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Una Storia Provvisoria, (..if Henry James?)

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 24/03/2015 05:57:05

Una Storia Provvisoria, (..if Henry James?).

“Lei è un gran spendaccione, il che si aggiunge agli altri suoi vizi. Non si può negare che abbia il coraggio della sua curiosità, dico che qualche volta ci si può anche invaghire di donne molto intelligenti – risposi per celia. Credevo di aver misurato il rischio che correvo, ma quando sentii cadere nell’aria le mie parole, mi colpirono per la loro imprudenza. (..) Menzogne, sono ciò che talvolta si scoprono – dissi, sorridendo della mia bonaria impertinenza. Spesso mettono a nudo la verità. Brancoliamo terribilmente nel buio, lo so – ammisi – ma se si rinuncia a tentare?” (1) – poveri noi!
Forse avrei fatto meglio a considerare la vicenda dal lato del ridicolo, se erano i sentimenti a essere messi in discussione – mi dissi, parafrasando Henry James. In qualunque caso, ciò che rappresenta la posta in gioco nelle rivalità e negli scambi di parolacce, al pari di quelle che si scambiano uomini e donne quando infuriati litigano tra loro. Lo scambio avviene nello stesso modo in cui l’uomo si rivolge alla donna che è stata, e forse è, la propria moglie, allo stesso modo in cui la donna lo fa verso il marito o quello che considera l’amante o il proprio compagno. Un fattore a sé che costituisce un’esigenza vitale che si sposta da un versante all’altro, e che, in qualche modo, si deve soddisfare. Quello che rimane, messi i contrasti, è tutta un’altra storia, alla quale viene sottratta l’energia positiva che l’uno e l’altra dovrebbero possedere naturalmente.
Quant’anche se ne dica, è facile comprendere che: “l’uomo non è una macchina che possa eventualmente essere ricostruita in vista di altri fini continuando poi a funzionare, in modo completamente diverso, con la stessa regolarità di prima” (2). Ed è proprio questo che fa tanto arrabbiare la donna quando, a distanza di tempo, convinta del contrario, si accorge che il marito, l’amante, o il compagno, benché diversamente da prima, prende a funzionare anche meglio. Non c’è che dire se il passato, in qualche modo, riappare nel presente e rivive in esso le stesse identiche emozioni di sempre, in fondo: “l’uomo porta sempre con sé tutta la sua storia (..) di repressione costituita dal passato, da ciò ch’è stato fin dalle origini (..) che è poi la storia stessa dell’umanità” (3). Del resto Freud lo ha detto chiaro: “l’inconscio può soltanto desiderare” e – noi umani – cerchiamo in ogni modo di attenerci ai suoi insegnamenti, non è vero?
Certe tendenze non sono diversi nella donna, per cui pensieri, desideri, affetti, bisogni, sentimenti ecc. assumono, proporzionalmente, caratteri regressivi, quantomeno tendenze soggettive insufficienti al proprio divenire coscienti: la cosiddetta inconsistenza o “vaghezza” femminile che, su un piano del tutto generico, le impedisce di essere cosciente delle proprie azioni: “oh, come ho potuto non pensarci prima?”, “oh, non mi sembrava la stessa cosa!”, “oh, dici davvero?”, “che dici mai, come ti permetti?”, tipico di un infantilismo primitivo cui non c’è risposta che tenga. È la forza dell’istinto che la governa, l’atteggiamento a dire “stronzo” è dire poco, che la priva di quel tanto di energia che in realtà non può esserle tolta. Ma, capiamoci bene, non che viene meno, ma è dalla donna “volutamente” relegata in fondo ai suoi vaghi principi di un’ambigua diversità, creata all’uopo.
Prendo a prestito ancora Jung per questa considerazione che mi sembra calzi a pennello per l’uomo quanto per la donna: “l’istinto non può essere estirpato per la volontà di un singolo individuo, occorrerebbe per questo la lenta evoluzione organica di molte generazioni, dato che l’istinto è l’espressione energetica di una determinata disposizione organica”, che oggi possiamo definire genetica. Faccio qui un esempio: se una è istintivamente mignotta (lasciatemi passare il termine), non può che esercitare quella che è la sua predisposizione. Per questo non serve la ricetta del medico, perché non potrebbe essere riconosciuta al pari di una forma patologica, non vi pare?
Questo residuo, che tuttavia ha ancora un’intensità non trascurabile, è ciò che nell’uomo (in genere) è designato (dalla donna) come istinto originario: primitivo, infantile, egoistico, e solo quando ci si limita ai semplici complimenti, ovviamente. Altrimenti si arriva ai più brutali vezzeggiativi, di cui la parola “frocio” detta dopo, risulta quella carezzevole, quando invece, e solo per entrare in un conflitto più o meno aperto, sentirsi dare del “cornuto” a dir poco rasenta la scelleratezza. Ciò si verifica in un primo momento con un’assurda esagerazione del punto di vista cosciente, che dovrebbe servire a una repressione dell’inconscio, ma in genere, si conclude con una ‘reductio ad absurdum’ dell’atteggiamento urtato.
Il crollo di solito avviene dopo i botta e risposta di numerosi turpiloqui: “cornuto!”, “zoccola!”, “finocchio impotente!”, “rotta in culo!”, “cazzo moscio!”, “cagna in calore”, che se da una parte arricchiscono il vocabolario, già ampiamente nutrito di parolacce, permettono al linguaggio osceno, o quanto meno scurrile, di esternare ciò che veramente si voleva dire dal profondo quegli impulsi istintivi e che, guarda caso, erano solo assopiti, in quanto bagaglio di un inconscio verosimilmente avvezzo agli insulti di tipo dispregiativo, a mascherare una insoddisfazione di fondo a lungo occultata. Poi la resa, l’abbandono, la separazione, la fuga, anziché accettare una continuità marginale di compensazione, considerata a sé stante, andata troppo oltre, e finita con un crollo nervoso di una o dell’altra parte, spesso di entrambe, a causa di un atteggiamento estroverso e differenziato che rivela un’eccezionale dipendenza soggettiva da un pronunziato egocentrismo e da preconcetti di carattere personale.
Si da il caso, che le storie più coinvolgenti sono quelle basate sui contrasti, le opposizioni, gli scontri. Non meno, oggi, ci riconosciamo in quegli eroi ed eroine di sempre, uomini e donne, protagonisti di avvenimenti ed epopee tragiche di cui sono piene le pagine della memoria, della letteratura e della storia dell’umanità. Scrive Maurizio Maggiani (***): “È desiderio di ciò che verrà, che potrà venire se continueranno tra gli umani a nascere eroi ed eroine e ognuno a riconoscersi umano con loro. Nessuna sconfitta è definitiva se non nel silenzio, nessuna tragedia sarà stata vana finché ci sarà una voce che ne porta viva la memoria. Ed anche solo essere vivi e portare con sé, nella propria, le vite passate, è vittoria sulla peggiore delle sconfitte: la smemoratezza”.
E che pensare ..se, per caso, Henry James non si fosse invaghito di una donna molto intelligente? Di sicuro avrebbe continuato “con la sua imprevedibile, persuasiva incoerenza, (..) con quella timidezza, tuttavia, tanto più appariscente dell’audacia, secondo cui la ragione sembra essere anteposta al sentimento” (4). Quel che rimane sono tutte parole vane se non si ha un certo metro con cui misurarle. Sì, penso proprio che in fondo un “metro” possa bastare …


(1) Henry James “Il carteggio Aspern” – Einaudi
(2) C. G. Jung “Tipi psicologici” – Bollati Boringhieri
(3) Maurizio Maggiani “Quello che ancora vive” – Coop Editrice.
(4) Henry James “Il carteggio Aspern” – Einaudi



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