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Mario Compostella ‘o la memoria creativa del tempo’.

Argomento: Arte

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 26/09/2017 08:21:54

Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’.

Il giorno in cui i pesci uscirono dal mare, rispondendo al richiamo della cetra di Orfeo, la sirena Partenope diede loro un’anima trasformandoli nella genìa di umani che di lì a poco avrebbe popolato la città cumana di Neapolis. Con ciò, inoltre, donò loro l’arte di modulare la musica alla melodia e al canto, rendendoli inoltre capaci di fabbricare manufatti e strumenti adeguati a riprodurla e a trasformarla, secondo le proprie esigenze e le piacevolezze che gli ancora oggi gli sono riconosciute, distintive di quella ‘napoletanità’ tipica delle genti partenopee.
Un indirizzo iniziatico che ha reso l’‘homo faber’ napoletano artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che, da allora, e sono passati almeno 5000 anni, ha visto accrescere la propria creatività nella spinta di forza per la sopravvivenza. Sia nel senso della conservazione della passata ‘memoria’, afferente ai mestieri più antichi dell’utilizzo dei materiali primari; sia al rinnovamento dei ‘tratti distintivi’ dello stile e delle nuove forme espressive del nostro tempo.
Per quanto la ‘napoletanità’ non sia scevra da queste connotazioni più profonde, tuttavia è nella spontaneità di ‘vivere’ che in essa si rispecchia la sua più grande esperienza connotativa e filosofica: in quel ‘saper fare’ che vale qui la pena di sottolineare, in cui va ricercato l’esito di quella che è un’acquisita esperienza deduttiva, quel suo ‘fare creativo’, costitutivo di un voler guardare oltre il presente e che, ancor più, si apre al futuro.
Ciò per parlare delle capacità connotative di Mario Compostella, un ‘homo faber’ a tutto tondo, in cui la ‘creatività napoletana’ si ripropone con evidenza, sia nei manufatti artigianali sia nella sua recente produzione artistica. Si è qui costantemente partecipi di eventi risalenti a origini antropologiche che richiedono una colta rivisitazione o, comunque, una ricerca culturale che scandagli nel fondo ‘occulto’ delle scienze esoteriche e filosofiche. In quel simbolismo ‘creato dall’uomo per l‘uomo’ ancora non del tutto smarrito che accompagna il nostro vivere quotidiano o, che in qualche caso, allevia e/o appaga l’umana ragione di essere al mondo, restituendo ‘senso’ a ciò che forse senso non ha.
È alquanto singolare che a una deriva mitologica come quella sopra accennata corrisponda una tale concentrazione di mestieri artigianali e/o specificatamente artistici tipicamente partenopei, che vanno dalla costruzione di autentici oggetti d’arte quali, ad esempio, la pittura e la ‘gentilizia’ statuaria presepiale; agli strumenti musicali come il mandolino. Così come al canto e al teatro o alla creazione di autentici ‘miti’ culinarii come la pizza e la pastasciutta; per dire di un certo ‘modo’ d’essere in cui la ‘napoletanità’ si offre inoltre a tutte le esperienze poetiche e gestuali di un ‘fare teatrale’ rappresentativo della vita comportamentale del singolo e dell’intera comunità.
Un modo come un altro che assume carattere ‘rituale’ che allontana il male, intrinseco di uno scongiurare solo apparentemente faceto, quanto invece intriso di una certa simbologia, ‘fatta oggetto’, più spesso in passato, di fiabe e racconti entrati nella mitologia e nella tradizione letteraria. Così come all’interno dei sogni e di altri meccanismi di fuga il cui significato psicologico può essere conscio o inconscio a seconda dei casi e, comunque, sempre di rimozione di eventi nefasti o traumatici vissuti sulla propria pelle o cacciati nel fondo oscuro dell’anima.
Non è così per i partenopei che trovano e danno un senso a tutto ciò che fanno, che comunichino o che cantino, in un ‘continuum’ apotropaico, solitamente attribuito al rito e al gesto scaramantico in grado di allontanare l’umano ‘timor Dei’, o quella che comunemente appelliamo ‘paura’ quando riferita alla morte. Non in questo caso, in cui la ‘napoletanità’ piuttosto ne fa uso in quanto ‘consapevolezza di Dio’, da cui deriva il dovere morale di ‘vivere’, di onorare la propria condotta esorcizzando così la propria ‘umanissima’ quanto atavica paura.
Ed è pur questo il mondo magico in cui ‘lavora’ e si ‘esprime’ Mario Compostella, il giovane artista del ‘fare’ che accomuna all’elemento tempo la sostanza allegorica dell’operosità creativa; all’essenzialità poetica dell’immagine l’umiltà del mestiere e la preziosità dell’arte. Ed è lui che oggi andiamo a conoscere nella sua operosa essenzialità.

Il ‘gesto’, il ‘segno’ e la ‘parola’.

È detto che alcun segno delinei una forma senza che lo spirito creativo elabori un concetto che di per sé risponda a un’oggettivazione del pensiero, o senza che lo stesso si offra all’interpretazione della parabola che lo contiene e che lo elabora nella contiguità del tempo, oggettivandolo dentro la 'materia della memoria’; così come nel suo declinare all’interno della parola che ‘muta’ risponde al gesto concettuale che lo ha tracciato. E sia che si tratti dell’esperienza artistica nei suoi ambiti diversi, in quanto Mario Compostella è inoltre maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture e arredamento d’interni, o di scenografie per il teatro. Quanto il suo dare ‘vita alle forme’, al suo desiderio di soddisfare la propria aspirazione nel mondo della percezione, o ai suoi ‘fantasmi creativi’ (composizioni artistiche, immagini pittoriche e non solo), spesso utilizzando materiali recuperati, o per meglio dire: ‘rubati alla terra’, come terre e pietre, corde e legni, metalli poveri o preziosi come l’oro.
Ed è alla mano operosa dell’artista che si fa qui ricorso. Egli è infatti maestro doratore, una professione che gli giunge da lontano, almeno da tre generazioni di fattivo lavoro che risale al suo bisnonno e chissà da quale frequentazione ‘in illo tempore’ dell’estrazione dei metalli. I suoi attrezzi più frequenti sono il pennello, la cera, la gomma, la matita, una quantità di spatole e spatoline, lo scavino, lo scalpello, la punta di bulino per incidere sul metallo. Ancor più gli ‘occhi’ e le ‘mani’, prima ancora dell’afflato ultimo che le riveste: esoterico-allegorico, per voler dire ‘intimo e riservato’ che trasforma le sue creazioni in ‘immagini’ insostituibili dell’umana vicinanza al divino (come ad esempio le sue rivisitazioni sacre); o quelle di un creato astrale (come le sue visioni cosmiche), così vicino a noi da lasciare stupefatti per la ‘bellezza’ che in esso si esprime.
È dunque nel ricreato mondo di una certa ‘bellezza’ che l’artista Mario Compostella esprime la sua sollecitudine alla riscoperta dei ‘segni’ che più coincidono con la nostra sensibilità d’interlocutori attenti e volitivi, sempre alla ricerca di avvalorare certe intuizioni nascoste, quelle significazioni illuminanti che ricreino l’emergere di un senso nuovo, seppure destinato a smarrirsi nella fuga delle definizioni. E lo fa nel comporre, levigare, cesellare, delineare l’indefinito e addirittura, in certi casi, l’indefinibile. Per quanto, essendo ciò quel che vi è di più avvalorante, ha anche sempre a che fare con la sua sensibilità e quindi con il sentimento poetico del ‘fare’ che si fa ‘verbo’, capace di quell’originalità che trasforma ogni suo momento creativo.
Che si tratti dell’amore, del sogno, del coraggio o della paura, così come del giorno e della notte, della guerra e della pace o di qualche altro tema di una lista infinita, alla fin fine egli pur ci parla di noi, e lo fa in modo semplice (mai banale), di ciò che siamo e che trascende dalla nostra ostinata esistenza nell’universo, di quell’‘uomo del fare’ che dapprima esternò nel ‘segno’ la propria inclinazione artistica …

‘uomo’ (paleolitico)

ancor prima che la segreta notte del tempo
aprisse al cosmico universo
ponesti alla rupe il segno della tua esistenza
- principio di tutte le arti -
ancor prima che la tenebra offuscasse l’infinito astratto
lasciasti all’immenso futuro
il messaggio informe del tuo silenzio
- ritorno di ancestrali echi -
al richiamo germogli di voci fuoriescono
dalle ferite inflitte alla pietra
onde ponesti
- l’orma sull’orma del padre -
che il domani accoglie fra le sue stesse spoglie. (GioMa)

Ma lasciamo che Mario Compostella ci parli della sua attività artistica:
Professionalmente nasco nel laboratorio di artigianato artistico di famiglia Ditta Arte Compostella, dove prima mio nonno e poi mio padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, l’inestimabile patrimonio di tecniche, manualità e conoscenza che mi sono state tramandate sono la genesi della mia espressione artistica, che inizia ufficialmente nel 1994.
Nel 1997 il mio laboratorio è inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti, nell’anno 2000 partecipo alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei, dove sono premiato dai Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.
In questi anni decoro alberghi di lusso tra cui: Grand Hotel Parker’s, Excelsior, Grand Hotel San Francesco al Monte, fornisco teatri per arredi di scena tra cui: Opera Buffa del Giovedi Santo del Maestro Roberto De Simone, Tartufo di Tony Servillo, restauro arredi del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e dell’istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Nel 2006 partecipo al Columbus Day in New York, nel 2007 all’Italian Lifestyle in Emirates e nel 2008 al 5° concorso internazionale 'Il Mobile Significante' promosso dalla Fondazione Aldo Morelato in queste manifestazioni decido di presentare i miei nuovi lavori di design e ricerca, il consenso e le discussioni che ne seguono, producono una serie di eventi e iniziative ampliando di fatto il mio ambito professionale.
Nel 2011 la mia prima mostra personale ‘la materia della memoria’ nell’ambito del Forum delle Culture, 2012 ‘decorAZIONI’ che ha come location la Cattedrale di Caserta nel borgo medioevale, 2014 ‘Le sette Madonne’mostra itinerante nel percorso della Napoli Sotteranea, nel 2015 Istitut Francais di Napoli espongo il ‘Trono Itinernate’ dal quale segue un importante pubblicazione sulla rivista Rencontres dal titolo ‘La via dell’oro’, imperniato sul mio percorso artistico.
Nel 2016 sono nominato Fornitore Ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. Nel 2017 progetto e realizzo ‘La Macchina dell’Energia e ‘Il giardino dei Chakra’ per il I International Reiki Festival di Ferla (SR).

Mario Compostella vive a Napoli, dove gestisce il Laboratorio d’Arte e Restauro in qualità di Maestro artigiano e d’arte applicata, Perito-Esperto in doratura e argentatura a foglia, Disegnatore di architettura, arredamento d’interni e scenografie per il teatro.
Contatti:
www.mariocompostella.it
info@mariocompostella.it
E inoltre in facebook e youtube




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