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Etnomusica 7: Letteratura-Viaggio-Antropologia

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 08/01/2012 19:10:10

ETNOMUSICOLOGIA 7 – “Letteratura di Viaggio come Antropologia del Vissuto”.

Titolato così, il connubio tra avventura letteraria e scienza ufficiale può sembrare azzardato, tuttavia non lo è affatto, in ragione che l’una contiene l’altra e, mentre la prima è suscettibile di varianti imprevedibili, l’altra ne trae le conseguenze confermando all’interno della propria esperienza ogni singola conoscenza rilevata, andando a posizionarla all’interno delle diverse discipline che la riguardano. È così che, ad esempio, in ambito musicologico vengono raccolte quelle che sono le esperienze più diverse nell’uso di strumenti, l’evoluzione della danza, la trasformazione di vecchie canzoni e di ritmi a ballo, in nuovi ritmi e nuove assonanze musicali. Come pure, in ambito del costume e delle maschere, un tempo simboli tribali, li ritroviamo trasferiti, lì dove è in atto una qualche trasformazione, e adattati alle esigenze della pubblicità, dei gadget, della moda, ecc..
Anche per questo il moderno ricercatore, oltre a studiare, attraverso la rivisitazione del passato le grandi trasformazioni dell’evoluzione, “deve” necessariamente valutare le progressive significazioni, inventariarle e disporle ad uso pratico e fruibile, e chiedersi in breve: dove sta andando l’umanità (?), per meglio affrontare le sfide che l’aspettano nell’immediato futuro. Da costituire così una sorta di “antropologia del vissuto” che intendo qui formulare quale unico e autentico sbocco possibile dell’antropologia accademica, in grado di catapultare le discipline che la sostengono, nella “nostra” attualità, senza comprometterne la sostanza. Il rischio per l’antropologia è, altrimenti, di chiudere la propria esperienza scientifica nei polverosi tomi delle scienze disconosciute perché antiquate, sorpassate in quanto obsolete.
È possibile che qualcuno gridi allo scandalo, ciò non di meno si rotolerà nella polvere dei vecchi costrutti inducendo qualcun altro (che la pensa come me) a ridere ogni qual volta udrà ripetersi la solita solfa di un possibile “ritorno alle origini” improbabile quanto inutile. Certo, le “origini” vanno comunque giustamente valutate, almeno per ciò che riguarda l’evoluzione umana di cui la scienza antropologica da sempre si fa carico e che ci permette di comprenderne il cammino, il grado di evoluzione sociale raggiunto, la conoscenza culturale cui ogni singolo popolo va riferito. Ovviamente l’antropologia non è solo questo, tuttavia per quanto concerne questa ricerca che, ricordo, disciplinata alla “letteratura di viaggio” e non alla “scoperta archeologica”, quindi nel campo piuttosto limitato ma che, in qualche modo contribuisce a delineare, quelli che chiameremo i “paesaggi antropologici”, da scandagliare quali nuovi possibili territori di conoscenza.
Introduzione necessaria alla scoperta del “fantastico” cui questa ricerca va incontro con il creare le aspettative del nostro viaggiare, a fornire cioè, alla nostra mente, la “straordinarietà” della nostra avventura umana, del nostro voler conoscere ciò che la natura, il mondo, il cosmo hanno in serbo per noi. Perché, se è vero che “sempre più spesso la realtà supera la fantasia” tuttavia non possiamo prescindere da questa. Cioè non possiamo affrontare di “metterci in viaggio” senza concedere alla fantasia una certa prerogativa, quella di essere il frutto della nostra “immaginazione”, perché in fondo perché, non in ultimo, è proprio questa che più alletta il nostro spirito, la volontà di avventurarci in luoghi e situazioni ignote, incontrare genti diverse, scoprire luoghi inesplorati, ascoltare suoni e musiche lontane, assaporare cibi e frutti esotici, estendere la nostra cognizione sessuale, o più verosimilmente, ampliare quella che è la nostra esigua concezione del mondo in cui viviamo.
Ovviamente non solo queste sono le ragioni. A voler cercare, ve ne sono tantissime altre e, molte ce ne suggeriscono i romanzi di avventura, i diari e i vademecum, i reportage di viaggio, le guide turistiche ecc. che, sulla scia dei grandi viaggiatori di un tempo, e ad essi vanno rapportati i condottieri, i navigatori, i sorvolatori degli oceani, gli avventurieri, i pirati e perché no certi poeti visionari (Blake, Rimbaud, ) e molti scrittori illuminati (Verne, Stevenson, Swift, Salgari), hanno lasciato ai posteri le loro attente e talvolta scrupolose “annotazioni” a commento dei viaggi intrapresi in questo o quel continente (Polo, Cook), fra questa o quella popolazione (Lévi-Strauss, Artaud, Guénon, Métraux, Chatwin), per aver scoperto un’antica civiltà (Schliemann, Pettinato), un magnifico tesoro (Carter), o una qualche peculiarità naturale (Darvin, Lorenz), ecc.
A tutti costoro va il nostro grazie più sincero, per aver spalancato l’orizzonte davanti a noi, fatto conoscere terre lontane e popoli diversi, svelato tabù e religioni, mostrato i segreti della scrittura e della musica, della poesia e dell’arte, le peculiarità delle forme, delle espressioni e del pensiero d’ogni popolo e paese. Non tutto ciò che ci è dato ci è stato rivelato anzitempo, tantomeno ciò che andiamo man mano scoprendo ancora in questa supertecnologica era, ci è del tutto spiegato. Pertanto, riconsiderare l’avventura del viaggio in ogni sua disciplina e nella sua raggiunta dimensione può essere considerata un’incognita, per quanto essa sia fattiva di nuovi apporti e concessioni che facciamo a noi stessi, quasi un approvvigionamento di consapevolezza che prepariamo per l’imperscrutabile futuro.


Pur non potendosi fissare dei criteri certi che permettono di delimitare il genere in confini rigorosamente netti, la definizione "letteratura di viaggio" è di regola associata a opere il cui sviluppo corrisponde interamente a narrazioni di viaggio, tendendosi quindi ad escludere tale caratterizzazione in quelle creazioni la cui articolazione è solo parzialmente interessata da quelle particolari esperienze. Per essere classificabile come “letteratura” deve ovviamente avere il già citato spessore artistico di narrativa, al di là della semplice registrazione di date ed eventi, come possono essere altri generi come, ad esempio, il diario di bordo; può parlare di avventura, esplorazione o scoperta, ma anche essere a tema bucolico o paesaggistico, e in questo genere possono talvolta ricadere reportage turistici e giornalistici. La trattazione letteraria contiene descrizioni e notizie sugli aspetti sociali e storico-culturali dei luoghi visitati e delle genti incontrate, variamente selezionati, filtrati ed elaborati per mezzo della sensibilità culturale soggettiva, con considerazioni e osservazioni che possono spaziare fino ad aspetti di natura antropologica. Ma un elemento essenziale di tale genere letterario è la presenza della figura dell'autore, la cui esperienza diretta e soggettiva assume sempre un peso importante, più o meno preponderante, andandosi ad aggiungere o a sovrapporsi alla componente osservativa e descrittiva. Dal filo narrativo di tale esperienza possono scaturire intrecci e sviluppi dal sapore più marcatamente letterario e romanzesco” (*).


Racconti di terre lontane erano già comuni nella storiografia greca e latina, ma la loro origine erano i racconti di mercanti e marinai, che spesso "condivano" le loro storie con notizie bizzarre e poco realistiche; il primo vero e proprio reportage di viaggio è sicuramente il "Milione", che Marco Polo dettò a Rustichello da Pisa intorno al 1300, descrivendo il suo lungo viaggio e soggiorno nella Cina dei Mongoli, alla corte di Kublai Khan. Un altro esempio di reportage di viaggio scritto per amore del viaggio stesso è senza dubbio la lettera in cui Francesco Petrarca raccontò all'amico Francesco Dionigi della sua scalata del Monte Ventoso nel 1336, oggi considerato il primo esempio di alpinismo, in quanto la scalata non aveva fine pratico; anzi, Petrarca dichiara di averlo voluto scalare solo per ammirare il panorama dalla sua cima e accusa i suoi compagni che lo aspettano più in basso di frigida incuriositas ("fredda carenza di curiosità"): descrivendo l'ascesa questa diventa un'allegoria della sua elevazione morale.
A seguire, troviamo Michault Taillement, poeta presso il duca di Borgogna, viaggiò attraverso il Giura nel 1430 e lasciò scritti delle sue riflessioni personali, la sua reazione inorridita alla vista delle rocce aguzze e delle fragorose cascate dei ruscelli di montagna. Antoine de la Sale, autore di Petit Jehan de Saintre, scalò il cratere di Vulcano nelle Isole Eolie nel 1407, per "una follia di gioventù", e scrisse le sue impressioni. Nel 1589 Richard Hakluyt pubblicò "Voyages", un testo che segna il vero e proprio inizio del genere, seguito a ruota dal così detto Grand Tour, il viaggio in altri Paesi d'Europa (spesso in Italia) per vedere l'arte e l'architettura del passato, che tutti i nobili dovevano intraprendere per essere accolti nell'alta società. E' questo il caso straordinario di John Ruskin di "Le pietre di Venezia". Tra i grandi modelli troviamo "Il viaggio in Italia" di J. W. von Goethe, edito nel 1817. È del 1828 il vademecum "Guide a l’usage d’un Voyageur en Italie" redatto da Marie-Henri Beyle (pseudonimo di Stendhal). Ancora nel diciannovesimo secolo, Robert Louis Stevenson si distinse per i suoi numerosi resoconti di viaggi, descritti con ottimo spirito d'osservazione e arguto umorismo; in uno stile ancora più umoristico saranno alla fine del secolo i romanzi di Jerome Klapka Jerome "Tre uomini a zonzo", e "Tre uomini in barca" (per tacere del cane).
Tra gli altri autori anglosassoni va qui citato lo straordinario David Herbert Lawrence di "Twilight in Italy" (Viaggio in Italia) che meglio suonerebbe tradotto in 'Viaggio tra gli Italiani' per la sua introspezione psicologica, stampato nel 1916, e del quale va qui ricordato anche "Mare di Sardegna" sulla natura affascinante di un'isola che ha ammaliato l'autore. E inoltre, gli statunitensi Paul Theroux, William Least Heat-Moon, il gallese Jan Morris, gli inglesi Bruce Chatwin, Eric Newby, Wilfred Thesiger e Colin Thubron, anche se Morris è noto come storico e Theroux come narratore; ma colui che più di ogni altro ha posto il viaggio al centro della propria visibilità moderna è stato senza dubbio Jack Kerouac (Sulla strada) sempre di grande attualità.
Fra gli italiani citiamo l'umoristico Beppe Severgnini: “Italiani con la valigia”, “Un italiano in America”, “Manuale dell’imperfetto viaggiatore”; e i numerosi autori del genere che nascono dal giornalismo, come Tiziano Terzani: “La porta proibita”, “Un indovino mi disse”, “In Asia”, “Un altro giro di giostra”; Guido Piovene “De America”, “Viaggio in Italia” e Paolo Rumiz “L'Italia in seconda classe”, “La leggenda dei monti naviganti”, “È Oriente”; o le narrazioni di Giorgio Bettinelli, che ci ha raccontato a più riprese il giro del Mondo compiuto in Vespa e considerato da molti uno dei pochi veri viaggiatori degli ultimi decenni. Da non dimenticare l'infaticabile e straordinario Angelo Maria Ripellino di "Praga Magica", che fa la radiografia di una città attraverso la sua letteratura. E che dire allora di Umberto Eco, il più grande viaggiatore “fantastico” di tutti i tempi, se non sono “viaggi” in ogni senso e in ogni direzione i suoi romanzi, quali altri? – mi chiedo. A cominciare da “L’isola del giorno dopo” fino all’ultimo “Il Cimitero di Praga” il cui “viaggiare” è per il protagonista un labirinto oscuro e polveroso ('già, la polvere, ma quella è tutt’altra storia') in cui l’autore intrappola l’affaccendato lettore e lo costringe a perdersi nei rimandi di un passato fin troppo presente, a quella realtà quasi sconcertante che è il nostro “surrealismo” quotidiano. È allora che, catturati dall’enfasi scrittoria dell’autore, entriamo nella fiction letteraria (in cui egli ci trascina quasi prendendoci per i capelli), e ci fa dono di quella “meraviglia” che è il suo linguaggio: ora opaco di terracotta ruvida (degli errori e orrori della storia), ora di porcellana fine (personaggi e luoghi poco conosciuti), e pur sempre cristallino, di vetro soffiato (alchemico e misterioso), con un’eleganza verbale, una scioltezza tale da poter riscrivere tutto il dizionario della lingua italiana, dove perdersi, infine, nei meandri di quella realtà “immaginaria” che fa di Eco l’architetto della “storia”, sebbene traslitterata, proscritta e profuga che non conosciamo, solo perché abbiamo chiuso l’uditorio a ciò che è “altro”, o forse, a quell’“altrui” che rifiutiamo e che spesso si avvicina più d’ogni altra cosa, alla realtà in cui viviamo. Se, come scrive Teilhard de Chardin “Solo il fantastico ha qualche possibilità di essere reale”, allora l’immaginario mondo ricostruito per noi dall’infaticabile Eco, è l’unico dei mondi possibili, dove cercare noi stessi.
Ci sono poi i romanzi di Cormac McCarthy, Premio Pulitzer per “La Strada”, che pur nella sua esiguità letteraria, risulta fin troppo crudo, a tratti violento, eppure straordinario. Se davvero vogliamo formulare un giudizio sul romanzo, tornato ad affacciarsi alla ribalta grazie alla trasposizione cinematografica (mera traduzione filmata diretta dall’australiano John Hillcoat che lo ha presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia che, se non altro, è valsa a testimoniare al più ampio pubblico, certamente più ampio dei lettori che avranno letto il libro), l’altissimo messaggio d'amore tra padre-figlio, (di cui non si trova quasi traccia nella letteratura contemporanea). Una storia forse non nuova, ma di certo avvincente, “incentrata sui postumi di un Armageddon, in cui un padre e un figlio si trascinano attraverso scenari post-apocalittici, tra le rovine della civiltà, assediati da fame, disperazione e uomini regrediti che riscoprono gli istinti bestiali del cannibalismo”. Che è anche messaggio d’amore e di vita, per una consumata esistenza-sopravvivenza, che funge da trama portante in un mondo “di puro orrore” dove, il nuovo pericolo incombente della radioattività nucleare ci presenta uno scenario che riprende le atmosfere metafisiche da fantascienza apocalittica, confermandole. Non ci rimane che rileggere questo incredibile libro, per essere sicuri di ciò che la sconvolgente “realtà” dell’autore (quasi una profezia di quanto sta accadendo) ha portato alla ribalta in un momento come questo, in cui davvero serve tutta la nostra partecipata comprensione.
A testimoniare che il racconto di viaggio è sempre stato un argomento affascinante per autori di epoche molto diverse, potremmo citare come affini al genere anche resoconti di viaggi immaginari; l' “Odissea” di Omero, il viaggio allegorico di Dante Alighieri nella “Divina Commedia”, il “Viaggio in Occidente” di Wú Chéng'ēn, il “Candido” di Voltaire, “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. Diffusi nel Medioevo, soprattutto in aree dove l'alfabetizzazione era già in stato avanzato (come a Firenze), erano i "libri di ricordanze", sorta di memorie, "ricordanze" appunto, registrate per sé o per i familiari o per i posteri immediati, scritti generalmente con brani che iniziano ciascuno con "Ricordo che...", a metà strada tra la cronaca e l'autobiografia. Spesso questi libri sono dei preziosi documenti sulla vita e i costumi del tempo. Tra questi il “Libro di ricordanze” di Giorgio Vasari o il “Libro di ricordi” di Bernardo Machiavelli, ma anche in qualche modo, sebbene in forma di dialogo, i “Libri di famiglia” di Leon Battista Alberti. Ne riprende la tradizione anche “Pomo pero” di Luigi Meneghello.
Altra forma narrativa e letteraria è il cosiddetto "diario", in cui il racconto, reale o di fantasia, è sviluppato cronologicamente, spesso scandito ad intervalli di tempo regolari, solitamente in giorni. Può essere la cronaca della vita o di un periodo di vita di una persona, ma anche la raccolta di annotazioni giornaliere in cui vengono descritti fatti di rilievo, avvenimenti politici, sociali, economici, osservazioni di carattere scientifico o altro. Dal punto di vista della tipologia testuale è la forma che di solito rivela la parte più intima dell'autore. Chi scrive lo fa per puntualizzare a se stesso ciò che gli sta accadendo in quel periodo, senza pensare troppo al passato ma ponendo l'attenzione sul presente. Solitamente all'inizio di una pagina viene scritta la data in cui si scrive; il destinatario può essere o il diario stesso o un amico immaginario. Il linguaggio è di solito semplice, esistono anche, oltre ai diari veri, quelli creati da un autore che si inventa un personaggio che parla di sé.
Con "diario" si indica anche il supporto materiale dove questo racconto viene realizzato; una moderna forma di diario, in questo senso, è quella affidata all'informatica attraverso la tenuta di blog personali. Solamente nel Rinascimento il diario si distinse dalla autobiografia e dalla cronaca, assumendo la funzione di annotatore di appunti da ricordare e di eventi spirituali dello scrivente, utili per un miglioramento ed un perfezionamento. In un secondo tempo questa tendenza passò anche nel mondo laico. Alla stregua del diario di viaggio, il diario di bordo ha da sempre aiutato esploratori di ogni specie ad appuntare le varie fasi delle proprie imprese. Si riferisce nel particolare a viaggi effettuati su imbarcazioni e che riportano quanto accade a bordo della stessa. Diversi diari di bordo e di navigazione sono stati raccolti da Giovanni Battista Ramusio nel suo “Navigazioni e viaggi” (pubblicato intorno al 1550).
Tra i più famosi “Diari di bordo”, quelli della prima navigazione verso l'America di Cristoforo Colombo (dal 3 agosto 1492 al 15 marzo 1493). James Cook “I diari di bordo dell'Endeavour”, “I diari del primo viaggio di Cook, 1768-1771”, “Diario di Cook durante il suo primo viaggio intorno al mondo”. L'espressione è diventata parte del linguaggio comune, tanto da essere spesso ripresa anche da personaggi famosi per indicare annotazioni personali: John Steinbeck, William Least Heat-Moon, Robert M. Pirsig, che da Melville di “Moby Dick” portano fino a Hugo Pratt. Quest’ultimo, autore delle avventure ormai famose di “Corto Maltese”, va ricordato per il suo narrare storie di mare come fossero “tentativi di raccontare la vita”, attraverso le quali, il solitario giramondo Corto Maltese da una svolta moderna al racconto d’avventura, affrontando temi inusuali come l’amore e l’amicizia, la giustizia e la morte.
D’altro genere è il “Diario di Guerra”, tenuto sia da ufficiali nella propria funzione sia da soldati. Anche il diario di Resistenza e di prigionia dovuta a guerra possono rientrare in questa categoria. Qualcuno considera diari anche il “De bello Gallico” o il “De bello civili” di Gaio Giulio Cesare. Tra i diari di prigionia, quelli di Giovanni Ansaldo, Carlo Emilio Gadda o “Un soldato racconta” (1960) di Ruggero Y. Quintavalle. Anche “Se questo è un uomo” o “La ricerca delle radici” di Primo Levi (benché non abbia forma di diario, con le date), come poteva essere “Le mie prigioni” di Silvio Pellico o il racconto dell'esilio di Teresina Bontempi, oppure il romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.
Nel “diario intimo”, viceversa, il diarista si misura con una sorta d'amico immaginario che si rispecchia nel suo mondo interiore, in una forma di scrittura che assomiglia di più a una presa di coscienza. Al diario non si nasconde nulla e si possono avere più modi per scrivere questo diario. Si può raccontare della giornata, oppure dei sentimenti che si ha e che si ha paura di dire agli altri. Il diario è comunque un racconto personale, che, può essere scritto in modo fantasioso, oppure si scrive la realtà. Dall'Ottocento in poi, il diario prende sempre di più la forma del cosiddetto journal intime che mostra spesso emozioni, sensazioni e sentimenti allo stato nascente o latente, non ancora ben compresi dalla persona, come nel caso del celebre “Diario” di Anna Frank, dove la narratrice, immaginando di scrivere lettere a un'amica inesistente, ovvero un alter ego, racconta gli avvenimenti del giorno per esteso, scegliendo la forma della lettera. Altrettanto celebre è il precedente “Diario intimo” di Henri-Frédéric Amiel. In forma di diario è anche la narrazione di “Quaderno proibito”, di Alba de Céspedes , che inizia con il piccolo atto di trasgressione che da il titolo al romanzo.
Hanno scritto diari intimi anche Niccolò Tommaseo, Vittorio Imbriani, Sully Prudhomme, Miguel de Unamuno e John Henry Newman. Come romanzi si possono ricordare il “Le Journal d'une femme de chambre” (1900) di Octave Mirbeau o il “Diario intimo di un cattivo” (1989) di Giorgio Saviane. In questo ambito sono state anche raccolte memorie erotiche, più o meno storicamente interessanti come le “Memorie di una maîtresse americana” di Nell Kimball o “Memorie di una cameriera” di O. Mierbeau, così come i vari libretti anonimi che periodicamente affollano librerie ed edicole. In fondo anche “L’amante di Lady Chatterly” di D. H. Lawrence è una forma di diario e, ancor più lo è tutta “A la recherche du temps perdu” di Marcel Proust, un lungo, sottile filo conduttore di un’intimità vissuta in modo edonistico.
Nella letteratura propriamente detta è un esempio di “diario per appunti” quello scritto da Cesare Pavese in “Il mestiere di vivere”. Si tratta di un diario che non racconta mai episodi interi, ma vi allude senza rendere espliciti i riferimenti a fatti e persone. In esso vi è un minimo di forma dialogica, ma il "tu" che a volte appare è in realtà un "io". Il diario di Pavese è fatto di sensazioni e di istanti che vengono espressi in forma sintetica e lapidaria, spesso senza verbo o costruite su un verbo all'infinito o al participio passato. Mentre nella pratica psicoanalitica alcune scuole mediche stabiliscono che il paziente debba tenere un diario di sogni, scritto ogni mattino al risveglio. Anche per i disordini del sonno, come le parasonnie e le dissonnie possono richiedere la tenuta di un diario del sonno. Anche le diete e in generale qualsiasi terapia possono prendere la forma dell'appunto di diario, ma questo va sotto il nome di diario medico.
Un’altra forma letteraria è il resoconto del “viaggio di scoperta”. Spesso negli atlanti, il planisfero che illustra le scoperte geografiche e i progressi nella conoscenza del mondo mostra i cinque paesi per conto dei quali le scoperte geografiche sono state fatte: Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra e Olanda. Una superficie minima nel planisfero. Lo squilibrio della prospettiva eurocentrica è ancora più forte dal punto di vista letterario: sono quasi ignoti in Occidente gli scritti del cinese Zang Qian, che nel sec. II spingendosi verso ovest toccò i limiti dell'impero romano; o gli scritti dell'arabo Ibn Battuta che nel sec. XIV visitò il mondo musulmano dall'Africa settentrionale all'India e toccò la Russia meridionale, la Malesia, la Cina. Così come lo sono “La scoperta di Troia” di Schilieman, i molti libri sull’Egitto di P. Vandenberg, “La valle”; o la ricerca de “Le sorgenti del Nilo” di …., C. W. Ceram “I detective dell’Archeologia”, e tantissimi altri che riprendono dalla letteratura di viaggio là dov’è cominciata nella tradizione occidentale con la letteratura greca. L' “Odissea” di Omero è una storia di viaggi in parte probabilmente fantastici, ma è testimonianza autentica di un amore per l'avventura e le esplorazioni che caratterizzerà tutte le culture occidentali nei secoli successivi. Nel sec. V a.C., con le “Storie” di Erodoto, all'amore per la conoscenza si accompagna una strategia di dominio. Nel sec. IV a.C. l' “Anabasi” di Senofonte è la cronaca di un'impresa militare; quest'ultimo filone continua nella letteratura latina con i “Commentari” di Giulio Cesare (sec. I a.C.). Nel sec. II d.C., con Pausania si delinea un atteggiamento precursore di quello che si chiamerà turismo circa venti secoli dopo.
Nel medioevo i viaggiatori sono missionari o ambasciatori e mercanti. Tra i primi, i francescani Giovanni da Pian del Carpine e Odorico da Pordenone si spingono nell'Asia centrale e orientale rispettivamente nel 1247 e nel 1331. Tra i secondi, il veneziano Marco Polo soggioma in Cina dal 1275 al 1291, e non scrive un libro sui suoi viaggi bensì fornisce oralmente i dati per scriverlo a Rustichello da Pisa, mentre sono entrambi in prigione a Genova nel 1298. Rustichello, professionalmente rifacitore di romanzi arturiani, scrive in «francese di Lombardia», quel che gli racconta Marco Polo. Questo libro di due autori, titolato “Il Milione” nella traduzione fiorentina anteriore al 1309, suscita la diffidenza di alcuni letterati per la sua genesi giornalistica e ancor oggi vengono sollevati dubbi sulla veridicità del racconto; ma nonostante ciò, o forse proprio per questo, resta il più bello tra tutti i libri di viaggio e uno dei più bei libri che siano stati mai scritti. Il viaggio d'andata di Marco Polo è per terra, come quelli di Giovanni da Pian del Carpine e di Odorico da Pordenone; il ritorno è per mare.
E per mare la maggioranza dei più importanti viaggi successivi, a cominciare da quello di Alvise Cadamosto (che nel 1456 al servizio del Portogallo scopre le Isole di Capo Verde) per culminare con quello di Antonio Pigafetta (che nel 1519-22 partecipa alla spedizione di Magellano). Le relazioni di questi viaggi, e di una sessantina d'altri, sono raccolte nei tre volumi delle Navigazioni e viaggi curati da Giambattista Ramusio tra il 1550 e il 1559. Ramusio traduce, annota, manipola  brani derivati da codici oggi perduti; che non fà invece con il “Diario” di Cristoforo Colombo perché, consegnato ai sovrani di Castiglia, resterà coperto dal segreto di stato fino al 1825. Successivi alla «summa» di Ramusio sono altri libri di viaggio che, come quelli di Filippo Sassetti e di Francesco Carletti, interessano quasi solo la storia della letteratura italiana. Daniello Bartoli scrive su India, Giappone, Cina senza mai muoversi di casa. Sia per la storia delle scoperte, sia per le storie letterarie, hanno peso ormai viaggiatori e scrittori di paesi diversi dall'Italia. Le più importanti raccolte di libri di viaggio, dopo Ramusio, sono quelle dell'inglese Richard Hakluyt (dal 1589) e del francese Antoine Frangois Prévost (dal 1746), ma con il Settecento il numero dei libri di viaggio si accresce vertiginosamente. Tra i capolavori indiscussi si possono ricordare i libri dei coetanei James Cook (n. 1728), L. A. Bougainville (n. 1729), J. H. Bemardin de Saint Pierre (n. 1737). I primi due sono testi sacri per gli illuministi, il terzo è uno tra i primi esempi di letteratura romantica.
Il “viaggio di formazione” prende spunto dai resoconti di esploratori e diplomatici nei quali prevale l'osservazione geografica, naturalistica o etnografica, che servirà da traccia alle conquiste coloniali. Tra il sec. XVI e il XVII l'interesse dei giovani aristocratici e degli artisti si orienta piuttosto verso il viaggio di formazione intellettuale e, soprattutto, verso il viaggio in Italia, ispirato al culto dell'antichità. Da Montaigne a Goethe, il viaggio assume per l'intellettuale il valore di esperienza conoscitiva e di scoperta interiore, nella relazione tra individualità del soggetto e singolarità del luogo. L'Italia, insieme con la Grecia e il Vicino Oriente, diventa così tappa obbligata del «Grand Tour» che si impone tra le classi colte d'Europa per tutto il sec. XVIII. Cento anni dopo un nuovo flusso di viaggiatori, questa volta provenienti da oltreoceano (N. Hawthome, H. James), rinnova i fasti del viaggiare.  Nell'era dell'imperialismo, agli albori della cultura di massa, si diffondono le suggestioni dell'esotismo: il miraggio di una fuga dalla mediocrità è al fondo di gran parte della letteratura di viaggio fra i secoli XIX e XX, mentre nel Baedeker (inventato da K. Baedeker a metà del sec. XIX) si va delineando il modello di un nuovo modo di «consumare» il viaggio: il turismo. Nel frattempo si completa la conquista europea del globo che giunge in molti casi ad assumere le forme dell'etnocidio e dell'ecocidio. C. Lévi Strauss apre il suo “Tristi tropici” (1955) con la frase: «Odio i viaggi e gli esploratori», deprecando la mistificazione operata dagli innumerevoli libri di viaggio di mestieranti dell'«avventura» che sostituiscono il convenzionale al vissuto per poter essere consumati da un pubblico sempre più vasto.
Nella produzione del nostro secolo, nonostante la concorrenza dei giornalisti, i romanzieri restano i soggetti maggiormente accreditati alla narrazione di viaggio di carattere documentario e di riflessione culturale. Il genere «travel writing» si sviluppa soprattutto in ambito anglosassone. Tra gli autori più noti come D.H. Lawrence, G. Greene, E. Waugh, P. Bowels sono affiancati da una nuova generazione di scrittori-viaggiatori come B. Chatwin, P. Theroux, K. White, R. O'Hanlon, J.M. Le Clézio, i cui resoconti tendono ad applicare alla restituzione del reale le tecniche del romanzo, in una dimensione narrativa che ha il suo grande precedente in T.E. Lawrence (da non confondere con l'altro) autore de "I Sette Pilastri della Saggezza". Ma anche in Francia con Alfred Métraux “Meravigliosa Isola di Pasqua”, Bernard Pierre “Storia del Nilo”, Paolo Matthiae “Gli archivi reali di Ebla”, ed alcuni scrittori latinoamericani, come L. Sepúlveda “Il mondo alla fine del mondo” (Mundo del fin del mundo), J. M. Arguedas “I fiumi profondi”, J. Amado “Terre del finimondo”, P. Coelho "Il Cammino di Santiago", "L'Alchimista", J. Saramago "Viaggio in Portogallo", in cui il resoconto di viaggio tende a configurarsi come interpretazione intimistica o storico-critica della condizione dei diversi paesi visitati.
In Italia hanno scritto libri di viaggio, tra gli altri, A. Moravia, G. Parise, A. Arbasino, P. P. Pasolini del quale tengo qui a ricordare e suggerire lo straordinario “Odore dell’India”,
Cino Boccazzi “Pagine di Pietra”, Massimo Baistrocchi “Antiche civiltà del Sahara”, lo storico Giovanni Pettinato "Ebla", e Stefano Malatesta “Il grande mare di sabbia”, e moltissimi altri che, nell’impossibilità di citarli tutti, vorranno scusare la momentanea dismissione. Ciò non vuol dire che ci si è dimenticati di loro, bensì che ci sarà occasione di conoscerli più a fondo in altre occasioni.

Colgo l’occasione per segnalare una importante quanto interessantissima manifestazione a quanti trovano nel piacere di viaggiare la peculiarità di tenere un diario oppure di scrivere note a riguardo, di “approfittare” di questo spazio per far conoscere le proprie emozioni e le proprie avventure, nonché di partecipare numerosi al prossimo “Festival della letteratura di viaggio” del 2012. Il “Festival della letteratura di viaggio” tenutosi a Roma in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, dal 29 settembre al 2 ottobre 2011 al Palazzo delle Esposizioni, è stato dedicato al "Viaggio in Italia, viaggi degli italiani", che ha ospitato più di trenta eventi, e promossa dalla Società Geografica Italiana e da Federculture, diretta da Stefano Malatesta e Antonio Politano. Tanti gli eventi in cantiere: dai racconti del classico “Grand Tour” ai viaggi degli esploratori italiani, e incontri con gli scrittori italiani della nuova generazione agli inviati speciali delle grandi riviste. Il Festival della Letteratura di viaggio nasce per esplorare e raccontare tutte le forme di narrazione del viaggio: letteratura, giornalismo, cinema, televisione, fotografia senza dimenticare storia e geografia. Per quattro giorni incontri, lezioni e laboratori didattici di fotografia e scrittura sono stati tenuti da docenti, giornalisti e fotografi fra cui molti nomi eccellenti.

Il Festival di quest'anno inoltre ha dedicato la sua mostra principale: "Nell’Impero di mezzo e sul tetto del mondo", a due grandi viaggiatori marchigiani in Asia, il gesuita Matteo Ricci e l’orientalista Giuseppe Tucci. La mostra, a cura di Nadia Fusco, documenta con foto, carte geografiche d’archivio, planisferi, i viaggi in Asia dei due marchigiani. Ricci arrivò per la prima volta in Cina nel 1582, durante il suo soggiorno imparò il cinese, scrisse diversi libri e introdusse innovazioni importanti in campo cartografico, e ontribuì in maniera fondamentale, con il suo mappamondo - una copia è esposta nella mostra - alla conoscenza del mondo occidentale da parte delle dinastie Ming e Qing, rivoluzionando la concezione sinocentrica allora dominante in Cina. Giuseppe Tucci, esploratore del ventesimo secolo, è considerato uno dei più grandi orientalisti di tutti i tempi. Dal 1928 si recò diverse volte nelle regioni himalayane e nel 1948, durante il suo ultimo viaggio in Tibet incontrò il Dalai Lama, allora quattordicenne. Profondo conoscitore della cultura tibetana e indiana, ha fondato il Museo Nazionale di Arte Orientale di Roma. La mostra, visitabile dal 30 settembre al 20 ottobre al Palazzetto Mattei di Villa Celimontana.


Bibliografia: (oltre a tutti quelli citati nel testo)

Matteo Ricci, “Opere complete di Padre Matteo Ricci” - Sette volumi, Edizioni critiche in lingua italiana con testo cinese a fronte a cura di Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l'Oriente.
Giuseppe Tucci, “Cronaca della missione scientifica Tucci nel Tibet occidentale (1933) (con Eugenio Ghersi), Roma, Reale Accademia d'Italia, 1934. E inoltre:
Attilio Brilli, “Quando viaggiare era un’arte: il romanzo del Grand Tour”, Il Mulino, 1995.
Antonio Gnoli, “La nostalgia dello spazio”, Bompiani, 2000.
Claudio Magris, “L'infinito viaggiare”, Mondadori, 2005.
Luigi Marfè, “Oltre la fine dei viaggi. I resoconti dell'altrove nella letteratura contemporanea”, Olschki, 2009.
Elvio Guagnini, “Il viaggio, lo sguardo, la scrittura”, EUT Edizioni Università di Trieste, 2010.


Discografia essenziale: (musica di viaggio per viaggiare e conoscere)

“The History of Music in Sound”, (LP) – His Master’s Voice – Collana LP improntata all’evoluzione della musica nel mondo, a partire dale primitive forma di suono fino all’Opera lirica.
“An Anthology of Music from all over the World”, (LP) – UNESCO - Collection Barenreiter- Musicaphon – collana distinta per gruppi etnici riferita a tutto il mondo.
“Musical Sources”, (LP) – Musica cerimoniale e rituale da tutto il mondo. UNESCO - Collection – Philips.
“Universo Folklore”, (LP) - Collana diretta da Ariane Ségal per la Arion-Ducale.
“Musical Atlas”, (LP) – UNESCO Collection, Atlante musicale del mondo edito da International Music Council e da Institute for Comparative Music Studies (Berlin- Venice)- General Editor Alain Danielou – Collaborazione alla diffusione Giorgio Mancinelli.
“Albatros”, (LP) Collana edita in Italia dalla Editoriale Sciascia che abbraccia molti aspetti della musica etnica e la sua diffusione nel mondo, ricca di note e illustrazioni, riferiti menti a strumenti e tipo di vocalità usate nelle registrazioni.
“Meridiani Musicali”, (CD) – Collana limitata a soli 12 “virtual travel” realizzata da Editoriale Domus e distribuita con la rivista “Meridiani”, utile alla conoscenza di alcuni aspetti musicali dei paesi di riferimento.
“A World of Music”, (CD) - Collana di musiche da tutto il mondo realizzata da Azzurra Music e che presenta la musica di molti paesi e popoli.
“Anthologies de Reference”, (CD) - Collana che raccoglie: canti, danze, strumenti della musica del mondo - World Network Zweitausendeind Versand – Frankfurt.
“Real World”, (CD)- Collana realizzata da Peter Gabriel edita da Virgin Records che accoglie molti artisti di provenienza etnica viventi.
“Musiche dal Mondo”, (CD) - Collana realizzata da Fabbri Editori con booklet di note esplicative e illustrazioni, riferita alle diverse aree musicali del mondo.
“Musique d’abord”, (CD) – Collana di musica tradizionale di diversi paesi, impostata su particolari strumenti del Medio Oriente e i suoi virtuosi esecutori. Edita da Harmonia Mundi.

E inoltre: Stephan Micus, compositore e strumentista di eccezionali capacità musicali che nell’arco di almeno 20 anni ha condotto una ricerca sul campo nella musica etnica/tradizionale in tutto il mondo, ha studiato le forme vocali in uso tra i popoli più diversi, traendone forme di musica innovative che riportano all’ancestrale origine del suono e del canto, nonché autore di innumerevoli brani, molto piacevoli all’ascolto perché ricche di poesia (anche in senso vocale), dedicati a deserti e oceani, foreste sotto la pioggia, al volo degli uccelli, al vento che smuove le nuvole, alla neve e alle pietre ecc.. I suoi dischi sono tutti editi da ECM Records: “Ocean”, “Desert Poems”, “The Music of the Stones”, “Towards the Wind”. “Listen to the rain”.


NB: Attenzione non trattasi di easy – listening music, bensì di musica a lungo meditata e ricreata sulla scia di emozioni calibrate al fine di ricavarne sonorità armoniose, di grande impatto intimistico, fino a farci partecipi d’una musicalità primordiale che doveva essere all’inizio dei tempi.











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