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Quaderni di Etno 9: Indiani d’America - sec. parte

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/02/2012 19:10:54

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA 9 – seconda parte.
“Indiani d’America: tra storia e leggenda”, di Giorgio Mancinelli.

(Da “Folkoncerto”, RAI-Radio3, e “Itinerari Folkloristici”, reportage trasmesso dalla RSI – Radio della Svizzera Italiana).

O Grande Spirito
che vivi nella memoria dei giorni che furono
oggi risveglia una nuova alba
fa che il Tamburo del Tuono
risuoni in tutti i cuori
e che il seme della Vita
conosca il suo Risveglio.

Sotto l’auspicio di un felice “Awakening/Risveglio” originario degli Indiani Apache (XIT vedi dis.), abbandoniamo l’accampamento dei ‘tepee’, del ‘grande fuoco’ e del ‘To-tem’, che di fatto appartiene al passato remoto e avviamoci, non senza costernazione, nella “riserva”: luogo di segregazione e di esilio degli Indiani d’America che abbiamo conosciuto nella prima parte di questa stessa ricerca, il cui scopo precipuo, è bene riconfermarlo, è appunto quello di trasmettere, anche se in ridottissima parte, una cultura che va estinguendosi insieme al popolo che ne è stato l’artefice. È prioritario dire che si è di fronte a una straordinaria cultura di cui andava fatto tesoro, comprenderla e forse accogliere quanto di essa vi era di importante per la salvaguardia dell’habitat in cui tutti viviamo, per apprendere da essa quelle tecniche di sopravvivenza che hanno permesso loro di interagire con l’ambiente e la violenza delle forze naturali che da sempre governano il mondo. Questo mondo, il nostro mondo, tutto un pianeta che abbiamo finito per distruggere, anche se alla fine sarà esso a distruggere tutti noi.
Tuttavia senza essere volutamente catastrofici, cerchiamo almeno di apprendere quelle “nozioni di vita” che possono, se non aiutarci a sopravvivere, almeno a capire alcuni perché, e sono molti, e che ci hanno portato a questa sconfitta. Tutto nasce da una primaria incomprensione (ovviamente da parte nostra), volutamente ignorata, che ha portato all’enigmaticità della specie umana sconosciuta prima del 1492, con la quale avremmo dovuto imbastire una relazione di reciproco rispetto e che invece, successivamente, ha portato a quell’incredibile comportamento distruttivo (sempre da parte nostra), che ne è seguito e ancora oggi prosegue nell’errore iniziale. Come potrebbe dirsi per il ‘peccato originale’ dal quale deriva che siamo tutti peccatori, e allora, essendolo (è una conferma), possiamo tranquillamente continuare a peccare, seppure siano passati 10 o 2omila (ma forse anche 50mila chi lo sa?) anni da che i nostri antenati si distinguevano in cacciatori e raccoglitori. Come scrive Carleton S. Coon (*), uno dei più grandi studiosi di antropologia fisica:
«L’intervallo di tempo di dieci millenni abbraccia circa quattrocento generazioni: troppo poche per produrre mutamenti genetici degni di nota. Dato che il comportamento umano, come il comportamento delle altre specie animali, dipende in ultima analisi da capacità ereditate, le nostre tendenze naturali non possono aver subìto enormi trasformazioni. Noi siamo uguali ai nostri antenati».
Se non altro abbiamo messo un punto fermo sul quale attestarci:
«Ma non si tratta né di fantascienza né di un’oziosa congettura – aggiunge Coon – ma di una seria conclusione professionale. Non è necessario che mi soffermi in questa sede sui fatti, ben noti e impressionanti, circa gli effetti cumulativi della radioattività sugli organismi viventi, l’irreversibile impoverimento dell’atmosfera terrestre provocato dallo spreco del suo ossigeno, o altri aspetti della crisi globale di cui abbiamo cominciato a preoccuparci solo ieri o l’altro ieri. Altri autori più qualificati di me possono descrivere questi pericoli».
Questo e moltissimo altro ancora Coon lo diceva già nel 1971 all’uscita del suo “The Hunting Peoples”, non ci si meravigli quindi se quarantenni dopo la situazione è solo peggiorata. E soprattutto se, si continuano a fare le guerre e a ‘sterminare’ sotto l’etichetta di ‘pulizia etnica’ popoli e culture ancora ai giorni nostri, vuol dire esattamente la stessa cosa, cioè: che “… noi siamo uguali ai nostri antenati”, anzi peggiori. In questo caso la ricerca e l’esposizione di Coon sono il compendio di una vita spesa in “ricerche sul campo” di tipo fisico socio-antropologico e archeologico. Illustra gli strumenti e i metodi di caccia e di pesca, i sistemi di recupero della preda, i mezzi di trasporto per terra e per acqua, i procedimenti di cucina e di conservazione del cibo. Non sono trascurate le organizzazioni politiche e sociali, i metodi impiegati per conservare la pace interna ed esterna tra i gruppi e i territori, i legami matrimoniali, i rapporti commerciali e quelli che sono considerati “i riti di passaggio” dall’adolescenza alla maturità e dalla vita alla morte, con un’accurata analisi del “mondo simbolico”: alle cerimonie, ai riti e all’universo fantastico degli déi, degli spiriti e delle mitologie che hanno un ruolo vitale nelle culture dei “primitivi”.
Un altro punto fermo da cui ripartire, ma questa volta con lo sguardo rivolto all’indietro, perché la conoscenza del sistema di vita dei nostri predecessori, o comunque dei popoli che attestiamo come ‘esseri primitivi’, può aiutarci a scoprire che cosa saremmo in grado di fare se dovessimo ricominciare tutto daccapo, come avvenne 10 o 20mila (ma forse anche 50mila chi lo sa?) anni fa. L’intervallo cronologico potrebbe assomigliare allo iato dell’insediamento umano che in passato si credette esistere tra Paleolitico e Neolitico europei, e che successivamente fu colmato dalle scoperte ora note sotto il nome di Mesolitico. Ovvero l’intervallo potrebbe essere soltanto apparente, perché in realtà disponiamo di una documentazione sufficiente a conferire continuità al racconto, ma siamo noi stessi a creare un vuoto interpretando le prime vestigia come più antiche, perfino del necessario, e quelle tarde come più recenti di quanto siano, col risultato di separarle artificialmente.

‘Canto di un iniziato’ – Tribù degli Huichol (*)
Salii l’azzurra scala celeste
Salii dove sbocciavano le rose
Dove parlavano le rose
Nulla sentii nulla da sentire
Sentii silenzio
Salii dove cantavano le rose
Dove gli dei attendevano
Azzurra scala celeste
Ma nulla sentii, nulla da sentire
Ero il mio pensiero
Sentii silenzio, solo silenzio.

È noto che in America i primi sicuri reperti di attività umana – Folsom, Sandìa, ecc., hanno un’antichità comprovata in primo luogo dall’essere associati a ossa di animali estinti, il che conferisce loro, indubbiamente, una certa antichità, ma senza che se ne conosca la portata, e potrebbe essere minima, da un punto di vista geologico, sicuramente enorme se abbiamo sbagliato i calcoli della presenza dell’uomo sulla Terra. Alcune di queste scoperte di manufatti associati a fossili potrebbero risalire a 25000 anni or sono in America, altre a solo 500mila anni.

Scrive Alfred L. Kroeber (*) antropologo di particolare importanza teorica:
«A tutt’oggi non abbiamo modo di accertare esattamente a quando risalga la scomparsa di una data specie animale in una data regione. All’altra estremità troviamo la documentazione archeologica che procede a ritroso, più o meno, ininterrottamente, dal tempo presente: innanzitutto con reperti che provano contatti con la civiltà caucasica, poi in seguito con il materiale precedente al 1492, e così sempre più indietro fino all’inizio di questa colonna temporale retrospettiva, con una continuità di mutevoli tipi culturali, scoperti in parecchie regioni dell’America del Nord e del Sud. Periodo che, in ogni caso, sarebbe piuttosto recente per farvi risalire la scomparsa delle specie estinte di animali. (..) Il fatto che questa lacuna nel nostro sapere duri più a lungo in merito all’America che non nell’emisfero orientale ha più di una ragione. Dopo tutto, la storia documentaria è molto più recente: è tutta successiva al 1492, tranne le leggende raccolte dagli Spagnoli in alcune aree, l’autenticità di molte delle quali non è affatto scontata. (..) Se guardiamo a ritroso a partire dalla metà del ‘900, è significativo come in più di una zona dell’America, come gli Stati Uniti orientali e sudoccidentali, si fossero da tempo accumulate considerevoli masse di informazioni archeologiche senza che nessuno si ponesse la domanda, ben oltre il 1900, se non fosse magari possibile scindere questa massa in fatti relativamente precedenti e relativamente successivi. Soltanto la regione azteca-maya costituiva una parziale eccezione, in forza delle leggende indigene e financo dei libri di storia conservativi degli Spagnoli. Una conseguenza di questo ritardo nello svilupparsi di un punto di vista storico nell’archeologia americana fu che parte del carico finì col pesare sull’etnografia, l’indagine cioè delle tribù native sopravvissute, in particolare negli Stati Uniti e nel Canada.
Eppure, queste tribù, che spesso tutt’ora vivono nelle riserve, risultavano facilmente accessibili all’indagine senza lunghe e dispendiose spedizioni ufficiali. Conseguentemente, prima una poi l’altra, furono quasi tutte studiate, finché furono disponibili dei dati culturali caratterizzati da una insolita continuità geografica. Continuità di informazioni che, a sua volta, rese possibile la sistematica classificazione zonale delle culture tribali dell’America del Nord, l’abbozzo dei fenomeni diffusivi, e l’applicazione dei principi di irradiazione dai centri originari, di residui marginali, e di età e area. Il risultato curioso fu che per un certo periodo – più o meno dal 1915 al 1930 – l’etnografia di fatto fu superiore all’archeologia di scavo per la mole di soluzioni deduttive che fu in grado di offrire al problema dello sviluppo storico della cultura indigena americana. (..) Queste diverse considerazioni ci fanno concludere che gli studi etnografici hanno contribuito probabilmente non meno di quelli archeologici all’attuale conoscenza della storia della cultura dell’America indigena. Il preciso succedersi degli sviluppi culturali, e le loro avarianti locali in passato: di ciò siamo debitori agli archeologi; il rivestimento di questo scheletro od ossatura col tegumento di una cultura integrale, e la ricostruzione delle maggiori linee di sviluppo sull’intero emisfero, a ciò gli etnologi hanno contribuito in pari misura e forse maggiore efficacia».
Fin qui dunque, abbiamo lasciato spazio all’antropologia, trascurando quello che è il fine della ricerca da noi avviata e che riguarda più da vicino l’etnomusicologia, altra branchia della medesima che pur non avendo ricevuto particolari riconoscimenti ha, permesso di penetrare la materia archeologica ed etnografica studiata e a dare ad essa quella continuità che nella tradizione si perpetua automaticamente, senza la necessità di intromissioni o fattori ad essa esterni. È quindi forse il caso di riprendere da dove avevamo lasciato nel capitolo precedente, cioè dal titolo: “tra storia e leggenda”, andando alla ricerca di forme culturali contenute nella tradizione degli Indiani di quella parte d’America da noi presa in considerazione, e tuttavia, farlo, “senza nostalgica rivisitazione di un passato arcaico, né esotico primitivismo, ma riconoscimento indifferibile di un’umanità da sempre calpestata e conoscenza obbligatoria per la costruzione di un futuro migliore, definitivamente affrancato da valori artificiali e falsi miti messaggeri di sopraffazione e annientamento”. Ed è proprio attraverso il ricchissimo e fecondo patrimonio di poesie e canti, miti e leggende, come anche di narrazioni sacre e profane, che possiamo raggiungere il cuore della cultura orale, il suo carattere di rappresentazione-evento, la presenza di fenomeni apparentemente privi di elementi concettuali trasmessi da questi popoli entrati nell’emisfero della ‘mitologia’.

‘La Rete di Luna’: Una visione dal ‘Gioco della Mano’ – Tribù Pawnee (*)

Notte di Luna Piena … la gente
si diverte al Gioco della Mano in una tenda
tutti escono per danzare
Un uomo comincia a vacillare
poi piange … le mani tese
verso la Luna (dice): Lo sentii
qualcosa nella mia mente
quando uscimmo … sembrava
che stessi vedendo qualcosa
stava arrivando
uscimmo … mentre danzavamo
ad un tratto alzai gli occhi
verso la Luna … Vecchia Luna abbassa gli occhi
e mi vede … e ride di me
solo allora piansi.

Di estremo valore è dunque la testimonianza di questo popolo in quanto ha saputo valutare realisticamente il nostro sviluppo materiale e l’ideologia che lo ha sorretto, conosciuti fino alle conseguenze ultime, percependo senza incertezze le motivazioni di fondo della razionale trasformazione del mondo, vero obiettivo della civiltà occidentale e radice della fatua presunzione che aleggia sul nostro orizzonte. La pretesa dell’uomo bianco di imporre il proprio modo di pensare, di ritenerlo l’unico valido, di considerare tutti gli altri generi di vita come una condizione d’inferiorità che doveva essere forzatamente cambiata in nome di una cultura, di una religione, di una tecnica superiori, ha portato a numerosi malintesi fra i popoli, primi fra tutti i pregiudizi razziali e lo sfruttamento. L’accusa più lucida e pregnante, infatti, è pervenuta da Sitting Bull (Toro Seduto) che, tralasciando ipocrisie ed eufemismi, ha colto nel segno ponendo l’accento sul nostro patologico ‘desiderio di possesso’. Scrive Franco Meli (*):

«La critica degli Indiani d’America non è oscurantista, sterile o tanto meno nichilista ma improntata a visioni dei rapporti umani e delle relazioni con la totalità dell’universo che per la loro dignità e bellezza non dovrebbero ulteriormente essere ignorate o derise ma appartenere all’umanità intera e contribuire ad un arricchimento che di giorno in giorno si fa più urgente e auspicabile. (..) Ma è sul piano egualitario che il ‘bianco’ (viso pallido) ha sempre negato, sistematicamente la parola data, scritta e orale, perseguendo nell’etnocidio per ridurre all’impotenza un’umanità che richiedeva solo rispetto ed era pronta a condividere tutto con l’invasore a un livello, appunto, egualitario e di tolleranza reciproca. (..) Ciò non è avvenuto. Agli Indiani non è stato concesso adeguare e inserire i mutamenti alle specifiche esigenze e ai caratteri peculiari della loro civiltà; si è piuttosto imposta, con ogni mezzo possibile, (fino all’etnocidio) un’acculturazione immediata e completa nell’intento di cancellare ogni legame con la realtà tribale, il diritto alla sovranità nazionale, di autodeterminazione e indipendenza».
In conclusione:
«Non è più possibile situarci come gli unici, i privilegiati solutori dei problemi del vivere, presupponendo che l’umanità intera sia plasmabile a nostra immagine e somiglianza; la ‘nostra’ implacabile e determinata fermezza non possono costituire attestati di valore e superiorità. Nella sofferenza indiana dobbiamo vedere riflessa la nostra degradazione ed essere così in grado di accogliere e meditare le critiche amare e le accuse fondate che ci vengono mosse. La nostra cultura deve infine trovare una risposta ai perché che oggi, ancora, l’AIM (American Indian Movement, la più incisiva e combattiva Organizzazione per i Diritti degli Indiani, sorta a Minneapolis nel lontano 1966), ci pone: perché abbiamo infranto le promesse sottoscritte nei trattati, perché li odiamo, li uccidiamo e distruggiamo tutto quanto è in loro possesso, perché non rispettiamo la terra, perché abbiamo spezzato il cerchio? Risposta, ci si augura, equa e risolutrice, anche se è fuori dubbio che le ferite aperte difficilmente potranno essere risanate».

Da “Walum Olum” – Indiani Delaware (*)

In principio
regnavano saggezza letizia
e serenità
i pensieri erano dolci.
Vi era fratellanza tra tutte le creature
acque dirompenti
alle colline
inondavano le terre
divoranti acque
gli uomini e le creature tutte nella corrente delle acque.
La figlia di uno spirito giunse in aiuto
tutti si riunirono
implorando aiuto.
In altri tempi si attraversavano
le acque del duro mare di sassi
vi era pace tempo fa.
Vasta ed estesa era la terra ad oriente
abbondante e fertile
potremo poi essere felici
nei nuovi territori?
Desideriamo serenità pace saggezza.

Canti – Indiani Chippewa (*)

Dal centro della terra
provengo.
Vivo in una caverna
vecchio Nonno
ho piume
sulle braccia
devo essere un uomo delle caverne.
Scorre l’acqua
il rumore
viene verso la mia casa.
Davvero
Sono uno spirito!
Vedi che divento visibile?
Questa volta mi mostrerò
alla terra tutta
indossando pelle di martora.
Ecco la mia clava di guerra
che rimbomba nel cielo
lucente come una stella
l’animale che alza lo sguardo
dalla mia luce è accecato.
In mezzo al mare
spaziosa stanza marina
nella quale mi siedo
potevo supporlo
uccelli d’acqua si posano
lungo tutto il mio corpo.
Sai cosa ti prometto?
Cieli luminosi e limpidi
Questo è quanto ti prometto.
Il suono si smorza
sembra piuttosto cinque suoni
libertà
il suono si sta veramente smorzando
sembra piuttosto cinque suoni.

Studi specifici sulle singole tribù, portati a compimento da eloquenti antropologi, hanno consentito fino ad oggi di approfondire le fasi evolutive delle società indiane come cronaca di un emblematico incontro/scontro tra due concezioni opposte della vita, della natura e del ruolo dell’uomo, benché alcuni aspetti della moderna società occidentale rispondano ad agglomerati delle diverse culture provenienti dal contatto diretto con le popolazioni ‘altre’ di ogni parte del mondo. Questo perché, in un certo contesto, la natura dell’uomo ha manifestato e continua a manifestare le stesse esigenze e ha dato agli eventi gli stessi valori sostanziali, inscindibili per la sopravvivenza. Quindi uguali, sebbene articolati diversamente, in tutte le società umane più o meno sviluppate, che si ripetono in modo paritetico con quello naturale studiato da Charles Darwin (*); ed animale, come ha dimostrato Konrad Lorenz (*), per il quale problemi capitali, acquistano un aspetto del tutto nuovo se considerati in rapporto al regno animale: il rito, la cerimonia, il codice di comportamento, il territorio, l’aggressività, la natura degli istinti. Su tutti questi temi gli studi di Lorenz hanno aperto prospettive, indotto a riconoscere sempre più l’enigmaticità, la compiutezza formale, la ricchezza dei significati latenti anche nei fatti più elementari del comportamento animale, riuscendo così a rimuovere i più rozzi schemi antropomorfizzanti. Non solo, “anche la psicologia umana ha trovata uno stimolo a un ausilio prezioso in queste ricerche, che cominciano a permetterci di situare l’incredibile comportamento umano di fronte all’incredibile varietà dei suoi comportamenti”.

Non ritengo opportuno scomodare Carl G. Jung (*) per azzardare una definizione del soggetto psicologico a cui apparteniamo, tuttavia è necessario fare delle considerazioni appropriate e, poiché non ho altri fra le mani, utilizzo una sua affermazione che ritengo sufficientemente calzante:

«Se prendiamo a considerare la vita umana nel suo svolgimento, vediamo che vi sono uomini il cui destino è determinato in prevalenza dagli oggetti dei loro interessi e altri il cui destino è invece determinato piuttosto dalla loro propria interiorità, o soggettività. Poiché tutti noi ci avviciniamo un po’ più a questo o a quel modo d’essere, siamo naturalmente inclini a intendere sempre ogni cosa nel senso che è peculiare al nostro proprio tipo».

A che proposito scomodare Jung, vi sarete chiesti?

Non è facile caratterizzare in modo chiaro e comprensibile questo opposto comportamento e grande è il pericolo di pervenire a formulazioni paradossali atte a ingenerare più confusione che chiarezza, nonché l’insorgere di eventuali malintesi. “Destino, interiorità o soggettività, naturalmente inclini”, non sono forse queste le parole usate dal grande studioso? Beh, se noi le applichiamo per un discorso sugli Indiani d’America, troviamo che ogni singola parola corrisponde esattamente al tipo psicologico che abbiamo di fronte in modo estremamente aderente fin dalle sue origini. Cosa che spiega perché i pellerossa da sempre occupano un loro habitat che gli è congeniale, un territorio come quello delle ‘grandi pianure’ enorme, che ha consentito loro di vivere secondo la loro naturale inclinazione, dove sviluppare a fronte di una cogente interiorità, la soggettiva capacità di forgiare il proprio destino all’interno di una comunità arbitrale.

Fatto questo che è rivelato dai testi delle narrazioni mitologiche, dalle poesie e dai canti, dalle nenie e lamentazioni di riferimento a situazioni spesso connaturate e irrisolvibili, quasi una sorta di imprinting che la natura, cioè il territorio, ha fissato ad essi, e che, a loro volta, essi hanno aiutato a imprimere alla natura circostante, adeguandosi ad essa e favorendo lo sviluppo nella sua germinazione. Il fatto che distingue il grado di questa evoluzione è che in essa è rintracciabile il modo di organizzazione il pensiero: da ciò deriva anche una comune visione del mondo, che amalgama, più o meno, usanze e costumi, credenze, abitudini, modi di vita e di comportamento propri degli Indiani d’America. Se esiste una differenziazione fra una società tribale e quella di uno stato moderno essa consiste proprio nel grado di maggiore individuazione dei suoi punti fermi, come ad esempio, il problema “delle origini”, dei “riti di passaggio”, o quello di rispetto riservato ai “tabù” circondati da un complesso cerimoniale che è frutto di coazione (costrizione, imposizione,violenza), e che sfocia nella religione.

Informa Raffaele Pettazzoni (*):
«C’è un tema che è comune alle varie mitologie nord-americane, ed è il ‘mito delle origini’; origini del mondo e del genere umano. Ad esso è fatto riferimento in ragione della sua grande importanza religiosa. Nelle mitologie qui riferite ricorre con particolare frequenza il racconto della creazione e la persona di un Essere Supremo, talvolta in figura di animale, talaltra in figura elevatamente antropomorfa (California centro-settentrionale). Frequente è anche il motivo della ‘creatio ex nihilo’, in forma adeguata al pensiero primitivo, che anche ai fattucchieri e sciamani suole attribuire la facoltà di creare per solo atto di volontà e forza di pensiero. La figura più popolare in tutta la mitologia e il folklore nord-americano è il Coyote, o lupo delle praterie, concepito usualmente come mariuolo imbroglione, autore di beffe ignobili e scandalose, spregiudicato, irriverente e maligno, ma talvolta anche come compagno e collaboratore (per quanto indocile e dissenziente) del Creatore nell’opera della creazione, originariamente forse un Essere creatore egli stesso, poi detronizzato e decaduto al grado di riluttante demiurgo in sottordine».

Questo processo rituale, studiato da eminenti antropologi moderni, quali Arnold Van Gennep, James G. Fraser, Mircea Eliade, Victor Turner, poi elaborato da Carl G. Jung e, non in ultimo da Sigmund Freud, prende avvio da una sorta di “nostalgia delle origini” che ha portato i popoli dell’America Nordoccidentale alla consapevolezza di un mondo reale intimamente connesso alla scoperta del ‘sacro’, attraverso la maturata esperienza dello spirito umano che, a un certo punto della sua esistenza, ha afferrato la differenza tra che si rivela reale, potente, significativo, e ciò che non lo è, vale a dire il caotico e pericoloso flusso delle cose della natura.

Scrive Mircea Eliade (*) nella prefazione al suo “La nostalgia delle origini”:
«È difficile immaginare come la mente umana possa funzionare senza la convinzione che esista qualcosa di irriducibilmente reale nel mondo, ed è impossibile immaginare come potrebbe sorgere la consapevolezza o coscienza, se non conferendo un significato alle tendenze e alle esperienze dell’uomo. (..) È sufficiente dire che il ‘sacro’ è un elemento strutturale della coscienza, e non uno stadio della sua storia. Un mondo pieno di significato – e l’uomo non può vivere nel caos – è il risultato di un processo dialettico che può essere definito con la manifestazione del sacro. La vita umana si carica di significato attraverso l’imitazione di modelli paradigmatici rivelati da esseri soprannaturali; l’imitazione di questi modelli al di là dell’umano costituisce una delle caratteristiche fondamentali della vita ‘religiosa’ strutturalmente comune a qualsiasi cultura ed epoca. Come norma e direttiva all’umana esistenza non fu mai interrotta, e di fatto, non sarebbe potuto essere diversamente. Ai più arcaici livelli di cultura, il vivere come essere umano è un fatto religioso in se stesso perché il nutrirsi, la vita sessuale e il lavorare, hanno un valore sacramentale. In altre parole essere – o piuttosto, divenire – un uomo, significa essere ‘religioso’».

‘Canti di Pensiero’ – Tribù Tepehua (*)

Sapendo che la musica sa
che cosa daranno a Pensiero,
coloro che hanno bisogno

o dove entrerà e chi
chiederà perdono

così come la musica sa cosa verrà suonato.

Sarebbe stata presente
là dove qualcuno andava a trovare un amico povero

perché vuole che si curino di lui
perché vuole che gli sia donato il necessario per vivere

è quanto fecero quando ci diedero questa luce
quando ci diedero leggi in questo mondo
Perché là fuori userà il Pensiero che gli diedero
Con il quale entrerà nel luogo dove sta giungendo

E con esso inizierà le sue opere
E le compirà là dove andò a trovare l’amico.

Canto II.

Il Pensiero fu

e benché sia stato
tuttora permane
o era appena nato quando
ragazzi e ragazze furono.

Benché non fossero degli Anziani
con esso trovarono la loro direzione –

così ebbero Pensiero
e la vita dai loro padri.

Quando la musica inizia

narra del tempo in cui entrò Pensiero
vuole rendere nota la sua felicità

afferrare la musica là fuori
sapendo dov’è

e sapendo adesso dove entrare
giunto là dove si trovavano i suoi padri

li salutò.

L’antropologo belga Arnold Van Gennep (*), per primo nel 1909, notava come certi riti in tutto il mondo avevano strutture simili. Si trattava dei riti associati con il procedere (o il passare) delle persone da una posizione all’altra della struttura sociale. Per cui “i ‘riti di passaggio’ erano di per sé un rituale che segnava il cambiamento di individuo da uno status socio-culturale ad un altro, cambiamenti che riguardavano il ciclo della vita individuale; il caso paradigmatico era quello riferito ai ‘riti di iniziazione’, ma anche ad altri avvenimenti come la nascita, la morte, il matrimonio o la menopausa, o anche altre situazioni connesse o meno ad avvenimenti biologici, che potevano essere gestite socialmente mediante tale tipologia di riti. Il rituale si attuava, il più delle volte, in una cerimonia o in prove diverse. Ciò permetteva di legare l'individuo al gruppo, ma anche di strutturare la vita dell'individuo a tappe precise, che permettevano una percezione tranquillizzante dell'individuo nel rapporto con la sua temporaneità e con la sua mortalità. Tale tipologia rituale è stata indicata come universalmente diffusa e successivamente è stata costantemente utilizzata dagli studiosi di scienze etno-antropologiche per descrivere rituali presso i più disparati gruppi sociali.
Il rito è riconosciuto tale per tre importanti caratteristiche: la convenzionalità, ovvero segue un preciso ordine di gesti e atti; la ripetitività, ovvero il continuo ripetersi all'interno di un tempo definito ciclico; l'efficacia, ovvero l'avvento di qualcosa che modifica lo status di una persona. Esempi di eventi del ciclo della vita che tipicamente vengono gestiti tramite pratiche che possono essere classificate come riti di passaggio sono: la nascita, l’iniziazione o il raggiungimento dell'età adulta, il matrimonio, la morte. L'esempio più classico è la cerimonia di iniziazione, che segna il passaggio alla maturità. Van Gennep osservò durante i suoi studi la tripartizione in tre stadi di tali rituali: separazione (fase pre-liminare); transizione (fase liminare; limen significa confine, soglia); reintegrazione (fase post-liminare). Nella prima fase l'individuo viene separato dal contesto in cui si trova (es. l'individuo viene mascherato e portato nella foresta), nella seconda attraversa una passaggio simbolico che rappresenta il culmine della cerimonia (es. affronta una prova), nella terza viene reintegrato alla sua esistenza con un nuovo status sociale. Caratteristica fondamentale di tali passaggi è la fisicità con cui vengono messi in atto: il rituale prevede generalmente effettivi movimenti dell'individuo che viene fisicamente distaccato, attraversa fisicamente una soglia simbolica (oppure subisce delle modifiche corporali permanenti), viene fisicamente reintegrato. Tale aspetto rende i riti di passaggio di grande interesse per l'Antropologia del corpo.

‘Poesia sonora n.1’ – Tribù Navajo (*)

Ohohohò héhehe héya héya
Ohohohò héhehe héya héya
Èo làdo éo làdo éo lado nasé
Hàuani hao ouòu oué
Èo làdo éo làdo éo lado nasé
Hàuani hao ouòu oué
Hàuani hàuani hao héyeyéye yéyeyàhi
Hauouòu éya héya héya héya
Hàua héhehe héya héya
Hà ‘hayà éaheòo éaheòo éaheòo éaheòo.

Il fatto che tale tipologia di rituali sia generalmente accompagnata ai fondamentali avvenimenti "biologici" o "naturali" della vita dell'individuo (nascita, pubertà, morte, etc.) non significa che essi rappresentino una mero atto di accettazione di tali eventi. Il rituale è un potente atto sociale che proprio nel momento in cui l'ordine sociale viene alterato dagli eventi naturali ricrea un nuovo stato sociale, differente da quello precedente. È un atto creativo che costruisce la realtà, che produce i mutamente sociali, non che li segue. Nello stadio finale della ‘riaggregazione’ l’individuo viene reintrodotto nella società con la nuova posizione, inteso come movimento da un tipo di persona all’altro (nuovo). Qui entra in campo una nuova figura che ha dato un notevole contributo alla comprensione dei ‘riti di passaggio’: Victor Turner (*) che ha concentrato la sua opera principale “Il processo rituale” sul periodo di transizione, considerato importante sia per il rito in sé, sia per la vita sociale in genere e che Van Gennep aveva chiamato ‘liminare’. Come osserva Turner, il simbolismo che accompagna il rito di passaggio esprime uno stato ambiguo, pur sostenendo che tutte le società hanno bisogno tanto di un qualche genere di struttura, pari a un legame umano generico ed essenziale, senza il quale non ci sarebbe nessuna società:

«La liminalità, è di frequente assimilata alla morte, allo stare nell’utero, all’invisibilità, alle tenebre, alla bisessualità, alla selvatichezza e a un’eclisse di sole o di luna. Le persone in stato liminale tendono a sviluppare un intenso cameratismo, che cancella o svuota le distinzioni precedenti».

Turner chiama questa modalità di relazione sociale ‘communitas’, da intendersi come comunità di eguali poco o per nulla strutturata. Nel contesto rituale degli Indiani d’America quello della ‘communitas’ consiste di fatto nella comune umanità che sottende la società e la cultura tutta. Ciò porta a considerare in termini più generali i processi rituali come tali, e in particolare la fase ‘liminale’ dei ‘riti di passaggio’ i cui partecipanti si muovono tra stati e condizioni sociali antecedenti e susseguenti.

«All’apice della comunità – scrive Carl G. Jung (*) – c’è la parola ‘parlata’ ancor prima che scritta, e ovviamente il linguaggio dei segni, oltre i quali entriamo nel mondo dei ‘simboli’ intesi come sostituzione di un parlare limitato che diventa illimitato se ad essi diamo connotati specifici in aggiunta al loro significato ovvio e convenzionale. Quel poco di più, o forse tanto, che in essi c’è di vago, di sconosciuto o di inaccessibile per noi, ma che tuttavia implica qualcosa che sta al di là del suo significato più immediato quanto ‘inconscio’ che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato, e che raggiunge il limite della certezza al di là del quale la sua conoscenza non può procedere».

Ma non è tutto, nel parlare del concetto di ‘inconscio collettivo’ Jung pone al centro quella che prenderà poi nome di ‘psicologia analitica’ a fondamento della sua scuola di pensiero. E che aprirà le porte a “La psicologia del transfert”, e agli “Archetipi e l’inconscio collettivo”, che tanto riguardano le manifestazioni nei miti, nei sogni, nell’arte figurativa. Scrive Luigi Aurigemma (*) nella premessa a “Archetipi”:

«È noto come i concetti di ‘archetipo’ ed ‘inconscio collettivo’ occupino un posto centrale nella riflessione di Jung, che ha esercitato su di essi un continuo sforzo di approfondimento che ha portato a un vero rovesciamento della dimensione psichica, vista non più come l’appendice personale dell’organizzazione biologica, ma come l’aspetto significante degli istinti, la possibilità di rappresentarne il dinamismo».

Infine, ma come ho detto non in ultimo, va qui ascoltato Sigmund Freud (*) che nel suo “Totem e tabù” introduce uno dei temi lapalissiani della società ‘primitiva’, il cui testo è quantomeno illuminante. Nella vita sociale tribale, e il fenomeno è analogo presso tutti i popoli primitivi, ‘totem’ è considerato l’animale sacro, (il palo scolpito o inciso presso gli Indiani dell’America del Nord), il progenitore e lo spirito protettore del clan (villaggio e comunità che lo abita). Ucciderlo è gravissimo: è “tabù”, per cui “..tradire la voce del sangue della propria tribù, è un’audacia che dev’essere presto o tardi, pagata” (Jung). Tuttavia il tabù non ha per oggetto il solo totem, esso difende con una cortina invisibile i re, i sacerdoti, i morti, e si estende anche alle donne che non possono avere rapporti sessuali con membri della stessa tribù. Nella psiche del primitivo, è oggetto di venerazione poiché, nel cammino a ritroso verso una probabile origine, sfocia nella religione delle origini, concorde con la vita psichica dei selvaggi dell’esistenza di forze soprannaturali – “l’importanza di un sostituto credibile del mito biblico del peccato originale” (Karoly Kerényi).
Perciò gli etnologi hanno inventato un’altra teoria per spiegare il comportamento dell’uomo primitivo: la teoria dell’animismo, totemismo per gli Indiani d’America, e la ‘forza del mana’. Per questo, essere ancora immerso completamente nella natura, egli come anche tutte le cose, ha un’anima, sono viventi, e perciò capaci anche di azioni autonome che possono essergli favorevoli o sfavorevoli.

‘Poesia sonora n.2’ – Tribù Seneca (*)

gah non uey yo hei
yah ney heeyo
no heyah heyah
yah ney heeyo
ho uey yah heenay

yah ho ho yo
o ho uey yo hey
yah ney heeyo
no heyah heyah
yah ney heeyo
yah ney heeyo
ho uey yah heenay

Scrive l’antropologo Giovanni Vignola (*): «La magia connessa al To-tem non è altro che un’azione per favorire al massimo gli eventi benefici e neutralizzare quelli malefici. Tutto sta nel saper dominare, comandare, sottomettere ai nostri voleri, l’anima di quelle determinate cose che possano risultare utili o dannose. Rapportata ai tempi in cui il mondo umano era, per così dire, avvolto in un’atmosfera satura di magia, non esitiamo a definire le stesse pratiche magiche come il primo tentativo scientifico che l’uomo ha condotto per dominare la natura secondo le proprie esigenze. (..) Questa potenzialità insita nel ‘mana’ (parola di origine polinesiana) che gli studiosi hanno definito ‘forza ambigua’ per la sua capacità di produrre sia il bene che il male, non è riservata ai soli soggetti umani, ma si estende anche alle cose. In breve tutto ciò che esiste ha il suo ‘mana’. Lo spirito umano di tutti i tempi soggiace al fascino di questa forza misteriosa. I selvaggi troveranno questa potenza espressa al massimo grado in una freccia che saetta verso il suo obiettivo, in una lancia scagliata contro il nemico, in un fulmine che colpisce e incendia un albero, in una bestia feroce che assalta e divora un membro della loro tribù, per non parlare del ‘mana’ sessuale».

Così, l’assenza e il richiamo dello spirito (ancestrale), diventa un pericolo da scongiurare, un ‘tabù’ da esorcizzare con riti e sacrifici tribali. Nella teoria preanimistica il ‘tabù’ è considerato come fenomeno correlato a quello del ‘mana’, di cui costituirebbe l’aspetto negativo: il ‘mana’, infatti, sarebbe una carica di potenza sovrannaturale positiva per chi la possiede, e soggetta a cautela sacrale per gli altri che, venendo a contatto con essa, ne possono essere annientati. Questa ambivalenza della ‘potenza’ è stata messa in rapporto con quella del sacro in generale. Infatti il ‘tabù’ risulta inseparabile da un bisogno di scissione tra sacro e profano, ed è precisamente dalla necessità di conservare il sacro incontaminato dal profano che deriva la convinzione della pericolosità del sacro e da questa l’istituzione del ‘tabù’. Presso gli Indiani d’America, ad esempio, la convinzione è così forte che non c’era più bisogno di punire la violazione del ‘tabù’, poiché il trasgressore involontario, rendendosi conto di quanto aveva fatto, cadeva ammalato o moriva. In altro caso, lì dove esisteva anche la punizione, questa mirava soltanto a eliminare il trasgressore con la morte o l’esilio, poiché automaticamente era divenuto impuro e quindi fonte di contaminazione per la società.

‘Canto degli Indiani del Nuovo Messico’ (*)

Perché io guarisca
lo stregone ha dipinto
l’immagine tua sul deserto:
dorata sabbia per i tuoi occhi,
sabbia rossa per la tua bocca,
azzurra sabbia per i tuoi capelli,
sabbia bianca per le mie lacrime.
Tutto il giorno ha dipinto,
tu come dea crescevi
sull’immenso canovaccio giallo.
Di sera il vento disperderà
la tua ombra multicolore.
Secondo la legge, nella ne resta,
nulla oltre il simbolo delle mie lacrime:
la sabbia d’argento.

Scrive Hyemeyohsts Storm (*), artista, scrittore e oratore indiano meticcio della tribù dei Cheyenne del Montana, sulla “teoria del cerchio”, diffusa in tutte le tribù Nordamericane:
«Tutte le cose che noi percepiamo stimolano la fantasia individuale in modo diverso, cosa che contribuisce a creare un’interpretazione originale di ciò che si è appreso e che resterà sempre unica. Amore, odio, paura, confusione, felicità, invidia e tutte le altre emozioni che possiamo provare agiscono su di noi dipingendo la percezione delle cose con colori diversi. Se, ad esempio, nel mezzo di un cerchio poniamo un’astrazione come un’idea, un sentimento o una filosofia, le nostre percezioni di essa sarebbero ancora più complicate che se si trattasse di una cosa tangibile. E inoltre, i modi di percepire quell’oggetto o quell’idea aumenterebbero se altre persone si unissero a noi nel cerchio. La percezione di qualsiasi oggetto, tangibile o astratto, è resa in definitiva mille volte più complessa quando l’oggetto è visto nel cerchio formato da tutto un Popolo nella sua totalità».

Capire questa verità è la prima lezione della ‘Ruota di Medicina’, ed è parte vitale dell’insegnamento della ‘Danza del Sole’, della quale abbiamo ampiamente trattato. Per molti aspetti quest’ultima può essere meglio compresa se ce la immaginiamo come immersa in uno specchio di luce nel quale riflettono tutte le cose:

«L’Universo è lo Specchio del Popolo, ci dicono gli antichi insegnanti e, ognuno di noi costituisce uno Specchio per gli altri».

Fatta nostra questa affermazione, apprendiamo che ci sono molti e diversi livelli di prospettiva che dobbiamo considerare quando cerchiamo di capire quale sia la percezione che abbiamo delle cose o quando cerchiamo di rapportare tali percezioni a quelle dei nostri fratelli e sorelle. Ciascuna delle nostre precedenti esperienze può infatti influenzare la prospettiva mentale con la quale guardiamo il mondo intorno a noi. Storm prosegue:

«Qualsiasi idea, persona o oggetto, può essere per l’uomo una Ruota di Medicina, uno Specchio: può esserlo un fiore minuscolo, oppure un lupo, una storia, un contatto, una religione o la cima di una montagna. Per esempio, può capitare che una persona abbia paura trovandosi da sola di notte sulla cima di una montagna, mentre magari un’altra può provare un senso di pace e di calma, una terza sentirsi sola e una quarta non provare alcuna sensazione: in ciascun caso, è chiaro che la cima della montagna è sempre la stessa, ma viene percepita in maniera diversa in quanto riflette le sensazioni della persona che ne ha fatto esperienza. (..) I nostri Insegnanti solitamente costruiscono la Ruota di Medicina servendosi di piccole pietre e sassolini che dispongono sul terreno in un cerchio grande attorno ad uno più piccolo raggiato che suddivide lo spazio interno. Ciascuno dei sassolini entro all’interno della Ruota di Medicina rappresenta una delle tante cose dell’Universo. Un sassolino rappresenta te (seconda persona), e un altro rappresenta me (in prima persona), altri contengono le nostre madri, padri, sorelle, fratelli e i nostri amici. Altri simboleggiano falchi, bisonti, alci e lupi; altri ancora rappresentano religioni, governi, filosofie, persino interi popoli. Nella Ruota di Medicina sono contenute tutte le cose e dentro di essa tutte sono uguali. La Ruota di Medicina è l’Universo Totale. I nostri Insegnanti ci dicono che tutte le cose all’interno della Ruota dell’Universo conoscono l’Armonia e sanno come Donare l’uno all’altro, tranne l’uomo. Fra tutte le creature dell’Universo, infatti, noi soli cominciamo il cammino della vita senza conoscere questa grande Armonia».

Storm inoltre, ci avverte che il primo Insegnamento che un bambino del Popolo delle Pianure riceve, concerne i Quattro Grandi Poteri della ‘Ruota di Medicina’:

«Tutte le cose della Ruota di Medicina dell’Universo hanno spirito e vita, inclusi i fiumi, le rocce, la terra, il cieli, le piante e gli animali, ma solo l’uomo, fra tutti gli Esseri della Ruota, possiede la capacità di discernere. Tale capacità, però può essere completa solo se prima abbiamo imparato l’Armonia con i nostri fratelli e le nostre sorelle e con tutti gli altri Spiriti dell’Universo. Per fare ciò, occorre che impariamo a cercare e a percepire, in modo da trovare il nostro posto all’interno della Ruota di Medicina. Ma per trovare questo posto dobbiamo soprattutto imparare a Donare. La Ricerca della Visione, o ricerca di un modo di percepire le cose, è il modo in cui dobbiamo iniziare questa ricerca. Tutti quanti dobbiamo sottoporci alla nostra Ricerca della Visione per scoprire noi stessi, per capire in che modo percepiamo noi stessi e per trovare la relazione che ci lega al mondo che ci sta attorno».

Un insegnamento questo che continua per l’intero libro illustrato dal titolo: “Sette Frecce”, di Storm, che ci spiega quello che è il messaggio universale della cultura degli Indiani dì America, la loro saggezza intrisa di armonia e spiritualità legati ai Quattro Grandi Poteri della ‘Ruota di Medicina’ strettamente legati ai Quattro Punti Cardinali, rispettivamente: Nord ‘Saggezza’ o del Bisonte Bianco; Est ‘Illuminazione’ o dell’Aquila e del Giallo’; Sud ‘Innocenza’ o del Topo e del Verde; Ovest ‘Introspezione’ o dell’Orso e del Nero. E inoltre, ciò che riguarda i ‘Nomi’, il ‘Toccare’, gli ‘Scudi’ con i quali èspiegata la ‘danza del Sole’:

«Per capire la danza del Sole, dobbiamo prima penetrare il significato degli Scudi, il cui potere abbiamo ricevuto dai nostri Padri e dal Potere di Medicina il Grande Sipito. È il dono di Miaheyyun a tutti noi, perché possiamo apprendere e diventare insieme Danzatori del Sole. In origine c’erano Dodici Scudi Sacri che una volta all’anno, in occasione del Rinnovamento, venivano riuniti tutti insieme e posti all’interno dei Dodici Pali Biforcuti, che formavano il cerchio più esterno della Tenda della Danza del Sole, la Tenda del Popolo … anche la Via della Danza del Sole è qualcosa di vivo, che cresce e che viene dall’aver toccato e sperimentato tutte le Quattro Grandi Direzioni».

Racconto: “Prima di infondere la vita nelle cose parlarono” (di Lucario Cuevish).

Terra distesa i piedi verso Nord la testa verso suo fratello Cielo seduto alla sua destra domandò: Si sorella devi dirmi che sei. Ella rispose sono Tomaiyowit. Gli chiese chi sei tu? Rispose sono Tukmit. Poi ella disse:
Mi stendo piatta fino all’Orizzonte.
Tremo provoco un rumore simile al tuono.
Sono Terremoto.
Sono rotonda e roteo.
Scompaio e riappaio.
Poi Tukmit disse:
Mi inarco su di te e ti ricopro.
Ti orno come un cappello.
Mi innalzo sempre di più.
Sono la morte afferro con un sol morso e ingoio.
Ghermisco gli uomini ad oriente e li disperdo.
Morte è il mio nome.

Poi infusero la vita nelle cose tutte.

Arrivati qui dove siamo, avrei voluto trascrive alcune delle molte storie che ho appreso nel mio lungo excursus nel mare di libri, fascicoli, illustrazioni, registrazioni e note di cui sono sommerso, ma data la loro lunghezza, pensate che possono durare anche per interi giorni, capite anche voi che ciò non è possibile, quindi ho optato per alcune poesie e canti di più facile consumo, come quelli che avete letto e che penso di inserire anche in questa seconda parte. Tuttavia l’invito a documentarvi e a rivivere un po’ quella che è la ‘vita’ degli Indiani d’America, resta valido e accetterei di buon grado suggerimenti e contributi che potrete aggiungere come commenti in chiusura di questo lungo articolo su questo stesso sito. Siete i benvenuti. Il mio suggerimento rimane comunque quello di visitare la bibliografia e discografia che sono solito aggiungere in chiusura del mio lavoro che da sola già si presenta copiosa.

In ultimo, e vorrei qui riprendere da principio, in ragione del fatto che numerosi ostacoli si frappongono all’indagine accurata e sicura dell’etnologo, sopratutto il tempo, la lontananza dai fatti raccolti per lo più narrati oralmente quando ormai non c’era più nessuno a confermarli o, viceversa, a contestarli. Oggigiorno tutto risulta più o meno artefatto, coreografico, con aggiunta di elementi di affetto, lontano dalle sue origini quanto lo può essere una nostra processione nei confronti di una sacra rappresentazione medievale. Per rispetto dell’obiettività, prima di procedere oltre nell’esemplificazione necessaria per quella che possiamo definire la ‘cultura rimasta’ dobbiamo accontentarci di quello che la cultura del vincitore ha lasciato trapelare fino a noi. Anche se va detto che oggigiorno è possibile muoversi, seppure in un percorso non proprio agevole, attraverso quello che è un vero e proprio labirinto di informazioni. Il quadro d’insieme si presenta sintomatico già dalla avvenuta disgregazione della tribù. L’Indiano vestito all’europea, appartiene da tempo alla categoria degli ‘urbanizzati’, si ostentano nuove abitudine, nuovi vestiti, nuovi comportamenti con una punta di disprezzo o di bonaria ironia verso gli usi che fino a qualche tempo prima erano stati i loro e che per amore di autenticità non vorremmo vedere.

Come scriveva il vecchio e sempre valido James G. Frazer (*) nel suo libro ‘cult’ “Il Ramo d’Oro”:

«Sarebbe ingrato a questo punto quanto antifilosofico stigmatizzare queste premesse come ridicole per la ragione che noi possiamo scoprirne facilmente la falsità. Noi stiamo sulle fondamenta erette dalle generazioni che ci hanno preceduto e possiamo solo debolmente apprezzare quanto siano costati all’umanità i suoi penosi e prolungati sforzi per alzarsi sino al punto, non molto alto in fin dei conti, che abbiamo raggiunto. (..) Il disprezzo, il ridicolo, la ripugnanza e il biasimo sono troppo spesso il solo riconoscimento concesso al selvaggio e ai suoi costumi. Tuttavia tra i benefattori che siamo tenuti a commemorare con riconoscenza, molti, o forse i più, erano i selvaggi. Perché, in fin dei conti, le nostre somiglianze con i selvaggi sono ben più numerose delle differenze; e quello che abbiamo in comune con loro e che riteniamo vero e utile lo dobbiamo ai nostri progenitori selvaggi che acquistarono lentamente con l’esperienza e ci tramandarono in eredità quelle idee apparentemente fondamentali che siamo portati a considerare come originali e intuitive. Noi siamo come gli eredi di una grande fortuna tramandata da tanti secoli che si è persa la memoria di quelli che l’hanno costruita, sicché i possessori del momento la considerano come possesso originale e inalterabile della loro razza. (..) La riflessione e la ricerca dovrebbero convincerci che dobbiamo ai nostri predecessori molto di ciò che credevamo più nostro e che i loro errori non erano volute stravaganze o pazzie, ma semplicemente ipotesi ingiustificabili dato il tempo in cui erano proposte e che una più piena esperienza dimostrò inadeguate. È solamente dopo la successiva prova delle ipotesi e l’eliminazione del falso che può alla fine emergere la verità, e soprattutto ricordarci che dobbiamo dar loro il beneficio dell’indulgenza di cui un giorno noi stessi potremo avere bisogno: cum excusatione itaque veteres audienti sunt».

Tuffiamoci quindi nella storia più recente e recuperiamo il punto da dove avevamo lasciato; cioè dall’incontro/scontro tra due razze e dell’incomprensione fra le due diverse culture. recenti studi antropologici prima etnologici poi consentono oggi di approfondire, e in certi casi, comprendere, quella che è stata l’evoluzione musicale degli Indiani d’America, come è dimostrato in un’antologia musicale ad essi riferita curata da Alberto Paleari (*), musicista e studioso di musica etnica riferita ai popoli primitivi:

«Da un punto di vista metodologico di studio, la musica dei popoli originari dell’America del Nord viene compresa nella cosiddetta musica dei ‘popoli primitivi’. (..) E si riferisce al contesto socio-culturale entro cui tale musica si manifesta: infatti, normalmente non è eseguita da musicisti professionisti, (almeno nell’accezione comune del termine) e si vuole appartenga a quelle comunità che si trovano in uno stadio precedente alla cultura scritta. (..) A differenza della Musica Folkloristica, la Musica Primitiva è indipendente, come dire, a sé stante, cioè non trova collocazione all’interno di nessun’altra cultura ma è assolutamente autonoma. Mentre alla prima appartiene tutta la cosiddetta Musica Popolare (i canti dei contadini europei ne sono il primo classico esempio), nella seconda rientrano le manifestazioni musicali delle popolazioni indigene africane, australiane, sudamericane e nordamericane. Come si vede per definire la Musica Primitiva ci si deve riferire ad un parametro storico-sociale e non ad uno strettamente stilistico-musicale, dato che a tale genere di musica appartengono stili diversissimi, che nulla hanno in comune fra loro. Si deve inoltre sottolineare che il termine ‘primitivo’, qui riferito alla musica, ha un valore strettamente funzionale e non storico, dal momento che non vi sono affatto elementi per riconoscere in molte manifestazioni di questa musica i primordi ‘primitivi’ della civiltà musicale; anzi, ad esempio, troviamo del materiale musicale (come quello dei Pueblo nordamericani) che è senza dubbio il risultato di un lungo e raffinato processo evolutivo.

Musica primitiva vuole semplicemente indicare che si fa riferimento al prodotto di una civiltà che non conosce la cultura scritta, che è ‘preletteraria’. È quindi anche da sfatare categoricamente il luogo comune che vuole inchiodare tutto il patrimonio culturale ed espressivo di questi popoli in una, in verità poco credibile, staticità assoluta. I diversi caratteri della musica degli Indiani Nordamericani, Canadesi ed Eschimesi, dimostrano che non è così, in quanto possono essere rintracciati nella netta prevalenza di acculturazione reciproca secondo uno schema che segue quello delle ‘aree culturali’ di riferimento. La distribuzione degli strumenti musicali, sovente unita al altri culturali, aiuta nella delimitazione delle aree culturali, in genere assai più collegata nella loro globalità di quanto non lo siano gli stili musicali. Questi, possono essere inizialmente rintracciati nella netta prevalenza di strumenti essenzialmente ritmici (tamburi di vario genere e sonagli) e nel tono aspro dell’emissione canora. Dal punto di vista vocale si può ancora aggiungere la notevole tensione degli organi ad essa devoluti, la mancata accentazione e le note sovente tenute; le melodie sono poi in maggioranza costruite secondo uno schema ‘discendente’, dai toni alti a quelli più bassi.

Più in particolare, si rileva come la maggior parte dei canti si sviluppino entro l’ambito di una scala ampiamente usata, quella pentatonica. Quasi tutti i canti sono monofonici, mentre la polifonia è praticamente assente, ad eccezione dell’uso (assai raro, comunque) di una nota fissa in funzione di bordone, o là dove le donne accompagnano il canto degli uomini, il che succede molto di rado. I canti sono per lo più strofici, e ogni strofa si divide in un numero di strofe variabile (da due a dodici) di parti minori che non sono quasi mai di lunghezza uguale ma, anzi, tendono a diventare più lunghe man mano che il canto va verso la conclusione. Nei testi è sempre presente una parte formata da sillabe senza significato (a volte tutto il canto è senza significato letterario) e per i canti vengono ancora usate parole o espressioni che sono ormai uscite dal linguaggio comune, creando così uno squilibrio fra la lingua parlata e quella cantata. Gli strumenti musicali svolgono soprattutto una funzione ritmica: rarissimi sono gli strumenti ed i brani strumentali melodici. Prima dell’arrivo degli Europei gli strumenti a corda erano per lo più sconosciuti, con la sola eccezione, (ma non del tutto accertata) dell’uso dell’arco da caccia, anch’esso impiegato come strumento ritmico. In pratica l’unico strumento melodico di una certa diffusione fu il flauto, usato soprattutto nel corteggiamento. In ogni caso il flauto non veniva mai usato per accompagnare il canto. Altri strumenti a fiato abbastanza diffusi furono i fischietti. Ovviamente invece sempre presenti erano gli strumenti ritmici, sia tamburi che sonagli di varia foggia o bastoni. I tamburi potevano essere sia completamente di legno (idiofoni), che ricoperti da una o due pelli (membranofoni).

In conclusione, la musica aveva una funzione assolutamente essenziale nella vita cerimoniale degli Indiani, sia in sé che come accompagnamento alle danze. Qui la presenza della donna è quasi sconosciuta ed è comunque sempre relegata ad un ruolo secondario: depositari dell’attività musicale in tutti i suoi stadi (dalla composizione all’esecuzione, alla costruzione di strumenti) erano gli uomini. Una delle rare eccezioni si trova nelle ninne-nanne. Le donne comunque disponevano di un proprio repertorio di danze e di canti, complessivamente più omogeneo di quello degli uomini e nel quale si nota una minore ‘drammaticità’. In ogni caso si può notare come in linea generale la musica accompagni praticamente tutta l’attività degli Indiani, e ne sottolinei – anche come componente rituale – tutti gli aspetti e comunque il metro in base al quale gli Indiani stessi valutano la loro musica è strettamente correlato alla prospettiva ‘funzionale’ in cui la inquadrano: la musica non deve essere ‘bella’ ma ‘utile’. Non mancano tuttavia esempi – anche se rari – di musica in cui si trova la presenza non secondaria di una soddisfazione estetica».

Ma vediamo di ricapitolare a quale punto di approdo siamo pervenuti dall’inizio di questa ricerca, avendo qui sperimentato un modo di procedere atipico della materia etnomusicologica. Per ovvie ragioni non poteva essere esaustiva, bensì un’infarinatura generalizzante sulla cultura degli Indiani d’America che presupponeva e perciò includeva la società nella sua analisi, più di quanto l’analisi della società tenda a prolungarsi nello studio sistematico della cultura. Quello che abbiamo fin qui appreso è probabilmente ciò che l’aspetto basilare o, comunque, quello che originariamente emerge per primo nell’evoluzione testuale dei canti e delle danze che li diversificano da ogni altre popolo. Al dunque possiamo certamente affermare che la cultura di questi popoli è per certi versi un qualcosa di più ampio della società tribale in cui essa si è formata, al punto che sembra essere suscettibile di una gamma più ampia di cambiamenti. Una cosa è certa: i ‘primitivi’ americani e le loro culture resteranno probabilmente l’interesse primario degli etnomusicologi dato che nessun altra disciplina sembra all’altezza di assumersi questa responsabilità, in primis perché l’antropologia ufficiale, al momento, non sembra preoccuparsi di loro, né vede in essi il diritto originario della loro autonomia intellettuale.

Protagonista di centinaia di romanzi, film, cartoon, per lungo tempo simbolo del selvaggio astuto e crudele, l’Indiano d’America è fin dall’inizio un ‘mito’ negativo. Il mito del West, delle scorribande e delle guerre più volte immortalate da Hollywood in kilometri di celluloide, che non ha certo reso giustizia alla sua autonomia e al diritto di esistere. Si è dovuto aspettare film come ‘Piccolo Grande Uomo” di Arthur Penn, per far cadere l’eroe dalla giubba blu dal suo piedistallo; film quali “Un Uomo chiamato Cavallo”, “Willie Boy”, “Soldato Blu” o “Indians” prima che la società americana e il resto del mondo dei ‘visi pallidi’ scoprissero un volto dell’Indiano più vicino alla realtà di quello propinato da decine di western pre-confezionati. Tant’è che è bastata un’apparizione alquanto simbolica della figura dell’Indiano nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a far comprendere, al più vasto pubblico internazionale, il senso di una identità che sfugge alle trame dell’attuale società destinata a perdersi per sempre.

Diversamente, e molto più tardi, l’editoria ha sfoggiato libri di un certo valore contenutistico che in breve sono divenuti veri e propri best-seller internazionali, come nel caso di: “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown, in cui raccolse le testimonianze dell’avvenuta distruzione della cultura e della società dei pellerossa, vista come un ostacolo al trionfo della nuova civiltà, andando alla ricerca delle fonti storiche andando e avviando l’esame critico degli avvenimenti, oltre alla stesura di una narrazione davvero coinvolgente. In un altro libro divenuto famoso: “Memorie di un guerriero Cheyenne”, Thomas B. Marquis raccolse una preziosa descrizione dei costumi e dei riti del popolo Cheyenne dai testimoni oculari della clamorosa battaglia di Little Big Horn. In “Sul sentiero di guerra”, l’autore che abbiamo già apprezzato, Charles Hamilton, offerse preziose testimonianze della cultura degli Indiani d’America penetrando il pensiero indiano e cogliendone l’estremo interesse della loro cultura.

L’elenco potrebbe non finire mai, ma fra i molti che occupano lo scaffale delle librerie mi sento di indicarne almeno uno in particolare: “Il Lungo Inganno” di Lucio Ranucci (*) che presenta, per la prima volta, e potrebbe essere una riscoperta, una sintesi storico-fotografica del vero dramma vissuto da questo popolo e che non può fermarsi solo alla semplice presa di coscienza. Lo sguardo che noi abbiamo fin qui gettato oltreoceano vuole essere una conferma che non sono stati dimenticati e che, proprio attraverso questa rivisitazione non mistificata dalla storia che ci viene raccontata, vuole ritrovare un senso, quello di restituire loro la propria dignità di esseri umani e riconoscere ad essi la propria identità. All’insegna di questa speranza, mai venuta meno, si leva alto il grido della ‘Danza degli Spettri’ che preannuncia il ritorno del bisonte e della selvaggina, il ritorno dei guerrieri uccisi:

“We shall live again” (da ‘Ghost Dance’ di Patty Smith).

… noi vivremo ancora, noi vivremo ancora
noi vivremo ancora e ancora, e ancora.
Il giorno in cui gli déi torneranno!


Bibliografia:

Campbell Grant, “L’Arte Rupestre degli Indiani Nord-Americani” in “Le Orme dell’Uomo” – Jaca Book 1983.

George Catlin, “Indian Art in Pipestone” - Portfolio in The British Museum – Smithsonian Institution Press – City of Washington 1979.
Dean Snow, “The American Indians: Their Archeology and Prehistory” – Thames and Hudson –London 1976.
J.C.H. King, “Thunderbird and Lightning: Indian life in Northeastern North America 1600-1900” – Museum of Lankind – London 1982.
Jaime De Angulo, “Indian Tales” – New York 1940. “Racconti Indiani” – Adelphi 1973.
Aldo Celli, “Canti Indiani del Nord-America” - Firenze 1959.
Eckart v. Sydow, “Poesia dei popoli primitivi” - Parma, 1951.
Joyce Sequichie Hifler, “Diario Pellerossa: L’eredità spirituale degli Indiani d’America” - ….
Alfonso M. di Nola, “Canti dei Primitivi” – Garzanti 1961.
John G. Neihardt, “Alce Nero parla” – Adelphi 1968.

Note:
(*) Carleton S. Coon, “The Hunting Peoples” 1971; e in “I popoli cacciatori” – Bompiani 1973.
(*) Alfred L. Kroeber, “Antropologia” – Feltrinelli 1983.
(*) AA.VV. a cura di Franco Meli, “Canti e Narrazioni degli Indiani d’America” – Guanda 1978.
(*) Dal “Walum Olum” – Indiani Delaware
(*) Canti – Indiani Chippewa
(*) Charles Darwin, “Le origini della specie” – Rizzoli/Bur 2009.
(*) Konrad Lorenz, “L’Anello di Re Salomone” – Adelphi 1979.
(*) Carl G. Jung “L’Uomo e i suoi Simboli” – Longanesi 1980.
(*) Raffaele Pettazzoni, Prefaz. a “Enciclopedia della Leggenda”- UTET 1957.
(*) Mircea Eliade, “La nostalgia delle origini” – Morcelliana 1972.
(*) Arnold Van Gennep, “I Riti di Passaggio” – Boringhieri 2006.
(*) Victor Turner, “Il processo rituale” – Morcelliana 1972.
(*) Carl G. Jung, “La psicologia del transfert”, in “Opere” Vol. VIII - “Gli Archetipi e l’inconscio collettivo”, in “Opere” Vol.IX – Boringhieri 1980.
(*) Luigi Aurigemma, “Premessa ad Archetipi di Jung” (op. cit.)
(*) Sigmund Freud, “Totem e Tabu” – Boringhieri 1969.
(*) Giovanni Vignola, “Riti di iniziazione” – “Riti magici di ieri e di oggi” – De Vecchi Ed. 1972.
(*) Hyemeyohsts Storm, “Seven Arrow” – HarperCollins 1972; “Sette Frecce” – Corbaccio 1997.
(*) James G. Frazer, “Il Ramo d’Oro” –Boringhieri 1973.
(*) Alberto Paleari, in Michael I. Asch, (vedi disc.).
(*) Edward Evans-Pritchard, “I Popoli della Terra: America Settentrionale” Vol. 17 – Arnoldo Mondadori Ed. 1974.
(*)Lucio Ranucci, “Il Lungo Inganno” – Savelli 1978

Discografia:

Michael I. Asch, “Musica degli Indiani e degli Eschimesi dell’America del Nord” – Antologia di musiche e canti a cura di Alberto Paleari. 2LP Albatros – Folkways Records – 1974.
Willard Rhodes c/o The United State Office of Indian Affairs, “Musica delle tribù Indiane d’America Sioux & Navajo” – LP Albatros – VPA 8441.
La Voce dei Poeti: “Canti Indiani del Nord America” letti da Lina Volonghi – LP Fonit-Cetra LPZ 2070.
D. Hamilton, L. Clancy, P. Clayton, “Musica Strumentale degli Appalachi” - LP Albatros – VPA 8301-
“Yaqui: Music of the Pascola and Deer Dance” – LP Canyon Records C-6099.
R. Carlos Nakai, “Desert Dance” – CD Celestial Harmony 13711 30332.
“Sacred Spirit” (Canti degli Indiani d’America) – 2CD Virgin 841245.
Meridiani Musicali: “Canti tra Terra e Cielo” – CD Editoriale Domus/Red Ed. n.88.
Musiche dal Mondo: “America: Musica dei Nativi Americani” – CD Fabbri Editori/Amiata Rec.
The Golden Collection: “Flue Music of the American Indian” and “Traditional Chants and Spiritual Songs” - RCD2.

XIT – (discografia)
LP “Plight of the Readman” 1972
“Silent Warrior” 1973
“Relocation” 1977
“Entrance” 1994
“Without Reservation Wante Alive” CD 2009

Robbie Robertson, “Music for the Native Americans” – CD Capital 28295 2.
Patty Smith, “Ghost Dance” - CD



























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