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U cucuzzaru

di Caterina Niutta
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Pubblicato il 11/06/2012 23:26:11


“ Jivi sutta all’ortu e trovai tri cucuzzi”
“E pecchì tri cucuzzi ?”
“ E quantu sinnò ? “
“ Cincu cucuzzi”
“E pecchì cincu cucuzzi? “
“ E quantu sinnò ?
“Sei cucuzzi.”
“E pecchì sei cucuzzi ?”
“ E quantu sinnò ? “
“ U cuczzaru !”
Giocavamo, seduti in cerchio davanti casa mia, nelle sere d’estate. Mio fratello, due anni più grande di me e i figli dei vicini di casa. A me toccava di solito il ruolo dell’ultima cucuzza, mai del cuccuzzaro, essendo la più piccola e non riuscendo a tenere il ritmo del gioco, non vincevo mai!
Così andavano le cose,le regole del gioco erano chiare, chi si distraeva e non rispondeva a tono: “ E pecchì x cucuzza ?” era eliminato e scontava una penitenza. L’ultimo rimasto in gioco, diventava il cuccuzzaro e si passava al turno successivo.
Il gioco era istruttivo oltre che divertente, ci insegnava a dialogare correttamente rispettando ognuno il proprio ruolo in un’alternanza quasi ritmica.
Parlavamo tutti in dialetto e nemmeno ci ponevamo il problema di farlo in italiano. I miei non se ne crucciavano, d’altro canto, non che non conoscessero “l’altra lingua”, semplicemente pensavano fosse compito della scuola metterci a conoscenza del fatto.
Il primo ottobre 1969, strappata ai miei giochi e alla mia strada, che per la prima volta percorsi fino in fondo tenendo stretta la mano di mia madre, mi avviai verso la scuola. Distava solo qualche centinaio di metri da casa mia, ma io fin lì non ci ero mai arrivata. Non si addiceva alle donne andarsene in giro da sole, lo sosteneva a spada tratta mia nonna, dalla quale ho ereditato il nome di battesimo, ogni qualvolta cercavo di allontanarmi. Io non mi sentivo una donna, in realtà ero solo una bambina, ma quanto me lo facevano pesare!
Varcai il cancello, serrandomi sempre di più a mia madre. Il maestro ci aspettava sulla soglia. Impettito come un gallo da combattimento, pronto a saltarci addosso al primo sussurro fuori luogo. Parlava, anzi urlava in dialetto, pace all’anima sua!
Guardai mia madre, e vidi nei suoi occhi una nota di sconforto. “Non piangere” mi disse, e distolse lo sguardo. A me sembrò di scorgere una lacrima nei suoi occhi, ma di sicuro sarà stata una mia impressione.
Mi lasciò lì, ed io non ebbi il tempo di domandarmi come mai, perché non mi riportava indietro, a quell’orco avrei preferito sicuramente le suore, che fino a qualche mese prima avevo frequentato. Qualcuno mi afferrò per il braccio e m’indicò la porta…
Erano altri tempi, altri giochi, un altro mondo. In quella scuola, seduta tra quei banchi, imparai a leggere (a scrivere ci sto ancora provando). Da quei banchi guardavo la mia terra e presto seppi, era molto più grande di quel che pensavo. Si estendeva a perdita d’occhio, ben oltre il campo di calcio, nel quale per inciso io non ci avevo mai messo piede, essendo il calcio uno sport da maschi!
Del nostro Paese , la Patria come spesso usava enfatizzare il maestro, con un’autorità e impeto quasi da gerarca fascista, avevamo una fotografia appesa in classe. Uno stivale, ed io la guardavo dal basso e mi sembrava la più bella, ma non l’unica, perché presto appresi che più in là, c’erano altre terre, altre lingue, altre persone, sicuramente altri giochi. Il mondo era grande e tutto da scoprire.
“ E pecchì tri cucuzzi? “
“ E quantu sinnò?”

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