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’JULIUS’ - una storia vera

Argomento: Esperienze di vita

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 17/01/2016 17:49:13

Julius, (..ovvero la stravaganza di essere uomo).


L’uscita in strada nottetempo era sempre a ‘tema’, nel senso che Julius aveva deciso da prima e fin nei minimi particolari l’abbigliamento stravagante che avrebbe indossato perla sua messinscena. Cosa che sarebbe stata del tutto normale se, visto l’orario, l’abito non fosse talvolta inadeguato al clima. Magari se avesse aperto gli occhi, se mai li avesse tenuti chiusi, avesse guardato fuori della finestra, il cielo. Chissà? Per quanto in realtà Julius non sembrava dormire mai. Lo si incontra in giro di notte e raramente di giorno a orari diversi, vestito di tutto punto, camminare lungo i marciapiedi e recarsi dove nessuno poteva neppure immaginare. Ma dove andava? Eppure lui sembrava certo di dove stesse andando, perché il suo passo era deciso, mai frettoloso, questo no. Piuttosto lo si sarebbe detto ben fermo sui piedi, sia che fossero infilati nelle zeppe di sughero da donna d’altri tempi o negli stivali di cuoio da cacciatore; sia nelle ciabatte della nonna o nelle scarpe da uomo con la punta, secondo l’ultima moda.

Per non dire degli abiti che ogni volta indossava, tanti e tali da far invidia al guardaroba di un intero magazzino teatrale. E sì, perché in fondo di teatro si trattava. Julius era a tutti gli effetti un ‘uomo di teatro’. Almeno perché si pensava, e non solo perché aveva il portamento dell’attore consumato. Tutt’altro. Lui era un ingegnere meccanico, uno che masticava la matematica come il pane. E che, strano a dirsi, non si esprimeva con i numeri come con le parole, e che parole! Algebricamente parlando era uno che sapeva il fatto suo, loquace quel tanto che bastava per mettere a tacere chi s’azzardasse a dire una parola fuori posto nei suoi confronti. Preciso in ogni suo aspetto esteriore, curato o finto trascurato come l’attore che si prepara davanti allo specchio con oculatezza, per ore, prima di affrontare la parte. Allora era capace di cambiare l’espressione del viso, la dizione più adatta all’occasione, il vezzo dell’atteggiamento nobiliare, o la remissività del miserabile. Era incredibile come Julius, anche nelle vesti dello straccione mantenesse comunque una propria dignità che lo nobilitava, che lo faceva ‘signore’. Soprattutto se messo a confronto con il qualunquismo degli altri, ed erano in molti allora quelli che lo additavano e più spesso lo denigravano nei loro discorsi. Mai apertamente in volto.

L’ho sentito con queste mie orecchie rispondere al bancone di un bar ad un avventore che osò interloquire ridendo di lui, rispondere che se solo si fosse reso conto quanto era ridicolo in quei suoi panni di persona perbene, non sarebbe mai dovuto uscire dalla porta di casa. Fatto è che era sempre di partenza. Lo si vedeva nottetempo con la sua valigia né grande né piccola, quasi sempre alla stessa ora, tra le due e le tre, sbucare da un angolo di strada, mai lo stesso, fare e rifare lo stesso tratto come per imprimerselo nella memoria, per poi imboccare la via che portava alla fermata delle corriere. Una volta arrivato si accendeva una sigaretta e ne aspirava il fumo con piacevolezza. Quindi, se ne restava in piedi ad attendere l’arrivo di questa o quella corriera per poi lasciarsela passare davanti, senza salire e di conseguenza senza discenderne. Sì da farmi venire in mente quel ritornello di Cochi e Renato che faceva: “ma dove arriva se parte?” in senso contrario “ma se non parte dove arriva?”. Di fatto dopo alcune ore, ed era già mattina inoltrata, eccolo che arrivava, tornando da chissà dove (?).

La notte dopo vestito di tutto punto con le calze a rete da sciantosa sotto l’abito sgargiante e boa avvolto al collo su lunghe collane di finte perle e scarpe coi tacchi vertiginosi, di nuovo affrontare la strada con disinvoltura portandosi dietro oltre alla valigia una borsa a tracolla luccicante di strass, che a vedersi sembrava essere già sul palcoscenico di un qualche varietè. Talvolta però azzardava di troppo, specialmente nei giorni di pioggia era capace di indossare solo un impermeabile sul corpo nudo, lasciando ammirare ai passanti, che fossero donne o uomini non aveva alcuna importanza, il suo grosso uccello penzoloni. Magro e nerboruto, l’altezza giusta di un metro e settantacinque circa, capelli neri brizzolati, Julius poteva dirsi un bell’uomo, e che uomo, soprattutto quando si lasciava crescere quel po’ di barba che faceva tanto finto trascurato. Raffinato ed elegante qualsiasi cosa indossasse, sia che fosse vestito per metà coi pantaloni e scarpe da uomo, e metà da donna con finta pelliccia di leopardo. Sia quando, con quella non calanche che lo distingueva, indossasse in piena estate, un cappotto di caschemire color cammello con tanto di sciarpa.

Allora lo si incontrava al bar per il suo solito cappuccino correto al cognac, o magari davanti a un bicchiere di birra ghiacciata, e sempre nel momento di pagare la consumazione aggiungeva una m,anciata di caramelle che infilava nelle tasche senza neppure scartarne una. Poi attraversava la strada e si portava alla fermata della ‘sua’ corriera, e attendeva per ore. Quale sarebbe stata quella che avrebbe preso quel giorno, nessuno poteva saperlo, e talvolta gli avventori del bar vi facevano su delle scommesse ch’erano senza esito, perché nessuno aveva la pazienza e il tempo di aspettare quella di quel giorno come Julius. Allorché tornava con lo stesso abito indossato prima di uscire, come fosse uscito in quel momento da un ‘salone di bellezza’. Si parlava spesso di lui nelle comunanze e con la gente di passaggio che s’informavano su chi mai fosse quell’individuo stravagante. Le chiacchiere per lo più si soffermavano a dire di lui che aveva subito un tragico incidente, o una forte delusione d’amore, oppure per l’appunto era solo uno ‘stravagante’.

E forse era proprio quest’ultimo appellativo a centrare l’obiettivo perché in tutto ciò che Julius faceva c’era una certa dignità di essere quello che era, o che si sentiva di essere in quella determinata e specifica occasione. Un giorno in cui anch’io ero presente si presentò al bar in tenuta da corridore in calzamaglia rosa, con tanto di bici rosa tenuta per il manubrio e caschetto rosa in testa, fiasca alla cintola, calzature coordinate, occhiali da sole rosa, pronto per una ipotetica corsa, che tutti ci domandammo dove mai si sarebbe svolta. Ricordo che la curiosità era tanta e si attese che finito il suo cappuccino e raccolta la sua manciata di caramelle, uscisse per vedere quale direzione avrebbe preso. Solo quando, disinvolto e sprezzante degli sguardi curiosi, salì in bici e scomparve dopo la prima curva, direzione un lungo rettilineo che costeggiava il mare. Per quel giorno non lo si rivide più. Né la notte successiva. Si seppe poi, o forse soltanto lo si disse, ch’era stato ricoverato in ospedale per una brutta caduta. Povero Julius! Successivamente lo si rivide ancora al bar, di pomeriggio, con tanto di mantella nera con cappuccio, scarpini da giocatore sotto un pantalone di tuta felpata color bluette. Un’altra volta, sempre di pomeriggio, giunse in abito elegante gessato scuro, camicia e cravatta in shantung blu-notte, capello tirato a lucido brillantinato, con gli occhi truccati di nero e un filo di rossetto sulle labbra, il passo deciso e affettato da indossatore.

Raggiunse il bar e chiese solo una manciata di caramelle, quindi attraversò la strada e raggiunse la fermata delle corriere. Nell’attesa si accese una sigaretta e ne aspirò il fumo voluttuosamente. Sembrò curioso che quel giorno non avesse con sé la sua valigia. Allora si pensò avesse un appuntamento galante con qualcuno che sarebbe dovuto arrivare: una donna?, un uomo?, un amore, il suo amore? Solo sul tardi e poiché, c’erano dei posti liberi sulla panchina d’attesa, si sedette e afferrato un giornale lasciato lì per caso dsa qualcuno, prese a leggere ad alta voce i fatti del giorno. Il tono della sua voce era declamatorio, il suo dire sciolto con qualche pausa di una certa partecipazione, da fine dicitore. Sì che alcuni fra i presenti si misero ad ascoltare. Quel pomeriggio ricordo, ci fu un numeroso passaggio di corriere e gente che saliva e scendeva di continuo, si avvicinava a quell’individuo e poco dopo se ne allontanava in fretta. E dire che qualcuno pensò gli sarebbe piaciuto stare ad ascoltare quell’uomo elegante che declamava di politica e di società rendendo il tutto così interessante. Al punto che alcune persone infine scambiarono con lui una stretta di mano, ma nessuno di loro, tuttavia, allungò la mano per porgli qualche monetina. Che affronto sarebbe stato per Julius, tant’è che fu lui, di sua sponta, a dare alcune delle sue caramelle a un barbone che più che starlo a sentire si era avvicinato a quel ‘signore’ con il cappello in mano senza proferire parola.

Poi arrivò il 24 dicembre, la notte in cui Julius indossata la maschera di Saint Nicolas con tanto di tiara in testa, parrucca e barba lunga e bianca, s’avvicinò alla fermata della corriera con la sua valigia costellata di luoghi del mondo che aveva visitato, e una grande sacca di juta sulle spalle, e si pose in attesa. Aspettò a lungo, per tutta la notte, e tale era la stanchezza e l’affaticamento di portarsi dietro la sua pesante valigia e quel grande sacco, che si sedette sulla panca ormai vuota, data l’ora e il giorno della festa. Nessuno dei locali ormai faceva più caso a Julius, le sue stramberie eranodiventate proverbiali da rasentare la pantomima, e così rimase fino al sorgere del sole. L’indomani mattina, giorno di Natale, lo trovarono appisolato con gli occhi chiusi, intirizzito e tuttavia sorridente. Nessuno si chiese di cosa ridesse se non quando, nel frugare nel suo sacco lo trovarono pieno di caramelle che Saint Nicolas nelle vesti di Babbo Natale avrebbe consegnato a tutti i bambini. Lo portarono via con un’ambulanza a sirena spiegata, e quando gli infermieri incuriositi aprirono la sua valigia, così pesante da non farcela quasi a tirala su, questa s’aprì e ne fuoriuscirono tanti libri di tutti i generi letterari: le biografie su Nerone, Napoleone, Casanova, Mata Hari, Chaplin, Freud. E tantissimi romanzi: Stendhal, Balzac, Villon, Buzzati, Defoe, Calvino, Twain, Chandler, Kafka, De Amicis, Flaubert, Green, Hemingway, Poe, Melville, Manzoni, Miller, Stevenson, Swift, Fitzgerald, Lawrence, Pirandello, Pasolini, Schopenhauer, Tolstoj, Proust, e quel “A Christmas Carol” di Charles Dickens. Tanti personaggi diversi, tanti quanti erano stati quelli che Julius nottetempo aveva interpretato nella vita e sulla scena di questo nostro mondo.

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