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L’uomo che ride, ovvero in che cosa consiste il risibile.

Argomento: Società

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 15/03/2018 06:37:27

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile (?)

 

Che cosa ha in comune una smorfia sulla faccia di un pagliaccio con un gioco di parole? Un verbale qui pro quo preso da un vaudeville e una scena vagamente seriosa di una commedia? Quale distillazione segreta rivela l’essenza di un odore indiscreto o un profumo delicato? Chi sa rispondere si faccia avanti, ogni risposta o anche la semplice ipotesi va bene. Noi (plurale maiestatis per significare noi moderni) ci abbiamo provato e siamo giunti, dopo molte ricerche, a trovare il 'dunque' o il 'quonqueribus' se volete (detto così alla romana, che personalmente non so che cosa voglia dire, ma l'ho sempre trovato un dire risibile, ridibile o come vi piace, che mi ha sempre fatto ridere). Ed ecco che infine una definizione, per quanto semplicistica, è stata formulata, e per qualcuno potrebbe anche valere come risposta:

 

Il riso è il prodotto dello spirito.

 

Finanche “..i più grandi pensatori, da Aristotele in poi, sono scivolati sovente sul comico, cimentandosi con questo sottile problema che sfida lo sforzo della soluzione, sfuggendole, impertinente quanto gettato alla speculazione filosofica” – (Bergson “Il riso”); sono infine "..riusciti a definire l’essere Dio, ma quando sono arrivati a spiegarci (l’essenza del ridere), si sono avvolti in una serie di contraddizioni e ne sono usciti, dopo immensi sforzi, con risposte esilissime” (U. Eco “Il nemico dei filosofi”). L’importanza pratica del ridere risiede, infatti, nel suo applicarsi (in primis) a noi stessi, nel cercare di classificare l’effetto sugli altri (secondi), per affinare l’umana capacità di percezione psicologica. Quando però cerchiamo di farlo (verso noi stessi mai, molto spesso nei confronti degli altri), scopriamo che, mentre è facile trovare da ridere degli altri, siamo dubbiosi e perplessi nei nostri riguardi, e cioè non siamo capaci di ridere di noi stessi seppure in molti casi sappiamo renderci ridicoli.

 

Paura di scoprirci e quindi di rivelarci per quello che siamo?

 

Probabilmente sì, se talvolta dopo aver aggettivato qualcuno (mettendolo alla berlina), evidenziando un suo difetto o una défiance tanto per ridere, ci accorgiamo, guarda caso, che avremmo potuto attribuircene la medesima aggettivazione, provocando in noi stessi il timore di riconoscerci quali intimamente siamo. Se è vero che esistono individui inclassificabili (persone apatiche e poco sviluppate mentalmente, non di meno, quelle più evolute e versatili che hanno raggiunto un certo avanzamento nelle diverse aree della personalità), è anche vero il contrario, cioè che si possono ben classificare numerosi altri individui attraverso il linguaggio delle loro espressioni, di cui il ridere è una delle qualità più importanti.

 

Riporto qui un detto: “Talvolta fa più una risata che una …”. di cui lascio il seguito a vostro piacimento, ma è piuttosto comico che un fenomeno sociale di tali dimensioni paia così ambiguo e contraddittorio. In fondo tutti ridiamo in un certo modo, ognuno diverso dall’altro, tuttavia senza saperne sempre il perché. Probabilmente il comico che ci fa tanto ridere provoca in noi risultati diversi secondo le condizioni del corpo sociale che lo consuma. Un po’ “come il sonno, che ritempra o rincretinisce, secondo della notte o del giorno, dell’ora, della stagione in cui è consumato” (U. Eco op. cit.). “Come il sonno … se solo Umberto Eco avesse scritto «come il sogno» forse, l’avrei capito, perché avremmo fatto un passo più avanti verso la soluzione del problema” – (B. Placido “Il riso”).

 

Ridere sano in corpore sano.

 

Suggerisce il medico, e ciò perché mediante una buona e sana risata avvengono la dilatazione e la contrazione dei vasi sanguigni a favore della respirazione, come pure le variazioni di caldo che accompagnano il riso mostra un complicato influsso delle ghiandole endocrine, le cui polarità, se ben regolate, sono attive nell’equilibrio dinamico che rende possibile una migliore vita fisica. Per non parlare della quantità di muscoli facciali che entrano in funzione nel momento stesso che ridiamo. Lo stesso vale per la nostra vita psicologica, nella quale “una sana risata” tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, col risvegliare gli elementi attivi opposti e complementari a quello dominanti. In breve, da sempre in una frase si dice che:

 

Una risata allunga la vita.

 

La frase, ripresa anche in un famoso spot televisivo, se anche così non fosse, sicuramente la renderebbe migliore. Per dire che una sana risata aiuta a essere migliori, più tranquilli, più gioviali, più accondiscendenti, più simpatici, insomma più, aprendo a quel quid che manca in certi momenti della vita. “Il comico è giustiziere, ridimensiona uomini e istituzioni, demistifica, riveste funzione di critica sociale … ma del pari, il comico è strumento di conservazione, diverge le energie contestatarie, acquieta le irritazioni” (U. Eco op. cit.). Se cercate un pretesto, per essere solidali con voi stessi e con gli altri, il consiglio del medico e del filosofo è senza dubbio: Ridete! Sicuramente vi farete degli amici e, chissà? Magari potreste anche fondare un partito.

 

Slogan a parte, talvolta ridere è talvolta causa di eccesso, produce reazioni esagerate, tendenti a sopravvalutare le qualità mancanti nell’individuo che ride, arrivando persino a essere giustificativo di un’esuberanza mal riposta; che, se osservata come comportamento esteriore, rasenta, per effetto della reazione che si ottiene, l’impulsività e l’insolenza, fino a raggiungere la crudeltà. Qui il gioco si fa più difficile, la prima cosa da farsi è applicare lo slogan sempre valido, che recita: Dimmi come ridi e ti dirò chi sei. Che non è lo stesso di chiedere: “Dimmi con chi si ride, e …” che ci coinvolge in altri approfondimenti. Qui non si tratta di accettazione passiva e inconscia del proprio carattere, come possiamo osservare nella massa delle persone che si lasciano trasportare ciecamente dagli eventi.

 

Bensì si tratta di mettere in pratica almeno due metodi riconosciuti: quello "del riconoscimento” e quello "del consenso” allo stesso tempo, in modo consapevole, sia delle possibilità inerenti al tipo psicologico che riconosciamo in noi, che delle sue o nostre opportunità e dei suoi o nostri limiti, come espressione, nel modo più puro e più evoluto, della nostra disponibilità a trovare una giustificazione. Il secondo compito che va affrontato per meglio individuare il “tipo psicologico” di appartenenza, è quello di controllare e correggere gli eccessi provenienti dall’esterno, cioè dagli altri, per non cedere a una sorta di disarmonia con noi stessi. Con ciò che siamo e che ci degrada nel senso della moralità e del rispetto totale degli altri (leggi dell’umanità che ci circonda), per continuare a esprimere e sviluppare una certa libertà nel criticare e, al tempo stesso, le facoltà di autocritica già attive in noi.

 

In conclusione questa mi pare, essere una condizione piacevole e fruttuosa, apparentemente positiva, sebbene va con sé che non sia per niente futile: "Ride bene chi ride ultimo".

 

(fine prima parte)


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