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Io voglio, io voglio adagiarmi

di Fabio Lupis
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Pubblicato il 02/12/2017 17:02:55

Un piccolo, vecchio pensiero, forse più un flusso di coscienza, datato gennaio 2103...

 

George Steiner l'aveva fatto notare chiaramente, e molto tempo prima che questa civiltà approdasse alle rive del nuovo millennio. Il XX secolo non ci ha resi orfani soltanto di Dio, ma anche dell'immortale ed inconfutabile dramma della tragedia. Orfani.
 
E' così ironico che per indicare la morte stessa del tragico si utilizzi una parola così tragica a sua volta, così desolante, Rimbaudiana ( Les Orphelins...che splendida poesia), ed altrettanto ironico è il fatto che nel tentativo disperato di eradicare tutti i suoi dolori l'essere umano sia riuscito a cancellare l'unica risposta efficace agli stessi.
 
Assieme alla tragedia, l'uomo ha perso soprattutto l'irripetibile possibilità di analizzare sé stesso, di riscoprirsi nella più completa solitudine. Si è ritrovato improvvisamente sprovveduto, senza alcun fondamento ideologico, e così ridotto ha dovuto inventarsi uno specialista, uno psicanalista che sbrogliasse questa matassa per lui.
 
Ma mi direte: ci sarà anche un lato positivo no? Insomma, tutto questo ottimismo dell'happy ending, questo incalzante positivismo che avrebbe dovuto renderci autonomi e liberi. La semplificazione imperialista, la negazione dell'ambivalenza umana...
 
C'è? Siamo sicuri? La verità, secondo me, è che siamo soli.
 
Quella che in Kierkegaard era una disperazione risolvibile almeno nella tensione religiosa, adesso ha perso qualunque possibile soluzione, quella che per Leopardi ( l'ultimo Leopardi, quello della speranza), avrebbe potuto correggersi attraverso l'unione fra gli uomini, è diventata la nostra condanna.
 
Siamo soli, Sia per costrizione, sia perché in fondo lo vogliamo.
 
Soli, soli fra gli altri e attorno agli altri. Incatenati alla nostre speranze, spiritualmente rissosi...
 
Soli...
 
 E in questa triste consapevolezza, rivolgo il mio sguardo alla strada. Sotto di me una civilità morente, una vegliarda dal seno flaccido. Una vecchia capricciosa che mi sbadiglia in faccia.
Una realtà di ombre caliginose, che schiaccia i pensieri e li espaspera, crudelmente.
Soli...splendidamente soli.
 
Osservo e mi addestro in questa vibrante desolazione, scavo a fondo, mi abbandono a ciò che trovo. Osservo, mi trasformo, scrivo di ogni cosa che ai miei occhi pare bella...così ammaliante...così gelosa di sé stessa...
 
Siamo soli sì. Soli... Ma così tanto commoventi...
 
Così meravigliosamente umani...
Ed in fondo realizzo che vivere è qualcosa di bello.
 
 
"Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
 
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
 
Meglio a chi ’l senso smarrí de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito"
 
[Giosué Carducci - Alla stazione in una mattina d'autunno, Odi Barbare, 49-60]

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