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Gianmaria Ferrante un poeta tra gli ‘abissi’ del quotidiano.

Argomento: Poesia e scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 06/12/2018 16:22:23

Gianmaria Ferrante … un poeta immerso negli ‘abissi’ del quotidiano.

“Abissi”, raccolta lirico-narrativa – Golden Press 2018.
Il fascino del linguaggio ‘poetico-letterario’ che la poesia ha esercitato sugli scrittori innovativi del Novecento è andato assumendo sempre più un ruolo del tutto singolare, affermandosi preferibilmente come ‘composizione musicale’ in fatto di ‘ritmo’ e di ‘timbro’, contro il primato romantico del genere ‘melodico’ protrattosi fino alla metà del secolo scorso. Esclusa dall’insegnamento scolastico e dal linguaggio quotidiano, dove sembrava si fosse definitivamente inabissata, la poesia sembra oggi ritrovare una qualche attestazione nella forma ‘poetico-narrativa’, sia nei racconti che nei romanzi di molti giovani scrittori contemporanei. Altresì recepita dalla viva voce dei ‘cantautori’, ormai anch’essi superati nell’epiteto ma non nei fatti, inoltre sciorinata da una fiumana di ’rappers’ che ne fanno un uso, spesso indiscriminato, nei loro infiniti e impegnati scioglilingua, riscoprendo talvolta la piacevolezza della ‘rima baciata’, ancorché sincopata in digressioni verbali …

“..voci stonate da un altare / dismesso”.

“..scomposti sciabordano nel fango, pallidi attori risorti dal passato remoto, sbucano da frantoi ipogei affondati nel tufo, portano in spalla consunte sacche da viaggio, s’adunano infine nel punto convenuto”.

“..nella vana ricerca di una verità nascosta”.

Guardata con sospetto e fatta oggetto di una tenace opera di demitizzazione da parte dei difensori dell’aulicità della forma e dello stile, l’attuale ‘forma poetica’, quella dell’Universo Iperconnesso, tanto per intenderci, va mostrando sempre più la sua vera essenza di ‘linguaggio primario’ sopra tutte le altre forme, fino a provocare un brivido negli amanti del ‘chiaro di luna’ che si sentono oltremodo diseredati della contestualità letteraria. Il nuovo linguaggio infatti, ancorché si possa dire nuovo, fa uso dell’essenzialità verbale che sfrutta la chiave onomatopeica dei ‘frattali’ per coniugare frasi e parole in contrazione, formazioni di nuovi sillogismi e deduzioni conflittuali che, per quanto insolite al nostro orecchio e alla nostra mente figurativa, possiamo definire ‘geomorfologiche’, benché immateriali, cioè teorizzate in senso ‘’ideale”, non per questo più valide di altre nel rapporto con l’attualità …

“..in quanto cascame sfatto del Nulla di una civiltà fasulla, che scarica immondizia e liquame orrido”.

“..che scopre una verità velata da troppo tempo: […] un cimitero immane disteso a perdita d’occhio”.

Se ne ha riscontro nelle tematiche polivalenti aggettivate con ‘iper’ e ‘super’ che trasformano gli eroi e i miti del passato in supereroi ‘Cyborg’ freschi di conio, che s’ergono comunque vittoriosi ancor prima di aver dato inizio alla battaglia sociale che hanno soltanto simulato sulla playstation …

“I labari /spezzati di un epico / scontro garriscono invano sull’eredità dell’uomo, satrapi in nero s’adunano in cerchio per l’ultimo duello”.

“..nel riquadro violento del prossimo futuro / forse qualcuno recise con forza il mio volo notturno / le ali spezzate da un grido metallico / spaventato caddi a terra / ai piedi del letto”.

“La statua di marmo spiaggiata / dall’Egeo dopo l’ultima tempesta / si erge maestosa / […] la mano tesa verso la piana rinsecchita / testimone silenziosa di una guerra fratricida, / chiama a raccolta / i resti dell’armata tradita”.

Tuttavia, incredibile a dirsi, riuscendo a dare una spiegazione ‘matematica’ alla ciclicità del ‘giro armonico’, sul quale in illo tempore si è costruita la scala musicale, la cui struttura si ripete sempre uguale su tutte le possibili scale di riproduzione. Ma, ed anche, a tutto quanto concepiamo come ‘comportamento caotico del nostro tempo’, indubbiamente di più difficile trascrizione narrativa che non sul pentagramma musicale. In quanto ‘composizione dodecafonica’ che, essendo esterna alla composizione stessa, risulta infine senza soluzione di continuità …

Ed eccoli … “I nuovi déi / appaiono sulle terre emerse con rulli di tamburo, squilli di trombe e penosi strimpelli di chitarre; folle osannanti s’adunano festose sotto i fari violenti di mnoderni altari, le braccia tese / al cielo abbagliante”.

“Come troverai la strada / popolo volgare, fagocitato da lumi accecanti e ritornelli bolsi; solo grida fasulle nel mondo artificiale di un concerto famoso, attorno escrementi sparsi nel paese intero, in piacevole (?) ricordo / di un memorabile evento”.

“..lasciano sberleffi insani / ai pini divelti nell’ultimo fortunale estivo, vibrano inconsulte le colonne di tufo, gli occhi sbarrati si accendono ad arco, fissano il centro dell’abisso sconvolto da un maglio, / che rigurgita intruglio umano”.

“Abissi”, conferma lo scrittore Gianmaria Ferrante, che di fatto non si dice ‘poeta’, per quanto comunque lo sia, costruisce e/o ri-costruisce in forma di ‘variazione poetica’ non tradizionale, la propria immagine di narratore del quotidiano, rivelando le sue potenzialità di fondo, nella cosiddetta ‘forma-a-specchio’ con la quale conferma la sua cifra costante. In cui l’autore, riemergendo dagli ‘abissi’ profondi della sua ricerca autobiografica, si sofferma perplesso sui significati non più scindibili dell’odierna società in cui viviamo …

“Io sono un testimone solitario / cultore di passato e futuro / vago tra le rovine di / città senz’anima / raccolgo a piene mani / il disastro di quanto l’uomo ha lasciato..”

“Solitario viaggiatore / giunto senza invito in questa notte aperta alla conoscenza, il racconto è già iniziato, lo spettacolo in pieno svolgimento, non ho (trovato) sedia alcuna, nemmeno un posto / riservato per l’ospite inatteso”.

Perplessità motivata dagli stravolgimenti che si trova ad affrontare sia sul piano individuale, sia sul piano sociale, afferente agli antefatti e agli accadimenti che si susseguono scomposti. Come per una recita teatrale senza copione dove, i personaggi s’agitano a vuoto sulla scena come burattini manovrati da un potere senza volto ma solo apparentemente senza velleità. Mentre dietro le quinte sollevano infinite guerre che noi eterni assenti non vediamo e/o che non vogliamo vedere, in cui l’ospite che arriva, c’è sempre un intruso nella commedia dell’arte, arreca solo inquietudine, timore, paura. La sua mano tesa alla cordialità non incontra la nostra comprensione e la necessaria solidarietà umana …

“..lo sconosciuto attore di questo misero palcoscenico, (l’ultimo arrivato) si erge a difesa di un evento sotterraneo, rimasto senza uditorio, […] e arranca furtivo nel trullo diroccato, eretto a rifugio nel secolo trascorso, ne prende possesso quale erede consapevole di un lontano passato, […] raccoglie gli scritti […] di un poeta ridotto a fantasma ignorato”.

Infine la trama comunque si rivela, drammaticamente, nella definizione stessa di ‘abissi’ in quanto ‘buchi profondi’ che inghiottono in una dinamica assai complessa intere galassie, ovvero lasciano alla libera interpretazione degli scienziati, e non solo, d’immaginare altri ‘mondi paralleli’ in cui cercare il migliore dei mondi possibili. È in questo modo che Gianmaria Ferrante si lancia, fin con troppo rispetto del linguaggio poetico-narrativo che utilizza, nelle profondità pur intellettive dell’universo umano; e lo fa con la serenità dell’esperienza, di conoscitore delle pieghe amare della vita e che, al dunque, portano alla rivelazione, lì dove per una sorta dell’ironia della vita, non sempre ci è dato penetrare …

“Il mio vagare inconsulto (?), ti porgo un documento orfico, ispirato da un gatto cieco e un cane anchilosato; sono i baldi cavalieri di questo (nostro) tempo arcigno, due compari sbucati da un pertugio a caccia del solito sprovveduto”.

“..di un qualche messaggio ispirato, (o forse) soltanto dello scarto di un lavorio continuo, un ammasso di parole consunte stese a macerare sopra il pavimento (dei ricordi?), il meglio gettato alla rinfusa / sul mucchio del compostaggio”.

Nei passi virgolettati qui proposti, troviamo forse quelli che sono i momenti più significativi di “Abissi”, questo ‘dramma-minimo’ che ha il carattere di una ‘improvvisazione sul tema’ di ciò che è andato perduto, una sorta di rivisitazione risalente alle profondità più intime, frammenti che sono di volta in volta germinati dalla continua osservazione della materia umana, secondo la peculiarità che distingue il Gianmaria Ferrante poeta, dallo scrittore di romanzi impegnativi, come quelli, ad esempio, improntati sulle minoranze etniche. Ma, ed anche, da altri suoi scritti, dove egli guarda con nostalgia agli aspetti laterali della ‘storia’; svelando, di volta in volta, le ragioni della sua infinita ricerca, come a dar luogo a una stretta dipendenza operativa della realtà dei nostri giorni, di quella ‘storia universale’ che noi tutti, indipendentemente dagli accadimenti, andiamo scrivendo …

“Un possente turbine oscuro / sovverte ogni pensiero in questo giorno maledetto, si agita dal basso mostrando ai quattro testimoni (i quattro cavalieri dell’apocalisse?), l’avanzo nefasto di un intero millennio (trascorso), nel gorgo ruotano dei fasulli in concerto / i Grandi del passato bloccati contro il muro”.

“Resta il povero cantore (lo sconosciuto viaggiatore) / mandato allo sbaraglio tra gente folle e attori inetti vestiti da saltimbanchi / che aspirano uno sbuffo di polvere, / sollevato al cielo i calici del festino / poi ballano impazziti / nell’atrio dell’ingresso”.

“..i ricchi offrono quello che possono / il retaggio taciturno di un affronto consapevole, / una sacca bisunta per il viandante anonimo, / il teschio silenzioso all’anacoreta di passaggio, / gli avanzi di un ultimo pasto”.

“Un velo rosso ascende / dal territorio riarso e sigilla con ceralacca di fuoco / il teatro agostano; / il fine dicitore inarca appena le labbra, / si agita parecchio, / parla da un mondo asfittico disciolto in frastuono prolungato / emette in fine un editto”:

“..ho visto troppo / per quanto mi compete e non potrò varcare / in futuro i confini eretti dal Tempo / un messale ho sottratto di nascosto, lo mostro orgoglioso / all’amico prudente rimasto in disparte / durante il viaggio”.

Che si voglia qui re-interpretare il passato per andare incontro all’incerto futuro? O, forse, si cerca di riscattare il passato che pure abbiamo vissuto senza averlo compreso fino in fondo? O magari, più semplicemente, soltanto affrancare questo nostro mondo altero? Per quanto non ci è data risposta alcuna, il poeta Gianmaria Ferrante ci dice che: la ‘conoscenza’ è il solo grande motore dello sviluppo personale e comunitario che ci distingue in quanto esseri umani; che il futuro è però di chi prova almeno ad immaginarlo. E non solo per ciò che ci è dato apprezzare come dono ricevuto, ma per valorizzare al meglio ciò che dobbiamo conoscere del mondo che ci circonda, con spirito di dedizione e senso di appartenenza, in linea con le sfide che la società globale ci pone davanti …

“Vago nella notte gelida / per i monti dell’infanzia, ascoltoogni voce del passato (provenire dagli abissi) che bisbiglia furtiva all’orecchio, ne prendo idealmente possesso, la trasformo in avvertimento, in ordine perentorio, poi / ricompongo il passo incerto / in questo dirupo / sconfinato”.

“Nulla trova l’ultimo profeta / investito da una pioggia di fuoco protegge la faccia a malapena; si altera alla vista dell’opera umana, rinuncia alla missione divina, chiede perdono alla Madre Terra, […] pietoso ad ogni misero / inciampo”.

Mi fermo qui. In questo ‘poetico nulla’ incapace di giustificare il ‘vuoto olistico’ che il poeta ha creato attorno a sé, in quanto ‘abisso’ da cui non gli è possibile risalire, cosciente che la filosofia applicata al ‘nulla’ lo lascia indenne nella caduta. Viene da chiedersi a cos’altro appellarsi quando l’Empireo tutto, scende dal soffitto dipinto nella volta della Cattedrale che abbiamo elevata con così tanto affanno? Quali parole, quali verbi e, ancora, quali aggettivi deve imparare ad usare l’uomo, affinché egli comprenda che non nel ‘nulla’, né tantomeno nel ‘vuoto’ troverà infine il ‘senso’ della propria esistenza?

Come ci rammenta Davide Fiscaletti dalle pagine di “Scienza e Conoscenza” (*): “Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza. […] La scienza nasce da ciò che non sappiamo (che cosa c’è dietro la china) e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere. In altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo”.

E inoltre: “Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro – prosegue l’autore del’articolo – intende mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali sì mettono in discussione idee che nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie. Ma che pure indagano sulla ‘bellezza’ del creato”.

L’autore, Gianmaria Ferrante,
a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia continua i propri studi e da inizio alla sua attività letteraria. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la ‘Trilogia della Pietra’: “La Città Bianca”, “Mediterranea” e “Metropolis”, tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo "Un Uomo di Successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato con la stesura della ‘Trilogia del Magico’: “Vento del Nord”, “Il Cerchio Magico” premiato nel 2014 a Lecce, e “Notte a teatro”. Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per Golden Press “La Soglia”. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.

Sul web: www.gianmariaferrantescrittore.it - www.ipoderidelsole.it.

Nota:
(*) Davide Fiscaletti, “Universo Iperconnesso”, in Scienza e Conoscienza, Novembre 2018. Docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni scientifiche della teoria quantistica nei campi della meccanica e della gravità quantistica. Autore inoltre di numerosi libri e articoli apparsi in numerose riviste scientifiche : “I fondamenti nella meccanica quantistica della teoria di Bohm e della teoria GRW “ (CLEUP, Padova, 2003); “The timeless approach: frontier perspectives in 21st century physics (World Scientific, Singapore, 2015); “The geometry of quantum potential. Entropic information of the vacuum” (World Scientific, Singapore, 2018). Mail: info@scienzaeconoscenza.it


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