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Storia di Luna

di Giulia Archer
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Pubblicato il 16/04/2012 12:31:18

Luna era nata in un letto di ottone, quello stesso che avrebbe accolto lagonia del nonno, nella stanza sopra il tinello della casa della nonna.  Dopo due mesi nel ventre di sua madre aveva tentato invano di tagliare la corda, ma poi era stata il parto pi facile di cinque. Eri lunga e stretta come una salsiccia.
Per quella grande casa in cima alla collina, per il giardino, lalbero di Giuda, i pulcini, i cani, le scalette che scendevano fino in citt, aveva conservato una calma e intangibile passione.  Era il luogo delle origini, il corrispondente sentimentale e arcano del luogo del compimento, dove si trovava ora.
Due luoghi in cima a una collina, dominanti la citt o la valle, intrecciati nel tempo da un medesimo sentimento di nostalgica appartenenza.
Il tinello, adiacente alla grande cucina dove i bimbi erano male accetti, stava al centro della casa e della vita, come ora era il centro della casa quella grande cucina illuminata solo dal fuoco nel camino.
Al centro del tinello della nonna, unimmensa tavola coperta da una tela incerata scozzese nei toni vecchio crema e rosa stinto, accoglieva tutta la famiglia per i pasti, le partite di scala quaranta, la lettura, le chiacchere, i litigi.
Solo il nonno loccupava in permanenza, fino a tardi la sera, seduto a capotavola col suo mazzo di carte appiccicaticcio di sudiciume accumulato in anni di solitari sgranati lentamente, ora dopo ora.
Era il suo rosario personale, la sua droga per sopportare la vita, semi-paralizzato dallarteriosclerosi che la medicina di allora non aveva ancora sufficientemente isolata dal resto dei malanni per curarla efficacemente.
Quando usciva raramente e solo il mattino attaccava la salita con una lentezza sconcertante per andare al paese, a bere laperitivo al bar. I bimbi, naturalmente sadici, lo chiamavano dalla porta di casa solo per vederlo girare lentamente su se stesso (non poteva torcere il busto) e sentirlo gridare Cosa?. Niente, niente nonno! e scappavano in casa ridendo.
Dal giardino della nonna una scala stretta di pietra affiancata da una siepe di lavanda alta e diritta portava gi al giardino delle zie, che erano in realt cugine, e abitavano destate e le feste comandate una casetta magica di vecchi mobili ottocenteschi di poco valore perch quelli belli stavano a Milano. La casa si chiamava La Quiete.
La casa della nonna aveva due terrazze immense: una davanti alla cucina, al tinello, alla sala da pranzo; laltra davanti al corridoio dei ritratti e al salotto chiuso. Le due terrazze erano congiunte da un terrazzino pi piccolo, davanti al vestibolo che una vetrata gigantesca affacciava al cielo e alla citt, in basso. I ritratti erano quelli di DAnnunzio in piedi accanto a un aeroplano e altri personaggi pi o meno famosi che avevano offerto fotografie con dedica al nonno. Di fronte ai ritratti, su una parete cieca, troneggiava una cassaforte.
Il nonno costruiva aeroplani. Indirettamente, sintende, visto che non poteva camminare. Luna l'ha visto alcune volte partire per il lungo viaggio dal tinello al telefono nel corridoio dei ritratti con in mano dei foglietti di velina colorata azzurra o gialla fitti di scrittura minuscola.
Nel tinello, in alto, verso strada, cera una finestra protetta da una griglia (contro i ladri) che serviva a battere tre colpi contro il vetro per avvertire chi si trovava in tinello che si stava arrivando.
Dal tinello una scala di legno ripida e buia saliva nella stanza dove Luna era nata, dove il nonno morto.
Il nonno stato il primo morto che ha visto. Dormiva. Solo la quantit di gente che circolava per casa dava limpressione di un evento straordinario.
La vera tragedia, sono stati i ladri. Una mattina un vai e vieni inusitato di zie, zii, cugini, nipoti avvolgeva rumorosamente la nonna in lacrime: la notte cerano stati i ladri e adesso la nonna doveva disegnare per la polizia tutti i gioielli rubati. Non ne ha pi rivisto uno. Tuttora Luna non sa quanti fossero, come fossero, se fossero antichi e preziosi. Ma dalle lacrime della nonna si direbbe di si.
Oltre il cancello del giardino, uno spiazzo di ghiaia serviva a girare la macchina, altrimenti eri li per sempre! Perch la stradina che portava gi alla casa era talmente stretta che Luna chiudeva gli occhi dalla paura che si sfiorasse il muretto e al dil del muretto il vuoto. La nonna aveva circondato di fiori lo spiazzo, zinnie multicolori, iris e margherite se no triste e in fondo a sinistra, davanti alla porta del pollaio, chiudeva la vista dalla strada una siepe di mahonie spinose da cui ogni anno per la festa dei morti si coglievano rami fioriti da portare al cimitero dove la tomba del Checco, morto a dodici anni di setticemia per un errore diagnostico, non aveva lapide, ma solo uno strato di ghiaietto che la nonna teneva pulito strappando diligentemente a ogni visita minuscoli fili derba e chiazze millimetriche di muschio. Bisogna tenerla pulita diceva, come del suo tinello dove tutti, ridendo, dicevano che si poteva mangiare per terra.
Lo spiazzo oggi un prato allinglese, anonimo, uniforme, n  fiori n pietra.
La sua prima sberla Luna lha presa dalla zia, quella vera, sorella della mamma, e non ricorda perch. Ma non ha avuto uninfanzia di sberle. Di quelle fisiche, per lo meno. Quelle cosiddette morali erano invece frequenti ma a un certo punto deve essersi detta che questo era il mondo, questa la vita. Partiva nei sogni e guariva.
A Natale era festa grande: pranzo, messa, giochi di societ. Alla roulette, il suo numero era il 22 nero e i fagioli che vinceva erano veri soldi. La tombola era il gioco riservato a momenti di noia, a giorni piovosi o di gran caldo, in un tentativo disperato di renderli festosi.
In giardino passeggiavano liberamente galline e pulcini e un giorno, Luna doveva avere sei anni, ne ha schiacciato uno, inavvertitamente. Ma il senso di colpa e lorrore di quellesserino schiacciato hanno messo radici.
Lo zio aveva spesso mal di denti e la guancia gonfia e la nonna gli metteva la pappina di lino bollente. Aleggiava in permanenza sullo sfondo il dramma di come lo zio guadagnasse dei soldi. C stato un periodo che vendeva calze di nylon alle impiegate negli uffici. Poi diventato agente di cambio, agli ordini del cugino gi affermato nel campo. Non si sa se sia mai diventato ricco, ma si sposato e ha fatto sloggiare le zie dalla casetta per farne la sua. Luna ha pianto.
La nonna era molto bella e infelice e le due cose si erano corrotte in una viscerale mania della pulizia. Anche quando sono andati a vivere altrove, tornavano sempre dalla nonna destate, a Natale, a Pasqua.
A sei anni era la pi alta della classe e desiderava ardentemente sprofondare sotto terra. Una maestra materna ma terrificante le ha tirato un giorno un calamaio. La macchia sul grembiule bianco si allargava come sangue. Era la scuola pubblica ed era in prima elementare. Poi  andate dalle suore, cinquanta metri pi in l, accanto alla chiesa.
Nellaula di terza cera una finestrina che dava direttamante sullaltare. Suor Maria Clara parlava bene e con calma, guardandole la bocca a Luna veniva sempre in mente il riso in bianco. Aveva le mani piccole, asciutte e giocava sempre con un elastico mentre spiegava a venti bambine sperdute gli arcani della nostra civilt.
Lora di cucito era un incubo e in cortile cantavano questa la storia del serpente che vien gi dal monte per ritrovare la sua coda che aveva perso un di.. e poi facevano le scenette. Cio le altre bambine le facevano, lei cercava al massimo di evitare. Ha sempre cercato di evitare di fare le scenette. Era pi portata per le vere scenate: ribellione radicale alla bicicletta, che la terrorizzava. Urla e pianti di infelicit ignota.
Dopo lo zio col mal di denti si sposato anche lo zio ricco agente di cambio, gi anziano ma arzillo. Si sposato con la migliore amica di sua sorella, che conosceva da quando erano bambini. Chiss cosa gli ha preso, dopo una vita da scapolo in casa con due sorelle, una matta e una maestra di pianoforte. Il pianoforte laveva studiato anche Luna, fino ai dieci anni: poi limpazienza ha preso il sopravvento e ha rinunciato. La zia organizzava in casa il saggio di fine anno con rinfreschi e genitori a non finire. Ha partecipato una volta, forse due, con grande sofferenza e umiliazione, perch gli altri bambini erano tutti figli di ricchi, mentre lei portava i vestitini regalati a pap dalle sue allieve, madri di bambole viziate che crescendo avevano diritto al vestitino nuovo.  Una volta il saggio lhanno organizzato nella sala Verdi del Conservatorio, ma solo per i grandi. La zia spiava da dietro la tenda le reazioni del pubblico e per Luna, come ogni maestra, indossava il grembiule nero. Anni dopo le stato detto che non era un grembiule, ma un abitino da sera. Per lei restava un grembiule. Del resto alcuni allievi della zia suonavano proprio bene, soprattutto la Polonaise di Chopin.
Quando arrivata la televisione, la nonna ha preso labitudine di guardarla per addormentarsi: ultima barriera contro il dolore e lo strazio di un senso di colpa inconfessabile.  La nonna sempre stata una supercorazzata, solo che ogni tanto piangeva o le sfuggiva una carezza, come un lapsus.
Con la televisione le serate sono diventate tristi: Luna non  giocava pi a scala quaranta in braccio alla zia. A Milano si andava tutti a vedere Lascia o Raddoppia? dallingegnere del terzo piano. Poi la zia ha comprato la televisione al sesto piano cosi si poteva guardare Carosello e il Telegiornale e anche il Festival di San Remo. Lindomani Luna si addormentava in classe e gi alle undici sveniva dalla fame perch per riuscire a mangiare un panino durante lintervallo bisognava prima sgomitare nella coda di ragazzi eccitati, affamati, urlanti. Rientrava in classe con la testa piena di sogni damore. La fuga in avanti, insomma. Piano piano costruiva il suo altro mondo. In versi. In musica. La realt, quella consensuale, non ne sapeva granch.
Un "Ultima Cena" popolata di vescovi e dottori della chiesa, con tre teste di re sotto il tavolo, un gatto e un frate che porta del pane, sovrastava il grande tavolo ovale di onice della sala da pranzo della zia: per anni ha assistito al loro pasto del giovedi alluna in punto e ora assiste ancora ai pasti di questo altro mondo. La zia beveva a tavola un solo bicchiere di Barolo, sempre quello e solo quello, e mangiando sospirava che fatica...che fatica.... morta soffocata da quella fatica, di mangiare e di vivere. Forse ha avuto un giorno di felicit, oggi nella gioia, il suo diario acido e amaro. Luna scappava spesso a casa della zia, spaventata da un padre collerico e ipersensibile. Anch'egli oggi nella gioia.
Il primo dolore violento Luna lha provato unestate a Cavi di Lavagna in una casa affittata per le vacanze: la mamma picchiava il suo fratellino di due anni, forse meno, seduto sul vasetto, perch non faceva.
In Francia usano tutti lespressione a va? per chiederti come stai. Era la domanda rituale fatta al Re di Francia per sapere se era andato di corpo.
Attraversando il giardino pubblico per andare a scuola, a undici anni, Luna ha intravisto il primo sesso maschile tra le falde dellimpermeabile di un esibizionista: grosso, violaceo, orrendo.
Nel giardino della nonna, come in tutti i giardini reali, non si vedono mai le rose e le viole di Leopardi. Le rose fioriscono sempre dopo le viole, o anche: le viole fioriscono prima delle rose. Del resto non ricorda che ci fossero rose nel giardino della nonna, mentre di viole era pieno il prato in ombra sotto lalbero di Giuda.
La donzelletta vien dalla campagna,
in sul calar del sole,
col suo fascio dellerba; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, al di di festa, il petto e il crine.
Il primo desiderio sessuale, quello che supposto dar fuoco alle polveri, inondare il ventre di calore, far perdere la testa alla vista dellamato, ebbene, Luna lha provato al cinema, guardando La ragazza con la valigia. Non era Jacques Perrin loggetto del suo desiderio, ma la situazione rappresentata nel film: la spiaggia, la musica, la purezza, linnocenza, la bellezza. La sensazione l' ha sorpresa allora, con la sua imprevedibile violenza, e la sorprende tuttora. La domenica, tutte le domeniche, pap cucinava: ossobuco o pollo, pollo o ossobuco. A volte invitava qualcuno: un gesuita spretato, uno studente di architettura, un padre di famiglia numerosa e cattolica, il vicino del settimo piano. Mai donne. La mamma non cera gi pi. Aveva abbandonato marito e figli per seguire un uomo semplice e buono, al quale era poi rimasta fedele per il resto della sua vita.
Oggi Luna non ricorda di aver provato rancore, solo un'infinita tristezza che avrebbe poi intessuto la trama di un'indicibile nostalgia, l'ordito essendo quel mondo immaginario dove solo cio' che bello esiste veramente, dove non c' il tempo e il cuore conserva, commosso fino alle lacrime, tutte le cose belle in un immobile presente.
 La nonna era stata trovata priva di sensi sul pavimento della cucina: probabilmente era li' da ore e ha trascorso gli ultimi tre anni della sua vita immobile in un letto approntato per l'occasione nel salotto buono. Cosi' quella stanza proibita e sempre chiusa servita infine a qualcosa. Tre anni a brontolare che la vicina, pi vecchia di lei, "guarda come sta bene!" e a costringere chi l'assisteva a scacciare le mosche dal suo volto.  
Una volta che Luna, giovane donna ormai, era in visita dalla nonna ammalata, la zia le fece provare alcuni splendidi abiti appartenuti nonna prima che lo fosse, negli anni '30 e '40, tutti fatti su misura dalla sarta, mousseline e seta, ricami e drappeggi.  E vedendole addosso quegli abiti la nonna pianse la sua giovinezza mormorando tra le lacrime "Ti sta bene, ti sta bene".
Questo pianto si aggiunse al pulcino morto schiacciato, in un grumo di tristezza e senso di colpa.

(continua)


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