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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La morte di Gaetano

di Valeria Borgia
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Pubblicato il 21/04/2012 12:39:03

UN CAPITOLO DEL ROMANZO “LA TRASGRESSIONE”, di Valeria Borgia, edito da Proposte Editoriali


Premessa: Gaetano è un personaggio secondario del romanzo “La trasgressione”, di Valeria Borgia. E’ innamorato di Beatrice, sorella di Claudia, personaggio principale del romanzo. E’ un amore infelice, in quanto non corrisposto.
Viene richiamato alle armi (siamo ai tempi della seconda guerra mondiale) e viene inviato in Albania. Riesce a farsi rimpatriare, insieme a due suoi superiori di grado, di cui ha conosciuto la fede antifascista e chiede loro di farlo “arruolare” tra elementi antifascisti di Milano.


……

Tra le nebbie mattutine più o meno fitte ma ancora piuttosto fredde di quell’aprile, su una strada secondaria dell’entroterra milanese, avanzava scoppiettando un furgoncino scoperto, traballante, alla cui guida era Gaetano, infagottato in un cappotto troppo grande per lui, regalatogli da uno dei suoi recenti amici e calzando stivaloni impermeabili, guanti e berretto di lana: l’occupazione presente ed il clima, infatti, lo costringevano a quell’abbigliamento per lui insolito. Doveva girare di notte e appena faceva chiaro con quell’automezzo lento e precario doveva arrivare nei centri più importanti della zona, dove lasciava, in luoghi prestabiliti, pacchi di copie dell’Unità fresche di stampa nascoste dentro balle di fieno poste sul furgoncino. Ogni balla poteva contenere un centinaio di copie e Gaetano consegnava tutto insieme, fieno e giornali, agli indirizzi pattuiti. All’apparenza era un contadinotto che andava a portare il foraggio agli allevatori del posto ed era fornito naturalmente di documenti ben falsificati. Si era anche industriato a parlare con quella intonazione lombarda che del resto somigliava abbastanza alla veneta, a lui nota. Fischiettava, quella mattina, un motivetto in voga e pensava. La sua vita fino a non molto tempo prima era stata una vita sprecata. Vaghi gli ideali, molti gli sbagli, i cedimenti. Ed ora, che fare? Era quello il suo destino, rendersi parte attiva nel rivolgimento prossimo degli eventi politici? Entrare nella storia, in un modo o nell’altro, viverla sul serio e magari morire, assicurandosi così l’eternità, il ricordo del passaggio sulla terra. Forse, pensava, è la segreta speranza di tutti, questa: ribellarsi alla morte, essere qualcuno per vincere l’inevitabile. Mancavano ancora due o tre chilometri, pensò, per giungere alla prima meta, un casolare da cui poi si diramavano altri collegamenti: lì avrebbe dovuto lasciare tre balle di fieno, ossia trecento copie del giornale. A Milano si erano avuti prima gli scioperi tanto attesi ed anche Gaetano era stato “arruolato” per il volantinaggio clandestino e per la sorveglianza all’entrata della Falk. Se l’era cavata fortunosamente al momento della reazione fascista. Poi la vita era ripresa con il ritmo di prima, ma era aumentata la tiratura del giornale, grazie ad una nuova tipografia, che si trovava in campagna, in un casolare contadino. Lì aveva conosciuto Mara, una bella ragazzotta lombarda, che subito si era invaghita di lui e, in un certo senso, lo aveva sedotto, prendendo lei l’iniziativa. Tra una consegna e l’altra del fieno e delle copie del giornale, con i rischi che tutto ciò comportava dato che i fascisti e i tedeschi battevano la zona di giorno e di notte, i due avevano approfondito sempre più la loro conoscenza, nascosti dietro i covoni nel vasto fienile. Gaetano, poi, felice ma stanco e cosparso di fieno in tutto l’abito, si metteva alla guida del furgoncino e, data la spossatezza, non si accorgeva di buche e sconnessioni della strada, che prendeva quasi tutte, perdendo un po’ di fieno lungo la via, come una scia attestante il suo passaggio. Pensando a Mara, tra gli altri ragionamenti che andava facendo, si diceva che era sì, quella, una “compagna” facile e allegrona, ma che si comportava con naturalezza, avendo nello sguardo quella sincerità e quell’abbandono vero che nessun’altra donna gli aveva mai dimostrato. Era quello il vero amore, concludeva tra sé, altro che sogni e illusioni… Nemmeno Gloria era sincera e amante autentica come Mara. Ah, se fosse stato catturato, si ripromise, il suo ultimo pensiero sarebbe andato a lei, a Mara la bruna, l’ultimo amore, quello vero. Ma ora voleva vivere, proprio perché aveva trovato quest’altro aggancio alla vita…
Mentre rifletteva assorto, fischiettando, ecco che una grossa moto gli si avvicinò rombando. Gaetano impallidì. Eccolo arrivato al momento cruciale, dunque. Tutto era andato troppo liscio finora. Dalla moto vide protendersi un braccio e una paletta. Doveva fermarsi, inutile opporsi, era un poliziotto, naturalmente armato.
“Fermo!”
“Va bene, eccomi”. Fermatosi, Gaetano discese.
“Documenti”,
Gaetano glieli porse. Il poliziotto controllò attentamente. Sembrava tutto in ordine. Ma era un pignolo:
“Dove sta andando?”
“Alla fattoria ad un chilometro circa da qui”.
“L’accompagno”.
Si avviarono entrambi. Gaetano si sentì in serio pericolo, a quel punto. Che cosa aveva potuto insospettire il poliziotto? Il suo aspetto? Eppure si era ben camuffato da contadino e aveva mostrato tutti i documenti, anche il finto congedo per malattia… Perfino la barba lunga e i calli che si era fatto venire alle mani manovrando la forca a formare le balle di fino, anche quella ruvidezza attestava il suo nuovo stato di contadino… Tutto era stato studiato ma, si sa, c’è sempre qualcosa d’imponderabile, di poco o niente probabile, magari, che capita o che si tralascia, perfino nei piani più accurati… Che cosa poteva essere stato? Gli venne, nonostante tutto, un sorrisetto sardonico alle labbra, mentre si avvicinavano sempre più al casolare: a che valeva, dopo tutto, recriminare? Contro il destino non si può far nulla: ora che gli sembrava di aver trovato un senso alla vita, ora che ne possedeva anche l’aggancio sentimentale, Mara, oltre a quello ideologico, ora, soltanto ora poteva essere arrivata la fine. “E’ logico – pensò – Deve essere così. Meglio prenderla filosoficamente. Dopo tutto, chissà, forse me la caverò ugualmente. Devo mostrarmi sicuro di me, spavaldo”.
Ecco il casolare, ecco Ambrogio, il compagno fattore, ecco il viso di lui preoccupato nello scorgere il poliziotto, ecco poi su quel viso l’espressione noncurante, a nascondere la preoccupazione. Ecco i cani abbaiare a più non posso.
“Ciao, Ambrogio, come la va?”
“Bene, bene, Guido. Il tempo è quello che è, si sa… Scarica pure”.
Gaetano scese e scaricò le tre balle di fieno.
“Ti aiuto a portarle…”.
Intanto, anche il poliziotto era sceso dalla moto e osservava la scena. Ambrogio si caricò due balle su un carrettino e Gaetano si mise l’altra sulle spalle e si avviarono al fienile. Scaricatele, si avvicinò loro il poliziotto.
“Come mai solo tre balle? Quante mucche ha?”
“Due mucche ed un cavallo”.
“Le bastano?”
“Mi faccio portare il fieno ogni tanto. Preferisco così. Alle bestie piace il fieno fresco”.
“Capisco…”.
Il poliziotto era perplesso. Gli sembrava che fosse più naturale riempire il fienile. E poi, tutto quel fieno perduto per strada… come se non fosse al fieno che veramente tenessero, quei due… Ecco, ci vedeva poco chiaro. Dette un calcio ad una balla e sentì il piede urtare contro qualcosa di duro. Subito, allora, pose mano alla rivoltella e:
“Aprite una balla!”
Ambrogio e Gaetano erano titubanti. Se avessero previsto la mossa del poliziotto, sarebbero corsi a ripari, ma ormai… era stato tutto fulmineo. Minacciato dall’arma, Ambrogio tolse il legaccio alla balla di fieno. Ne uscì il pacco dei giornali. Finsero sorpresa, ma il poliziotto non ci cascò. Ordinò loro di aprire le altre due balle e ne uscirono altri due pacchi di giornali. A quel punto, sempre con l’arma in mano, ordinò loro di camminare lungo la via, con lui dietro sulla moto. Dopo un quarto d’ora di cammino, arrivarono in una piccola frazione. Di lì il poliziotto telefonò al comando. L’urlo della sirena fece accorrere i pochi abitanti del paesino, che assistettero all’arresto dei due contadini, spinti nell’auto in malo modo. Si erano formati due capannelli di gente che parlava vivacemente, cercando di capire ciò che era successo.
“Circolare, circolare…”, gridò il poliziotto motociclista.
Auto e moto si diressero a Milano. Vi arrivarono che ormai il sole era alto, dovevano essere le dieci, pensò Gaetano. Sempre a spintoni furono condotti dal direttore di San Vittore. Subito cominciò l’interrogatorio, ma i due non parlavano, fingevano sempre di non saper nulla di quei giornali nascosti nel fieno. Fu promessa loro la libertà appena avessero fatto dei nomi. Gaetano chiese spavaldo:
“Ma i nomi di chi? Siamo semplici contadini e basta!”. L’aria sicura di Gaetano, che non aveva voluto dire da dove provenisse il fieno, mandò in bestia il direttore.
“Ah, non vuoi dire niente, eh? E ti permetti di fare lo sfrontato? Allora, occorrono mezzi più convincenti…”.
E lo fece portare in una cella nel sotterraneo.
Ambrogio, invece, fu rilasciato, apparentemente senza ragione. Infatti, il direttore aveva chiamato il poliziotto motociclista e gli aveva ordinato di riaccompagnare il contadino al casolare, sequestrare i giornali e lasciarlo libero. Il poliziotto si era meravigliato:
“Ma, come? Perché?”
“Da quell’altro, se ho ben capito, non sapremo nulla… Questo, è diverso. Lo terremo sotto controllo e prima o poi si tradirà…”.
Poi il direttore andò nella cella sotterranea, a controllare l’interrogatorio, si fa per dire, di Gaetano.
“Be’?”
“Procede… ma non dice niente”, borbottò il maresciallo addetto a quel compito.
“Vabbe’, continua”.
Il volto di Gaetano era tumefatto. Stava rannicchiato in un angolo della cella.
“Aumento?”, chiese il maresciallo, perplesso.
“Fa’ tu”.
Quel maresciallo sera noto per saper dosare bene i “mezzi convincenti”, ci si poteva fidare di lui. Dopo un po’, il direttore tornò a verificare.
“Allora?”
“Ha detto che lui lo è. Ma non parla di altri”.
Gaetano era irriconoscibile, una maschera assurda.
“Aumento?”, chiese di nuovo il maresciallo, titubante.
“Vedi tu…”, bisbigliò il direttore e se ne ritornò su, nel suo ufficio. Da un cassetto tirò fuori una bottiglietta di acquavite e ne bevve tutto d’un fiato un bicchierino. Che momentacci, quelli, quando doveva prendere quelle decisioni… ma il maresciallo sapeva a che punto fermarsi, dopo tutto…
Nel sotterraneo, Gaetano era al limite. Non vedeva più, ogni tanto solo intravedeva delle ombre che si muovevano sopra di lui, da quelle fessure che erano ormai divenuti i suoi occhi… Calci, pugni, botte sulla testa… a quando il colpo di grazia?
“Parla, disgraziato, non farmi continuare, non voglio finirti…”
“Fa’ presto, invece, finisci l’opera…”, Gaetano riuscì a mormorare a stento.
“Parla!”, gridò esasperato il maresciallo, accompagnando il grido con un pugno ben assestato e un calcio altrettanto a segno.
Gaetano stramazzò lungo a terra. Ecco, si sentì leggero, improvvisamente. Non più dolori lancinanti, non più quel bruciore insopportabile agli occhi… Stava camminando, leggero, su un prato soffice d’erba, bellissimo e ondulato e incontro a lui qualcuno procedeva, altrettanto lieve, come in un sogno… bella, bellissima, bionda e vaporosa e gli protendeva le braccia, gli sorrideva…
“Bella, bella…”, mormorò, rapito. “Beatrice… Beatrice…”.
E rimase così, con quelle fessure tumefatte intorno aperte, a rimirare quella visione, con un sorriso felice sulle labbra gonfie, mentre un rivoletto di sangue gli scivolava pian piano da un orecchio.
Il direttore scese di nuovo a controllare.
“Bestia, bestia che non sei altro… Che hai fatto?”, urlò alla vista di Gaetano.
“Non so, ho continuato… Deve aver urtato contro lo stipite, non me ne sono accorto…”. Il maresciallo, suo malgrado, era turbato.
“Stavolta non sei stato attento abbastanza. Ora, non rimane altro che pulirlo, metterlo un po’ meglio e poi… impiccalo, come se ci avesse pensato da solo…”.
“Dove?”
“Come, dove? Nella cella di quegli altri due, quei sovversivi delle manifestazioni… alle sbarre della finestra… quando vanno all’aria. Lo troveranno lì”.
“Va bene”.
Si parlò molto dell’impiccato, tra i prigionieri. Chi era? Ed era chiaro come il sole che non si era impiccato, ma che lo avevano seviziato, ucciso e poi approntato quella macabra messinscena. Ma chi era quel poveretto, quell’eroe? La notizia trapelò, poi. Ambrogio e gli altri vennero a sapere della morte di Gaetano. Ed anche Gloria fu avvisata. E le poesie furono messe in un cassetto da Umberto, in attesa di poter vedere la luce, a guerra finita. A piangere veramente la morte di Gaetano, però, fu soltanto Mara, l’umile contadina, che l’amato, nonostante i propositi, non aveva neanche ricordato, prima di morire.

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