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Giri di Lune

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 16/01/2014 17:41:11

Giri di Lune (dal ‘diario di un sognatore’)

 

Luna,

luna, luna, luna,

lu-u-u-na..’  (F.Garcia Lorca)

 

Più volte

dopo essermi assopito per un breve istante

apro gli occhi e mi chiedo

se non sia già l’indomani o se invece

non sia il prolungamento astrologico di ieri

tanto i giorni hanno per me

lo stesso colore e il medesimo incanto.

 

Quale che sia l’ardore per la bellezza perseguita

o inconsciamente suscitata

evapora al sole sostituita

da ore d’incolmabile astrazione

e nulla più m’importa se l’orologio

al posto del ‘tempo’ scandisca la sola luce

o l’oscurità che l’attende.

 

Giunto ormai alla fine del giorno

credo di possedere quella certa cognizione

cui ad ogni sorgere dell’alba

segue un voluttuoso tramonto che

a un ultimo abbaglio di luce

s’accompagna al buio di un’oscurità ignota

che mi spaventa e affascina allo stesso modo.

 

Vedo così spalancarsi

davanti ai miei occhi attoniti

lontani spazi di profondo chiarore

abbagli di un’aurora appena intravista

e ancora inviolata

che nel suo profondersi dentro la notte

mi restituisce all’opale chiarore della Luna.

 

La mia ferma aderenza alla realtà

non recupera alla dissimulata voce

la sua chiarezza oggettiva

la prospettiva del passato nel presente

onde la vita finisce per essere intimamente avvolta

dell’immensità che mi sovrasta

nell’assenza totale di alcuna congiunzione.

 

E non m’importa più

dar seguito all'illusoria essenza del passato

né di contribuire ad affermare il presente

"effimero perché passeggero"

quanto di addentrarmi nel profondo

d’una nuova identificazione

con la Luna che mi viene incontro.

 

Le parole s’affacciano labili alla memoria

e presto svaniscono sulla scia di un abbaglio che

pian piano si dissolve negli spazi inviolati

di un possibile 'altro' ch’è in me

nel costante sdoppiamento di un ‘io’ diverso

che si dissolve nella polvere cosmica

di un vortice astrale che coinvolge e stravolge.

 

Di quella Luna che da sempre mi rivela

la mera possibilità di valicare l’invalicabile

il desiderio fisico di guardare oltre

attraverso gli uadi segreti del Tempo

e oltrepassare lo spazio infinito

seppure io non ignori che da qualche parte

dev’esserci una fine per quanto imprevedibile sia.

 

L’immediato desiderio

di spalancare il velo ignoto del cielo

spazia nella mia mente nella ricerca vana

di catturare la segreta essenza del Tutto

“nel prolungamento inconscio della vita conscia”

in cui molteplici 'altre' Lune vanno a spasso nell’universo

quasi da poterle toccare, se solo lo volessi.

 

Ma nel timore d’infrangere

la pacata immensità di quel cielo

là, dove l’anima talvolta s’invola e rivela a se stessa

la propria grandezza e la propria iniquità

non oso svincolare il mio pensiero

dal seguire la sua vocazione di perdersi

nella vastità che si dilata a dismisura.

 

Che pure s' 'apre' a una lenta genesi

dove la materia si presenta nuda davanti all’invisibile

onde accecato quasi dall’incedere estenuante

d’una Luna nuova

che incombe nel segreto della mia esistenza

vengo proiettato in una vaga sensazione di prosieguo

che sfugge alla materia corporea che mi compone.

 

Solo allora la mia immagine di 'uomo' riemerge

nella consapevolezza di quel silenzio infinito

che porta alla solitudine estrema

nel vuoto assoluto che precede il vago sentore dell’eternità

e sono sul punto di occupare ogni spazio

dentro e intorno a me

per approdare alla pura essenza del divino.

 

Almeno per un istante

credo di assistere al precipitare

delle forme oggettive dello spirito

di ciò “che non è mai ma che è per sempre”

come di un precipuo concetto di bellezza che trascende

nel divenire del sogno e dell’immaginazione

dalla vacua realtà del nulla nell’arte.

 

E mentre tutt’attorno ogni cosa

si mescola impercettibile

discopro nell’intimo timore che mi coglie

l’estensione di un’altra Luna immaginifica e misteriosa

immensa come il ‘gran teatro del mondo’

la vecchia e sempre nuova Musa

dell’innamorato e del poeta.

 

Onde senza ch’io mi renda conto dilago smarrito

entro una possibile verità 'altra' che

posta "al di sopra di ciò che sono"

porta all’intima essenza di quell’io che vaga

leggero fra le stelle più lontane

partecipe silenzioso del mistero dell’universo

e della sua tranquilla infinitezza.

 

Nell’impossibilità di condurre lo sguardo

oltre lo scintillio del firmamento che mi compete

vado alla ricerca di quella misura astratta che

anzitempo deve aver visto l’umano

immergersi nel movimento cosmico degli astri

eppur rimango a contemplare il fuoco di ramaglie

al di sotto della grande cupola della notte

. . .

sospesa nell’immutabile certezza del creato.

 

Luna,

luna, luna, luna,

lu-u-una..’ (F. G. Lorca)

 

 

Turns of Moons (from the 'a dreamer's diary')

 

'Moon,

moon, moon, moon,

mo-o-on..(F. G. Lorca)

 

More times after being me drowsy for a brief instant I open the eyes and I wonder me if were already the next day or if instead is not the astrological prolongation of yesterday so much the days have for me the same color the same enchantment.

 

What that be the ardor of the beauty it persecutes or unconsciously aroused it evaporates to the sun had been replacing for times of unfull abstraction and nothing more I care if the clock to the place of the 'time' it articulates the only light or the obscurity what it attends him.

 

Comes that am by now at the end of the day I think to possess a certain knowledge what to every to rise some dawn it follows a voluptuous sunset what to a last glare of light the dark of an unknown obscurity is accompanied what it frightens me and it fascinates.

 

I see so to open wide in front of my amazed eyes distant spaces of depth light glare of an aurora just and anchors unwarted what in his to lavish inside the night it returns me to the opal light of the Moon.

 

My firm adherence to the reality it doesn't recover to dissimulates voice it's objective clarity the perspective of the past in the present whence life ends up being intimately wound from the immensity that it overhangs me lacking of conjunction of any obviousness.

 

Suddenly I don't care to give succession to the vain search of the past neither to contribute to affirm a present ephemeral as momentary as to penetrate me in the depth of a new identification with the Moon that meeting comes me.

 

Yet the words lean out transitory to the memory and soon they fade away on the wake of a glare that plain it dissolves in the spaces unwarted of the knowledge of a possible "other" that there is me in the constant splitting of a 'me' poet that he allows to drag from the cosmic wind to admire the attractive intensity of the lunar light.

 

Of that Moon that for a long time for me it means the mere possibility to cross the impassable one the physical desire to look at the most distant possible through the secret uadi of the Time what I go beyond the endless space even though I don't ignore that from some part also has to be one some elegant there even if this is not predictable.

 

The immediate desire to open wide the unknown veil of the sky it spaces in the vain search to capture entirely the secret essence "in the unconscious prolongation of the aware life" in which manifold "others" Moons they go for a walk in the universe what I could almost touch her if only I wanted it.

 

But in the fear to break the peaceful immensity of that sky there, where the soul is sometimes stolen and it reveals to itself his own greatness and his own inequity I don't dare to release my thought to follow his true vocation to lose his in the vastness that dilates his to excess.

 

I assist to a slow genesis where the subject he/she introduces him naked in front of the invisible one whence almost blinded to advance weary of the full light of a new Moon that impends I feel me projected in a vague feeling of advanced what it escapes the bodily subject that composes me.

 

Only my image of man resurfaces then in the awareness of that endless silence what it brings to the most extreme loneliness in the absolute void that precedes the vague sign of the eternity and they are on the point to occupy every space inside and around me to land in the pure essence of the divine one.

 

At least for an instant I believe to assist to fall in my head of the objective forms of the spirit of this "that it is never but that it is forever" as of a principal concept of beauty what it transcends in his becoming of the dream and the imagination from the vacuous reality of the nothing in the art.

 

And while all around everything imperceptibly mixes him I discover in the intimate fear that gathers me the extension of another Moon crafty imaginary and mysterious immense as the 'big theatre of the world' the old one and always new Moon of the lover and of the poet.

 

Whence without I return me account I spread lost within a possible truth "other" that mail "above what I am" hands to the intimate essence of that self how vague light among the most distant stars silent participant of the mystery of the universe and of his calm infinity.

 

In the impossibility to conduct my look over the sparkling of the firmament to the search of that abstract measure what early it owes to have seen the human one be to bathe in the cosmic movement of the stars I confine me to contemplate the fire of the bush under the great dome of the night

. . .

suspended in the unchangeable certainty of the creation.

 

'Moon,

moon, moon, moon,

mo-o-on..


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