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‘Il Racconto dei Racconti’ – un film di Matteo Garrone

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 18/05/2015 10:18:06

‘Il Racconto dei Racconti’ – un film di Matteo Garrone

 

Scusate, mi sono perso nella lentezza del film che, per ovvie ragioni, non essendo né un thriller, né un vero e proprio film dell’horror, anche se molto è permesso in questo senso, non poteva svendersi alla 'dinamicità' degli effetti speciali all'americana; ma che bensì, essendo una raccolta di fiabe popolari, va con sé che necessitava di uno svolgimento più sobrio. Sì, però, non mi aspettavo tanto indugiare nelle immagini, tali che in certi momenti si esce da un labirinto per entrare in un altro senza possibilità di soluzione. Vuoi perché la sala cinematografica solo quelle uscite di sicurezza, vuoi per certe sequenze buie, non sono riuscito a scappare che attraverso lo schermo. E lo schermo come si sa, rapisce nei suoi costrutti, in questo caso tutti reali, di luoghi stregati, o forse meglio dire ‘fatati’, che appartengono al regno pur 'autentico' della fiaba, della magia, dell’incantesimo, d’appartenenza a quella superstizione popolare che Giambattista Basile raccolse in forma narrativa nel suo ‘Pentamerone’ negli anni dal 1634 e il 1636 e conosciuto anche come ‘Lo cunto de’ li cunti’ in dilaetto napoletano, poi tradotto in italiano da B. Croce.

Gli stessi luoghi, questi in cui è stato girato il film, che la fantasia popolare da sempre addita come extrasensoriali, dedicati e rimaneggiati dal volere di una qualche mano oscura, diavolesca o fatata che li ha trasformati nella loro origine naturale. Anche lì dove è insita la mano dell’uomo, a causa di accadimenti oscuri. O almeno sappiamo che è stato così per il Bosco di Sasseto nel Lazio, le Cave di Grosseto in Toscana, le Grotte dell’Alcantara e  il Castello di Donnafugata in Sicilia, i palazzi di Gravina e Mottola e lo stupendo e misterioso Castel del Monte in Puglia. Nulla da ridire sulla scelta, tutti stupendamente belli e ‘orrifici’ che pur sono parte di un eredità culturale nostrana, in quanto luoghi di una certa Italia 'misteriosa' cui si deve la forte impronta pagana e idolatra della tradizione nostrana, certamente più antica di quanto si pensi e che in qualche modo va difesa. Nonché atipica perché appartenente alla cultura ‘sotterranea’, in entrambi i sensi che si vogliano attribuire a questa parola, con la quale è ancora oggi è molto sentita la convivenza.

Realtà ‘altra’ che non poteva disconoscere Matteo Garrone, lui campano con alle spalle un film come “Gomorra” 2008 (vincitore di tutti i premi possibili), girato nei quartieri febbrili della Napoli diseredata, ma anche la più schietta e ‘verace’, cresciuto con le fiabe di Basile che si raccontano ancora oggi in lingua napoletana la sera, per far scappare a letto ‘li peccerille’ che ne provano paura. Quel Garrone che certamente ha seguito l’evolversi de “La Gatta Cenerentola” del 1976 di Roberto De Simone, elaborata in musica sul testo di G. Basile, poi ripresa e trasformata dai più grandi favolisti come i tedeschi Grimm e il francese Perrault; e che a un certo punto, almeno nell’intento di G. Basile, spaventa nella trama per una matrigna perversa e minacciosa, come solo gli occupatori stranieri di Napoli in realtà a suo tempo lo erano.

Allora ecco come nel testo di Basile, carico di quella lingua napoletana quasi ‘senza tempo’ che si presta a ogni trasformazione ‘sapiente e dotta’ che in certi strati della cultura rimane immutata nei secoli. Sì, può cambiare d’abito, può sostituirsi di lingua che pur tuttavia rimane una, diversa da tutte le lingue, a formare un mondo diverso, quello della ‘fiaba’ appunto, carica com'è di paure, di amore e di odio, di violenze fatte e subite allo stesso modo da sempre. Come ha scritto De Simone: «Quelle di un altro modo di parlare, non con la grammatica e il vocabolario, ma con gli oggetti del lavoro di tutti i giorni, con i gesti ripetuti dalle stesse persone per mille anni così come nascere, fare l'amore, morire, nel senso di una gioia, di una paura, di una maledizione, di una fatica o di un gioco come il sole e la luna fanno, hanno fatto e faranno.»

La lezione ‘affabulatoria’ che doveva servire al Matteo Garrone regista però non sembra qui essere stata colta in pieno, cosa che del resto era improbabile, non per incapacità professionale, direi piuttosto per insensibilità poetica. Il film giocato su tre fiabe “La regina”, “La pulce” e “Le due vecchie”, nel montaggio finale si esaurisce in una sequenzialità distorta che mette in discussione l’operazione cinematografica, facendo smarrire lo spettatore dentro la storia. Per il resto tutto funziona a meglio, per la meraviglia dei sensi: dalla fotografia alle luci, dai costumi alle scenografie d’interni, dalla scelta delle location alla musica che accompagna le sequenza filmiche, tutti degni del Palmares che si tiene a Cannes.

In quanto se il film nell’insieme mi sia piaciuto posso emettere solo un ‘nì’ ambivalente, soprattutto pensando a quanti come me, oltre alla meraviglia degli intenti, si perderanno o non capiranno la portata culturale di questo film, molto vicino all'opera d'arte.

 

Ciò che manca in realtà, e poiché non è l'intera opera letteraria per cui nella premessa indubbiamente dichiara il suo intento, è una cornice d'insieme capace di contenere le diversi parti narrative Ma forse mi sono solo distratto … e non è poco. Chissà se Matteo Garrone ci regalerà un ‘sequel’ degli altri ‘racconti’ tenendoci stetti sulle poltrone e meravigliandoci ancora? Spero di sì, la prova è sufficiente e fa ben sperare.

 

Provaci ancora Matteo!


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