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Il paradosso di essere giovani 2 - Inchiesta

Argomento: Sociologia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 13/03/2019 06:08:01

IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI - 2
(inchiesta sul disagio giovanile e sul condizionamento critico del bullismo)

Tema di grande attualità e sicuramente di grande interesse, quale quello mostrato dai media riguardo al fenomeno del disagio giovanile, è qui di seguito ripreso al fine di favorirne la comprensione e promuoverne un’adeguata consapevolezza, cioè di elaborare e predisporre in seno alla famiglia e sul piano sociale, piani operativi di prevenzione e intervento. È indubbio che, alla base di questa indagine, una più approfondita conoscenza del ‘fenomeno’, riveli una qualche delegittimazione del fenomeno stesso a causa, non sempre appropriata, dei termini che ne distinguono i diversi aspetti, a loro volta indicati come ‘atti di bullismo’ pur non presentandone questi le medesime caratteristiche.

Di fatto, la sua complessità è qui evidenziata non solo dalle caratteristiche dinamiche sociali che contraddistinguono azioni di tal fatta, ma dalla definizione del fenomeno stesso che, in questo modo, rischia di non coincidere in modo preponderante con l’accezione in cui esso evoca prevaricazioni prevalentemente di tipo psico-fisico e di violenza-verbale. Questo in sintesi il concetto da cui questa inchiesta ha preso avvio: “Al fine - scrive la dott.sa Sabina Lauria (1) - di analizzare la presenza del fenomeno nel nostro paese, può essere significativo considerare i dati forniti dall’Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui è inoltre riportato quanto segue:

“Su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescentidi 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni affermava di essere stata vittima di brutti scherzi da parte dei coetanei; il 27,5% dichiarava di essere stato provocato e preso in giro con azioni reiterate nel tempo, mentre il 23,2% dichiarava di essere stato offeso ripetutamente e senza chiara motivazione. Si presentavano, inoltre, situazioni più gravi: l’11,5% era stato vittima di minacce, il 10,9% dichiarava di essere stato vittima di percosse inflitte dai compagni.”(2)

“Si tratta quindi – scrivono Menesini e Fonzi (3) – di una particolare forma di aggressività che viene estrnalizzata nel gruppo dei pari la cui espressione è facilitata in tutti quei contesti dove una tacita accettazione o una sottovalutazione del fenomeno facilitano l’instaurarsi e il perpetrarsi del fenomeno stesso. […] Ciò non include occasionali azioni negative fatte per scherzo o sotto un impeto di rabbia, ma viene usata come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, oservatore, sostenitore, difensore). Pertanto esistono diverse forme di attuazione di comportamenti di prevaricazione che il bullo può esercitare sulla vittima”.

Indubbiamente la prevaricazione e/o la prepotenza attivata dal bullo sulla vittima dipende dall’appartenenza più o meno ad un substrato sociale di degrado, seppure non sempre il binomio bullismo-periferia-degrado regge, poiché si conoscono realtà simili anche in ambienti socialmente benestanti: “Infatti, il rapporto bullismo-svantaggio sociale – scrivono ancora gli autori – non è avallato da tutte le ricerche avviate sul territorio. piuttosto che il degrado sociale e lo svantaggio economico sembrano influire variabili come il tessuto ambientale in cui il soggetto cresce e struttura le proprie conoscenze. Inoltre il ruolo delle dinamiche familiari non va sottovalutato. […] Tuttavia, non è ancora chiarito, in modo univoco, (dagli studiosi del problema), quale possa essere lo stile educativo incriminabile: autoritarismo ed eccessiva severità si contrappongono ad una educazione troppo permissiva. Risultano meno controversi i dati che riportano soggetti con autostima indebolita da atteggiamenti genitoriali iperprotettivi e da un nucleo familiare troppo coeso”. (4)

La famiglia a soqquadro: il paradigma dell’incongruenza.

La costruzione sociale della famiglia, posta in essere dalla società giuridica evolutasi all’interno del rapporto relazionale e legittimata come identità di gruppo, si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando i segni di una millenaria erosione che non l’ha risparmiata dalla catastrofe attuale. Tuttavia, senza qui dover necessariamente ripercorrerne la storia: dalle profonde crepe manifestatesi fin dal momento esperienziale della ragione, il punto critico riflessivo della sua entrata in crisi e il suo successivo decadimento; andrebbero altresì valutate tutte le digressioni intermedie sopravvenute nello stato giuridico in cui ha visto allargarsi il dibattito liberal-comunitario, a fronte delle nuove realtà che si sono affacciate nella società in trasformazione.

Non è per caso che la concezione di ‘famiglia’ si ponga oggi come paradigma incongruente, quanto inevitabile, di una trasformazione che la mette in discussione fin nelle sue fondamenta. Il problema si pone quando all’interno del nucleo famigliare la divisione dei ruoli dà luogo a divaricazioni in contrasto fra loro che ne determinano il ribaltamento. Altresì quando ne avviene l’esaurimento in seno alla sua originaria estensione, producendo all’interno di essa una situazione oltremodo stravolgente e ingovernabile. Per cui la gestibilità dei rispettivi ruoli viene a decadere, in quanto non più corrispondente alla ‘natura umana’ che si richiedeva conforme alla prospettiva di una convivenza sociale e democratica, al comportamento etico che aveva consentito alla comunità di comprenderne le proprie e le altrui convinzioni e di giustificarne le corrispettive azioni.

Si comprende così il perché della caduta di certezze che sembravano consolidate, accettate e difese in cambio di una sicurezza più interiore che reale, che più non appaga, che è forse andata smarrita, persa nella fitta rete delle relazioni dall’attuale globalizazzione e dall’avanzamento tecnologico che permette oggi una maggiore interazione fra conoscenze e opinioni. Fatto questo che, se da una parte comporta alcuni benefici di carattere culturale, dall’altra corrompe l’ambito sociale (al quale eravamo abituati). Permette cioè l’imperativo di una comunicazione più libera e aperta: “condizione sine qua non per stabilire una rete di relazioni anche più estesa”, la più ampia possibile, in cui però viene a verificarsi una frattura in seno alla famiglia, in cui: “la propria autonomia (individuale del figlio/a) e la rottura della coazione (dei genitori), sono le condizioni per sostenere un dialogo franco” (5), al fine del formarsi di una più realistica ‘identità’ individuale degli appartenenti al medesimo gruppo.

Autonomia che va intesa come ‘realizzazione di se stessi’ e quindi poter ‘prendere decisioni’ individuali come: “..deliberare, giudicare ed agire scegliendo (pro moto proprio) fra diverse azioni possibili”. Fatto questo che contrasta con il principio della famiglia istituzionale genitori-figli sconvolgendone lo ‘status sociale’, sia nella famiglia di tipo patriarcale che matriarcale; sia anche di altre forme di relazione che si equivalgono all’interno della premessa giuridica, nel rispetto della ‘individualità’ e nell’affermazione ‘democratica’ del gruppo.

Se vale che l’autonomia aiuta a definire i limiti personali (individuali) necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della premessa di democrazia va estesa non solo all’intima relazione genitori o tra genitori e figli, ma va altresì estesa alle altre forme relazionali messe in atto tra individui consenzienti come, ad esempio, le coppie di fatto, i cosiddetti pacs ecc., inoltre in quei rapporti interrazionali di parentela e amicizia, nonché di gruppo, che si equivalgono nella solidarietà e nella promessa reciproca dello statre insieme comunitario.

In proposito interviene il sociologo moderno per eccellenza Zigmunt Bauman (6), il quale ravvisa il rischio per le giovani generazioni, relativamente a: “..quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie – penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risorse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui ‘de jure’; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicito status di individuo ‘de facto’. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”, nello stare al mondo.

C’è comunque chi vede l’autonomia generazionale come un’apertura fin troppo permissiva di affrontare il fenomeno del disagio giovanile, quasi se ne voglia attribuire la causa primaria alla sola famiglia. Non è così, la problematica va affrontata con responsabilità dalla società degli individui e dalle istituzioni preposte a farlo, benché nessuno ritiene opportuno esprimere la propria opinione a riguardo, tanto meno in ambito governativo si è legiferato in proposito. Per quanto ciò richieda di dover ripartire da alcuni punti fermi, è oggi necessario, da parte di quanti si trovano nelle condizioni di dover prendere delle decisioni in proposito, di convincere in primis le giovani generazioni, che non si tratta ‘decisioni prese dagli altri’; bensì, per meglio intendere, prese nell’interesse comune da coloro che operano e sono coinvolti nella strenua opportunità di esercitare quel ‘riconoscimento incondizionato’ che permette la legittimazione di programmi e prerogative atte a determinare la vita sociale di tutti.

Possiamo anche dire che la famiglia, come si è accertato più volte, vive oggi i suoi contrasti in costante crisi di identità; incoerente e contraddittoria, presenta tutti i suoi guasti nella mancanza di autorevolezza, quasi che nella sua incessante trasformazione, abbia perduta la sua struttura narrativa, cioè non riesca più a trovare un suo adattamento con il presente. E ciò, proprio in quei processi di integrazione necessari al formarsi di una società coerente con i tempi, con quella realtà pluralistica comparata, uniformata dall’analisi qualitativa che va sotto il nome di ‘evoluzione’, i cui sinonimi trovano riscontro in educazione, cultura, ma anche civilizzazione, progresso, nel rispetto delle leggi.

In nessun altro aspetto della storicità, che abbraccia la naturale essenza umana, si riscontra una visione d’insieme così affermativa della ‘famiglia’ – seppure a livello inconscio – che va dalle emozioni ai sentimenti, alle passioni, alle argomentazioni spinte verso quelle “virtù che hanno reso la vita migliore di quella che è.” (7) Ancor più se la rapportiamo ai suoi elementi determinanti relazionati a fattori politico-economici ed ideologico-religiosi che più ne hanno rivelate le tendenze solidali con il concetto di società. Va tuttavia riconosciuta l’esistenza virtuosa su base famigliare diverse dalla nostra, di quelle ‘altre’ forme di ‘identità’ presenti nel mondo, come ad esempio nel mondo islamico, seppure in asincronia rispetto di altre che, in funzione di non so di quale parametro, vengono considerate più o meno ‘civilizzate’ senza ragione alcuna.

Non c’è a mio avviso nulla di più grande dell’insegnamento dato dalla famiglia in tal senso, nel riscoprire cioè l’esperienza virtuosa in seno alla propria natura. Che forse non sono anche le piante suddivise in specie, o gli animali suddivisi in famiglie? Cosa hanno in comune le diverse esperienze acquisite in una vita di relazione con i progressi ottenuti dal costituirsi della famiglia (qui intesa come genere)? Che cosa non è avvenuto in ambito scientifico nel ruolo della medicina, (qui intesa come cura), nel confronto con l’odierna psicoanalisi? Direbbesi niente e tutto ma, se si vuole trovare una risposta soddisfacente a una non-domanda, per comprendere appieno l’opinione formulata in questa tesi, è necessario rifarsi al concetto di ‘performatività’ teorica elaborata da Victor Turner (8), considerato un’esponente di punta dell’antropologia sociale, la cui opera “Il processo rituale”, relativa a ‘struttura e anti-struttura’ dei processi universali, fornisce a noi la possibilità di approfondire la struttura e la trasformazione avvenuta di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana.

Un concetto quello di ‘performatività’ che può essere utilizzato ancora oggi come “chiave interpretativa di alcuni caratteri archetipi”, avanzati da Carl Jung (9), in uso nelle nuove tecnologie di ricerca e, in particolar modo, utile nella connotazione in veste teorica della “costruzione di senso attraverso l’agire”, nonché favorita dagli strumenti mediatici (digitali e non) oggi a disposizione. La riflessione teorica di Turner è indubbiamente quella che meglio si adatta al riguardo, vuoi perché permette di interpretare l’idea che si ha di “performance, come pratica corporea necessaria a una ridefinizione critica del reale”, potenziale di un ‘non-luogo’ di margine o di passaggio e la più adeguata a situazioni sociali e culturali definite. Vuoi perché promuove nuove aggregazioni (anche sperimentali) di gruppo nello studio delle fenomenologie liminali (ovvero della liminalità, anche dette interstiziali): in quanto zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali, da cui la trasformazione sociale in atto. (10)

Che esiste di fatto in psicologia e fisiologia un riscontro oggettivo del fenomeno ‘liminale’ al livello della soglia della coscienza e della percezione, ce ne da conferma G. Gasparini (11) dell’Università Cattolica di Milano, nel suo libro “Sociologia degli interstizi”, in cui sviluppa un’analisi acuta, per quanto insolita, di quei fenomeni, così detti appunto ‘interstiziali’, che sottolineano il carattere sintomatico e rivelatore al centro di una approfondita riflessione: “Si tratta di esperienze che ‘stanno fra’ e che, di solito, si trovano in posizione marginale […] nelle pieghe riposte della nostra esperienza sociale […] cui raramente le scienze sociali hanno dedicato interesse”.
Esperienze, inoltre, atte a interpretare fenomeni come l’attesa, il silenzio, il viaggio, la sorpresa, in cui si torna a parlare del significato del ‘dono’ , già eleborato da M. Mauss (12) nel suo “Saggio sul dono”, seppure non come marca della logica utilitaristica di scambio o di mercato, tipici della logica di potere, per quanto si: “allude alla possibilità di coercizione e mette in gioco tra l’altro i rapporti tra cittadini e lo stato”; bensì, come espressione di scelte operate nell’ambito di valutazioni morali (virtuose e non solo) e culturali, le cui ricadute molto influiscono nella sfera del sociale così detta, in fatto di interscambio fra potere ed economia, educazione e istruzione, conoscenza e acculturazione, non esclusa l’interazione sociale fra genitori e figli.

“Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere” è scritto nel Vangelo di Matteo (25, 35-45); frase con la quale si propone qui una riflessione sul fenomeno educazionale del ‘dono’. Con queste parole riferite dal Cristo e redatte allo scopo dello sviluppo storico del cristianesimo, così come di: “vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare i prigionieri e gli infermi, seppellire i morti ecc.” si intende accentuare il preciso fondamento delle “Opere di misericordia” (13) al centro della predicazione cristiana, più che mai valida ancor oggi, allorché assistiamo agli sconvolgimenti mondiali in atto.

“Opere che – scrive Luigi Accattoli (14) in “Cerco fatti di Vangelo” – in ogni fase storica in cui avvengono – acquistano contenuti e valenze nuove, di cui non solo i singoli fedeli ma le stesse comunità ecclesiali (ordini religiosi, associazioni culturali e movimenti vari), sono chiamate a farsi carico […] Nell’osservare la realtà contemporanea, troviamo d’esse nuove interpretazioni e nuove traduzioni riguardanti l’accoglienza dei migranti e degli stranieri più in generale, dei quali ci dobbiamo far carico di dare assistenza ai drogati, ai malati di Aids, dell’adozione dei bambini rimasti offesi dalle bombe o orfani delle tante guerre che imperversano in molte parti del mondo.”

Ecco che, al dunque, riaffiora in superficie il ruolo preponderante del ‘dono’ in seno alla famiglia come paradigma interpretatito di relazioni (si vuole morali), per cui si ritiene necessario educare i figli all’accoglienza degli ‘altri’, degli umili e degli offesi in termini di assistenza e di cura; in casa come in ospedale o in carcere per effetto di detenzione; nello Stato come termine di ospitalità sul territorio; ed a quanti rifugiati e fuggitivi da calamità e guerre, in termini di asilo umanitario e politico. Onde per cui le ‘opere di misericordia’ rappresentano un dono a salvaguardia della vita, e del corpo ‘santo in se stesso’ come la Chiesa cristiana da sempre la considera nei suoi precipui insegnamenti.

Opere che non dovrebbero mai venir meno negli insegnamenti in seno alla famiglia di un ‘donare’ autentico che rinsalda i legami della stessa con la collettività sociale a diversi livelli: “Lo stesso dono unilaterale a sconosciuti che si fa come ‘opera di bene’ e che si esprime con l’adesione a progetti di solidarietà che travalgono la logica della partecipazione ai problemi, ai disagi e alle sofferenze delle persone, accomunati da una stessa condizione umana, indipendentemente dal gruppo etnico o razziale di appartenenza.” (15)

In un certo senso, l’importanza morale del non limitarsi a riconoscere la vulnerabilità sociale nel compiere determinate scelte, rappresenta la condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie in seno alla comunità, inoltre che essenziali all’individuo per conoscere fin dove spingersi a scegliere in autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo. Si tratta qui di sviluppare un progetto di vita comunitario e realizzare il proprio ‘bene’ (inteso come gratificazione) al raggiungimento del ‘bene’ degli altri (inteso come soddisfazione e ricompensa); di tutti quegli ‘altri’ i quali concorrono – in virtù della donazione di se stessi – alla sua realizzazione. Il ‘dono’ non è completo senza la benevolenza di chi lo riceve.

Scrive in proposito Alasdair MacIntyre: “Sono quelle virtù che garantiscono un agire razionale indipendente che hanno bisogno di essere accompagnate […] da opere (fatti), che rispondano a tali interrogativi […] e che né la figura dello stato nazionale moderno, né la famiglia così come essa è intesa al giorno d’oggi, né il tipo di associazione sociale e politica di cui ci sarebbe bisogno, possono rappresentare.” (16) Serve la solidarietà di tutti per dare luogo a una comune forma di cooperazione per la sopravvivenza dell’umana specie, soggiogata dagli sconvolgimenti, naturali e non, in atto.

Dacché le numerose domande che da questa indagine scaturiscono sulle cause del disagio giovanile, e che sono sia di tipo antropico-individualistico, sia socio-psicologico, per quanto tutte risultano pressoché lecite o, almeno, proponibili: Che sia per l’allontanamento della madre dalla prole, per un lavoro a tempo pieno chela distoglie dal sopravvedere ai figli? Che sia a causa del distacco del padre in altre faccende affaccendato? Oppure a causa della necessaria decisione ‘politica’ del ‘figlio unico’ o alla rinuncia di nessun figlio? Al superamento dei problemi relativi al budget economico famigliare, in parte dovuto alla continua sfida delle nuove tecnologie che hanno soppiantato l’uomo/la donna nel lavoro? Oppure dovuta a una maggiore consapevolezza di sentirsi infinitamente piccoli di fronte alle variazioni climatiche che stanno mettendo in difficoltà l’intero sistema cosmico? O forse all’innata, perché mai venuta meno, paura della morte che condiziona il presente e il futuro di tutti noi? Forse tutte queste insieme e nessuna di esse in particolare, non pretendo di conoscere le risposte.

La realtà è che non abbiamo imparato a volare, né siamo più in grado di farlo. È così che non imparando a volare abbiamo perso il controllo di noi stessi e siamo finiti per cadere rovinosamente. E dire che c’è stato un tempo in cui davvero sembrava che gli angeli volassero sopra le città. Finanche su una città costretta dietro un muro come era prima Berlino (17) da sembrare perduta per sempre. Con la caduta degli angeli da quel Paradiso così tanto agognato, abbiamo perso definitivamente la fede nella vita oltre la morte, che era uno dei capisaldi della promessa cristiana. La religiosità dei padri ha lasciato il posto al cambiamento, all’emergere di nuove concezioni religiose e filosofiche, all’enunciazione esponenziale di nuovi credi. Dalla teosofia esoterica, alla magia bianca degli oroscopi e dei filtri d’amore, alla magia nera delle moderne sette sataniche, alle stereotipe visioni paranoiche dell’ ‘Arte’, oggi destrutturata nei suoi riti, nel costume, nell’abbandono delle sue tradizioni, in cui ha espresso, in forme più o meno ingenue, quella che era l’aspirazione umana alla ‘felicità’ eterna.

Una risposta credibilmente vera, paradossalmente inaccettabile, ci viene proprio dall’incongruenza d’una ingenuità (s’intenda genuinità) che aspirava a qualcosa, a qualunque cosa avesse a che fare con la ‘bellezza’, con l’amore, con la musica, con la poesia, con i colori dell’arte, con la letteratura, con le scoperte della scienza (non con la sua sperequazione), con la grandiosa avventura della vita. Quella vita ch’era sul nascere veritiera promessa, il dono più grande – recita il poeta – alle cui parole lascio l’azione significante.

“Dopo aver impiegato alcuni anni a studiare nel libro del mondo e a farne esperienza , presi un giorno la risoluzione di studiare anche in me stesso e d’impiegare tutte le forze del mio ingegno a scegliere il cammino da seguire. Questo a mio avviso mi riuscì meglio che se non mi fossi allontanato mai dal mio paese né dai miei libri” – scriveva René Descartes alias Cartesio (18) nel lontano 1637. … nel suo costante cercare di comprendere la totalità del suo tempo, lontano dal pensare di dover assistere alla catastrofe finale, peraltro annunciata, nel momento in cui lo scibile umano si trova a confrontarsi con l’universo della globalità, e tuttavia lontano dall’autorevolezza della sua eredità culturale, posto davanti alla rappresentazione infinitesima della sua stupidità.


Ulteriori ‘possibili’ risposte, fra breve nella terza parte di questa stessa inchiesta.


Note:
1)Dott.sa Sabina Lauria, Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Catania con specializzazione in neuropsichiatria Infantile, in ‘Bullismo’ articolo apparso sulla rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica “Il Caduceo” vol.20, n°3 – 2018.
2) “Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza”, in Sabina Lauria – “Il Caduceo” op.cit.
3) 4)Menesini e Fonzi – (cit. Sabina Lauria op.cit.)
5) Antony Giddens (elab. del concetto redatto in) “La trasformazione dell’identità”, il Mulino 1995.
6) Zigmunt Bauman, “The Individualized Society”, Polity Press – Cambridge 2001.
7) Aristotele “Etica Nicomachea”, cfr. ‘virtù cardinali’, ‘virtù teologali’.
8) Victor Turner, “Il processo rituale”, Morcelliana 1972.
9) Carl Gustav Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” – Bollati Boringhieri 1977.
10) Cyberpunk Culture, “Victor Turner e il concetto di performance”, 2014.
11) Giovanni Gasparini, “Sociologia degli interstizi”, Bruno Mondadori 1998.
12) Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, Einaudi ristampa 2012.
13) “Opere di misericordia” - sono quelle richieste da Gesù nel Vangelo (Matteo 25) per trovare misericordia (ossia perdono per i nostri peccati) ed entrare quindi nel suo Regno. La tradizione cattolica ne elenca due gruppi di sette: corporali e spirituali. (cfr in Wikipedia).
14) 15) Luigi Accattoli, “Cerco fatti di Vangelo”, EDIZIONI Dehoniane 1995.
16) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali indipendenti”, Vita e Pensiero 2001.
17) Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” film del 1987.
18) René Descartes – Cartesio in “Meditazioni metafisiche”, Laterza 1997.

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