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The revenant (redivivo) un film di alejandro ińįrritu

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 23/01/2016 09:19:07

‘The Revenant’ (Redivivo), un film di Alejandro González Iñárritu

 

!!!!!Leonardo Di Caprio al suo Primo Oscar!!!!

 

Molto si è parlato, già in occasione dell’Oscar 2015 per ‘Birdman’ (leggi recensione in questa stessa rubrica), della capacità di Iñárritu di portare all’estremo l'utilizzo dello strumento cinematografico, quasi a voler  imporre allo spettatore una personale visione di ‘fatti’ verosimilmente ripresi da una verità sconvolgente fin troppo realistica. Ecco, se vogliamo è quel ‘fin troppo’ che infine inaridisce questa nuova quanto azzardata impresa del regista, sceneggiatore e produttore cinematografico messicano. Il suo film ‘The Revenant’ appena uscito sugli schermi e tratto dall’omonimo romanzo di Michael Punke (1964), e del quale già si parla come vincitore di numerosi Oscar e Grammy, pur validissimo sotto molti aspetti a cominciare propio dall’impronta registica, così avvolgente e travolgente da farci dubitare che Iñárritu abbia potuto muovere le forze della natura a suo piacimento, convince fino quasi a farci dubitare che gli elementi, dominanti in tutto il film, non aspettassero alro che un direttore d'orchestra a condurre i loro spostamenti.  Come se un orchestratore quale potrebbe essere Toscanini nella direzione di Wagner, arrivasse ad orchestrare la sinfonia dei venti e dei ghiacciai, delle betulle e degli acquitrini, in cui tutto e tutti: elementi, bivacchi, uomini bianchi, pellerossa, fuochi, lupi, orsi, cavalli, pioggia e neve, facessero parte di una sola partitura straordinaria e stravolgente che raccontasse l’inferno da cui fuoriesce un ‘redivivo’, unico superstite di una sete di vendetta che lo ha trasformato in una bestia, al pari di quelli che si è trovato a combattere.

Una prova tanto incredibile quanto inverosimile per una sopravvivenza che non può andare oltre i limiti che gli sono concessi. Ed è forse questo il ‘carisma visionario’ de regista, l’aver saputo orchestrare in un’unica partitura, solo apparentemente vuota di tonalità diverse da sembrare quasi piana, l’essenza interiore del personaggio, mirabilmente interpretato da Leonardo Di Caprio, il quale, come se arrivasse dal nulla, si spinge con violenza sullo spettatore inerme stravolgendone i sensi. Il fine ultimo, il messaggio morale, la grandezza o la bassezza dei comportamenti, l’afflato a un attaccamento religioso, non trovano nel film spazio alcuno, Iñárritu va oltre, supera tutti gli ostacoli voluti dalla comune decenza cinematografica (se mai il cinema ne abbia avuta alcuna), per dimostrare, nello scontro atavico con la vita, la capacità umana della sopravvivenza ‘a tutti i costi’.

Un tema questo che, seppur ambientato nel passato, trova sempre maggiore riscontro nella realtà di oggi, in cui assistiamo al ritorno di un tale degrado, non poi così dissimile a quello d’allora, che offende e mortifica la dignità umana. Straordinaria la fotografia di Emmanuel Lubezki, vincitore tra l’altro, oltre a sette candidature all’Oscar ‘per la migliore fotografia’, tra cui vanno ricordate le tre ricevute per i film del regista messicano Alfonso Cuarón, vale a dire per 'La piccola principessa' (1995), per 'I figli degli uomini' (2006), e infine per 'Gravity' (2013), grazie al quale venne premiato con l'Oscar alla migliore fotografia. Le altre candidature sono arrivate in due occasioni per film di Terrence Malick con 'The New World' (2005) e 'The Tree of Life' (2011), e inoltre per 'Il mistero di Sleepy Hollow' di Tim Burton (1999) e 'Birdman' (2014) di Alejandro G. Iñárritu, con il quale vinse il secondo Oscar e che inoltre ha vinto, per ben tre volte, il Premio Osella per il migliore contributo tecnico alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, oltre a tre Premi BAFTA.

A parità di merito vanno citati gli altri esecutori materiali della pellicola che con le loro rispettive ‘arti’ hanno saputo creare una cornice consona ad ogni aspetto di questo film che, mi ripeto, per certi aspetti trovo straordinario, e che sono: per il ‘montaggio’ Stephen Mirrione; per gli ‘effetti speciali’ Richard McBride, Matt Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer; per le ‘musiche’ Ryūichi Sakamoto, Carsten Nicolai, Bryce Dessner; per la ‘scenografia’ Jack Fisk e infine per i ‘costumi’ Jacqueline West. Come ho già detto la scenografia, in questo caso la cosiddetta ‘location’, che nel film ha un ruolo di non poca importanza, infatti è stata affidata a una vecchia volpe come Jack Fisk scenografo ed egli stesso regista, attivo fin dal 1971 ha lavorato con grandi registi del calibro di David Linch e Brian De Palma e tantissimi altri ed ha già vinto l’Art Directors Guild Award alla migliore scenografia.

Il film inoltre è interessante sotto l’aspetto antropologico in quanto illustra un tipico scorcio della realtà arcaica dei cacciatori di pelli e della vita sociale (o asociale dipende dai punti di vista) dei pellerossa Arikara nel secolo scorso, allorché venivano cacciati dalle loro terre e spodestati delle prede animali, necessarie al loro sostentamento e che, tanto per sottolineare un passaggio del film, rendevano ‘tutti cattivi allo stesso modo’. Non pochi indizi nel film rivelano un certo attaccamento alla terra, relative all’esistenza di credenze spiritiche e riti magici ancestrali, come all’uso del peyote, la croce cristiana portata al collo dal giovane cacciatore ecc. ma, soprattutto, rivela una ‘verità’ insostituibile nella mentalità primitiva, quella da parte dei pellerossa di impossessarsi dello ‘scalpo’ della preda per farne un ‘totem’ alla propria virilità e forsa maschia, allo stesso modo che i ‘gringo’ vestivano delle pelli degli animali uccisi.

Indubbiamente vuole essere questo un modo, se vogliamo insolito, di prepararsi a visionare una pellicola come ‘The Revenant’ (Redivivo) di Alejandro González Iñárritu che altrimenti può lasciare sgomenti dopo il primo quarto d’ora di proiezione: spari, frecce, scalpi, gole tagliate, ferite d’armi da fuoco, brandelli di carne bruciata, e quant’altro, il tutto intriso di sangue (un fiume), mentre tutt’intorno e per tutto il film è il gelo, la bufera, i ghiacciai immensi ed eterni che dominano la scena. La sensazione è quella che si sia giunti alla fine del mondo e della vita, onde per cui consumare la vendetta assume significato di ultima possibilità, di margine estremo in cui è lecito anche uccidere in ragione di una conclusione definitiva di pareggiare i conti con questa umanità senza domani.

 

NB: assolutamente da vedere, magari in un giorno ‘cinico’ quando i subbugli dell’anima riposano, e non dimenticatevi di portare con voi uno scaldino, perché il gelo, quel ‘gelo’ di sentimenti che Iñárritu pone come mantra allo spettatore, potrebbe penetrarvi nelle ossa.

 

Alejandro González Iñárritu (da Wkipedia, l’Enciclopedia libera), è stato il primo regista messicano a ricevere una nomination come miglior regista agli Oscar e dalla Directors Guild of America, ed è stato il secondo a vincerlo dopo Alfonso Cuarón. È anche il primo e unico regista messicano ad aver vinto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes. Nel 2015 vince tre Premi Oscar quali miglior film, miglior regista e migliore sceneggiatura originale per ‘Birdman’ o (L'imprevedibile virtù dell'ignoranza). Nel 2016 il suo 'Revenant' - Redivivo vince tre Golden Globe, di cui Iñárritu vince come miglior film drammatico e miglior regista, venendo candidato ai Premi Oscar 2016 per ben 12 statuette. Tra i suoi film: • Detrás del dinero (1995) - Film TV • El timbre (1996) • Amores perros (2000) • 21 grammi (21 Grams) (2003) • Babel (2006) • Biutiful (2010) • Birdman or The Unexpected Virtue of Ignorance (2014) • The Revenant - Redivivo (2015).


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