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Discorso sulla poesia di Wislawa Szymborska

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Pubblicato il 13/04/2011 16:06:35

Discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel

In un discorso, pare, la prima frase sempre la pi difficile. E dunque l'ho gi alle mie spalle... Ma sento che anche le frasi successive saranno difficili, la terza, la sesta, la decima, fino all'ultima, perch devo parlare della poesia. Su questo argomento mi sono pronunciata di rado, quasi mai. E sempre accompagnata dalla convinzione di non farlo nel migliore dei modi. Per questo il mio discorso non sar troppo lungo. Ogni imperfezione pi facile da sopportare se la si serve a piccole dosi.

Il poeta odierno scettico e diffidente anche e forse soprattutto - nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta - quasi se ne vergognasse un po'. Ma nella nostra epoca chiassosa molto pi facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto pi difficile le proprie qualit, perch sono pi nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo...
In questionari o in conversazioni occasionali, quando il poeta deve necessariamente definire la propria occupazione, egli indica un genere letterato o nomina l'altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un poeta viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri che sono con lui sull'autobus con una leggera incredulit e inquietudine. Suppongo che anche un filosofo susciti un eguale imbarazzo. Egli si trova tuttavia in una situazione migliore, perch per lo pi ha la possibilit di abbellire il proprio mestiere con un qualche titolo scientifico, Professore di filosofia suona molto pi serio.

Ma non ci sono professori di poesia. Se cos fosse, vorrebbe dire che si tratta d'una occupazione che richiede studi specialistici, esami sostenuti con regolarit, elaborati teorici arricchiti di bibliografia e rimandi, e infine diplomi ricevuti con solennit. E questo a sua volta significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta, sia pure riempiti di versi pi eccelsi ma che necessario, e in primo luogo, un qualche certificato con un timbro. Ricordiamoci che proprio su questa base venne condannato al confino il poeta russo, poi premio Nobel, Iosif Brodskij. Fu ritenuto un parassita perch non aveva un certificato ufficiale che lo autorizzasse ad essere poeta...

Anni fa ebbi l'onore e la gioia di conoscerlo di persona. Notai che a lui solo, tra i poeti che conoscevo, piaceva dire di s poeta, pronunciava questa parola senza resistenze interiori, perfino con una certa libert provocatoria. Penso che ci fosse dovuto alle brutali umiliazioni da lui subite in giovent.

Nei paesi felici, dove la dignit umana non viene violata con tanta facilit, i poeti ovviamente desiderano essere pubblicati, letti e compresi, ma non fanno molto, o comunque assai poco, per distinguersi quotidianamente fra gli altri esseri umani. Ma fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava per sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perch, a dire il vero, solo questo conta.

E' significativo che si producano di continuo molti film sulla biografia di grandi scienziati e grandi artisti. Registi di una qualche ambizione intendono rappresentare in modo verosimile il processo creativo che ha condotto a importanti scoperte scientifiche o alla nascita di famosissime opere d'arte. E' possibile mostrare con un certo successo il lavoro di taluni scienziati: laboratori, strumentazione varia, meccanismi attivati riescono per un po' a catturare l'attenzione degli spettatori. Ci sono inoltre momenti molto drammatici in cui non si sa se l'esperimento ripetuto per la millesima volta, solo con una leggera modifica dar finalmente il risultato atteso. Possono essere spettacolari i film sui pittori possibile ricreare tutte le fasi della nascita di un quadro, dal tratto iniziale fino all'ultimo tocco di pennello. I film sui compositori sono riempiti dalla musica dalle prime battute che l'artista sente in s, fino alla partitura completa dell'opera. Tutto questo ancora ingenuo e non dice nulla su quello strano stato d'animo popolarmente detto ispirazione, ma almeno c' di che guardare e di che ascoltare.

Le cose vanno assai peggio per i poeti. Il loro lavoro non per nulla fotogenico. Una persona seduta al tavolino o sdraiata sul divano fissa con lo sguardo immobile la parete o il soffitto, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d'ora ne cancella uno, e passa un'altra ora in cui non accade nulla... Quale spettatore riuscirebbe a reggere un simile spettacolo?

Ho menzionato l'ispirazione. Alla domanda su cosa essa sia, ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perch non abbiano mai sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo un altro. Non facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo.

Anch'io talvolta, di fronte a questa domanda, eludo la sostanza della cosa. Ma rispondo cos: l'ispirazione non un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C', c' stato e sempre ci sar un gruppo di individui visitati dall'ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro pu costituire un'incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficolt e le sconfitte, la loro curiosit non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L'ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante non so.

Di persone cos non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurasi da vivere, lavora perch deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro. Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perch comunque non a tutti accessibile, una delle pi grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.

Posso dire pertanto che se vero che tolgo ai poeti il monopolio dell'ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dalla sorte.

A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l'aiuto di qualche slogan, purch gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altres con zelante inventiva. D'accordo, loro sanno. Sanno, e ci che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosit per nient'altro, perch ci potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi pi estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, pu addirittura essere un pericolo mortale per la societ.

Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: non so. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto non so, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta non so sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attivit, peraltro onesta. Ma si ripeteva non so e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.

Anche il poeta, se vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso non so. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere gi lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d'una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perci prova ancora una volta e un'altra ancora, finch gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di s, chiamandole patrimonio artistico...

Mi capita di sognare situazioni irrealizzabili. Nella mia temerariet immagino ad esempio di avere l'occasione di conversare con l'Ecclesiaste, autore di un lamento quanto mai profondo sulla vanit di ogni agire umano. Mi inchinerei profondamente di fronte a lui, perch si tratta almeno per me- di uno dei poteri pi importanti. E poi gli prenderei la mano. Nulla di nuovo sotto il sole hai scritto, Ecclesiaste. Per Tu stesso sei nato nuovo sotto il sole. E il poema di cui sei autore anch'esso nuovo sotto il sole, perch prima di Te non lo ha scritto nessuno. E nuovi sotto il sole sono tutti i Tuoi lettori, perch quelli che sono vissuti prima di Te, dopotutto non hanno potuto leggerlo. Anche il cipresso, alla cui ombra stavi seduto, non cresce qui dall'inizio del mondo. Gli ha dato inizio un qualche altro cipresso, simile al Tuo, ma non proprio lo stesso. E inoltre vorrei chiederti, o Ecclesiaste, che cosa intendi scrivere, adesso, di nuovo sotto il sole. Qualcosa con cui contemplerai ancora i Tuoi pensieri, o non sei forse tentato di smentirne qualcuno? Nel Tuo poema precedente hai intravisto la gioia- che importa se passeggera? Forse dunque di essa che parler il Tuo nuovo poema sotto il sole? Hai gi degli appunti, degli schizzi iniziali? Non credo che dirai: Ho scritto tutto, non ho nulla da aggiungere. Nessun poeta al mondo pu dirlo, figuriamoci un grande come Te.

Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensit e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali ( di uomini, animali, e forse piante, perch chi ci d la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono gi cominciati a scoprire pianeti ( gi morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo s il biglietto d'ingresso, ma con una validit ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo esso stupefacente.

Ma nella definizione stupefacente si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ci che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovviet a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunch.

D'accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: mondo normale, vita normale normale corso delle cose... Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c' pi nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.

A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare.

7 dicembre 1996


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