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27 gennaio 2020: #GiornoMemoria | Viaggio senza ritorno
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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nonna pupilla

di Silvana Baroni
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Pubblicato il 04/12/2011 13:56:55



Il treno sbuffa lungo la china dei ricordi, plana sulla pianura dell’infanzia, falcidia ingovernabili distese d’erba e rimpianti, fino al crinale arso dagli attuali incendi dolosi. Rare case e pagliai, ognuna col suo fabbro che batte sull’incudine le curve del tempo. Insomma, un paesaggio straziato da stradine sterrate che salgono a scardinare dal cielo un coperchio di piombo.
Brando torna al paese dalla nonna materna, che gli han detto morente, per immortalarla con la sua nuova Canon, comprata di seconda mano a Quattrobaseleghe di Mezzo.
Nello scompartimento è seduto tra una monaca di Palermo e un Commissario di Monza. Più li osserva più si convince che i due non la raccontano giusta a parlare di tip-tap, ma conclude che non sono poi fatti suoi se il sangue siciliano non è acqua, se l’acqua brianzola non è sangue.
Quindi si mette comodo a riflettere sulla sua gente. Ai pro, ai contro.
Che poi, a ripensarci, se è vero che la mafia non bada a spese sui proiettili, è altrettanto vero che risparmia, coi pizzini, sulla cancelleria.
A mezzogiorno il treno rallenta fino a svenire su di un binario storto, corto, morto.
Attorno fossili di locomotive e cani randagi sbadiglianti sotto panchine divelte.
- È finita!- Urla il capostazione schiodando le braccia in un eureka.
- Non se ne parla più fino a martedì! -
E, tirandosi su le maniche, i baffi e il pomo d’Adamo, riprende il suo posto al gioco del tressette accanto al manovratore, al netturbino e avanti al sindaco di San Basiluzzu Suprusceccu.
Il sindaco, che per hobby fa il ritrattista, sfuma il profilo degli amici con la nicotina della sigaretta, socchiudendo gli occhi cisposi a cerca negli astanti di un barlume di condivisione.
Brando, così si chiama per la passione di sua madre per Marlon, si avvia, sgomitando tra i vicoli, verso la casa che non conosce, descrittagli come un cubo gigante in cemento armato, posto in alto sul finire del paese.
Si racconta che, alla vista di tanta equivoca bruttezza, il geometra del Comune, costretto a firmarne il progetto, avesse preso a picchiettarsi gli incisivi col righello fino a procurarsi una piorrea a soli trent’anni.
Brando rivanga l’infanzia con difficoltà, così da doverla picconare dove più gli resiste.
Ricorda gli gnomi sotto le gonne della nonna, il gioco a sottomuro con le palline di vetro di Murano, la festa del Congedo dai Geloni a febbraio, il grufolare dei grulli in tripudio a San Tristino, le papere di Pasqua, i porci sulla griglia a Ferragosto.
Il cubo che ora lo fronteggia sa di sterilità sanguinaria.
È un pugno nell’occhio, una cassaforte in ardita fierezza isolana; e, tra i cespugli qua e là, monconi di pollice verde.
Il tutto recintato da inferriate importate a prezzo dimezzato dal cimitero di Düsseldorf attualmente in restauro.
La bianca facciata del bunker crepita al sole ventiquattr’ore su ventiquattro, di fronte alla stazione dei pompieri.
Una vecchia, che mastica epiteli inesorabilmente con le sole gengive, e che resiste imperturbabile alle crescenti esigenze domestiche dei suoi animali da cortile, lo anticipa:
- Tu sei Brando! –
Il giovane sta per risponderle, quando nonna Pupilla compare sulla soglia, tutt’altro che moribonda, anzi fin troppo altera per la sua età, penetrandolo con sguardo indagatore e smaliziato.
Con un cenno rapido della testa invita il nipote ad entrare e:
- Prima di tutto scusami per averti attirato con l’inganno. Sapevo che altrimenti non saresti venuto… ma dimmi….ti ricordi di me? Eh? Della tua nonna?-
E continua scandendo le vocali come revolverate tra consonanti invece cerimoniose:
- L’ultima volta che ci vedemmo avevi soltanto nove anni…ti sarei venuta a trovare a Quattrobaseleghe…soprattutto dopo la morte della tua povera mamma…ma…il mio Michele, che è agli arresti domiciliari ormai da molti anni… non sopporta che lo lasci solo…insomma mi ricatta…dice che potrebbe morirne.-
Così, infilato il braccio sotto quello del nipote, lo conduce all’interno, attraverso corridoi e cunicoli fino a stanze perfettamente insonorizzate.
La paranoia del giovane s’affaccia sfrontata dalle vene della fronte nel sapere d’aver tutto per sé un salottino di Gerrit Thomas Rietveld, una camera da letto disegnata da Kaare Klint e un bagno progettato da Eames e realizzato dalla Evans Products Company. Insomma un quartierino niente male rivestito da carta da parati disegnata a bossoli, che già lo incarta e l’aggroviglia in dubbi e sospetti.
Più tardi, davanti a una tavola apparecchiata di ogni ben di Dio, Brando è solo.
Nemmeno l’ombra di Don Michele e la nonna.
Affamato, se pur dedito alla morigeratezza, s’avvolge in panegirici al prosciutto, si trastulla tra sedani e cardi evitando i soliti bocconcini d’antipasto, triti, troppi.
Ma quando la serva gli sfodera davanti la caponata pepata di Trinacria, non resiste; scorpaccia di tutto, fino alla nausea.
Quindi torna alle sue stanze e si sdraia sul letto a confondersi le idee.
Un poliziotto in divisa, dal viso di cuoio, dai capelli impomatati, dalle basette a cespuglio, entra dopo aver delicatamente bussato. Sostiene un vassoio dorato sul quale fuma una tazzina di caffè.
Un colpetto di tosse e via che rantola, servile, tutto d’un fiato:
- Don Brando! Agli ordini! È grandissimo onore pe’ mia servire vossignoria…nella casa dell’eminentissimo Don Michele e Donna Pupilla…-
Ritossisce e rirantola:
- La vita qui è dura, madre arcigna e rancorosa, pronta sempre a incolpare o affamare. Dopo tante esperienze, io ho preferito la colpa.-
E ancora in affanno:
- Sempre se voi lo desiderate, potrei accompagnarvi dal barbiere, a far spese in città o da Natuzza bedda…voi intendete!?…Insomma, agli ordini vostri! -
Brando beve il caffè ma si nega alle aspettative del poliziotto. È stanco per il viaggio e il sonno sta per calargli come una mazzata sul capo.
Rimasto solo, infatti, subito si addormenta.
Durante la notte sogna di aver sonno. Si sveglia per un incubo, si riaddormenta in piedi, si sveglia sdraiato. Insomma delira.
All’alba nonna Pupilla siede al capezzale del nipote e lo bacia con pressanti labbra a misurargli la febbre.
- Deve essere stato il caffè di San Basiluzzu Soprusceccu…a volte lo fa con chi non è del luogo.-
Commenta Pupilla col poliziotto che tenta di prodigarsi in cento modi tra ghiaccioli al gelso e lecca lecca al mandarino.
La febbre è a quaranta. La mente del giovane sciaborda fuori dal cervello, tenta rientrare invano dal lavandino del respiro, resta in sospensione come un miraggio nel deserto. A quarantuno urla:
- Dio è …Maestrale… Zeffiro…Tramontana…vento di famiglia, vento della nostra Famiglia…-
Pupilla, intuendo bene dove sta andando a parare, lo innaffia di rosolio e sostituisce prontamente il monologo del giovane con il suo:
- Dio è implacabile nell’impigliarsi nel potere dell’imponderabile e se ne impipa dell’infinito, anzi, lo prende tra parentesi e se lo mette proprio dove gli pare e piace…-
Colpito dalla aulicità della predica, ma senza nulla capire, il nipote si fa più sotto al viso della nonna, e cambiando tono e argomento:
- Madre Adalgisa mi preparò alla primina…sorella Gioia mi preparò alla Cresima…cugina Trudy mi preparò al sesso…ma… mia madre cosa cavolo faceva nel frattempo? -
- Nipote caro! - Risponde la donna, puntuale, con la punta acuminata della lingua a girare la vite spanata della storia.
- Devi sapere che la vita è un party meraviglioso in cui manca sempre il padrone di casa e troppo spesso lo Champagne…Si sa…chi ha il pane non ha i denti…e quei pochi che hanno il salmone si fanno le tartine o le penne per i fatti propri...Tornando a tua madre, devo ammetterlo, da sempre, fin dall’infanzia, come dire, fu scarsa di lievito…-
A questo punto Pupilla appare la vecchia che è. Piange ininterrottamente per un’ora e smette solo al fracicarsi evidente delle ossa. Poi riprende:
- Suo padre, tuo nonno, avrebbe, per l’amore che le portava, messo su una fabbrichetta di impacchi e cataplasmi…per farla felice… ma un ferale giorno arrivò tuo padre e se la legò al dito con un semplice cerotto. Ce la portò via, su al nord. Così noi, poveretti, rimanemmo soli. Si, tu dirai che avevamo altri sei figli. Ma queste cose le capirai soltanto quando sarai padre anche tu!
Successivamente venimmo a sapere che tuo padre s’era fatto impertinente e tracotante, e che soprattutto imperversava spudoratamente senza nessi tra i cessi del McDonald’s abbandonando sempre più spesso tua madre sui divani in esposizione all’Ikea..
Per tuo nonno temetti il peggio, s’era fatto impenetrabile nel volto e nella fondina. Quindi, disperata, mi decisi.
Insomma, chiesi a Don Cimino Della Chiaia Viola di intervenire.-
Brando, appena Celsius e Faranaith smettono di giocare a morra con i gradi del suo povero corpo, si trasferisce in poltrona e:
- Ma Don Cimino Della Chiaia Viola…se ben ricordo…non era…?-
- Si! Proprio lui! - Ribatte Pupilla stringendosi al nipote.
- Certo! Don Cimino esagerò, come sempre usava fare in questi casi. Trovò la soluzione che più gli era congeniale. In conclusione non avemmo più notizie di tuo padre. Tua madre però tornò a casa. In cinta di te.-
E guarda finalmente il nipote con occhi di nonna. Poi:
- Noi all’epoca eravamo molto poveri, tuo nonno oltre ai nostri sette figli, aveva anche quattro figli naturali, naturalmente un po’ qua, un po’ là, così riandai a parlare con Don Cimino, a chiedere il da farsi. Finchè tu nascesti ci accontentammo di otto pensioni di invalidità e sei assegni d’accompagno, ma poi, con la tua nascita, le esigenze aumentarono. Così Don Cimino aggiornò le nostre entrate con altre due pensioni di guerra e quattro assegni integrativi per ex-terremotati o alluvionati…non ricordo…Ci costruì una casa, ci comprò un’auto a testa...e quando tu nascesti volle che ti chiamassimo Brando Cimino. -
- Ma quello che dici è tremendo! – Urla Brando, come un sughero esploso a mezzanotte dell’ultimo dell’anno.
- Il peggio deve ancora venire.- Prosegue Pupilla:
- Seguirono gli anni in cui tuo nonno, per comprovare le invalidità dichiarate, dovette emigrare, recarsi in varie stazioni termali, viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, per sottoporsi ad indagini diagnostiche assai specialistiche, perfino in Svizzera andò e poi a Bruxelles. Finché, un triste giorno, un autartico, gli fece un aut-aut proprio difronte alla fermata dell’autobus. Fu troppo! Nonno gli sparò. E jella volle che all’autopsia trovassero proprio il suo autografo. La vita del povero nonno fu così disegnata dall’autocommiserazione, anzi di più. Fu definitivamente segnata da una mina. Fu in udienza che gli si spezzò per sempre l’autoritratto.
Don Cimino pagò i funerali, ma, per rimettersi dalle spese, pretese che io e tua madre andassimo a vivere da lui, insomma lo servissimo, ognuna a suo modo. Inoltre riuscì a farti partire militare a nove anni, per tenerti lontano dagli avvenimenti, divenuti oltremodo scabrosi. Insomma…che devo dirti?!
Tua madre, donna assai debole e indifesa, ne soffrì fino a morirne.-
Accorata, continua:
- Per me fu troppo! Comprendi? Quindi, per regolare una lunga serie di equivoci, io in persona, presi la decisione irrevocabile di uccidere Don Cimino.
Dalle nostre parti, tu ancora non lo sai, non è concepibile che una donna possa tanto da sola. Ferirebbe l’orgoglio maschile. Per cui nessuno mi incolpò. Insomma la passai liscia.
Soltanto Don Michele mi fu grato, per via di alcuni interessi che aveva sulle proprietà del morto. In seguito, qualche mese dopo, mi chiese la mano.
Io acconsentii, pur riducendo il consenso a quattro dita, sapendo ormai bene che nella vita bisogna sempre trattare. Lui, da signore che è, ci mise sopra tre smeraldi, due diamanti, quattro rubini. Adesso puoi ben capire l’origine della tua rapida e smagliante carriera militare. E vedrai che presto salirai ancora di grado! -
Pupilla, a questo punto, abbassa la voce, abbassa le serrande, scende dall’enfasi e dai tacchi. E solo per poco riprende:
- Devi sapere che per colpa di Michele, che sta agli arresti domiciliari… e ce ne vorrà ancora per molto, temo, ho dovuto limitare gli affari. Gli uomini, da queste parti, sono lenti a capire…a progredire. Sono retrogradi. Tu non sai, che vivi al nord! Lì ti ho mandato proprio perché evolvessi, come Padania comanda! Poi ti saprò dire.Ho in animo, per l’appunto, di studiare con te un progetto a cui penso da mesi…e che potrei affidarti volentieri…sempre dopo aver constatato la tua abilità a trattare certi argomenti. Ma adesso pensa a riprenderti!
Ah! Dimenticavo…mi sono permessa di predisporre il tuo trasferimento a Palermo, senza fretta, però, senza fretta…Hai tutto il tempo che vuoi per ambientarti e studiare come qui stanno le cose. –
Così dicendo gli rimbocca le lenzuola, lo scruta benevola ma sempre con occhi d’acciaio, ed esce tirandosi dietro l’uscio e un progetto.
- Non lo lasciare per un minuto soltanto! - Comanda al poliziotto seduto dietro la porta.
Quindi Pupilla percorre il lungo corridoio fino alla sala delle riunioni, dove in otto già l’aspettavano.

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