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Quaderni di Etnomusicologia 4: Egitto

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 13/06/2011 06:52:58

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGICA 4 - EGITTO

“Egitto: il culto della bellezza”, di Giorgio Mancinelli, con la consulenza di Paolo Rovesti cosmetologo e Fabrizio Felici Ridolfi, egittologo.

(Da “Folkconcerto” programma realizzato per Radio 3 – Rai; altri testi tratti da “Il canto della terra”, trasmissione radiofonica in due puntate messa in onda da RSI –Radio della Svizzera Italiana); e brani tratti da “Miti di Sabbia: racconti perduti del Sahara” di Giorgio Mancinelli – edito da ilmiolibro.it).

Un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, quello che mi accingo a narrare, che si spinge all’estremo margine di una realtà che potrebbe non essere stata, in cui il Sahara, nel suo divenire agente interagibile del sogno, travalica il limite posto dalla memoria e si conduce dove tutto si posa e tutto si ridesta – come per una visionaria sequenza d’immagini in cui si fondono i costrutti e i timori di un’esperienza iniziatica, che solo di rado riaffiora nel presente, per il suo ridestarsi dalla memoria ancestrale. Un viaggio al seguito del vento del deserto attraverso i suoni e le vibrazioni di una natura ostile e meravigliosa, in cui ogni accadimento, pur nella sua incombente realtà, sembra valicare l’estrema soglia dell’immaginario, nel costante coinvolgimento di silenzio e stupore, di rapimento e di paura, in cui la vita si risveglia dalle sabbie dei primordi, per poi farvi magicamente ritorno, sorprendente e terrifica, sconvolta da accadimenti straordinari, tormentata da ineffabili presenze.
Un viaggio alla ricerca delle usanze e dei costumi, dei racconti e dei canti, degli strumenti e della musica di popoli entrati nella leggenda, che per effetto dell’eterna sospensione del tempo, si trovano ancora oggi ad attraversare il “vuoto cosmico” del Sahara. Vuoto in cui, l’immaginario previene il determinarsi di un universo di per sé mutevole, in netto contrasto con l’apparenza delle cose, che si pone come la sola realtà possibile, dentro il tempo del sogno in cui noi tutti ci conduciamo, capace di scandagliare nelle profondità del sublime e dell’orrore, del passato, del presente e del nostro addivenire. Come scrive Paul Bowles (1): “Non appena giunti nel Sahara, sia la prima o la decima volta, è la sua calma immobilità ad accogliervi. Qui, persino la memoria scompare e altro non resta, se non il respiro e il vostro battito del cuore”.

 

Recitano i versi d’inizio di una poesia d’amore . . .

 

“Desiderava il mio cuore vedere la bellezza di ciò . . .” (2), allorquando, sospinta dal vento, la feluca sollevò un mormorio dell’acque e i papiri frusciarono sommessi sulla vicina sponda, come un insieme misterioso di “voci”, simile a lamento di supplici, che improvviso si leva e aggiunge una vaga inquietudine allo scorrere lento e maestoso del Nilo. L’approdo avviene in una lieve insenatura sabbiosa coperta di giunchi e canne piumate, e allorché disceso, mi soffermo ad ascoltare quel remoto lamento che il vento ben presto disperde dentro un tranquillo incolmabile silenzio. In quel medesimo istante, un ibis sacro solca il cielo di una sottile linea azzurra e si spinge lontano, nei luoghi che per primi accolsero il loto odoroso, emblema dell’amore supremo, e la ninfea bianca, simbolo dell’opalescente bellezza, che un tempo avevano rischiarato la cosmica armonia. Nell’immanenza di questa visione, una sorta d’amoroso afflato sospinge il mio sguardo verso la sfera raggiante del sole, e in quello sfolgorio di luce, in cui la concretezza infine scolora, ogni altra cosa si disperde nello smalto splendente dell’aere, come immagine che improvvisa si sfoca.
Come se quel momento appartenuto all’eterno, ad esso facesse ritorno, entro una metamorfica luminescenza che indicava nell’astro del Sole il corpo visibile di Râ, la sua germinazione, la sua veemente creazione, nel divenire ciclico del Tempo. Râ, che la divina madre Nut ascosa nella notte del cielo, faceva rinascere ogni giorno alla vita e lo restituiva alla Terra in tutta la sua fulgente bellezza (3):
. . .
Lode a Te Amon - Râ signore di Karnak.
Principe in Tebe.
. . .
Lode a Te, che sollevasti il Cielo
e distendesti la Terra.

Più in là, superata la striscia lussureggiante della vegetazione, il Nilo prosegue il suo viaggio lento e possente entro gli argini di un presente solo apparentemente senza memoria. Là, ha inizio il Sahara, un continuo cromatico di sabbia ricco di sfumature contrastanti: dal verde intenso delle ultime terre coltivate, all’ocra bruciata delle dune, all’oro pallido delle colline calcaree, al bruno rossastro dei massicci montuosi che sullo sfondo, costituiscono le estreme propaggini di un improbabile orizzonte. Vi giungo sospinto dal desiderio di ampliare la mia conoscenza attorno a quella lontana civiltà sorta sulle sponde del fiume, che tanto mi aveva affascinato, quando ancora studente, ne avevo sentito per la prima volta il richiamo poderoso che mi aveva portato a tessere di sogno l’illusione di poter giungere, un giorno, alla sua piena identificazione. Un sogno che molte volte avevo provato a sollecitare, e che adesso, per un’apprezzabile ordinanza del destino, si rivelava così prossimo alla grandezza dello spirito, da rendermi incapace, quasi, di apprezzare quanto di meraviglioso mi era dato osservare.
Riflessa nello specchio appena increspato dalla corrente, la feluca sospinta dal vento, si allontana leggera sul filo dell’acqua, scomposta in una doppia immagine riflessa, mentr’io, per una qualche inspiegabile concomitanza, con lo sguardo, l’una non ancora lascio che l’altra colgo, come se il presente, non fosse altro che un effimero contemplativo in cui ritrovo ciò che è l’oggetto del mio desiderio, e il futuro di fatto, compreso nel passato che appartiene ormai alla memoria. Ma tutto ciò non dura che un attimo, il tempo necessario a fermare la sua fuggevole visione dentro un battito del cuore. Chi mai può dire se stiamo andando oppure tornando dall’eterno oblio? Mi viene da chiedermi, pur sapendo che qualunque sia la risposta in questo momento, non può che suscitare in me soltanto un possibile dubbio, un’ulteriore inquietudine, che evito di cercare. La mia feluca veleggia leggera lungo il più generoso dei fiumi, e io la conduco oltre un lontano orizzonte d’acqua, per la durata incommensurabile di un abbaglio (4):
. . .
Salute a Te, o Nilo che sei uscito
dalla Terra
i prati ridono, le rive fioriscono
gioiscono gli uomini
il cuore degli dèi si esalta.
. . .
Tu che la Terra adorni
prospero è il Tuo venire, o Nilo!

E come in un sogno ove ogni cosa si specchia e si moltiplica, vedo rifulgere i primevi bagliori d’ogni Sole, la bianca opalescenza d’ogni Luna, i cieli che erano e che sarebbero stati sempre, le acque già defluite che tornano a scorrere ancora, le sabbie incontaminate dei primordi sollevarsi nel turbinio del vento – quasi che l’essenza della vita nel suo fluire cosmico, faccia ritorno entro le spire dell’eterno.

 

Questo è l’Egitto arrivando dal deserto, una magica parola che spalanca le porte della fantasia su un fiume rigoglioso e immenso, dalle rive fruscianti di papiri mossi dal vento, e dalle sponde fiorite di loto profumatissimo, culla del sole primordiale della creazione. Un grande loto uscito dalle acque primordiali, pegno d’amore offerto al Faraone, insieme divinità e re, e per questo detto “signore delle due terre” dell’Alto e Basso Egitto. E che ritroviamo effigiato nelle pitture murali all’interno delle tombe, scolpito nelle architetture dei templi e dei palazzi, nelle belle forme delle colonne e dei pilastri nate dall’idea di un mazzo di ninfee in boccio.
Quello stesso fiore che fu anche usato come mezzo di paragone poetico per declinare la bellezza della donna, sia essa madre o moglie che rispondeva a un unico ideale d’amore, e che poteva somigliare soltanto al “lanufar”, il fiore di loto, appunto.

 

Recita un canto d’amore rinvenuto in un frammento di papiro della XIX dinastia (5):
“Il canto di colui che adoro,
mi ha detto una sola parola: vieni!
E io, che rinnovo a ogni ora la mia toletta per piacergli,
sono andata bianca come la luna,
profumata come l’acacia,
fresca come un fiore di loto”.

Sono questi i versi delicati e armoniosi trovati nel corredo funebre di una principessa egiziana, insieme con le gemme, i balsami, le ghirlande, gli alimenti, le anforette dei profumi e le molte altre suppellettili, che la sabbia del deserto ha conservato per così lungo tempo. Come per incanto di poesia, questa esile ragazza libra i suoi versi sui millenni, cantando l’eterno rapporto tra l’avvenenza e l’amore. E così che quelle che sembrerebbero soltanto “memorie di un fascino antico” tornano ad animarsi, attraverso la visione di immagini imperscrutabili e altere, sospese nel tempo, che recuperano, non senza un certo stupore in chi le osserva oggi, lo splendore di una civiltà che ci affascina e ci sorprende.


Proiezione suprema dell’estetica corporea, il culto della bellezza raggiunse nell’antico Egitto il più alto grado mai sfiorato nell’arte primitiva, sublimando il senso realistico di ogni forma e di ogni simbolo utilizzato a questo scopo, per divenire infine astrazione, meta da perseguire in vita prima di affrontare l’al di là.
Gli Egizi avevano, comunque, capito l'importanza dell'igiene. Durante il giorno, si lavavano spesso le mani, e facevano la doccia giornaliera, con acqua versata dalle brocche. Curavano l'igiene di bocca e denti che veniva effettuata con bicarbonato. Anche unghie e capelli erano lavati quotidianamente e poiché non esisteva il sapone venivano usati oli profumati e complessi unguenti che rendendo la pelle integra, e quindi non screpolata, impedivano l'introduzione, nell'organismo, di germi e batteri. Oltre alle brocche per la doccia, vi erano anche le vaschette per pediluvi raffigurate anche, come geroglifico vero e proprio, che venivano anche deposte nel corredo funerario, vi era l'usanza di togliere i sandali per entrare nei templi che nasceva dall'esigenza di non introdurre impurità dall'esterno. Questa regola valeva anche per il sovrano, così come è possibile vedere nella Tavolozza di Narmer, in cui un uomo porta in una mano i sandali del re e nell'altra una piccola brocca con acqua.


“In epoca relativamente media, oltre al bagno quotidiano sappiamo che veniva praticato il massaggio del corpo, con particolare cura per le mani e i piedi. L’uso di una raffinata cosmesi, rappresenta il vertice di quest’arte come non la si ritroverà mai più. Maschere cosmetiche e un trucco facciale appropriato all’andamento aggraziato delle figure, sia nella donna che nell’uomo, quale è altresì possibile ammirare nelle preziose pitture delle tombe e dei templi, permettono qui di elencare quelle che erano i componenti “naturali” della cosmesi utilizzata. Si va dall’incenso, mirra, opoponax, olio di legno di cedro, fino allo zafferano, cannella, cinnamomo, tutte materie prime di comune impiego per oli profumati e cosmetici, di gran lunga a tutt’oggi usati” (6).


“In particolare per gli occhi, venivano usati due tipi di belletto colorato, uno verde a base di polvere di malachite, l’altro, il nero, a base di solfuro di piombo o di antimonio, usato per le sopracciglia e le palpebre. La malachite verde del Sinai e la galena nera, oggi chiamata kohl, utilizzate dopo averle impastate con l'acqua. Inoltre, utilizzando un estratto dalle foglie di ligustro le donne si dipingevano unghie e capelli, mentre come ombretto erano solite utilizzare il nero dell'essenza estratta dalla galena. Era diffusa l'arte di truccarsi gli occhi e, grazie all'uso di particolari bastoncini o cucchiaini, potevano scurirsi sopracciglia e ciglia” (7).
Quella che leggiamo qui di seguito è una poesia d’amore relativa alla XIX dinastia (8):

“Il tuo occhio così dipinto diventa più grande,
Il tuo occhio contiene più amore quando mi guardi,
Nel tuo occhio mi perdo come in un cielo incantato,
nel tuo occhio si concentra il mio desiderio come una febbre,
nel tuo occhio così grande c’è tutta la bellezza del tuo corpo
e della tua anima”.

“I cosmetici facevano parte dell’uso quotidiano, un po’ come le bevande e i cibi, da riuscire indispensabili sia alle classi altolocate che a quelle meno abbienti. Persino gli operai e gli artigiani dipendenti, ricevevano, oltre alla razione di cibo, anche quei prodotti cosmetici necessari per la pulizia personale e il massaggio d’uso, come un diritto costituito. Tra le terapie vi erano anche i massaggi, per lenire numerose patologie il cui sintomo principale era il dolore. Era conosciuta la tecnica delle inalazioni che erano composte da mirra, resine, datteri e altri ingredienti. Ma per i morsi velenosi dei serpenti, gli Egizi, non avevano altra cura se non quella di affidarsi alle dee Iside e Mertseger recitando le litanie magiche” (9). 


Sebbene nella statuaria vediamo un’appendice molto simile a una barba riccioluta e annodata dietro la nuca, questa era un simbolo di distinzione del faraone, poiché era considerato incarnazione stessa della divinità, aveva diritto di applicarsi al mento una barba posticcia, sottile, ondulata, a volte tempestata di lapislazzuli, che metteva solo nelle grandi occasioni dove si mostrava al popolo. Così come non appariva mai a testa nuda, e probabilmente neppure nell’intimità della sua casa, il Faraone si faceva radere i capelli molto corti in modo da poter cambiare parrucca e acconciatura secondo l’occasione. Infatti, nella donna, ma in certi casi anche nell’uomo, era in uso portare la parrucca, ritenuta altamente estetica, che rimandava a un altro uso, quello di radersi il volto e la testa e depilarsi completamente, per dare così massimo risalto alle linee del corpo e al viso.


“L'utilizzo di parrucche semplici si diffuse a partire dalla V dinastia presso i dignitari e le loro famiglie. In seguito divennero sempre più comuni, cambiando anche il modello; nel Medio Regno ad esempio si portava un modello più lungo, con due ciuffi a ogni lato, di cui uno era lasciato ricadere sulla spalla. Le parrucche divennero successivamente sempre più elaborate. Erano composte o da sottili treccine di capelli veri, che venivano raccolte utilizzando spilloni di vario materiale come legno, osso o avorio, oppure erano formate da fibre vegetali; vi si aggiungevano poi degli ornamenti ed erano in ogni caso espressione del rango sociale di appartenenza”(10).


In realtà gli egizi erano attenti alle loro acconciature; i bambini portavano i capelli molto corti o rasati con l'eccezione di una parte che veniva raccolta in un ciuffo per poi farlo ricadere sulla spalla destra; così facendo veniva coperto l'orecchio. Il ciuffo veniva poi tagliato all'età di dieci anni, quando diventavano adulti; le bambine portavano semplicemente i capelli corti. Gli alti dignitari avevano piccoli ricci che coprivano le orecchie formando una curva dalle tempie alla nuca. Le donne portavano inizialmente i capelli molto corti, poi le acconciature si allungarono sempre di più. Tant’è che era fatto divieto all’uomo di portare la barba, fatta eccezione per i baffi impomatati, che però, in tal caso, portavano i cortigiani. I sacerdoti avevano l'obbligo di radersi completamente testa e corpo: un segno di purificazione necessaria per l'accesso ai sacri templi. Anche la lametta per la barba cambiò materiale con il passare del tempo: inizialmente costituita da una selce con manico in legno, divenne poi di bronzo.


In molte delle immagini dipinte si nota spesso un cono portato sopra la capigliatura, composto di essenze profumate solidificate con grasso, che col calore si scioglieva lentamente, e intrideva le spalle e il corpo in modo da mantenerlo a lungo fresco e profumato. Ciò ci permette di constatare come questi usi erano ben lontani dal semplice “fatto estetico” fine a se stesso. All’occorrenza, venivano utilizzati oli e profumi per la cura dei capelli e tinture per nascondere i capelli bianchi. Dai rilievi delle tombe rinvenute si osserva come la caduta dei capelli fosse ritenuta un problema. La perdita iniziava dalla zona frontale della testa e con il passare del tempo si arrivava fino alla parte posteriore. Come ipotetici trattamenti, rinvenuti nel papiro medico o Papiro Ebers, venivano utilizzati i grassi di molte specie di animali (leone, ippopotamo, coccodrillo, gatto, serpente e stambecco) e provate diverse misture, come quella a base di miele e dente d'asino. Si conoscono numerose ricette a base cosmetica scoperte nei trattati medici egizi utilizzati nelle diverse epoche, fra cui quello riservato all’imbalsamazione, l’uso che questi avevano di conservare materialmente il corpo del defunto mediante il processo di mummificazione. La mummia adornata di gioielli e profumata, aveva la funzione di fornire il supporto indistruttibile al “ka” (11), e garantire la conservazione eterna di quella “bellezza” che l’egizio aveva perseguito nella vita terrena.


“I numerosi papiri che ci sono pervenuti e lo studio sistematico delle mummie, con le moderne tecnologie mediche, consentono di fare un quadro preciso sulle patologie degli Egizi e le relative terapie. Gli egizi non identificavano le malattie bensì cercavano le cause dei sintomi specifici, che secondo loro erano addebitabili, per lo più, ad agenti esterni che le loro cure tentavano di distruggere o di estromettere; questo modello eziologico era legato sia alla concezione dell'origine del mondo sia alle credenze sulle influenze delle forze superiori. L'esame delle mummie ha rivelato malattie quali arteriosclerosi, carie, artrite, vaiolo e tumore ma anche dalle raffigurazioni è possibile dedurre alcune patologie. Tra i minerali, usati in medicina, troviamo il natron, chiamato neteri cioè il puro, il sale comune e la malachite che curava le infezioni agli occhi ed era usata sia come farmaco che come cosmetico nella profilassi”(12).


I medici egizi visitavano il malato accuratamente ed una volta fatta la diagnosi prescrivevano la terapia contro il dolore, come ci dice il testo del "Papiro Edwin Smith". La maggior parte dei testi è scritta in ieratico, come il "Papiro Chester Beatty"; altri in demotico ed alcuni sono scritti su ostraca. Molte medicine sono state identificate ed erano costituite per la maggior parte da vegetali quali sicomoro, ginepro, incenso, uva, alloro, e cocomero. Anche il salice, tkheret in egizio, secondo il "Papiro Ebers" era usato come analgesico mentre del loto veniva usato sia il fiore che la radice ed era somministrato come sonnifero. I frutti della palma servivano per curare le coliti, allora molto frequenti; con l'orzo, si faceva la birra che serviva come eccipiente, o diluente, e con il grano veniva fatta la diagnosi di gravidanza. Gli Egizi usavano anche elementi animali quali la carne per le ferite, il fegato e la bile per lenire il dolore agli occhi. Di quest'ultima è stata attestata l'efficacia anche di recente. Il latte, sia di mucca,sia di asina che di donna, era integrato come eccipiente e il principio attivo più usato era di sicuro il miele che per le sue tante proprietà serviva per le patologie respiratorie, ulcere e ustioni, come recita il "Papiro medico di Berlino".


È scritto nel “Libro dei morti” (13):

“Sebbene la morte del faraone (Sethi I) non fosse giunta inaspettata, il dolore fu grande. In segno di lutto tutte le donne d’Egitto scoprirono i seni e corsero lamentandosi per le strade del regno, col fango del Nilo sul viso e il capo cosparso di terra. Per settanta giorni la terra delle Piramidi trattenne il respiro, cioè, per tutto il tempo necessario al processo di mummificazione che avrebbe conservato l’eterna bellezza del dio-re defunto”.

“Ed ecco, si aprono i chiavistelli della porta, che si schiude sui misteri del mondo inferiore …”, e sul duro lavoro dell’imbalsamazione, al fine di assicurare al defunto d’intraprendere il viaggio nell’al di là. Dal Papiro “Cha” conservato al Museo Egizio di Torino (14) leggiamo:
“Possa io entrare nella tua dimora, Osiride, con un aspetto più bello possibile, il più vicino possibile al Tuo, di suprema bellezza, e possa io vedere come tu vedi e udire come tu odi”.

 

Ed ecco, davanti ai nostri occhi perplessi, passano in sequenza le immagini ben delineate di tanti dipinti tombali scolpite nel basalto o sul duro porfido, e in tanti oggetti sacri come le tavolette dello scriba, e sui papiri. Di là dall’essere ieratiche, fissate nell’immanenza della morte, vediamo queste figure oltremodo vive, nitide come istantanee, intente nell’azione che stanno compiendo da millenni. In esse, la stretta associazione dell’idea della morte con la continuità della vita, si pone in assoluto, pertanto il concetto egizio della mummificazione va considerato concetto stesso della bellezza, oltremodo preziosa di un apparato estetico superiore, sviluppatosi insieme e in contrasto con la concezione religiosa che poneva nell’oblio la fine di ogni cosa; pressoché timorosa della morte al punto di lottare contro di essa fino allo stremo della sua genialità, e di riscattarla, infine, con la mummificazione del corpo.

 

La stretta associazione dell’idea della morte con la continuità della vita si poneva quindi in assoluto, come integrante dello spirito da cui si dipartiva ogni investigazione sull’esistenza terrena: (15)

“Celebra la bellezza che incontri ogni giorno, con ognuno dei tuoi sensi attenti e coscienti, e non stancartene mai. (..) Una delle più grandi gioie del mondo è la bellezza. Cercala e riconoscila dov’è. cercala ed esaltala dove non c’è. impiega cosmetici della tua donna, ornamenti e profumi per chi deve compiere il grande viaggio. Corone di fiori per gli dei. Se la bellezza ti sarà compagna sarai sempre felice”.

Il canto sopra riportato, è stato trovato su una tavoletta appartenuta a un’arpista del Medio Regno. Quello che più ci colpisce è il modo semplice, eppure profondo, dell’investigare nello spirito umano che, l’amico Fabrizio Felice Ridolfi (16), egittologo, inquadra: “nella concezione filosofico religiosa che investe tutta l’arte egizia, che non ha per fine di elevare l’anima verso il divino e neppure di suscitare un qualche piacere solo estetico, bensì, il precipuo scopo di agire e servire, perché, ed è questo il caso specifico, l’arte in Egitto, esercita un’azione creativa. Ancora più evidente se osserviamo la ricercatezza delle costruzioni e delle suppellettili tombali, le maschere funerarie e i ritratti statuari quali simulacri permanenti dei defunti”.


Tornando al primario significato di 'bellezza' secondo gli Egizi, apprendiamo  che in egiziano antico “bello” si dice “nefer” (che è anche un nome di persona), e si scrive con un geroglifico che rappresenta uno strumento musicale, una sorta di liuto. Se per gli Egizi la musica fosse l’arte “bella” per eccellenza, non ci è dato sapere, perché è dovuto a una possibilità di omofonia della parola stessa. Come pure il plurale di Nefer comprende ciò che la bellezza rappresenta nel suo insieme  e si combina in “nefru”, quale concetto stesso della bellezza contemplata. Il termine, infatti, significa contemporaneamente bello e buono, l’ideale quindi della bellezza abbinato a un valore etico che concorre a formare il “maat” (17), termine di difficile interpretazione, che racchiude in sé i significati “ordine, verità e giustizia”. In una parola: l’armonia cosmica. Pertanto, utilizzando l’energia mitica che lo animava, l’artista egizio ricreava oggetti e figuri a somiglianza della realtà secondo una concezione razionale dell’estetica delle forme, da cui l’estrema stilizzazione delle linee e degli spazi, che si rivelava, comunque, prodotto di un’azione creativa. E sempre, apponeva, accanto all’oggetto o alla persona, il nome lo identificava, allo scopo di prolungarne l’esistenza. Poiché dare un nome alle cose e alle persone, tramite la recitazione di una formula, significava “farle vivere” indefinitamente.


Come abbiamo avuto modo di apprendere, il concetto del “bello” presso gli Egizi, si concretizzava nel culto della bellezza corporea, finalizzata ad offrire se stessa in questa come nell’altra vita, davanti allo sposo o all’amante, e al cospetto di Osiride (18), dio e giudice del mondo ultraterreno, la cui intercessione avrebbe aperto il cammino verso l’eternità. Un esempio di come la cosmesi riempiva tutti gli spazi possibili nella vita come nella morte è data dalla maschera funeraria. Tra le più note spicca quella d’oro del faraone Tutankhamon, rinvenuta insieme ai paramenti faraonici nel 1922 da Lord Carnarvon e Howard Carter. Il ricco tesoro contenuto nella tomba, ritrovata intatta, ha permesso di conoscere le ragioni religiose da cui è derivato l’uso della maschera funeraria. Una prima maschera, eseguita per mezzo di un calco in gesso o argilla sul cadavere, serviva agli orafi e scultori per le loro opere. Della stessa fattezza doveva essere il canopo, il vaso che avrebbe contenuto le parti degli intestini e organi interni. Una maschera successiva, forse la più importante, riproduceva il volto del defunto con la sua espressione da vivo, interamente riprodotta e dipinta con creme cosmetiche, oli ed essenze profumate.


Il ritratto così abbellito del faraone Tutankhamon, trova una sua sbalorditiva somiglianza col dio idealizzato nella maschera d’oro ricoperta di pietre semipreziose; gli occhi di quarzo e ossidiana, mentre le orecchie presentano il lobo perforato per l’apposizione di orecchini. Sulla fronte, spiccano le teste del cobra e dell’avvoltoio emblemi della sovranità del Basso e l’Alto Egitto. Sul retro, la maschera, presenta incisa una formula magica, la sua acconciatura è di smalto vetrificato a imitazione del lapislazzulo, mentre l’estremità del pettorale è incrostata di veri lapislazzuli, quarzi e ossidiana, composti insieme in tanti piccoli boccioli di loto. Inoltre sono state trovate nella tomba anche tutte le parti del corpo riprodotte in oro, splendide creazioni orafe per la loro fattezza, addirittura le mani sono uno dei pezzi migliori di questo meraviglioso tesoro, eseguite a dimostrazione di quanto già detto, della maestria artistica cui gli “artigiani” egizi erano giunti.


L'antico popolo della Valle del Nilo ci ha lasciato più di mille ricette ma di sicuro qualcuna è solo molto fantasiosa come quella che, per combattere l'incanutimento consigliava l'uso di un topo bollito nell'olio. Olio di palma, ovviamente, perché l'ulivo arriverà molto più tardi, con la dinastia tolemaica. In Egizio il medico era detto sunu; il primo e più famoso fu di sicuro Imhotep e anche i sacerdoti potevano occuparsi di medicina come Sabni, che godeva del titolo di "Medico capo e scriba della parola del dio". Troviamo anche Hesyra, il primo medico dentista con il titolo di "Capo dei dentisti e dei medici" nonché scriba, come scritto nella sua tomba a Saqqara.

 

Nel tempio di Kôm Ombo, nell'Alto Egitto, vicino ad Assuan, sono raffigurati, sulla parte nord del recinto esterno, strumenti medici e chirurgici quali bendaggi, seghe, forbici, bisturi, forcipi e contenitori vari per medicamenti. Ma recentemente si è ipotizzato che fossero solo attrezzi rituali per cerimonie religiose. Accanto allo strumentario, vi sono alcune ricette mediche con tanto di componenti e dosi. Ma la chirurgia, non si sviluppò come la medicina. Forse per scarse conoscenze fisiologiche e per carenza di guerre. A conferma di ciò, sia il "Papiro Ebers" che il "Papiro Smith", detto anche "Libro delle ferite", citano solo dati clinici, pur molto precisi, ma non descrivono interventi chirurgici. Incredibilmente, vista la pratica religiosa di imbalsamare i morti, vi era scarsa conoscenza dell'anatomia e della chirurgia specialistica. Gli Egizi, infatti, intervenivano chirurgicamente solo in piccole patologie, come foruncoli o ascessi, o direttamente con l'amputazione di arti. Inoltre, pur avendo un'apparente rigorosità, tutte le pratiche mediche dovevano essere accompagnate da specifiche formule apotropaiche.


Nelle liste delle offerte che spesso accompagnavano i defunti figurano tipi diversi di oli cosmetici e belletti colorati all’interno di vasetti finemente cesellati o dipinti, che venivano posti accanto alla mummia. In alcuni papiri si trovano ricette per la preparazione di cosmetici a dir poco incredibili, come ad esempio quella contro l’imbiancamento precoce dei capelli che la regina Snesh, madre del faraone Teti, prescrive: una gamba di lepre, un nocciolo triturato di dattero, uno zoccolo d’asino contuso, e di far cuocere il tutto con olio in un vaso (djadia), e di massaggiare fortemente il cuoio capelluto. Un’altra ricetta prescrive invece di mescolare sangue di bue nero con olio per far tornare neri i capelli grigi. Le stesse proprietà erano attribuite alle ceneri ottenute dalle ossa di certi uccelli mescolate ad erbe aromatiche. Non mancavano ricette a base di solfuri di arsenico e calcio per far cadere i capelli alle donne rivali e far diventare vecchia e rugosa la loro pelle. Una ricetta per diminuire le rughe del viso impiegava resina di terebinto, cera, erba di Cipro e olio di meringa fresco.


Non possiamo parlare dell’ideale della bellezza senza nominare quelle regine che con la loro personalità e il loro fascino , in qualche modo hanno fatto la storia dell’Antico Egitto: Hatshepsut, Nefertiti e Cleopatra il cui gusto raffinato, la cura che avevano dei loro corpi e dei loro volti, lo sguardo ammaliante degli occhi allungati e dipinti, e lo splendore delle loro vesti ancora ci meravigliano. Maestri orafi arricchivano col loro operato la le numerose suppellettili, ornamenti e gioielli che le avrebbero accompagnate nell’al di là. Poeti dal verso delicato e ricolmo d’amore hanno immortalato le loro fattezze e la loro bellezza (19).


“L’anima creativa dell’Egitto è tutta plasmata in un panorama immutabile di arte, pensiero, forme, abbigliamento, oreficeria, scultura e pittura, erano dominate della concezione statica della bellezza, sublimata, invariabile nel suo aspetto esteriore, nel suo ritmo eterno. In realtà, la religione, fondata sul culto dell’eternità della vita, rimasta invariata nelle fondamenta per millenni, impediva all’egiziano di subire trasformazioni radicali”.


Guerre, vittorie, sconfitte, festeggiamenti, lutti: tutto sottostava a imperativi religiosi profondi, che fecero degli Egizi un popolo religiosissimo, secondo Erodoto, “il più religioso del mondo”. Ogni atto della vita era contrassegnato da un cerimoniale molto impegnativa che iniziava dall’organizzazione d’insieme, e riservato in primis al Faraone, e a seguire ai nobili e ai guerrieri, ma vietato al popolo che invece assisteva sbalordita. Davanti a tanto affollamento di dèi antropomorfi ma con fattezze zoomorfe, la variante della religione egizia, proiettava il credente verso quell’immortalità cui aspirava, avviandosi alla sopravvivenza ultraterrena. Ben per questo templi e palazzi, piramidi e tombe erano costruiti di sì fatte dimensioni colossali, era quello un modo per oltrepassare, superare il muro pur esistente tra la vita e la morte, un modo per resistere al costante devastazione del tempo e della storia.


Tornando a parlare della bellezza della donna possiamo affermare che la mitologia egiziana personificava la regina moglie del faraone in Iside (20) la bella dea “dal volto di luce”, vestita di una tunica di lino finissimo, spesso plissettato,con maniche a pipistrello, cintura molto alta portata sotto il seno, collo adornato con molteplici giri di collane più o meno preziose. Questo era definito un abbigliamento pudico, sempre che le regine egizie ne conoscessero il senso. Tanto che Nefertiti veniva spesso ritratta con indosso una tunica trasparente, aperta dall’ombelico in giù, sopra un esiguo perizoma. Un altro esempio è possibile ammirarlo nelle stupende figure delle “danzatrici”. Queste, di fatto, usavano depilarsi completamente, ed eseguivano le loro danze portando solo un’esile cintura fatta di perle e oro che sottolineava la loro nudità levigata.


“Il trucco, doveva essere adatto al proprio tipo – ne più ne meno come dovrebbe essere oggi e non lo è – soltanto che nel’Antico Egitto non poteva essere applicato da altri che non da se stessi. Ogni donna, infatti, aveva a sua disposizione tutti gli accessori e gli strumenti adatti a questo scopo e, ancor più, essa conosceva l’arte di mescolare e impastare le creme e le polveri e come ricavare le essenze necessarie. In poche parole, conosceva l’arte della cosmesi. Dapprincipio spalmava un fondo tinta bianco del tipo biacca, quindi tracciava il contorno delle labbra con un pennello sottile e riempiva gli spazi di rossetto colorato, che dava anche, in modo leggero, sugli zigomi e sulle tempie. La parte che richiedeva più cura e maggiore dispendiosità di tempo, erano indubbiamente gli occhi. Questi, erano allungati e ingranditi con un tocco di kohl nero, ombreggiato sulle palpebre con una polvere di colore verde, forse malachite, accentuati verso le sopracciglia con polvere grigia di antimonio o scura di galena, spesso arricchiti con arabeschi proiettati fin sopra le guance” (21).


Il grande “Occhio di Horus”, che possiamo ammirare in molte riproduzioni, era un simbolo di chiaroveggenza che favoriva la fecondità e tutelava la salute, ancor oggi visibile in forma di amuleto, divenuto simbolo programmatico di un futuro celeste, e non ne è rimasto affascinato? Ancor più ammaliato dalle testimonianze visibili della bellezza delle regine che sopra ho citato, a cominciare da Nefertiti (22), in egiziano antico: “la bella che qui viene”, consorte del faraone Akhènaton, vissuta nel medio Regno, e che a tutt’oggi rappresenta un enigma dell’archeologia. L’egittologo tedesco Richard Lepsius (23) che per primo rivelò la sua esistenza, rimase folgorato del suo meraviglioso aspetto al punto che si appassionò nel cercare di risolverlo, decifrarne ogni minima iscrizione parietale, fino a rintracciarne alcuni reperti della massima importanza per la storia e l’arte egizia, che il tempo non aveva del tutto cancellato: (24)

“La Bella e stupenda coronata di piume”
“La grande principessa ereditaria a palazzo”
“Immensa la gioia di chi ode la sua voce”
“Padrona d’ogni grazia”
“Massima favorita”
“Donna che dà letizia al Signore delle Due Terre”
“Da lui amata è la grande consorte reale”
“Amante della felicità”
“Bella è la bellezza del sole”
“La Bella che qui viene, viva in eterno”

È evidente che le iscrizioni a null’altra erano riferite che alla amatissima regina Nefertiti, che ben due generazioni di archeologi, con maggiore o minore successo, si sono sforzati di cercare. In realtà non si conosce l’esatta ubicazione della sua tomba che non è mai stata trovata, tuttavia il suo bel viso era destinato a diventare celebre. Gli egittologi sono oggi tutti concordi che il celebre busto del Museo di Berlino, rappresenta la regina Nefertiti all’età circa di venticinque anni. È comunque interessante conoscere i particolari del ritrovamento che permise di risalire alla grande regina. Ludwig Burkardt (25) che ne scoprì il busto, così lo racconta: 


“Se dovessi descrivere questo ritrovamento com’è avvenuto, con i suoi scombussolamenti, le sue speranze e anche se sue piccole delusioni, il lettore sarebbe confuso come lo fui io. (..) La preziosissima opera d’arte era conservata in maniera quasi perfetta. Le orecchie erano leggermente scheggiate e le mancava l’occhio sinistro”.


Voglio qui dire della bellezza di un’altra regina, Hatshepsut (26) che più d’ogni altra può essere considerata il prototipo della donna egiziana. Figlia del Faraone Thutmosi I°, mentre era ancora in vita il padre, ne condivise il trono. Successivamente regnò accanto a Thutmosi II°, suo fratellastro nonché suo marito e, alla sua morte governò il paese per altri ventidue anni. Per obbedire alla tradizione che imponeva al Faraone una discendenza divina, Hatshepsut fece circolare una leggenda sulla sua nascita che la vedeva figlia di Ahmasi e del dio Amon. Decise inoltre di cambiare sesso pretendendo di essere chiamata “Figlio del Sole” e “Signore delle Due Terre dell’Alto e Basso Egitto”, titolo che spettava esclusivamente al Faraone. Tale fu la sua imposizione che si fece raffigurare sui monumenti ufficiali priva del seno e applicandosi al mento la barba posticcia della nobiltà. A lei si deve l’apertura di nuove vie di commercio con l’estero, l’organizzazione di spedizioni nelle terre lontane dove crescevano l’incenso, la mirra, l’opoponax, l’ebano. Regnò e assicurò al suo popolo un lungo periodo di pace. La sua tomba, scavata nella roccia, è tra le più imponenti dell’Antico Egitto, si trova a Deir el Bahari accanto a quella pure grandiosa di Ramesse II.


Della regina Cleopatra (27) è stato detto che, “se avesse avuto un altro naso, forse il corso della storia sarebbe stato diverso”. Un ennesimo riconoscimento dell’importanza determinante dell’estetica e della cosmesi, giunte con questa regina all’apice della raffinatezza. Famosa per la sua pelle morbidissima data dai continui bagni di latte di mandorle cui si sottoponeva, si vantava di impiegare tutti i prodotti cosmetici del “Papiro Ebers” (28), il più antico pervenuto. Abbellita dai cosmetici e adornata di gioielli e profumata Cleopatra viene ricordata per le sue doti sensuali e voluttuose, e per la sua sfrontata audacia che la vide opporsi allo strapotere romano facendo innamorare di lei ben due Cesari. L’immagine scultorea che la ritrae, al British Museum, ancora oggi è ammirata per la sua affascinante bellezza. Galeno di Pergamo (29) cita alcune sue ricette cosmetiche contro la calvizie a basa di zolfo e ceneri di animali. Plutarco rammenta le sue composizioni di oli e unguenti profumati che dovevano mantenere giovani. E quando Ippocrate passeggiava con i suoi adepti nell'isola di Coo, disquisendo sui mali dell'umanità, altro non faceva che trasmettere il sapere degli Egizi che, con i loro papiri, hanno tramandato i primi fondamenti della medicina e chirurgia.

Poiché è la musica che ci interessa, riporto qui i versi di un anonimo arpista del Medio Regno (30):

“Celebra la bellezza che incontri ogni giorno
Con ognuno dei tuoi sensi attenti e coscienti,
e non stancartene mai”.

La musica dell'Antico Egitto ha origini molto remote. Fu tra le prime civiltà di cui si hanno testimonianze musicali. Per gli egizi la musica aveva un ruolo molto importante: la leggenda vuole che sia stato il dio Thot a donarla agli uomini. Intorno al V millennio a.C. vennero introdotti i primi strumenti musicali, quali bacchette, tavolette e sonagli, utilizzati in rituali totemici. Le danze erano soprattutto propiziatorie alla caccia, magiche, di fecondazione e di iniziazione. Nell'Antico Regno si creò l'usanza dell'orchestra composita, comprendente vari flauti, clarinetti e arpe arcuate, con un'ampia cassa armonica. Si trovano poi i crotali, il sistro, legato ad Hathor, la tromba, utilizzata in guerra e sacra ad Osiride, i tamburi, il liuto ed il flauto, sacro ad Amon. 


Durante il Medio Regno si introdussero il tamburo, la lira e alla danza rituale si aggiunse quella definibile professionale ed espressiva, in quanto aveva lo scopo di intrattenere lo spettatore. Il tipico strumento egizio, il sistro vide, in questa epoca, un allargamento del suo utilizzo. Strumenti più sofisticati dovettero attendere più a lungo. I primi ad apparire dopo le percussioni furono gli strumenti a fiato (flauto, corno) e a corde (lira e cetra), di cui esistono testimonianze greche, egizie e mesopotamiche anteriori al X secolo a.C. Queste civiltà conoscevano già i principali intervalli fra i suoni (quinte, quarte, ottave), che erano usate come base per alcuni sistemi di scale. Da uno studio di Oliver Sachs (31) sull'accordatura delle arpe è emerso che gli Egizi utilizzavano una scala pentafonica discendente e che conoscevano la scala eptafonica. Purtroppo non è stata rintracciata nessuna notazione musicale, quindi poco o nulla si sa sulle melodie dell'antichità egizia.


Va qui ricordato che l’arpa è forse il più antico strumento costruito dall’uomo pervenutoci al mondo, alcuni esempi di arpa sono stati rinvenuti nelle tombe faraoniche, come quella splendida facente parte del tesoro di Tutankhamon. Al suono dell’arpa, mentre dalle rive del maestoso Nilo sale il mormorio del grande fiume, come un lamento, come un canto, siamo certi di aver colto, almeno in parte, il segreto dell’incantesimo della bellezza. Lì dove l’immagine si propaga, nella luce rarefatta delle sabbie, si posa lo sguardo al lontano passato dell’Egitto faraonico, cui l’esigenza estetica appartiene ai grandi ideali del passato.


Oggi il senso estetico è soltanto diverso da quello di ieri, appare scomparso solo a chi considera il “nuovo” nemico dell’antico e guarda al futuro come una minaccia nei confronti del passato, anziché come una promessa di traguardi più avanzati. Se si considera che fin dal Medio Regno il clima dell'Egitto era molto più caldo rispetto a quello attuale e consentiva quindi di vestire poco e assai semplicemente, è facile comprendere come, per parlare di intrattenimento musicale e alla danza di allora, potesse far riferimento a un uso libero dell’abbigliamento. Farsi notare o meglio, esprimere se stessi creando un effetto visivo, sembra essere stata da sempre l’esigenza più importante della moda in ogni epoca. Non da meno gli egizi consideravano l’abbigliamento della massima rilevanza estetica.


“Nell'Antico Regno gli uomini usavano un perizoma oppure un gonnellino dall'estremità sovrapposte che durante le dinastie si trasformò allungandosi fino alle caviglie e caratterizzato da pieghe e trasparenze. Il torace era coperto con una stola di tessuto: molto usato era il colore bianco e il tessuto di lino mentre la lana non era gradita per motivi religiosi, in quanto la pecora come animale vivo era considerato impuro. I nobili usavano adornarsi con gioielli e usavano sandali in papiro o legno di palma con lacci di cuoio, come quelli recentemente trovati nella tomba di Henu. Le donne usavano tuniche aderenti lunghe con una o due bretelle. Successivamente divennero ornate di complessi disegni e colorate ma la maggior caratteristica fu l'impiego del sottilissimo trasparente lino, chiamato bisso, e delle cinture. Sempre durante il Medio Regno si incrementò l'uso di gonne lunghe e di stoffa a pieghe sul busto lasciando le braccia scoperte” (32).


Fu proprio durante il Medio Regno che l'abito, divenuto più complesso, acquisì svariate fogge atte ad individuare la classe sociale di appartenenza come si evidenzia nelle immagini funebri. Le donne rappresentate sulle stele funerarie sono sempre a piedi nudi al contrario degli uomini che invece portano i sandali. Entrambi usavano nelle cerimonie un cono profumato sulla testa e le donne si ornano con un fiore di loto. Anche il sovrano portava sia il gonnellino che la gonna lunga ma di suo uso esclusivo era il nemes. Poteva portare pettorali in oro con pietre e smalti, la corona e lo scettro. I sacerdoti usavano una veste di lino e la caratteristica pelle di leopardo. La testa era rasata e spesso coperta con copricapo di cuoio.


I militari usavano un perizoma con una protezione triangolare in cuoio pesante davanti all'addome. La testa era protetta dal sole con un copricapo di stoffa e in caso di battaglie con semplici elmi di cuoio. Stavano generalmente a torso nudo ma per proteggersi potevano indossare una camicia. Il popolo ovviamente si abbigliava in maniera diversa dai nobili, sia per motivi economici che pratici. Semplici calzoni, gonnellini, quando addirittura non lavorassero nudi, sia uomini che donne. I giovani fino alla pubertà erano nudi e con la caratteristica treccia di capelli laterale. È da notare che la nudità, di adulti e ragazzi, era costume abituale come ancora oggi avviene in molte etnie.


Voglio però chiudere con una provocazione: che cosa ci diversifica da questi nostri progenitori nilotici? È questo un tema che si potrebbe affrontare per una ulteriore ricerca che non vuole essere solo di costume, rifletteteci e scrivetemi. Come ha detto Emilio Pucci (33): “La moda del nostro tempo è moda che prende coscienza delle diversità del nostro pianeta e polarizza elementi e temi tipici di paesi lontani. Una volta esauriti i temi esotici le differenze che ancora distinguono civiltà e località geografiche diverse, la moda del nuovo cittadino del mondo metterà in valore quelle esigenze di espressione individuale che sono proprie dell’essere umano quando è libero di affermare il proprio pensiero e la propria personalità”.


Bibliografia:
Evelyn Rossiter “The Book of The Dead” – Liber – Fribourg Genève 1979.
Gianfranco Nolli “Canti d’Amore dell’Antico Egitto” – Ediz. Civiltà Uomini Paesi -
Franco Cimmino “Vita Quotidiana degli Egizi” – Rusconi - Milano 1985.
Sergio Donadoni “L’Uomo Egiziano” – laterza – Bari 1982.
Anna Maria Donadoni-Roveri “Civiltà degli Egizi: La vita quotidiana” – Museo Egizio di Torino – Electa 1987.
Anna Maria Donadoni-Roveri “Civiltà degli Egizi:Le Credenze Religiose” – Museo Egizio di Torino – Electa 1987.
Anna Maria Donadoni-Roveri “Civiltà degli Egizi:le Arti Della Celebrazione” – Museo Egizio di Torino – Electa 1987.
Fondazione Memmo – The Getty Conservation Institute “Nefertari: Luce d’Egitto” –Catalogo della Mostra – Leonardo Arte 1995.
Marilina Betrò, Valerio Simini, “Sono venuta correndo a cercarti. Canzoni e musica nell'antico Egitto”, Edizioni ETS, Pisa 2010.

Discografia:
“Ancient Egypt”, a tribute composed and performed by Ali Jiad Racy,Lyrichord 7347 – New York – 1977. ricerca su papiri e pitture egizie, intesa alla ricostruzione degli antichi strumenti e alla postura delle mani da parte dello studioso A. Racy, per questa unica registrazione di brani ispirati all’antico Egitto. Contiene canti funebri e lamentazioni, inni e straordinari brani musicali veramente ispirati.
“Egitto : Epica1”, Haib H. Touma – Fonit Cetra – I suoni 1980. Contiene narrazioni epiche della letteratura egiziana, la struttura poetica, i vari tipi di esecuzione.
“The Egyptian Music”, Soliman Gamil, Touch 1987, contiene brani di ispirazione melodica, dedicati al Nilo.
“Charcoal Gypsies”, The Musicians of the Nile – Real World LC 3098 1996, contiene brani di musica egiziana, delle tribù nomadi.
“Nubian Travels”, Mahmoud Fadl e The Drummers of the Nile, contiene brani di musica strumentale, soprattutto percussioni. - Piranha 2001.
“Danse égyptienne classique”, Ro-He – EUCUD 1082 – 1988.


Note:
(1)Paul Bowles, “Il tè nel deserto” – Sugar 1965.
(2-3-4-5) Edda Bresciani “Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto” – Giulio Einaudi Edit. Torino 1969.
(6-7-8-9-10) Paolo Rovesti “Alla ricerca dei cosmetici perduti” – Blow Up Milano.
(11) “ka” in “Dizionario dell’Antico Egitto”, a cura di Guy Rachet - Newton Compton Ed. Roma 1991. Ka, è la forza vitale, principio di vita e potenza, l’essere, la persona, l’individualità, è uno dei concetti spirituali egiziani di cui più difficilmente si può offrire una spiegazione. Infatti, il senso che veniva attribuito a questa parola ha subito nel corso dei millenni una serie di variazioni ed ha presentato la tendenza ad arricchirsi di significazioni nuove. Di conseguenza ha talvolta assunto i caratteri di genio, dio protettore e doppio spirituale, una “proiezione vivente e colorata della figura umana, un doppio riproducente fin nei più infimi dettagli l’immagine intera dell’oggetto o dell’individuo a cui appartiene” (Maspero). Per altri studiosi invece, il ka, (il cui omofono era il toro), esprimeva la potenza generatrice e la forza sessuale, ma anche principio di vita e di potenza, la forza vitale a supporto della vita fisica e spirituale. Per gli Egiziani morire significava ricongiungersi al proprio ka, in cui si è potuto scorgere anche “l’aspetto di un genio della razza, che preesiste all’individuo, cresce con lui e poi, senza morire, riceve il defunto nel suo seno” (Moret). Ogni individuo ne era dotato alla sua nascita, come delle sue caratteristiche personali e del suo destino.
(12) Boris de Rachewiltz “Il Libro dei Morti degli Antichi Egizi”, Papiro di Torino – Mediterranee – Roma 1958.
(13) Mika Waltari “Sinuhe L’Egiziano” – Rizzoli - Milano 1950. (La Storia di) Sinuhe, sorta di autobiografia romanzata di Ammenemes I (primo faraone della potente XII dinastia), e personaggio del noto racconto pervenuto attraverso numerosi papiri e alcuni frammenti conservati su ostraka (conchiglia, coccio di ceramica), su cui venivano redatti lettere e addirittura copiate opere letterarie di ogni genere.
(14) Maat, è la regola eterna, anteriore alla specie, incarnazione della giustizia umana, destinata a sopravviverle. È rappresentata sotto forma di donna dal capo ornato da una piuma ( la piuma è il simbolo del suo nome nei geroglifici). La teologia ne faceva la figlia del Sole (Râ), dio “a cui nulla sfugge” e padre del faraone, nonché dispensatore della giustizia in questo mondo. Era Maat ad essere offerta dal re durante il culto divino ed era lei, o per meglio dire la piuma che la simboleggiava, a costituire il contrappeso del cuore sulla bilancia interpellata da Anubis in occasione del giudizio di Osiride. Maat rappresentava anche l’ordine universale, la legge grazie alla quale il mondo sussisteva nell’armonia, la forza per la quale la creazione di Râ, suo padre, non sarebbe mai più ricaduto nel caos primordiale.
(15) Osiride, divinità salvatrice e sotterranea dai molteplici attributi, tra i quali quelli di “Giudice Supremo delle anime” e “Sovrano del Regno dei Morti”. Nel corso dei millenni, la personalità di Osiride si è alimentata di tanti e tali elementi da pervenire ad esiti estremamente complessi, pur se coerenti nella loro linea di sviluppo, ma comunque sempre compatibili con la sensibilità di popoli che vivevano una religione salvifica fondata su un uomo-dio che aveva conosciuto una “passione”, e l’aveva fatto tra gli altri uomini”. Ci si è sforzati di vedere in questa figura un personaggio storico, forse il primo che, durante il periodo predinastico abbia unificato i clan del Delta o persino l’Egitto intero. Osiride è in relazione con le acque del Nilo, alle quali il suo corpo dona la forza fecondatrice. In alcune versioni del culto osiriaco egli infatti, invece di discendere il Nilo in una bara di fortuna, viene direttamente annegato nel fiume. Dio fecondatore, Osiride è anche signore della vegetazione e, come questa, muore nel periodo dell’inondazione per rinascere a primavera, dopo aver soggiornato sottoterra come il grano seminato. Inoltre la leggenda eliopolitana ha fatto di Osiride un dio cosmico. Tale concezione si spiega solo se si ammette che, fin dal predinastico il sovrano defunto fosse assimilato a Osiride. Alla fine dell’Antico Regno Osiride venne anche assimilato al “Dio Grande”, celeste, come prima di lui il dio Horo., e quindi possessore di un carattere ctonio che ha contribuito a consolidare il mito.
(16) Gianfranco Nolli, in “Canti d’Amore dell’Antico Egitto” – Ed. Civiltà Uomini Paesi -
(17) Edda Bresciani, op. cit.
(18-19) Fabrizio Felici Ridolfi, egittologo socio emerito del Museo Egizio di Torino: “Scritti inediti” relativi alle conferenze sull’Egittologia tenute presso il Centro Culturale – Ambasciata d’Egitto a Roma.
(20) “Iside – Il Mito Il Mistero La Magia” – Catalogo Mostra. Electa - Milano 1997.
(21) Paolo Rovesti, op. cit.
(22) Karl Richard Lepsius, fu uno dei pionieri dell'egittologia e della moderna archeologia. uno dei primi allievi di Jean-François Champollion. Inoltre viaggiò in tutta Europa, visitando le collezioni egizie e perfezionandosi in litografia e nello studio delle incisioni. Fu professore di Egittologia all'Università di Berlino e Direttore del Museo Egizio della città. Tra le sue opere: Denkmaeler aus Aegypten und Aethiopien nach den Zeichnungen der von Seiner Majestät dem Koenige von Preussen, Friedrich Wilhelm IV., nach diesen Ländern gesendeten, und in den Jahren 1842–1845 ausgeführten wissenschaftlichen Expedition auf Befehl Seiner Majestät. 13 vol. Berlin: Nicolaische Buchhandlung. (Ristampato Genève: Éditions de Belles-Lettres, 1972) ritenuto il capolavoro di Lepsius in 12 volumi sulle iscrizioni dell'antico Egitto e della Nubia; ancora utile oggi. Nel 1842 Karl Richard Lepsius guidò una esplorazione nel Basso Egitto ed elaborò una lista di tutte le piramidi esistenti. Lepsius le numerò partendo dal nord, iniziando da Abu Rawash. In seguito è stato dimostrato che alcune di queste strutture non erano vere piramidi, però tuttora la lista di Lepsius fornisce la base per la catalogazione delle piramidi egizie.
(23) Edda Bresciani, op. cit.
(24) Johann Ludwig Burckhardt, è stato un esploratore e orientalista svizzero, noto anche con il nome francese di Jean Louis (da lui preferito) e con quello inglese di John Lewis. I suoi scritti, raccolti in 350 volumi, e la sua collezione di 800 manoscritti orientali sono stati lasciati in eredità all'Università di Cambridge, diversi dei quali sono stati raccolti e pubblicati postumi. Tra le sue opere: Travels in Nubia. (con memorie biografiche) (1819), Travels in Syria and the Holy Land. (1822), Travels in Arabia. (1829), Arabic Proverbs, or the Manners and Customs of the Modern Egyptians. (1830), Notes on the Bedouins and Wahabys. (1831)
(25) Phlilipp Vanderberg “Nefertiti” – Sugar - Milano 1985.
(26) Hatshepsut, Nella seconda metà del XX secolo,con lo sviluppo del movimento femminista, le donne con un ruolo preminente nell'antichità vennero alla luce e la loro vita venne enormemente pubblicizzata. La biografia di Hatshepsut, scritta da Evelyn Wells, offre un'immagine romanzata, dipingendo la regina come una bellissima donna, pacifista, definendola «la prima grande donna nella storia» distaccandosi quindi decisamente dall'immagine maggiormente accreditata nel XIX secolo, che voleva Hatshepsut come una strega, una matrigna che aveva usurpato il trono di Thutmose III. Cimmino, Franco - Dizionario delle dinastie faraoniche - Bompiani, Milano 2003 - Hasepsowe e Thutmosis III. Gardiner, Alan - La civiltà egizia - Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997) - Hayes, W.C. - Egitto: la politica interna da Thutmosis I alla morte di Amenophis III - Il Medio Oriente e l'Area Egea 1800 - 1380 a.C. circa II,1 - Cambridge University 1973 (Il Saggiatore, Milano 1975). Wilson, John A. - Egitto - I Propilei volume I -Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
(27) Philipp Vanderberg “Cesare e Cleopatra” – Sugar - Milano 1985.
(28) Dal "Papiro Ebers" apprendiamo che, come droga, si usava l'oppio, chiamato shepen e importato da Cipro, sia per il dolore che per il pianto dei bambini. In alcune raffigurazioni della tomba di Sennedjem, è stata riconosciuta la mandragola, in egizio rermet, usata come sonnifero e per le punture d'insetto. Esisteva anche la cannabis, shenshenet, che veniva somministrata, in particolare per via orale e per inalazione, ma anche per via rettale e vaginale, mentre l'elleboro era usato come vero e proprio anestetico, ma in maniera empirica e con dosaggi errati tanto che spesso il malato passava direttamente dalla narcosi alla morte.
(29) Galeno di Pergamo, (129 – 216) fu un medico greco antico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina europea per più di mille anni. L'autorità di Galeno egemonizzò la medicina, in tutti sensi, fino al XVI secolo. La maggior parte delle opere greche di Galeno sono state tradotte da monaci nestoriani nel centro medico e universitario della sasanide Jundishapur, in Persia. Gli eruditi musulmani le tradussero presto in arabo, assieme a quelle di molti altri classici greci, trasformando la sua opera in una delle fonti principali per la medicina islamica e per i suoi migliori esponenti quali Avicenna e Rhazes. Tali opere raggiunsero dunque l'Europa occidentale sotto forma di traduzione latina dei testi arabi. I suoi seguaci, nella convinzione che la sua descrizione fosse completa, ritennero inutili ulteriori sperimentazioni e non procedettero oltre negli studi di fisiologia e di anatomia, un campo nel quale il primo serio cambiamento avverrà solo con Vesalius. Saranno proprio le indagini anatomiche di Andrea Vesalio, a dimostrare l'inesistenza nell'uomo della rete mirabile, facendo cadere uno dei cardini della sua fisiologia e dando inizio alla confutazione e al superamento del suo impianto teorico. L'avvento della iatrochimica, infine, contribuì ulteriormente al declino della medicina galenica. Galeno si occupò anche di religione. A proposito, ad esempio, di ebrei e cristiani ritiene che essi siano dei filosofi, ma ritiene anche che manchino loro gli strumenti di conoscenza perché non avevano ancora elaborato il contenuto della loro fede. Su di lui: Nicoletta Palmieri, L'antica versione latina del 'De Sectis' di Galeno. (Pal. Lat. 1090), Ets, 1992. D. Manetti (curatore), Studi su Galeno. Scienza, filosofia, retorica e filologia. Atti del Seminario svolto a Firenze (13 novembre 1998), Dipartimento di Scienze dell'Antichità. Danielle Gourevitch, I giovani pazienti di Galeno. Studio per la patogenesi dell'impero romano, Roma-Bari, Laterza, 2001 (trad. C. Milanesi). F. Adorno, T. Gregory, V. Verna, Manuale di Storia della Filosofia 1, Laterza, 1996. Galeno, Trattato sulla bile nera, a cura di Franco Voltaggio, Nino Aragno Editore, 2003. Jean De Maleissye, Storia dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri, Bologna, Odoya, 2008.
(29) Edda Bresciani, op. cit.
(31) Oliver Sachs,
(32) Paolo Rovesti, op. cit.
(33) Emilio Pucci, presentazione a “La moda nei secoli” di Mila contini – Mondadori –Milano 1969.


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