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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

’Terremoti’ una mostra a Milano - seconda parte

Argomento: Società

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 16/03/2017 10:24:36

’TERREMOTI’ UNA MOSTRA - (SECONDA PARTE)
Origini, storie e segreti dei movimenti della Terra.
Milano, Museo di Storia Naturale
29 ottobre 2016 - 30 aprile 2017

Oralità e fantasia poetica.

Occuparsi oggi, in epoca super-industrializzata e altamente tecnologizzata di ‘oralità’ può sembrare un forzato recupero del passato per definizione obsoleto, mentre invece ciò che accade è esattamente il contrario. L’ ‘oralità’ in questi ultimi decenni non solo sembra voler recuperare il suo posto predominante nella sfera del linguaggio parlato ma addirittura scalciare il primato detenuto dalla ‘scrittura’. Primato che a sua volta la scrittura ha indubbiamente usurpato, definendo l’oralità un antecedente del ‘linguaggio scritto’, relativo al primario ceppo antropico che, insieme alla musica (suono, canto, rumore), era legato alla trasmissione e alla elaborazione evoluzionistica del pensiero umano.
Ed è certamente in siffatta dimensione che va oggi riconsiderata la forza estrinseca dell’oralità, facilitata nel suo ritorno all’attualità dalla memorizzazione, notazione e computo ch’erano stati, in illo tempore, concettuali dei ‘popoli senza scrittura’. Non solo quella di toni vocali e di suoni acustici (da qualcuno definita vera e propria scrittura) ma anche attraverso il computer multimediale, internet (insieme di sistemi audio visivi), dove la dimensione suono s’intreccia a quella alfabetico visiva della ‘scrittura’. Soprattutto in quella oggi condensata e in parte svigorita in SMS, Chat ed E-mail: “C’è chi asserisce a giusta ragione che si è passati da esseri mono-mediali (uomo libro) ad esseri multimediali (uomini Tv / Telefono / Computer /Radio/Libro, ecc.) che re-incorporano così i riti delle civiltà orali”. (28)
Ma se le civiltà preletterarie per definizione, non hanno conosciuto una letteratura scritta, hanno conservato però una ricca e varia ‘tradizione orale’, in particolare all’interno della famiglia e del gruppo di appartenenza; copiosa di narrazioni epiche e leggende urbane, canzoni e musiche per ogni circostanza, incluso l’evento sismico. Nonché una forbita produzione di ‘poesia popolare’ che unitamente alle altre ‘liriche’ costituiscono oggi un unico ‘corpus’ elettivo della grande ‘tradizione orale’ riconosciuta a tutti i popoli, e per gran parte catalogata, trascritta e registrata con strumenti fonografici. Riconoscimento che l’UNESCO (29), al fine di salvaguardare ed evitarne la definitiva scomparsa, ha ritenuto ragionevole considerare “patrimonio orale e immateriale dell’umanità” all’interno di una Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Di fatto la Convenzione Unesco 2003, Art.2 vede inclusi tutti quei beni che vanno: “..dalle prassi relative alla natura e all’universo, alle consuetudini sociali e gli eventi rituali e festivi, alle rappresentazioni e le arti dello spettacolo, le conoscenze, il know-how, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti dell’artigianato tradizionale e gli spazi culturali associati agli stessi che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale; ivi incluse le tradizioni, le espressioni orali, nonché le regole e le tecniche del linguaggio in quanto veicolo del sapere. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”.
Fanno inoltre parte della tradizione ‘orale’ tutte quelle forme ed espressioni artistiche diverse ‘non scritte’ riconducibili alla cultura popolare, dai canti alle danze, dal teatro alla musica, passando attraverso le esperienze più varie, come narrazioni di miti, canti, frasi, leggende, fiabe e in particolare la ‘poesia popolare’, considerata presso i diversi popoli, il mezzo di comunicazione e trasmissione della cultura e spesso utilizzata come legittima fonte storica di approfondimento dalle scienze moderne. Certamente il mezzo più immediato nella diffusione dei procedimenti e i comportamenti tipici che si apprendono anche senza l’uso della scrittura, come l’agricoltura o l’allevamento e tantissimi altri mestieri e capacità induttive che vengono tramandate di generazione in generazione. Non in ultimo, di quei valori e ideali che guidano l’agire umano e animano le sue reazioni.
Nella storiografia occidentale, ad esempio, le fonti storiche più antiche sono basate su una tradizione orale precedente che, nel passaggio ‘di bocca in bocca’ ha in qualche modo alterato la sua forma originaria ma non necessariamente ha perduto il ‘senso’ etico e/o estetico moraleggiante di riferimento. Per meglio comprendere le fasi di questo importante trasferimento verbale, riporto qui la narrazione che ne ha fatto lo studioso Wilhelm Radloff (30): “Ogni cantore appena appena abile improvvisa sempre i suoi canti secondo l'ispirazione del momento, così che non è in condizione di recitare due volte un canto in modo perfettamente uguale. Ma nessuno pensa che questa improvvisazione produca un canto ogni volta nuovo”. Di conseguenza.. “..l'arte del cantore consiste nel mettere in successione queste parti come è richiesto dal corso degli avvenimenti e nel collegarle con versi composti ex novo. Il cantore sa cantare queste parti in modo assai diverso. Egli è capace di tratteggiare la stessa immagine in pochi tratti veloci o di descriverla più ampiamente o di procedere con epica ampiezza ad una descrizione molto dettagliata. (..) Un cantore abile può ‘perform impromptu’ (improvvisare) qualsiasi tema, qualsiasi racconto, se gli è chiaro l'andamento della vicenda.”
Particolare riferito alla figura del ‘cantore’ cosiddetto il Cantastorie nostrano è che sovente, cantava e raccontava storie vere e/o immaginarie, trovate in giro nei suoi viaggi o adattate per l'occorrenza, a versioni di alcuni racconti antichi che rinnovava a seconda del particolare avvenimento e/o il dialetto da utilizzare in base al luogo dell’avvenuta performance e a causa del diffuso analfabetismo. Storie che raccontavano di incursioni di pirati, miracoli di santi, eventi catastrofici, leggende sacre, novene e racconti profani, meravigliose vittorie e lacrimevoli sconfitte, anche se magari si trattava di cruente imprese dei briganti, cari alla fantasia popolare (teatrino delle marionette, dei Pupi, Carretto siciliano, drappi dipinti a strisce antesignani dei fumetti).
In seguito all'avvento della stampa il Cantastorie (31) acquisì sempre più un ruolo che, in un certo senso, si avvicina al mondo giornalistico, diffondendo le storie che rappresentava e/o fatti e notizie d’ogni genere stampati su foglietti volanti che poi vendeva al pubblico che numeroso accorreva ad ascoltarlo. I generi spaziavano dal fantastico al divertente o d’introduzione a temi diversi e di questione morale; non raramente vi inseriva canti e ritornelli che, in certo qual modo, spezzavano la sequenza del racconto, o falsavano il ‘ritmo’ narrativo; in ogni modo il valore intrinseco della trasmissione ‘orale’ era mantenuto intatto, e talvolta ne risultava arricchito.
Un altro fattore relativo all’oralità era la non meno significante ‘mimica’ spontanea del cantore e/o del ‘fine dicitore’, che si arricchiva così dei timbri, dei suoni onomatopeici, delle smorfie e dei rumori con i quali, di volta in volta il Cantastorie accompagnava le sue esecuzioni, aggiungendo credibilità alle narrazioni. Ma come si sa ogni ‘cronaca’ non è tale se non è seguita dall’ascolto e dalla viva partecipazione degli spettatori, chiamati a stupirsi, a commentare, a ridere o commuoversi, ad applaudire se necessario. Per meglio dire, a rendersi ‘partecipi’ di quella che è la prima autentica forma di teatro conosciuto. È qui lecito ricordare che “la verità dipende sia da chi la dice come da chi l’ascolta”; questa frase fatta è forse la chiave di lettura adatta alla tematica qui approntata, circoscritta a ‘oralità e fantasia poetica’.
A questa prospettiva teorica, come già in qualche modo si è detto, l’apporto ‘emozionale’ gioca un ruolo essenziale, importantissimo nel costituirsi di fenomeni morali e nell’evoluzione della mera ‘fantasia poetica’ entrata di forza nell’ampio circuito culturale attraverso i canti tradizionali eseguiti durante le feste e le manifestazioni popolari, i recital tenuti nei teatri, i proverbi riportati a formulazioni dialettali, le partecipazioni a letture specifiche di raccolte di poesie e di racconti legati alle diverse tematiche letterarie. Come appunto, nel caso dell’antologia poetica qui esaminata dal titolo suggestivo “La luce oltre le pietre” dedicata all’evento sismico che nel 2012/13 ha colpito la regione Emilia-Romagna. Non è escluso che l’empatia (qui nell’accezione filosofica di emozione/sentimento), cioè la capacità di immedesimarsi con individui socializzati in una forma di vita divenuta improvvisamente estranea e/o dissonante a se stessa, preclude qualsiasi presupposto di prospettiva per quanti hanno subito perdite affettive e comunque il trauma della catastrofe.
“Le emozioni in genere, e l’empatia in particolare – scrive Martha C. Nussbaum (32) – implicano dei giudizi di valore che non è però la filosofia a valorizzare, dal momento che essa tende spesso a ridurle a distorsioni della ragione, a fattori di turbamento che alterano la chiara visione delle cose e la spontanea propensione degli uomini al bene”. Tuttavia la filosofia aiuta a coltivare e valorizzare presupposti emozionali per un’assunzione di ‘ruolo ideale’, in base all’idea configurata che “..il lettore artificialmente permetta di costruire quella figura di ‘spettatore imparziale’, con il compito (privilegiato) di filtrare le emozioni” (33) e di vedersi assegnare il ruolo di beneficiante che gli è consono. Non risulta astruso quindi affermare che la ‘poesia popolare’ costituisce una fonte illimitata per l’immaginazione letteraria, in quanto ingrediente essenziale in ogni teoria etica che si propone di arrivare al bene delle persone. È in seno alla ‘tradizione popolare’ che l’infinita ricerca di noi stessi si amplia di nuovi importanti capitoli, che vanno ad aggiungersi così alla macroscopica ‘storia universale’ che noi tutti stiamo scrivendo, e che un giorno ci permetterà di conoscere il mondo in cui viviamo.

Scrittura e Volti nuovi della Poesia Civile.

Avventuriamoci, dunque, nella regione per eccellenza del ‘pericolo’ , della minaccia, dell’ambiguità invischiante, frugando nello strato percettivo, emozionale - cognitivo che, dal punto di vista dell’affermazione individuale è possibile riconoscere nell’excursus dell’antologia qui presa in oggetto. Si può dire, ora, che sarebbe assurdo criticarne e/o giudicarne il contenuto finora volutamente trascurato, ma non assente, che in molti hanno ritenuto di sostenere rispondendo all’appello lanciato sul web dai due autori Roberta De Tomi (34) e Luca Giglioli (35) sostenendo pienamente il progetto con la loro disponibilità a partecipare, in qualche modo, al dramma vissuto dalla popolazione della bassa padana, rivissuto dai ‘poeti’ inseriti nell’antologia con soluzioni interpretative talvolta suggestive quanto più partecipate, riunite in una complessa relazione di elementi emotivamente significativi.
Quanto più affiora dai contenuti ‘individualistici’ non appartiene all’estatico letterario, frutto di esperienze liminari facilmente riconducibili alla comune percezione di isolamento e frammentazione dell’evento sismico in senso cosmico. Semmai si tratta qui di superare il generale accoglimento dell’evento stesso, cogliendo in esso un momento originario di molteplici esperienze creative, solo relativamente suggestionate e/o magnetizzate dall’esigenza antropologica come una delle ‘forme’ più suggestive della poetica popolare, anche in senso collettivo, civile e sociale. A fare da cassa di risonanza al paradigma antropologico qui prospettato, è il determinarsi coerente e articolato dell’archetipo junghiano che raccoglie almeno tre lemmi di relazione: bisogno (necessità), auto dominio (selfcontrol, volontà) e donazione (solidarietà, sostenibilità), in un unico modello esemplare, appunto archetipo di matrice disciplinare, cioè l’insieme di impegni condivisi affrontati dalla ‘comunità’ fondata dagli individui.
Ne deriva una sorta di ottimismo nel futuro in vista di una trasformazione dello status quo sul versante psicologico che già durante e subito dopo l’evento sismico, “..ipotizzava la fine irrimediabile del mondo sulla base del prosciugamento delle proprie forze inconsce non controllate dall’io ormai affidate a una casualità senza direzione e orientamento (..) riassumibile nel passaggio storico (esponenziale), come promessa al futuro, (..) connesso al desiderio di desiderare la vita, senza farsi irretire da quel sentimento oggi dominante che è l’insicurezza”. (36) Condizione questa che conduce alla formulazione di una doppia verità, filosofica e teoretica, dello svolgersi dell’esistenza umana in un ambiente dal quale bisogna trarre il sostentamento e nel quale bisogna sopravvivere; e che porta, necessariamente, alla ricostruzione e/o costruzione “..di una nuova realtà mediante la creazione di situazioni intuitive in cui consiste la spiritualità” (37), per un progressivo rinnovarsi di una nuova ‘memoria sociale’.
Da cui il risvegliarsi di una ‘scrittura poetica’ che nel suo sognare utopistico si ricollega ad esperienze, se vogliamo infantili che, a partire da Freud si propongono come una chiave di lettura affascinante quanto emozionante e significativa. Appare allora chiaro come l’utopia di un risanamento pedissequo della ‘parola parlata’ arrivi a suggestionare la mera conoscenza individuale e trasformare in ‘atto di volontà’ formale le passioni che hanno significato le precedenti esperienze di vita. Interessante, a questo punto, quanto proposto da D. Meltzer (38), di estendere il concetto di linguaggio al ‘sogno’ come forma di linguaggio interno (interiore dell’individuo), o meglio di ‘linguaggio poetico’ capace di comunicare le proprie emozioni proiettive, cioè di quel mondo arcano ed estremo che è l’inconscio umano, al mondo esterno.
È infatti primario nella ‘scrittura poetica’ l’uso dell’identificazione proiettiva del ‘sogno’ come modo privilegiato di comunicare le proprie emozioni utilizzando la lingua specifica (interna) della poesia per comunicare lo stato emozionale in cui soggiace la mente; un po’ come il riappropriarsi di una ‘lingua madre’ e, a un tempo, di comunicare significati senza confini, così come di proporre una verità assoluta che si collega al mondo interno, qui appena evidenziato, e ai suoi valori escatologici. È interessante osservare come, per altre vie, la critica letteraria proveniente da esperienze diverse s’incontri con quella poetica e raggiungano analoghe intuizioni per cui, nella rappresentazione di un testo letterario ‘onirico’ e uno finitamente ‘poetico’ finiscano per rientrare ambedue nel dominio dell’estetica, inclini a una medesima ‘religione’ della mente.
L’analisi qui di seguito riportata è pertanto di tipo interculturale applicata alla parte ‘emozionale’ del discorso interpretativo riferito ai drammatici avvenimenti del sisma, al fine di evidenziare il dualismo ‘materiale e ‘spirituale’ ricorrente nella natura umana, dimostrando con ciò che la complessità non è altro che la conseguenza di più semplici forze casuali. Idea questa, o almeno in parte, desunta dallo studio di Sigmund Freud (39) del concetto di ‘transfert’, per il quale: “..ogni relazione precoce forma, per così dire, una struttura emotiva, da cui saranno modellati gli atteggiamenti, le relazioni, le paure e le speranze successive”. Forti di questa sempre rinnovata speranza accingiamoci all’ascolto delle ‘voci’ dei molti poeti popolari che si sono cimentati in questa antologia, “..una categoria di artisti – ha scritto Giuseppe Pederiali (40) – che non può godere di platee immense, non riempie stadi e piazze, ma che sa come penetrare nelle coscienze, nel cervello e nel cuore della gente e accendervi emozioni”.







Analisi critico-comparativa dei testi e delle discipline etno-socio-psicologiche di metodo evidenziate.

‘Tremula terra’ di Giuseppina Abbate

E d’un tratto nel cuore della notte
il buio divenne veglia e morte …
che rendesti i respiri cupi
come concerti ammainati dalla sorte.

La scelta non è casuale, oltre ad essere la poesia d’apertura dell’antologia, è qui scelta perché già nel titolo, in quel ‘tremula’ affronta con determinazione la problematica intrinseca al ‘dramma’ che si vuole rappresentare. Notare come l’abbinamento notte/morte/sorte rivela la forza schiacciante dell’evento quasi fosse nel ‘destino’ che quella notte tutto accadesse, e infatti …
I cani ulularono come lupi,
i gatti mormorarono lamenti d’infanti …

Come solitamente accade prima di un evento catastrofico che arriva a sconvolgere la natura, sono proprio gli animali ad ‘avvertire’ il pericolo, ma non solo, perché lo ‘spirito ancestrale’ che sub-esiste nella natura umana, seppure questa se ne è in parte distaccata, risente allo stesso modo e avverte, seppure a livello inconscio, la stonatura nel ritmo del ‘tempo’.

Una, due, dieci, cento …
L’intercalare rapidissimo della frase, scandito più volte nel testo, marca il ritmo del conseguente fuggire della gente, delle gambe levate, del correre verso un riparo che non sa, perché il ‘maestro’ concertista (Madre natura, Dio), in quel preciso momento, ha abbandonato il podio, ha rotto l’incanto della musica, sostituita dal boato spaventoso del terremoto senza indicare dov’era la salvezza.
..vicoli e viottoli tra le onde funeste
mentre le campane impazzite urlarono al vento
nelle piazze gremite di fronte alla morte
attonite folle s’abbracciarono sconvolte.

C’è in questa scena da brivido tutta l’efferatezza del sisma per un film che nessuno ha chiesto, in cui sono visibili i segni del disastro compiuto. Il paragone con il mare in tempesta ‘le onde funeste’ è calzante, trasforma in un baleno la piazza del paese nella ‘Zattera della Medusa’ di Géricault sulla quale ognuno per lo spavento abbraccia metaforicamente l’altro nell’affrontare insieme (gesto di solidarietà, unione di fratellanza genica) il triste destino che l’incombe. Va qui notata la forte pregnanza della ‘simbologia’ civile e cristiana che distingue in due conseguenti momenti il verso, da una parte la conformazione urbanistica: vicoli e viottoli, le piccole piazze; dall’altra la torre campanaria che preclude l’esistenza di una chiesa e quindi di una relatività spirituale (non espressa apertamente nel testo) ma che nel prosieguo s’avverte, con la campana che torna a suonare, nelle parole ‘amorevoli’ della ‘veglia’ forzata che segue al sisma, che tutto appianano e cancellano delle avversità, dei dispiaceri della malattia, dell’odio e del rancore.

..fai la nanna che il lupo è scappato
dammi la mano che il giorno è rinato …

Bellissima e commossa la metafora che risana con il nuovo giorno l’avvenuta riconciliazione col creato, reminiscenza infantile, di figlia, di madre protettiva che non conosce abbandono davanti alla paura, davanti a niente … per una volontà di vita che le permetterà di ricostruire là dove tutto sembrava compiuto: per “Una, due, dieci, cento …” notti ancora, all’infinito.

‘E siamo stati come case’ di Luca Artioli

E siamo stati come case
per un tempo senza tempo,
quand’era ancora Maggio …
–pietra dopo pietra –
nella storia che si salda
al ventre di ogni madre …
nella storia di ogni padre …

Il raffronto tra le case tirate su ‘pietra dopo pietra’ e fatalmente crollate, creano qui un fermo immagine di una immediatezza sconcertante, in cui lo sguardo costruisce e decostruisce per ricostruire mentalmente domani, quello che fino a un momento prima, era un ‘luogo dell’anima’ andato perduto dentro un nero profondo che sa di fumo di memorie, di travi carbonizzate, di mobilia cariche di ricordi, di immolazioni, lutti, orgoglio e solitudine … e siamo stati carne congiunta visceralmente alla madre, molecola nella storia del padre e del figlio del padre …
..in quell’abitare scomodo
nello stesso sacrificio.

Nel ricordo fa pensare a un nucleo numeroso, come un tempo era la composizione famigliare, in cui i conflitti interni, quando ce n’erano (e necessariamente c’erano), erano per lo più condivisione di uno stare tutti insieme con i diversi problemi che solitamente venivano risolti senza né vinti né vincitori, per così dire ‘alla pari’, tra fratelli e/o sorelle, senza rancore. Ciò che aveva significato di un ‘dare e avere’ e che nessuno doveva niente a nessuno, bensì solo le scuse ai genitori per aver alzato la voce; al figlio che chiedeva prima e nuovamente chiede – pietra dopo pietra – di ricostruire la casa crollata; alla terra per aver disprezzato i favori (il pane) che generosamente concede; e infine a Dio per aver imprecato “..per non farsi dimenticare”…
.. e di (poter) risalire da questo vuoto
e che poi sia sforzo leggero il futuro
quasi che fosse volo …

Ed ecco nella disillusione affacciarsi la speranza del superamento possibile del tempo, cioè entro “..un tempo senza tempo” smarrito nella sfera del tempo che forse non esistito, se non nel ricordo della stagione che più di tutte lo fa ricordare “..quand’era ancora Maggio”, la primavera, in cui tutto rinasce alla vita.

“29 Maggio” – di Sara Bellingeri

Commosso il seno
a nutrire la tua bocca di giglio
la terra ha urlato
– e casa non è più casa –
spremuto il cuore nell’abbraccio
voglio porgerti al domani
Figlio.

La tematica del ricongiungimento con la spirale familiare si affaccia strepitosa nell’incipit di questa poesia che autentica il respiro sommesso con cui andrebbe letta e che immagino l’autrice l’abbia scritta, muta di paura e con le lacrime amare che le scendevano dagli occhi, incredula d’esser viva e di poter donare al figlio quella speranza che gli aveva dato quando lo mise al mondo …

..il sangue arenato
sullo squarciato suolo.

Non poi così dissimile dalla natura per i propri germogli, stravolte entrambe per le ragioni diverse eppure così uguali, proprie del partorire. E ancora …

Ancora non ti ho raccontato
dei lupi e delle fate …

S’apre qui un lembo dell’amore immenso della madre per il proprio figlio, nel metterlo in guardia delle vicissitudini e i guasti cui si troverà ad andare incontro (che la madre deve aver provato sulla propria pelle), nonché la sospensione del ‘tempo piano’ in cui ogni cosa deve ancora avvenire …
Ancora non ti ho detto …
della gente che compra il mondo
con maschere lavate …
che la verità brucia,

Tuttavia non è questo che intende dire e infatti nega di averlo pensato (scritto) per un riscatto che ritorna al figlio in forma di consolazione data dal perdono che in fondo nutre in seno …

..che la sua voce spegne l’incendio
quello più nero
dell’odio e della paura.

Tale è il suo amore e così dirompente che squarcia la pagina con un grido inconsulto di felicità, fino all’esplosione finale …

Il seno commosso
a nutrire la tua bocca di giglio
la terra ha urlato
– ma oggi ha ancora il suo domani –
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi – vivi!
Figlio.


“Le case bambine” di Marzia Braglia


Si chiamano: La Gnola,
la Disturbata, la Guidalina,
Patrinia, la Losca,
la Pitoccheria e Angelina …
le vecchie case
sparse nella valle
dormono e sognano
quand’erano belle.
Riposano nel buio perfetto
di una notte senza luna
e si rivedono bambine
baciate dalla fortuna.
Rammentano gelidi inverni
che segnavano ore noiose,
scolorivano i capelli
e appassivano le rose.
Vibra ancora la musica
fra le antiche mura
e i fantasmi ballano
nella notte oscura.

Sembra di vederle sullo sfondo di tele dipinte di Fattori, Signorini, Lega, Sernesi, Banti che dall’amata Toscana si spinsero alla Romagna e all’Emilia affermando che la ‘forma’ (oggettiva delle cose) in fondo non esiste, se non come ‘macchie di colore’ (da cui il nome del movimento detto dei Macchiaioli) distinte o sovrapposte ad altre macchie di colore, perché la luce, colpendo gli oggetti, viene rinviata all’occhio come immagine di puro colore. Due sono i motivi di questa scelta qui elaborata: per primo il riferimento alle cose ‘amate’ che, solo per il fatto che abbiano un nome, rivelano l’esistenza di una storia più o meno felice che stava nelle mani di chi le ha costruite per la felicità di qualcuno, non si costruisce una casa se non per soddisfare un bisogno e per accogliere i propri affetti. Il secondo, per quell’ “.. vibra ancora la musica e i fantasmi ballano” e che sta a significare che esse non sono più, forse andate distrutte con il terremoto che non le ha risparmiate allo scempio, insieme a quanti vi abitavano, con i loro ricordi, le rose che appassivano nei vasi, i frutti degli orti raccolti nel ‘coccio’ posato sulla tavola, e le loro padrone che invecchiando (come le rose) scolorivano i capelli. Ciò che rimane nel ricordo vivo dell’autrice, è la musica di un valzer lento come può essere lento il tempo trascorso “..di inverni gelidi che segnavano ore noiose”, e che all’improvviso subisce un arresto, per lasciare che i ‘fantasmi’ si ritrovino nella notte oscura e ballare ancora insieme … Addio Gnola, Disturbata, Guidalina, Patrinia, Losca, vecchie case incorniciate nel tempo, però bella la musica che vi ricorda!

“Il muto fantasma” di Tommaso Campera

S’alzavano le rondini dal campanile
impaurite da un suono rotto di campana,
le funi tirate da un fantasma impolverato.
Risuona per le strade il muto sgomento
di frotte di persone che correvano in tondo,
muto dolore sui visi, graffiati da lacrime!
Dopo ampio cerchio, si posano le rondini
sul campanile … senza più le ore
ed ecco che, il muto fantasma
nuovamente, si appende alle funi
e al suono rotto della campana
più non si posano le rondini
sul campanile abbandonato.
Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua … non son più!

Breve e ridondante ma non per questo scevra da sillogismi dedotti dall’osservazione di reali accadimenti. Quasi una ripresa in diretta del momento in cui il terremoto fa sentire la sua voce “..Un profondo, cupo brontolio / di nostra, amata, madre terra / e più nulla sarà come prima”: le rondini che fuggono dal campanile semidistrutto in bilico e prossimo a cadere, chi può dimenticare la sua immagine sospesa; il “..suono rotto della campana” suonata da un “muto fantasma” a simboleggiare il boato che accompagna il terremoto e il perduto sostegno che l’ineluttabilità della catastrofe si porta via, e che ritorna a sconvolgere l’esistenza dell’autore, nel momento dell’abbandonarsi al fato.


!SPACCA CASCA SCAPPA! di Serse Cardellini

Terra Frana Trema!
Crina Scava Crolla!
Casa Grida Cade!
pregare bestemmiare
famiglia casa fede
ma tu bambino mio
non piangere non piangere
sogna ancora …

Questo ‘in sintesi’ il messaggio contenuto nel testo in cui il ritmo poetico è scandito dalla ripetizione ossessionata dalla paura, nel momento in cui la paura blocca la mente stretta dal panico che chiude il diaframma e fa mancare il respiro. Appassionante è la reazione immediata del padre che premuroso verso il figlio lo invita a non piangere e a danzare “..con la terra” che trema, e infine confessa a se stesso una verità universale di cui ha fatto tesoro “..da sempre si cerca qualcuno da amare”:
..ma tu bambino mio
non piangere non piangere
c’è tanto da rifare
dal sorriso alla carezza
ricostruire tutto di nuovo.



“Un attimo prima. Un attimo dopo” di Vincenzo Ciminiello

Un attimo prima del boato
guardavo i miei compagni
nei volti carichi di pensieri,
nelle mani infaticabili.
Un attimo prima del boato
Avvertii la fatica del lavoro.
Mi vennero in mente i miei figli.
Arrossii e continuai a lavorare sorridendo.
. . .
Un attimo dopo il boato
Eravamo gli operai caduti sul lavoro.
Quegli eroi semplici,
quasi senza alcun volto,
quasi senza alcun nome da ricordare.
Sogli gli operai.
Morti di lavoro.
Morti di terremoto.

Poesia di denuncia sociale che mette in risalto la condizione dell’uomo abituato per tradizione a lavorare sodo, non senza i suoi pensieri, gli amori, i vizi, le futili apparenze, e che all’improvviso si ritrova a ragionare con se stesso sul da farsi, di non stare a guardare e non “..lasciarsi avvolgere dall’oblio”; l’antica paura della morte che ritorna, e a cui risponde col rimboccarsi le maniche e riprendere il lavoro e vegliare con amore sulla terra d’Emilia, insieme alla ‘compagna’ della sua vita …

..quelle madri che ritroveranno la forza
per ritornare a tirar tardi la notte
solo per amore.




“Tsunami” di Mabi Col

Rimesto nel paiolo briciole di vita,
pelo una patata
frammento inessenziale
d’universo,
penso a quello scoglio
malfermo e insicuro
che mi ospita,
pezzetto sperso
inesplorato e vuoto
di tempeste ignote,
elettromagnetiche speranze,
casa buia piena di misteri
in cui indifferente
rotola, rimescola e patisce
il nostro sasso
vivo e derelitto,
la nostra pentola
d’acqua e di canzoni
marmellata amara
d’assurde sensazione
cortocircuiti e minestre
ricordi astrusi da dimenticare
ansie e calligrammi.
Minuscoli coriandoli
D’avventura e sentimenti
Ci accapigliamo
In cerca di consensi,
mentre sopra di noi
s’abbatte l’orizzonte.

Poesia cosmica che riunisce il micro mondo di una cucina, qui immaginato (o forse vissuto) come un territorio di confine che rende il percorso dell’io poco avventuroso, scandito da ‘ansie come calligrammi’ del residuale, con il macrocosmo esistenziale “..in cerca di consensi”, dove l’essenza dell’io si perde di fronte all’evento conoscitivo, incerto e pericoloso, dello ‘tsunami’ che sopraggiunge nel momento quotidiano che è dato sottendere. Anche qui la metafora dello tsunami (tipico del maremoto) si sostituisce al terremoto derivato dallo scuotimento della terra, che non sembra scuotere però il calmo equilibrio dell’autore/autrice (non so), alle prese con i fornelli della sua cucina, quasi fosse un rito (e in parte lo è) ineluttabile dove si prepara il cibo per gli déi, dove l’io di fatto “..non conosce il pathos, l’aritmia dell’eros, la coscienza della morte”, (41). Neppure “..mentre sopra di noi / s’abbatte l’orizzonte” e tutto deve ancora accadere, mentre la pentola dell’acqua ribolle, e il cuore ispirato intona canzoni, certamente d’amore.



“At to Final” di Maria Grazia Fabbri (con traduzione a fronte).

La tua Finale (Finale Emilia).
Papà, è bèla passà tria n / Papà, sono già passati tre anni
da quand te andà via / da quando te ne sei andato /
e adèsa che è capità / e adesso che è successo /
stal brut lavor, t’am manc tant. / questo brutto lavoro,
mi manchi tanto” …

Pagina di diario, lettera, preghiera … tutte raccolte in una forma davvero delicata, che oso dire quasi emozionata, nel rammentare a chi, pur non essendo più viene messo al corrente di quanto accade nella terra dove forse è nato, certamente cresciuto e deve aver messo su famiglia. Ancor più si sente qui un attaccamento filiale profondamente partecipe dei sentimenti del padre e dei ricordi a lui legati, di una presenza che non si è mai trasformata in assenza neppure adesso che la rivolta della terra tenta di cancellare quei ‘luoghi della memoria’ che erano lì a rappresentare l’esistenza in vita di ambedue, padre e figlia, congiunti nell’amore per la propria piccola città, così grande da contenere tutto il loro mondo.
.. ma at fag na prumessa / ..ma ti faccio una promessa.
Appena la tera la lasa li ad tarmar ... / Appena la terra smette di tremare …
e prèda dop prèda / e pietra dopo pietra
con i nostar braz / con le nostre braccia
al tirem su al nostar paes … / lo tiriamo su il nostro paese …
adrà papà che al turnem a far / e at ve vedrai papà che lo torniamo a fare
ancora più bel. / ancora più bello.

Ben sappiamo che non c’è preghiera senza promessa, il laggio che si paga per ogni richiesta, tanto quanto sono disposte a pagare l’energiche donne emiliane capaci di una volontà ferrea e d’amore materno, pronte a combattere e di rivoltare il mondo per ideali di giustizia e di libertà, più che il ‘terremoto’.
Va detto che la poesia letta ‘in lingua originale’ rivela una maggiore espressività di toni, di sospensioni e di ritmi, per cui la traduzione, per quanto si voglia, non regge il confronto. A riguardo vale quanto detto nello script d’inizio sulla ‘poesia dialettale’.

“Sos ogros de sa poesia” di Stefano Flore (con traduzione a fronte)

Tenia in coro cussos logos e los conocchia
galu prima de los aer bidos
cando sas cartolinas biaziant
prenas de artevisia pintada
E Issa...mi nde arrerjonaiat sempre
cun sa ‘oghe prus durche de su cantigu …

Amavo quei posti e li conoscevo
prima ancora di averli visti
quando le cartoline viaggiavano
piene di orgoglio illustrato
e Lei… me ne parlava sempre
con la voce più dolce del canto.
Ora piango le lacrime
nascoste tra le nebbie
che sento mie nei sussulti dell’anima
vicino
a quella gente generosa e ferita
tra le case crollate
i campanili distrutti
e gli orologi con le ore spezzate
che si affacciano allo sguardo
come mute membrane di un silenzio infinito.
Poi asciugo le lacrime e vedo
oltre la nebbia
l’uomo della fornace
che lacerato e stanco mi guarda.
intingo il pane nella sua storia
mi chino
e raccolgo
uno ad uno i mattoni rossi
li pulisco e li lavo con l’acqua del Panaro
e attendo
che il postino bussi ancora alla mia porta.
… Ci sarà un’altra cartolina
per raccontare il tempo degli uomini!

Lirica intensa, ‘idilliaca’, dedicata a una terra ospitale che deve aver accolto il migrante stagionale o forse stanziale (per i Sardi l’Italia è il continente), o anche uno dei moltissimi giovani volontari arrivati in Emilia per dare soccorso alla popolazione, scavando con le mani e tirando su “..uno ad uno i mattoni rossi / li pulisco e li lavo con l’acqua del Panaro”. Sono questi i mattoni cotti di un forno dove si faceva il pane, che il terremoto ha fatto crollare addosso al panettiere “..che lacerato e stanco mi guarda. / Intingo il pane nella sua storia”. Siamo di fronte all’umiltà che si china davanti a chi ha perso tutto, davanti all’uomo della fornace che si porta dietro una storia antica quanto il mondo, dove l’autore stesso intinge il suo pezzo di pane. Il pane consacrato della solidarietà.

“Alla mia Gente e ai Volontari” di Antonella Iaschi

Ho al collo una foglia dorata
raccolta nelle campagne della Bassa:
è pesante come la mia impotenza,
è leggera come le mie certezze.
Guardo immagini che non vorrei vedere,
cerco tracce fra polvere e macerie..
la mia terra è madre di dolore,
i miei amici figli maltrattati.
Vorrei tagliare il cordone ombelicale
E dirle che la odio, ma non posso:
è appiccicata a me come la pelle
e scende sulle guance col suo sale.
Mi manca il tempo, ci vorranno anni
Per vedere di nuovo le sue quieti,
l’afa che cambia la luce delle piazze,
l’ombra, il rifugio sotto le sue torri.
Quella foglia è legata a una catena
E lì mi aggrappo per restare a galla,
ogni maglia è lo sguardo di qualcuno
che è lì e lavora per ricominciare.

Il tema del volontariato e della solidarietà civile si affaccia in questa lirica pregna di volontà di rinascita in contrasto con la rabbia inconscia che sostiene il dialogo che l’autrice improvvisa con se stessa. In lei non c’è rancore, piuttosto amore soffocato che “..le scende sulle guance col suo sale”, semmai desolazione che s’imprime sotto la pelle fin dentro le ossa e che la lascia inerme “..come le mie certezze” a cui s’aggrappa, come alle maglie di una catena che non si può spezzare, che non deve spezzarsi, perché altrimenti … la lascerà volare via. Cosa che lei non vuole e non può, per quell’attaccamento alla terra d’origine che la fa rimanere, pesante come quella foglia dorata che “..raccolta nelle campagne della Bassa” la inchioda alla sua pelle come la pianta alla terra, nel timore che un’altra scossa potrebbe portarle via insieme, per sempre.


“Inventario” di Roberta Panizza

Sepolto
dai cumuli delle nostre certezze
ti ritrovo
strappato al mio esistere
ed oggi
sulla prima pagina bianca
della tua assenza
scrivo.
‘È feroce quest’orizzonte
Schiuso ai pensieri
Dove l’occhio spazia
Indisturbato dalle cose’.
È ancora mio
quel bacio dilaniato dai calcinacci
sulla nostra fotografia.
È mio l’amore che ho vissuto e vivo
vetro mai infranto
dei fiori di gioia
che ogni giorno mi regalavi.
Sono miei i giovani respiri
sotto le tende,
ancora fiato
al sangue ancora mio e vivo
e luce, verso il futuro.
Nutrono ancora le mie arterie
e i sogni
delle mie cellule impazzite
se trema ancora questa terra.
La paura è mia e il terrore
e me li stringo
perché vivere per vivere
dove persino l’erba non sta ferma
ci vuole voglia.

La forma poetica del ‘compianto’ è tipica della poesia popolare vernacolare con esempi illustri in lingua italiana a cominciare da Jacopone da Todi fino a Manzoni, da Pascoli a Leopardi. Presente inoltre in alcuni paesi del centro-sud dell’Italia e, in particolare, del Mediterraneo. Fa quindi un certo effetto ritrovarla oggi in tutta la sua chiarezza e il suo candore sinceri. Ciò che più coglie è l’immediatezza delle sequenze: “Sepolto / dai cumuli delle nostre certezze / ti ritrovo..”; e in successione: “È ancora mio ..”, “È mio l’amore che ho vissuto e vivo..”; “Sono miei i giovani respiri sotto le tende..”; “La paura è mia …” cui va aggiunto ‘è mio il ricordo’. Frasi che rivelano una possessione furente dopo lo strappo di “..quel bacio dilaniato dai calcinacci / sulla nostra fotografia” che brucia ancora sulle labbra, frutto di una passione travolgente a cui l’evento sismico, in sé già fortemente drammatico, ha spento improvvisamente l’ardore del fuoco, senza lasciare niente per domani.


“… e non ci credi” di Claudio Porena


Trabocca, goccia
dopo goccia, il catino
sotto il tetto che pende.
Ci si specchiano chine dalla sete
le macerie riarse, e tutto pare
inchiodato al suo posto: il lampadario
di Murano ormai spento,
il cassetto riverso, le tazzine
sul mobile di noce, la cornice
con la natura morta alla parete, le lunghe crepe
che fulminano il muro sulla porta.
Una lingua di vento
fischia attraverso
i frantumi di vetro fra le tende,
nel vano semivuoto
dove pare echeggiare sotto i piedi
lo scricchiolio, il fragore
delle maioliche cadute in terra
quando la Terra tremò il giorno avanti,
contro tutte le attese.
E dopo il terremoto
spunta il calvario, il momento dei pianti
che impregnano le rughe del paese
evacuato, infelice,
e che gonfiano gli occhi impolverati
e addormentati
nel risucchio del cielo.
È pallida la luna sulla siepe:
sbianca il cavo dei portici. La roccia
d’ogni casupola grida dolore
e dappertutto è lutto come un velo.
E si aspetta il mattino ..e non ci credi.


Il taglio fotografico delle ‘immagini’ verbali e sonore qui riportate rivela un’immediatezza rara nell’uso della parola, molto vicina alla ‘poesia automatica’ di stampo ‘futurista’. Indubbiamente l’osservatore coglie nei particolari ciò che finora è sfuggito a tutti gli altri: la dimensione onirica dell’evento sismico. Neppure stesse approntando una mostra fotografica egli dispone le opere in sequenza per così dire ‘alternativa’ alfine di creare una sorta di happening visivo dove tutto è detto e nulla è al proprio posto. Dove finanche gli spazi aperti dal sisma, illuminati del proprio caleidoscopio rotto, sono trasformati in immagini da osservare: allora si è risucchiati dal cielo nel taglio della finestra divelta e del muro crollato, dove la luna fa capolino dalla siepe dell’ ‘infinito’ leopardiano e “..sbianca il cavo dei portici”. Tuttavia lo sguardo attento dell’osservatore si sofferma su un’immagine in particolare: lì dove “alla parete, le lunghe crepe / che fulminano il muro sulla porta”, a dir poco strepitosa che potrebbe diventare il manifesto dell’ipotetica mostra ‘poetica’ sull’argomento. E quando tutto è pronto, “..e si aspetta il mattino”, arriva l’alba …

“..e non ci credi”.

Sospensione strepitosa, in cui la voce s’arresta in mancanza delle parole, in cui tutto è accolto nel silenzio onirico di un perché filosofico che aspetta una risposta, e che “..Una lingua di vento / fischia attraverso / i frantumi di vetro fra le tende, / nel vano semivuoto /.. contro tutte le attese”.


Conclusione


Se la cultura di un popolo si misurasse sulle mode musicali e canzonettistiche di passaggio perderebbe ogni particolare significato poetico e letterario, mentre, al contrario la ‘poesia popolare’ non conosce alcuna forma di stasi o di annullamento, ed è per questo che di tanto in tanto assistiamo a una sua ‘rinascita’ riscontrabile nella sua continuità, seppure in alcuni periodi storici più lenta e difficile a causa della contaminazione di certe mode ‘inflazionistiche’ entrate di straforo nella sua evoluzione. È un fatto che quando si parla di cultura popolare cosiddetta ‘tradizionale’ si torna sempre a un passato remoto di dimenticata memoria, ma che altresì l’uso in voga della rivisitazione, del recupero, chiamiamolo anche del ‘revival’, sottolineano una certa continuità discorsiva con quei ‘valori’, mai completamente perduti. Valori significativi di una cultura autonoma tipicamente italiana, formativa della realtà sociale che noi tutti ci troviamo a vivere.
Ne è un luminoso esempio l’antologia poetica presa in esame, proiettata com’è in un tempo per così dire ‘estemporaneo’ che, altresì la collega a una certa attualità che va a integrarsi allo sviluppo culturale di altre realtà a noi relativamente più vicine e che ci permette di dire, che la ‘poesia popolare’ è più che mai ‘viva’. A meno che non venga cancellata dalla faccia della terra insieme al popolo che la tiene in vita, la ‘poesia popolare’ prosegue nel suo avanzamento di pari passo con la storia, anzi è la storia stessa, la sua ‘identità’ sociale e umana che le proviene dal popolo che verosimilmente continua a produrla. Un valido mezzo di trasmissione in grado di ‘raggiungere’ e farsi ‘comprendere’ dalle generazioni future, e da esportare in giro per il mondo. Ne sono la conferma i nostri tanti poeti e scrittori sempre più impegnati nel recupero di quel ‘mondo interiore’ che ci appartiene, e che talvolta ci appassiona e ancora più ci emoziona.

Come pure ha scritto A. MacIntyre (42): “La storia che coinvolge ciascuno in questo passaggio (esistenziale) è naturalmente non soltanto la storia di un soggetto particolare, ma anche la storia di quegli altri soggetti la cui presenza o assenza, intervento o mancanza di intervento, risultano di cruciale importanza nel determinare fino a che punto il passaggio è stato completato (..) superando gli ostacoli e le difficoltà affrontate nelle circostanze (descritte). (..) Ciascuno ha perciò bisogno degli altri per comprendere la sua particolare condizione. E queste è uno dei punti in cui è importante ricordare che esiste una scala di disabilità nella quale tutti noi siamo collocati. (..) Noi ci troviamo in differenti periodi delle nostre vite, in punti molto diversi di quella scala, spesso senza poterlo prevedere, e che presuppongono un certo grado di comprensione condivisa delle possibilità presenti e future”.

Ovviamente non qui, nel ristretto spazio di questa trattazione, per quanto ampia possa sembrare, si realizza quello che si può dire il completamento di un discorso critico contingente e più o meno interessante, che ho affrontato col dovuto impegno e con rigore. Tuttavia il lavoro svolto attorno a questo singolare tema e alla poesia contemporanea più in generale, è forse quello che più mi ha emozionato e che, soprattutto, mi ha dato lo slancio necessario a proseguire in avanti. All’inizio, ossessionato com’ero dalle tante domande che mi ponevo, quasi mi sembrava impossibile poter infine riuscire a trovare il bandolo della matassa. Rammento ancora di essermi chiesto se infine “tutto sembrerà, ma sembrerà come?”, che ancora mi rimbomba nella testa come un martello; e l’altra domanda “cosa mi aspetto nella direzione che non prendo?”, semplicemente terribile al punto che mi occludeva finanche il libero pensare.
Il risultato è qui, fra queste pagine che con orgoglio sottopongo all’insindacabile giudizio di chi legge, e con le quali ho creduto di completare un quadro tuttavia destinato a rimanere senza cornice, premettendo, con tutta la sincerità che mi distingue, di aver lavorato con coscienza e nel rispetto dei ‘poeti’ inseriti nell’antologia. Anche per questo voglio ringraziare inoltre tutti gli autori dei testi citati, il cui insegnamento è per me continua fonte di riferimento, pur restando il fatto che, come si dice in questi casi: “tutti gli errori sono soltanto i miei”.



Note:


(1) Paolo Toschi, “Il Folklore”, Universale Studium 1969.

(2) Rudolph Arnheim, “Il pensiero visivo” Einaudi 1974.

(3) C. Lévi-Strauss, “Mito e Significato”, introduzione di Cesare Segre, Il Saggiatore, Milano 1980.

(4) Axel Honneth, “la lotta per il riconoscimento”, Il saggiatore 20002; e in Mario Manfredi “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004.

(5) C. G. Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo”, Boringhieri 1980.

(6/7) Henry Frankfort, “Il dio che muore”, La Nuova Italia 1992.

(8) Alasdair Macintyre, “Animali razionali dipendenti”, Vita & Pensiero 2001.

(9/10) A. C. Grayling, “Il significato delle cose”, alla voce ‘Memoria’, Il Sole 24 Ore 2007.

(11) Umberto Galimberti, “Paesaggi dell’anima”, Mondadori 1998.

(12) Franco Rella in “Il silenzio e le parole”, Feltrinelli 2001. E in “Micrologie” – Fazi Editore 2007.

(13) Sigmund Freud, in “Opere”, Boringhieri 2000; e in “Memoria Collettiva” Wikipedia.

(14) A. MacIntyre, op.cit.

(15) Umberto Eco, “Sei passeggiate nei boschi narrativi” – Bompiani 2000.

(16) P. Ricouler, “Vulnerabilité de la mémoire, in Patrimoine et passiòn de la identitaires” a cura di J. Le Goff , Fayard Paris 1998.

(17) Paola Massa, in “Luoghi di memoria luoghi di identità” - Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento, a cura di Amalia Signorelli.

(18/19) Pierre Nora, “Mémoire collective” in J. Le Goff “La nouvelle histoire” – Retz Paris 1978.

(20/21/22/23/24) Zigmunt Bauman, “Paura liquida”, Laterza 2008.

(25) Maurice Blanchot, “La comunità inconfessabile” SE, Milano 2002.

(26) C. G. Jung, op.cit.

(27) C. E. Gadda, “La cognizione del dolore” (romanzo), Einaudi 1970.

(28) Wikipedia, alla voce “tradizione orale”.

(29) UNESCO, Conferenza Generale del 17 ottobre 2003, ratificata dall’Italia il 27 settembre 2007 con Legge n. 167.

(30) Wilhelm Radloff, in Martha Nusbaum “Giustizia poetica” – Mimesis 2012.

(31) A. Altamura (a cura di), “I Cantastorie e la Poesia popolare italiana”,– Fiorentino Ed. Napoli 1965.

(32/33) Martha C. Nussbaum, “Giustizia poetica” – Mimesis 2012

(34) Roberta De Tomi, si occupa dell’organizzazione di eventi, scrittrice e poetessa, ha pubblicato alcuni racconti e un romanzo “Ragazza post-modern” (Il-Filo 2006, fuori edizione) e la partecipazione all’antologia “Il rumore degli occhi” (Edizioni Creativa, 2009) della Confraternita dell’uva. Suoi racconti sono inseriti in antologie cartacee e sul web. Insieme a Luca Giglioli è ideatrice e curatrice dell’Antologia di Poesia “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(35) Luca Giglioli, poeta e scrittore, ha avuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Sue poesie sono rintracciabili su riviste letterarie come larecherche.it e numerosi siti web. Inoltre è ideatore e curatore dell’antologia poetica “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(36/37) Martha Nussbaum, op.cit.

(38) Donald Meltzer, “Dream-life” A Re-examination of the Psyco-analytical Theory and Tecchnique – Clunie Press; e in it. “La vita onirica” Borla 1984.

(39) Sigmund Freud, “Osservazioni di un caso di nevrosi ossessiva” (Caso clinico dell’uomo dei topi), in Opere, Bollati Boringhieri 1985. E in C. G. Jung, “Psicologia del transfert”, Mondadori 1985.

(40) Giuseppe Pederiali, romanziere e narratore ha scritto numerose opere divulgative, poco prima di lasciare la sua Finale Emilia per sempre, ha contribuito con la sua sentita ‘Prefazione’all’antologia poetica “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(41) Henry Frankfort, op.cit.

(42) Alasdair Macintyre, op.cit.



Bibliografia di consultazione:


“Enciclopedia Einaudi”, ‘Memoria’ – vol.8 – Giulio Einaudi Ed. Torino 1979.

“Antropologia Culturale”, Le risorse della cultura:, Parte Seconda ‘Il linguaggio’ – E. A. Schultz, R. H. Lavenda – Zanichelli Ed. Bologna 1999.

“Il gesto e la parola”, Leroi-Gourhan, Einaudi 1977.

“I popoli senza scrittura”, (a cura di) H. C. Puech, Laterza 1978

“Il processo rituale”, Victor Turner, Morcelliana 1972.

“Breve storia delle emozioni”, Keith Oatley, il Mulino 2007

“Dizionario dei modi di dire”, a cura di Ottavio Lurati - Garzanti 2001.

“Dizionario Etimologico dei Dialetti Italiani”, a cura di M. Cortelazzo, C. Marcato – Garzanti 2000.

“Poesia popolare italiana”, a cura di M. Barbi – Sansoni Ed. Firenze 1974.

“Le parole di legno: Poesia in dialetto del ‘900 italiano”, a cura di M. Chiesa e G. Tesio – A. Mondadori Ed. Milano 1984.

“La poesia in dialetto” a cura di Franco Brevini – 4vl. A. Mondadori Ed. Milano 1999.

“Canzoniere Italiano” a cura di P. P. Pasolini – Guanda Ed. Parma 1975.

“Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna”, a cura di R. Leydi e T. Magrini – Ed. Alfa, Bologna 1982.

“Morte e Pianto rituale, dal lamento funebre antico al pianto di Maria”, a cura di E. De Martino,Editore Boringhieri Ed., Torino 1958.

“Guida allo studio delle tradizioni popolari”, P. Toschi – Boringhieri Ed. Torino 1962.

“Cultura egemonica e culture subalterne”, A. M. Cirese, Palumbo Ed. Palermo 1971.

“Folklore e profitto, Tecniche di distruzione di una cultura”, L. M. Lombardi-Satriani, Guaraldi Ed. Rimini 1973.

“Storia della Civiltà Contadina”, a cura di Jerome Blum - Rizzoli 1982.





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