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’I NORMALI’ - una categoria umana pericolosa

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 14/02/2015 08:18:02


“I NORMALI … UNA TIPOLOGIA UMANA ALQUANTO PERICOLOSA”

“Sono affascinato dai casi estremi, da quelle vite al limite della possibilità di esistere. Storie che sembrano consumarsi senza mezzi termini, senza applicare mai quelle strategie di sopravvivenza che segnano compromessi con la vita …” – scrive Vittorino Andreoli in ‘Delitti’ (BUR 2001).
Sono da ritenersi ‘normali’ tutti coloro i quali vivono come se il mondo non ci fosse, come se la società, la comunità, i gruppi di appartenenza ecc. con le loro differenze relazionali, appartenessero a una qualche ‘normalità’ costruita pro-loro ma che in realtà non esiste neppure sulla ‘carta dei diritti’. Tant’è che l’aggettivazione ‘normale’ anche letta in ogni sua declinazione, non prevede alcuna uguaglianza fra simili, neppure fra ‘categorie’ umane (e non) analoghe o somiglianti.
Mi scusi, ma le sembra ‘normale’ ciò che sta facendo? – chiedo al tizio che dopo aver stracciato a pezzi il giornale lo getta a terra incurante di insudiciare il marciapiede.
Immagino dica a me, è così?
Sì, proprio a lei!
Allora, se ha cinque minuti di tempo da perdere, le spiego.
Mi spiega cosa?
Primo, che ‘normale’ sarà lei che pensa nel modo che limita la mia libertà; secondo che potrei avere mille ragioni per farlo che lei ignora; terzo che la mia potrebbe essere una forma legittima di protesta v/s la municipalità cittadina. Vado avanti o mi fermo qui?
E già, perché dare del ‘normale’ a qualcuno può essere imbarazzante, soprattutto se non lo è; o alquanto offensivo se, al contrario, effettivamente lo è. Sembrerebbe una contraddizione in termini, un po’ come se avere o non avere ‘il senso civico’ alla fine possa fare la differenza (?). Anziché no, se averlo può essere ‘normale’ e quindi patologico o alquanto anomalo, quasi ‘morboso’; il fatto di non possederlo affatto diventa atipico, in qualche modo singolare, quasi ‘eccezionale’.
Come dire che i sentimenti (in assenza di patologia), li si possa far passare per ‘normali’ pur in assenza di un indicatore capace di distinguere la ‘normalità ’ dal suo contrario ‘anormale’ che può essere invece un segno distintivo, una anomalia difforme dalla norma, come dire, dalla prassi, dall’ordine precostituito. A questo proposito vale richiamare il dibattito sul rapporto tra ordine e responsabilità.
Come dice, scusi?
Parlavo della consapevolezza prima ancora della responsabilità.
Perché secondo lei sarei inconsapevole del mio comportamento?
Tutto si affranca in quella che è la capacità di intendere e di volere, e che quindi va trasferita alla persona che abitualmente rispetta le regole sociali, non crede?
Cioè mi sta trattando come un qualsiasi ‘normale’ in grado di esprimere un giudizio fin troppo consapevole della propria responsabilità? Beh, si sbaglia. Finanche un giudice può, in un determinato momento, per motivi particolari, perdere tale capacità, cioè non essere in grado di valutare esattamente un giudizio corretto, avulso dalla sua prevenuta considerazione sociale.
Lei crede?
Beh, lo penso. Così come, d’altra parte, può capovolgere la situazione, ed esprimere un giudizio di colpevolezza e/o di innocenza verso un reato che non necessariamente abilita o inibisce l’intelligenza e la volontà, che di per sé può essere giusto/ingiusto nella misura in cui la consapevolezza oggettiva/soggettiva deriva dal codice ontologico cui si attiene.
Comunque, tempo scaduto! – dice infine il tizio del giornale strappato.
Perché interrompere qui una conversazione che si andava facendo più che interessante? – gli chiedo.
Per chi, per lei forse.
Beh, non solo per me!
Per me no, io mi sto semplicemente rompendo i coglioni e si da il caso che abbia anche qualcosa d’altro da fare, che farmi giudicare da lei, non le pare?
Poiché siamo nella legittimità, ritengo che lei sia libero di fare come vuole per lo stesso motivo che credo a un possibile rapporto sempre e comunque improntato sulla ragione.
Com’è ‘umano’ lei, in questo modo quasi mi sta dando ragione, è così? E no caro lei, deve fare attenzione, perché se adesso mi da ragione, è molto più ‘normale’ di quanto io pensi, appartenente cioè a una tipologia umana assai pericolosa.
Penso tra me che vale convenire d’essere tutti quanti (più o meno) schiavi della pubblica opinione e tuttavia combattere le opinioni degli altri, anche se ciò, seppure qualche volta ci permette di smentire l’avversario, sempre più spesso non si riesce a convincerlo della nostra legittimità di contraddirlo, tanto meno di giudicarlo. Così paradossalmente parlando, ho imparato a stare zitto e a farmi gli affari miei, forzando un mio rientro nella categoria di quelli che solitamente hanno ragione, come si dice: “chi tace acconsente”. Tipico delle persone ‘normali’ che disprezzano l’opinione degli altri solo perché è contraria alla loro.
“Quando un’opinione è generale, di solito è esatta” – scriveva J. Austen. Alla quale lesta è arrivata la risposta di C. Cantù: “Quando un’opinione falsa s’innesta nella società, importa combatterla, altrimenti essa s’arroga il titolo di senso comune” che non necessariamente è esattamente quello che volevasi dimostrare. Ed è qui che più si annida il paradosso che vede gli uomini tenere alle proprie opinioni quasi più che alla vita, anche se non se ne capisce il perché; in quanto non appartengono a loro, non ne sono i creatori, né (ancor meno) i padroni assoluti della verità rivelata. E il paradosso delle loro opinioni finisce con l’essere il talento dei superficiali e degli ostinati pur conservando (all’apparenza) una qualche (futile) originalità.
Il mio amico Orazio – ad esempio – spesso mi attribuisce qualità per difetto e difetti come tare, sì da crearmi preconcetti di qualità sulla sua amicizia.
Hallo George, allora ci sei, pensavo non ci fossi! – esclama, come un predatore che mi dà la caccia mentre pensavo d’essere appena scampato alla sua trappola, quando anziché essere io l’inseguitore sono finito per essere inseguito.
Guarda caso pensavo proprio a te, non dirmi che anche tu mi stavi cercando? – falsa ipocrisia da dilettante la mia che cerca di fare l’equilibrista in bilico su effimeri punti d’appoggio; sembrando “quel piccolo uccellino disperato che cerca, senza mai riuscirci, di sfuggire alle fauci dell’orologio a cucù.” (Rodrigo Fresàn). Una meta-finzione nella quale è evidente ciò che entrambi intuiamo ma che non si spiega. Una recita? Forse. Ma questo non è che l’inizio.
No sai George, volevo chiederti indietro quel prestito, poiché mi sta diventando urgente.
Dici sul serio? No, perché vedi … – cerco di aggiungere, disinteressandomi se la mia mimica imiti la realtà o no, quanto invece sia la realtà a sostenere la mimica da quattro soldi che metto in scena.
Pensavo che in questo periodo tu potessi … – riprende Orazio dimesso.
Divento evasivo, quanto basta a sostenere l’apparizione del fantasma che in quel momento devo apparirgli. Nel dubbio che lui non abbia capito, mi astengo da aggiungere altro e tergiverso, tutto qui, una breve azione annullata sull’istante che mi fa togliere la mano dalla tasca. Infatti basta questa spicciola sostituzione velata di un gesto fittizio, perché tutto l’universo, fino all’ultimo e più remoto angolo inesplorato della mia incerta volontà, per ritrovare il senno e perdere definitivamente, dopo tanti anni di indiscussa amicizia, la faccia. Al punto che l’amico rinunci alla voglia di farmi un’ulteriore richiesta di riscossione.
In fondo me la sono cavata a buon mercato – penso. Del resto meglio prevenire che lamentarsi poi. Stando almeno alla ‘teoria del perfetto idiota’ coniata da diversi scrittori ‘specializzati’ che ho fatto mia, nell’assoluto disinteresse (giuro), di chi potrebbe essere il candidato ideale, oltre a fare alcuni nomi eccellenti si fa anche il mio nome, come candidato aggiunto che Orazio non si limita di appellare tale.
George sei uno stronzo!
Non si dice forse: “chi trova un amico trova un tesoro?” fatto è che crederci mi riempie di felicità. Proprio oggi leggevo “..che una équipe di psicologi britannici – dopo avere intervistato oltre mille persone – sostiene di aver trovato la formula della felicità e che questa è P+5E+3A. Secondo i ricercatori ‘P’ sta per Personalità (caratteristiche della visione della vita); che ‘E’ sta per Esistenza (salute, amicizie, stabilità economica); ‘A’ sta per Alta (autostima, aspettative, ambizioni). Non capisco. Devo averlo già detto, ma non sono mai stato bravo in matematica”.
Ora, esaminando attentamente la formulazione della composizione, noto che non c’è traccia dello ‘stronzo’ che mi ha rifilato l’amico Orazio; posso però ammettere che tutte le altre qualità elencate, pur non rispecchiando esattamente la dostoevskijana ‘teoria dell’idiota’ si attagliano perfettamente alla mia persona, non sembra anche a voi? Non che io sia così assolutamente buono “..perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato. (..) – scrivera Fëdor Dostoevskij – Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.” Chissà, è forse un difetto di leggerezza la mia? – mi chiedo .
Di fatto “..fra leggerezza e peso – scriveva Italo Calvino – sosterrò le ragioni della leggerezza”. Come personalmente io possa farlo, avendo superato la tonnellata, davvero non lo so. Ci provo seguendo le indicazioni proprio di Calvino il quale, nella prima delle sue ‘Lezioni Americane’ che vale qui la pena di citare, afferma: “..la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane (vado in brodo di giuggiole), ora ai corpi celesti (per cui potremo un giorno afferrarli per la coda), ora alle città (ce n’è di pietrose assai); soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.”
Per quanto riguarda la forma del raccontare e raccontarmi ammetto di essere un tantino prolisso, come del resto lo sono tutti i ‘normali’ che iniziano sempre dalle Guerre Puniche anche per dire “..oggi sembra (non è) una bella giornata”. Quindi capite che già s’inizia come una palla che rotola sul flutto interminabile dell’onda. Sono meno d’accordo sul linguaggio per la medesima ragione che togliere peso alle parole si finisce per parlare del nulla, del vuoto, o appunto del tempo che fa. Tipico del ‘normale’ che alla tua richiesta “saranno pressappoco le 12,00?”, risponde: “in verità sono le ore 12 e 08 minuti!”, ed è la cosa che solitamente mi manda in pazzia. Devo comunque ammettere che per uno come Calvino, portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto, è pressoché ‘normale’.
Ma dare del ‘normale’ a Calvino (che pure adoro) è da mentecatti direi. Uno che ha scritto cose come “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante”, ‘Il cavaliere invisibile”, che attraversa “Il sentiero dei nidi di ragno”, capite che poi tanto ‘normale’ non doveva essere. No, così tanto per intenderci, il ‘normale’ chi è? Se per regola il ‘normale’ è noioso, necessariamente si deve essere ‘diversi’ o quantomeno ‘pazzi’ per essere chi siamo. Vedete anche voi che non se ne viene a capo. Perché essere ‘diversi’ significa tutt’altra cosa, in qualche caso ‘originali’; così come essere ‘pazzi’ suona più come ‘eccentrici’ se non addirittura ‘stravaganti’, che per la regola dei sinonimi sono due affermazioni contrarie le une alle altre.
La realtà è che non c’è confine fra la volontà consapevole e l’inerzia nemica del controllo, un abisso della mente che attraversa la società odierna e contrappone alla fatica di vivere l’ostentazione dell’atipicità, della stranezza a tutti i costi. Ed essere ‘strani’ non è forse una estremizzazione dell’essere in qualche modo ‘non omologati’ o più semplicemente ‘pazzi’? Tutto ciò è da considerarsi un pregio o un difetto?
George sei alquanto strano! – dice l’amico Roberto, che fa poi il paio con ‘George sei uno stronzo!’ dell’amico Orazio, o no?
Scusa, strano in che senso?
Beh, ‘strano’, come per dire indefinibile.
In tal caso userei ‘particolare’.
Una formula troppo regolare, direi ‘normale’, quantomeno ‘diversamente improbabile’.
Come dire che da zero a uno, corre uno spazio enorme di mezzo?
Se dovessimo inglobare lo spazio vuoto in un certo ordine, per quanto invisibile, forse la ‘teoria dei quanti’ potrebbe aiutarci – aggiunge Roberto (saputo).
In che modo?
Vedi George, quando paliamo di ‘vuoto’ nella vita di tutti i giorni, pensiamo di essere ben a conoscenza del concetto che stiamo esprimendo; mentre il concetto di vuoto si interseca con quelli di creazione, nulla, spazio ecc. ecc.
Adagio, mi sta fumando il cervello, preferisco il disordine a un ordine così architettato – dico io prendendo le distanze dovute.
Ma no, è sbagliato. Certamente la sola cifra diversa del tuo ragionamento si trova lontano dagli estremi fissati in zero e uno …
Magari volevo solo dire da zero a infinito!
Smettiamola qui, stiamo solo perdendo il nostro tempo.

Mi torna alla mente un tipo che ho conosciuto casualmente il giorno successivo alla messa in vendita di un libro ‘particolare’ di cui volevo disfarmi.
Pronto, è lei che ha messo in vendita il libro? – chiede l’interessato.
Direi di sì, visto che mi sta chiamando – risponde il ‘normale’ (stronzo).
Ah bene, come possiamo incontrarci?
Forse voleva dire quando?
Sì certo, quando.
Domani per lei va bene?
Sì nel pomeriggio, verso le sei può andare?
Possiamo essere un po’ più precisi?
Facciamo alle sei in punto!
Benissimo! – quindi si decide sul dove e sul come e i soliti bla, bla, bla.

L’indomani, si presenta un rubicondo e pimpante signore taglia mongolfiera, con un sorriso accattivante stampato sulla faccia che acquista il libro per il prezzo convenuto senza tanti preamboli. Il che mi viene spontaneo invitarlo per un caffè. Entrati nel bar gli chiedo perché di quel suo interesse per un libro tanto ‘particolare’.

Per la stessa ragione per cui lei lo ha posseduto fin’ora! – dice lo …
È in quel momento che la perfidia mi assale e gli chiedo (cosa che non faccio mai): di cosa si occupa di bello nella vita?
Sono alimentarista-dietologo!

Quale delle due gli venisse meglio è inutile argomentare. Tant’è che mi è scappato da ridere che a momenti spruzzo il caffè da far ritinteggiare l’intera parete del Bar.

Mi scusi, ma la curiosità è tanta. Come riesce a dire a qualcuno di dimagrire con quella stazza che si porta dietro?
Vede, nella vita è sempre una questione di scelte, c’è chi sceglie la linea ‘esile’ tipo stelo che non mi riguarda, e chi quella ‘curva’, per dire barocca come la mia.

Simpatico il tizio, no? In tal caso un qualche dubbio dovrebbe suscitarlo in colui che si sente dire di dover dimagrire in ragione di quella ‘leggerezza’ che tanto auspicava Calvino. Tuttavia togliere peso a un soggetto strutturato come l’‘Uomo Michelin’ non dev’essere facile. Ma forse un passaggio alla Pork-House vicino Roma, chissà che … (ma non glielo dico).
Del resto anch’io ho ribattuto ad Elio, il mio amico medico che sempre più spesso mi chiede la stessa cosa, di smetterla una buona volta, che “..con quello che spendo per il mangiare, se dimagrisco di un solo etto potrei incazzarmi come una belva!”. Beh, non sempre reagisco in questo modo, però piuttosto che demoralizzarmi, continuo a mantenere un certo ‘peso’ tanto per sentirmi sollevato dall’umana ‘troppo umana’ ‘follia’ che m’incombe.

Dal mio punto di vista certo non esulo dal riconoscermi ‘normale’ anche se me la cavo “..nel navigare con filosofia attraverso la scienza banalizzante, sostituendo il sarcasmo del sapere, con l’ironia che osserva che non lo siamo.” Almeno così afferma Roger Scruton nella sua analisi sulle ‘Persone’, il quale si spinge però in un’altra affermazione che mette da parte l’ ‘Io’ e le sue care illusioni ponendosi e ponendoci una domanda: “Che cos’è esattamente ciò che ci distingue dagli altri (animali) e che può giustificare l’avere investito nell’idea e nell’ideale dell’umanità?”

Scusate, perché tutto questo vi sembra ‘normale’? Per uno solo razionale in grado di capire (in questo caso io), sono in molti (gli animali cioè voi) a essere inadeguati, non vi pare? Onde per cui – incalza Vittorino Andreoli – da questa constatazione prende avvio l’affermazione che la ‘normalità’ è frutto della noia. Sì noia: ‘Tutto il resto è noia, maledetta noia’, come dice il ritornello di una canzone popolare nel ricalcare una semplice e profonda trattazione della ‘violenza’ cui siamo soggetti nel nostro tempo e che forse dovremmo sforzarci di capire. Se non altro per proteggere gli altri dal nostro compiere quegli atti nocivi (guerre, stupri, violenze, omicidi ecc.) apparentemente inspiegabili che ormai sono la ‘normalità’.

Il teorema (che riguarda il comportamento umano nel suo insieme) è tutt’ora allo studio degli scienziati (psichiatri, psicologi, sociologi), così come dei filosofi (e dei poeti); cioè aperto a qualsiasi valutazione di merito e possibili interventi coercitivi o che si rendano necessari. Dacché – avverte V. Andreoli – “..anche l’omicidio finisce per non essere espressione necessaria di ‘follia’, può anche appartenere alla normalità”. Sì che mi fa sorgere un’idea improvvisa quanto impellente è il caso che devo risolvere. “Ad ogni buon conto potrei anche uccidere un amico per surplus di ‘normalità’, se non altro per liberarmi da quelle “..qualità per difetto e difetti come tare”, tali da crearmi preconcetti di qualità di quella che più comunemente definiamo una ‘normale’ ini-amicizia.




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