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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

La cruna | tra poesia e scienza

Argomento: Letteratura

di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 16/10/2018 22:45:02

  

“dove le nuvole compilano epicedi / per lo scomparso mondo”

(da “Spostamento” pagina 85)

 

 

Le poesie proposte da Contessini in questa sua quinta raccolta di versi, “La cruna”, si compongono unitariamente in un percorso di ricerca, messo in atto con parole e strutture capaci di esprimere la contemporaneità e ciò che in essa freme a causa dell’affermarsi di nuovi paradigmi e termini propri dell’ambito scientifico, derivanti dalle nuove interpretazioni della realtà che la scienza propone nel suo procedere, elementi che, inevitabilmente, informano di sé anche il linguaggio comune.

 

Dalla poesia “Quanti” a pagina 30.

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti / […]

 

Dalla poesia “Trilogia da sosta” a pagina 43.

 

[…] / Un intervallo, il tempo costipato, / variabile d’imponderabile movente / indugia con funzione lineare / che vive di costante incrementale. / […]

 

Dalla poesia “Turn over” a pagina 72.

 

[…] / Un’energia assolata colma di luce / attratta da materia gravitale / che si abbandona a un sistema / come collasso di galassia.

 

Dalla poesia “Elaborazione dati” a pagina 99.

 

[….] / Se l’esistenza pensiamo in ologramma / possono i sogni esprimere materia? / […]

 

Se da una parte, nei versi di Contessini troviamo l’anelito a forzare il blocco della tradizione poetica, per espandersi in diversi fraseggi che possano rendere giustizia a un mondo in rapido cambiamento a ogni livello, dall’altra il poeta occhieggia alle proprie spalle verso la tradizione; si tratta cioè di uno sguardo a tergo nella certezza che tutto torna, anche la fine, e, dunque, tutto riparte in un nuovo ciclo spazio-temporale: ciò che è stato lo ritroveremo davanti, come un antico e nuovo guado necessario, si tratta di qualcosa di già visto e inevitabile, come ad esempio l’amore, ma rinnovato dalla novità del contesto e da un diverso linguaggio.

 

Dalla poesia “Regressione” a pagina 76.

 

L’ingovernabile pressione al plesso / altera respiro per farne affanno. / Un’implosione devastante / che arresta sonno / una ricerca di ragione, liquida in sostanza, / capace di colmare interstizi. / Pensavo di essermi affrancato / di non avere incontri nella notte. / […]

 

Il titolo di questa raccolta evoca i Vangeli di Luca e Matteo, là dove Gesù afferma: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!” Quelli che ascoltavano dissero: “E chi può essere salvato?” Rispose: “Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio.”

 

Gesù utilizza il paradosso del cammello e della cruna per fare intendere ai suoi interlocutori l’impotenza umana e l’onnipotenza divina, rivelando in tal modo una struttura del mondo almeno bidimensionale, nel senso che ora dirò, che Contessini adotta come paradigma del sistema poetico che va tracciando. La prima è una dimensione in cui gli eventi avvengono secondo logiche e leggi facilmente deducibili dall’esperienza quotidiana, subordinate al tempo. La seconda è una dimensione, non immediatamente visibile, in cui le leggi che governano gli eventi non sono intuitive – si tratta cioè di una sorta di ultra-mondo, quale che esso sia, svincolato dal tempo, in cui avviene altro.

La fisica moderna, d’altronde, ci parla proprio di un mondo nascosto, che alle generazioni passate non era evidente se non come portatore di anomalie nelle leggi della natura, leggi che l’uomo, nel corso dei secoli, è riuscito a individuare a partire dal buonsenso; tali anomalie derivano da leggi e logiche altre che l’intelligenza umana, supportata da una grande dose di immaginazione, soprattutto a partire dall’inizio del Novecento, è riuscita in parte a scoprire e a comprendere. Tuttavia, la fisica odierna è ancora pervasa da profonde anomalie – gravi anomalie – che rivelano la presenza di leggi, in quell’ultra-mondo, che seguono logiche ancora per la maggior parte sconosciute.

 

La cruna, dunque, richiamando il paradosso, evoca la bidimensionalità della realtà e diventa simbolo di una sorta di passaggio dal macro-mondo, immagine della normalità, conforme alla nostra esperienza quotidiana soggetta al tempo, al micro-mondo quantistico, immagine di un livello della realtà meno intuitivo, se non addirittura contro-intuitivo, e in cui il tempo ha un’importanza marginale, c’è ben altro.

Non per niente il paradosso della cruna, fin da subito, mi ha richiamato alla mente il cosiddetto effetto tunnel, fenomeno caratteristico di una interpretazione quantistica della realtà, si tratta di una sorta di paradossale comportamento della natura. L’effetto tunnel venne utilizzato, per la prima volta nel 1928, dal fisico ucraino Gamow per spiegare il decadimento alfa. Seguendo le leggi della meccanica classica tale fenomeno non è spiegabile. La meccanica quantistica, invece, prevede che una particella abbia una probabilità diversa da zero di attraversare spontaneamente una barriera arbitrariamente alta di energia potenziale. Possibilità prevista dalle equazioni di Schrödinger.

 

È dunque proprio il titolo, e il suo richiamo al paradosso della cruna, a sottolineare l’ammiccamento di questa coinvolgente raccolta poetica di Contessini verso la scienza. Nello scorrere dei versi vediamo delinearsi una forma di dialogo tra poesia e scienza, nel senso che quest’ultima diventa metafora adatta al mondo poetico, essendo anch’essa, come la poesia, plasmabile dall’intuizione e dalla fantasia. Si tratta di un mondo poetico che include tutte le variabili umane inalienabili, riassumibili nella parola “sentimenti”.

C’è una poesia in questo libro, di cui mi sono invaghito, che penso raccolga nei suoi versi gran parte del senso de “La cruna” e di quello che dirò.

 

Dalla poesia “Spostamento” a pagina 85.

 

È la bellezza di sistema / assente nel progetto / che misera raccoglie astio. / […]

 

Procedo riportando un’affermazione dell’autore tratta da un’intervista, perché in qualche modo esplicita l’intento sotteso ai suoi versi: “La citazione [del paradosso della cruna], in quanto paradosso, lascia aperta la possibilità all’evento come plausibile, così come i testi contenuti nella raccolta narrano di passaggi stretti riferiti a una verosimile attività indagatoria della realtà che proponga analoga eventualità. Passaggi impraticabili da attraversare, se non per mezzo di nuovi interrogativi scaturiti da teorie scientifiche che danno credibilità alla deformazione dell’occhiello della cruna, secondo una misura di soggettività poetica.” Come esplicitato nella già citata “Quanti” (a pagina 30):

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti. // La radiazione profetica di un moto / con una linea d’orizzonte scosso / per precipizi di coscienza inane.

 

Propongo anche la poesia “Celebrato rito” a pagina 25.

 

Un’asola tra onde in cicli, / compiacimento d’illusione, / arruffa amaro seme di germoglio / che cerca nei passaggi in crune / la predicazione dei regni da cammelli / e la semenza affusolata delle rune.

 

In analogia con la teoria quantistica dei campi in fisica, uno dei modi normali di oscillazione di quello che mi piace chiamare il campo poetico di Contessini, è proprio quello che mostra la possibilità delle impossibilità, intendendo con “le impossibilità” tutti quei fatti impossibili a uno sguardo troppo meccanicistico e rigido della realtà poetica: la “deformazione dell’occhiello della cruna”, di cui parla Contessini, al fine di far passare il cammello, non è possibile se non in un sistema poetico flessibile, elastico e governato da fluttuazioni che addirittura portino lo sguardo del poeta su una sorta di macchina del tempo capace di andare a ritroso.

La poesia “Domande orizzontali” a pagina 21, è rappresentativa di questa macchina del tempo. Ne propongo la parte iniziale.

 

“Dove sei?” / “In una precessione di solstizi.” / “A fare?” / “Viaggi sul secondo che precede.” / “E come?” / “Con la reminescenza venuta in superficie / e la funzione di osservare.” / “Cosa vedi?” / “Vedo un terrazzo di rimpetto / sguincio a sinistra, / e un bambino intento / che fissa un parapetto, / […]

 

La fantasia, come metafora del reale, sgorga e stupisce, dilaga e informa di sé tutto il fare poetico di Contessini il quale afferma, nella stessa intervista: “Ecco allora la narrazione di mondi a noi invisibili: intuizioni su eventi accaduti o che potranno accadere.” Parole esemplificabili con gli ultimi quattro versi della poesia “Domande orizzontali” a pagina 21:

 

[…] / L’osservatore osserva ciò che verrà osservato: / la coesistenza dell’istante, nella funzione d’onda / la massa di pensieri retroattivi, / precipitanti nel quantico improvviso.

 

Oppure alcuni versi della poesia “Sdoppiamento” a pagina 36.

 

[…] / Sottile l’energia dei fili ignoti / guida l’osservatore all’osservare / l’architettura in forma astratta. / […].

 

È ciò che avviene quando “il punto di osservazione [cioè il poeta o il lettore, o l’unione poeta-lettore] diventa parte del fenomeno osservato” (cit. Contessini) e lo influenza modificandolo, diventando esso stesso parte integrante di quel ciclo spazio-temporale che si apre con il primo verso della raccolta: “La misteriosa sparizione” e si chiude con l’ultimo “e la coscienza tacitata trovi l’artiglio.”

Un artiglio pungente e tagliente spuntato dal buio della selva oscura dantesca, che ha lasciato un graffio sanguinante e profondo in una delle dimensioni della realtà spirituale del poeta, perché non c’è poesia che non attinga a un disagio o a una sofferenza, conscia o inconscia, evidente o nascosta, e da un grande amore attuale o vissuto nella nostalgia o nella speranza; si tratta di sentimenti ed esperienze capaci di aprire, loro soltanto, lo scrigno del cuore e dell’intelligenza umani da cui scaturisce poesia, della quale, lo sottolineo, ogni uomo è capace. La poesia può soffocare in un’esistenza percepita e vissuta come mero consumo, ma può anche informare di sé tutta l’esistenza e avviare il ciclo spazio-temporale di una poetica come quella di Contessini che, inevitabilmente, per impegno e capacità dell’autore, tende a distendersi su ampi orizzonti che fanno della ciclicità la loro misura di linearità.

 

Una poesia rappresentativa è “Sfuggenza” a pagina 77.

 

Sono stato tradito! Come lo scoglio / eroso d’acqua di mare che si distacca / e dalla costa cade nell’abisso. / D’un tradimento d’anni, i migliori, / quelli che portano l’effervescenza, / l’onnipotenza possibile, priva di limite. // […]

 

O da “La crepa” a pagina 86.

 

Le tue labbra serrate / avulse dal sorriso dirompente / non le ho potute dire / perché trovate amare. / […]

 

O da “Rex Sacrorum” a pagina 87.

 

Quale ferita rimproveri alla vista / se il dio della soglia reclina / uno degli sguardi dai carboni tuoi? / Come osservante partecipi l’evento / ne condizioni l’asse ortogonale / […]

 

 

Siamo dunque di fronte a un itinerario, quello proposto da Contessini, che assume caratteri spirituali e scientifici. Non intendo certo affermare qui la religiosità dell’autore, non so neppure se sia credente, quanto piuttosto il suo slancio spirituale, come atteggiamento di ascesa verso una dimensione altra, situata allo zenith dell’esistenza del genere Homo, più in particolare della specie Sapiens.

 

Riporto la poesia “Percezione” di pagina 23.

 

Così, in uno spazio / di bianco nuvolare, segni di cielo / e geometrie molecolari, / comprendo una fessura, simmetrica di piano, / sfumata nei richiami di favore astrale / a forma di simbolo carnale / sospesa a un’ara disposta al sacrificio. / Composizione in pietra dura, / fusa dal fuoco del mantello / in cerca di camino in cui eruttare. / Per anni fissa come icona, / guardiana del riposo orizzontale, / ne scopro finalmente un senso / compiuto nello spazio verticale / a fantasia sbrigliata priva d’illustrazione.

 

Tale atteggiamento ascendente, “nello spazio verticale”, è un antichissimo anelito alla conoscenza che ha portato, e tuttora porta, la nostra specie a volgere lo sguardo in alto, sia fisicamente che spiritualmente. Un “alto” rappresentativo di un “oltre” qualche cosa che ostacola lo sguardo della dimensione esistenziale più profonda, nella quale non è possibile orientarsi senza portare in gioco la fantasia come senso eccellente e necessario a focalizzare, con l’immaginazione, ciò ch’è invisibile agli occhi fisici e ottenere le evidenze di quello che abbiamo chiamato ultra-mondo. Ciò ch’è immaginabile è reale mentre ciò ch’è reale è immaginabile, questo ci insegna la storia del pensiero umano. E come non innestare in questo sforzo di fantasia il sentimento (cuore) e la ragione (cervello) e dunque generare fede e scienza?

Di fantasia e immaginazione non possono fare a meno neppure i fisici, chiamati a elaborare le più avanzate teorie sul micro e macro-mondo, figuriamoci i poeti come Contessini che non si accontentano dell’evidenza. La fede è nella propria capacità di indagare, con cuore e mente, il reale che ci circonda, rivalutando la dimensione del visibile alla luce di quella invisibile, il kantiano noumeno sottinteso al fenomeno. Ne “La cruna” le parole di Contessini sono evocative, non tanto di cose ma di eventi, sono narrazioni di esperienze situate nell’intorno del mondo vissuto, nei suoi spazi e nei suoi tempi, ciclici o lineari che siano poco importa. Talvolta si tratta di attese, di supposizioni, di affermazione di certezze, ma anche di affermazione di dubbi. Siamo di fronte a una poesia paradossale.

 

Poesia senza titolo a pagina 17.

 

Dove la tengo l’anima bruciata / sotto la teca di un cristallo / o nel concilio d’infernali colpe? / Come padrone di destino coltivato / o come demone che sfida l’assegnato? / Domande al bordo di un trasporto / che si consegna al viaggio di ritorno.

 

 

In molte poesie, ne ho contate almeno quattordici, sono utilizzate le parole: linea, piano, asse, verticalità e orizzontalità, a significare la necessità dell’autore, forse inconscia, di definire uno spazio, una geometria lineare che in qualche modo sia confortevole, al fine di esorcizzare il caos che invece domina il vuoto che circonda e genera la realtà e che crea smania nel poeta; anche se tali geometrie, per così dire assiali, rappresentano tagli netti nello spazio dei sentimenti del poeta, che predilige, piuttosto, geometrie curve e convergenti.

 

Dalla poesia “Punctum” a pagina 18.

 

Sono nel dove ignoto / di un deserto / intorno un orizzonte / senza emergenze verticali. / Un cenno occulto di sentenza / in un silenzio vuoto di vento / che cerca padiglioni per l’ascolto / […]

 

Dalla poesia “Residui” a pagina 64.

 

Le soluzioni curve / e non gli incroci retti / occorrono al sereno / convergente. / Il sogno dei disegni attesi / fatti di chine colorate / e geometrie inventate. / […] / L’ascesa è stabile fatica / la meta, incognita che sfianca.

 

Contessini, con il suo linguaggio essenziale, talvolta privo di articoli determinativi, costellato di assonanze e il ritmo talvolta sincopato – caratteristiche che gli sono proprie –, cerca dunque di definire un sistema di coordinate per il suo dire poetico: atto necessario, in ogni nuova descrizione del mondo, per non perdersi nelle sue fluttuazioni, che generano e annichilano continuamente nuovi pensieri come particelle nel vuoto quantistico ma che in presenza di un adeguato supporto energetico, lo sforzo artistico e intellettuale del poeta, divengono stabilmente esistenti e patrimonio anche del lettore.

 

Fissare coordinate adatte e condizioni al contorno dello spazio-tempo poetico è anche necessario per stabilire in quale modo è probabile che si evolva il “sistema”. E per Contessini il sistema non è solo il sistema poetico rappresentato dai suoi versi ma è, molto di più, il suo stesso essere che si unisce a quello del lettore, come atomi che si uniscono in una sorta di legame chimico covalente in cui la condivisione di cariche elettriche, cioè di idee, interpretazioni e suggestioni, crea nuove molecole-visioni e direzioni interpretative del mondo, nuovi campi di forza semantici, che s’irradiano e interagiscono tutto intorno come una nuova realtà prima assente, adesso presente ma sempre oscillante, pronta ad accettare nuovi legami e a inglobare dimensioni altre o a esserne inglobata.

 

Dalla poesia “Percezione” a pagina 23:

 

Così, in uno spazio / di bianco nuvolare, segni di cielo / e geometrie molecolari, / comprendo una fessura, simmetrica di piano, / […]

 

Il tempo che noi percepiamo fuggevole e fluido, nel nostro sicuro macro-mondo, è invece, nell’incerto micro-mondo, granuloso come piccole asole che permettono la nascita di nuove dimensioni, colonne slanciate verso il cielo di nuove esistenze non previste.

Una piccola asola di tempo, il tempo personale e minuto di ognuno di noi, può farsi colonna della storia in modo imprevedibile.

Dalla poesia “Trilogia da sosta”, a pagina 43.

 

[…] / Dimmi del cambio ciclo / e dell’umore torvo / che attende i lumi. / Dimmi di un’asola di tempo / fatta colonna della storia. / […]

 

Dalla poesia “Maturazione” a pagina 41.

 

Eccolo il tempo del rifiato / con gli anni che si murano / oltre le contrazioni di memoria. / Ecco il ricordo di una mano / […]

 

Il tempo è importante per l’autore – è parola molto utilizzata, insieme alle coordinate spaziali, e cioè agli assi di cui sopra – tuttavia, leggendo la sua raccolta, ho avuto la sensazione che il tempo evaporasse pian piano perdendo importanza, come alcool che si disperde nell’aria man mano che il cibo cuoce o scompare dalla padella dello chef dopo essersi infiammato.

 

Dalla poesia “La crepa” a pagina 86, già letta da Salvatore:

 

[…] / Solo chi è stato partorito vate / cerca parola che divampa, / il sacrificio al fuoco / stretto al contatto / l’orientamento apatico di tempo. / Sola, l’osservazione del soggetto, / cambia responso degli arcani / allineati in gioco astrale / al tavolo privato dell’inganno.

 

Il tempo è un inganno. Perché in fondo l’esistenza, mi si permetta di giocare con alcuni versi di Contessini tratti dalla poesia “Rex Sacrorum” a pagina 87

 

È una regione ignota priva di orientamento! / Un’asta sguarnita di vessillo / orfana del tempo usato.

E tu

Come osservante partecipi l’evento / ne condizioni l’asse ortogonale / custode della chiave del tacere / porti per scelta fardello frazionato / […]

 

Nel sistema poetico contessiniano nessuna equazione ha soluzione esatta, tutto è aperto, e pregno di speranza; ogni concetto, evento, affermazione, parola, verso o strofa, tutto sembra oscillare fissato solo a un estremo, l’intuizione del poeta, mentre l’altro estremo si sposta continuamente in direzioni diverse a seconda di dove si trovino, spiritualmente e mentalmente, i lettori, permettendo in tal modo diversità di interpretazioni e generazione di mondi multipli: multiversi, per dirla in termini cosmologici contemporanei.

 

Dalla già citata poesia “Quanti”, a pagina 30:

 

La luce a maggio è onda che predice / libera brana a un capo sciolto / che spande armoniche fluttuanti / […]

 

In questo senso la poesia di Contessini è feconda, si accoppia e genera, basta che il lettore lo voglia.

 

 

*

 

Leggi anche la recensione di Roberto Maggiani a "La cruna" di Salvatore Contessini, La Vita Felice:

www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=1115

 


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