mio corpo. Allora vorrei che fosse un ultimo bicchiere a decidere la sorte, il suo guardarmi abietto contro il mio sorriso - pensai. Oste, un boccale di vino tinto e due bicchieri, e via alla malasorte! La prossima volta non sarà come la precedente, né come quella che verrà, dissi poi, dopo aver bevuto fino all’ultima goccia, attraversando la soglia della porta, spalla a spalla col diavolo che mi accompagnava fin dentro la notte. Era buio fuori, e una folla immensa mi venne incontro festeggiante, con le candele in mano e mille zucche orrende che sorridevano spaventose. Era la notte di Halloween!


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