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Cantico di Natale 1 - ’Anno Domini’

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 26/11/2012 01:43:36

 

Giorgio Mancinelli - Cantico di Natale (1)
(mito e leggenda di una tradizione sempre viva)

(Testo originale della trasmissione omonima radiofonica scritto per “Studio A” della Radio Vaticana. Da “ANNO DOMINI”: Usanze e costumi di una tradizione – di Giorgio Mancinelli - Grafica e Arte Bergamo. Copyright 1989).

I

 

"E spunterà un pollone dalla radice di Jesse, e un fiore dalla radice di lui si alzerà. E sopra di lui riposerà lo spirito del Signore; spirito di sapenza e di intelligenza, spirito di scienza e di pietà".

                                                                        (Isaia XI v.I Antico testamento)

 

Il titolo, avvolto nella sua luce atemporale, ripropone qui un tema caro alla tradizione millenaria che in assoluto è la più sentita in ambito famigliare e solitamente la più celebrata con partecipazione collettiva in tutto il mondo Cristiano. Ed è proprio alla collettività che qui mi rivolgo nel far riferimento alla festa religiosa che introduce la Natività del Signore in seno alla Chiesa Cattolica, pur con l’osservare in essa, il risvolto laico delle sue origini antichissime; sia nel far riferimento agli usi e ai costumi popolari che le sono propri, sia nell’insieme di espressioni musicali e canore, alta spiritualità e devozione, all'arte aulica e all'artigianato che, nell’insieme, danno un senso compiuto alla tradizione e ritrovano la loro ragione di essere.

Il racconto del Natale quindi, visto nei suoi molteplici aspetti, corredato da un apparato testamentario inconfutabile che racchiude in sé, un messaggio d’amore e di orgoglio, in cui il fatto meraviglioso della nascita di un 'bambino', ripete in seno a ogni famiglia l’atto della creazione divina. Il suo contenuto è quindi ‘agio-poetico’, inquanto in esso la storia e la leggenda s’incontrano sul piano stesso del racconto testamentario e della poesia popolare, come pure del canto liturgico e della sacra rappresentazione, così come negli scritti apocrifi e nei racconti orali, negli usi e nei costumi di molte genti diverse che, in qualche modo, condividono la stessa fede e la stessa speranza sotto l'egida di quanto da sempre vado professando: “affinché nulla vada perduto”,  al fine che "d'ogni cosa si conservi memoria".

Un significato alto, intrinseco della maternità, con il quale si consacra il segreto nascere alla vita ad un’antica promessa di eternità, che da sempre avvolge la 'Natività' di un alone di luce, il cui abbagliante splendore, prevarica la misteriosa opacità della storia. La celebrazione del Natale officiata dal calendario liturgico, risponde, infatti, allo scandire del ‘tempo della festa’; tempo in cui l’umano intendere si fa interprete delle cose divine e si determina il naturale essere del mondo. Una festa contemplativa e poetica, devozionale ed esultante, che al di là dell’apparente semplicità, accoglie in sé esperienze acculturatrici diverse, che hanno contribuito alla sua secolarizzazione.

Al tempo stesso è una festa di luci, di colori, di canti, in cui l’avvicendarsi delle singole voci, introduce all’esultanza corale, comunitaria; onde un insieme di voci riunite dal ‘corpus’ iniziatico della tradizione si esprime in preghiere e inni sacri, laudi e oratori che si rivelano parti integranti di quel messaggio intelligibile, proprio del sacro. Un messaggio di pace e d’amore ma anche di fratellanza e solidarietà che giunge da ogni parte e da molte genti, che va oltre il significato escatologico della narrazione e rimanda ai capitoli successivi di quella ‘storia universale’ che noi tutti stiamo scrivendo. Cantiamolo insieme, dunque, questo ‘Alleluia” che meglio protende all’esultanza. Se è vero che la favola esalta la propria funzione nel ruolo catartico del mito, la tradizione costituisce il terreno della sua crescita, antepone alla storia, il ‘nunc et semper’ del meraviglioso.


Manifestazione di un sentimento profondamente umano, il Natale recupera alla coscienza cristiana l’infanzia edenica del mondo. La sua attestazione è rintracciabile fin negli archetipi del pensiero e si rivela, sopravvivenza stessa di un comportamento mitico, la cui cadenza rituale, prepone al congiungimento del tempo profano al tempo del sacro. È noto come in un tempo ormai lontano, convivessero nella coscienza umana, accanto ai riti propiziatori, credenze superstiziose e pratiche magiche che circondavano di speciale venerazione e timore riverenziale gli astri, attorno ai quali, i popoli più antichi andavano formulando gli intendimenti dell’esistenza umana.

Là dove l’occulto e il sacro si compenetrano, il Solstizio d’Inverno assolve una remota certezza: il sorprendente prodigio della natura, nel ciclico rinascere alla vita. E'così che la festa solstiziale, posta all’inizio dell’anno solare e concomitante con l’allungarsi del giorno e il miracoloso risvegliarsi della natura, si poneva all’origine dei cicli agrari più importanti. Il sole dunque, con i suoi tramonti e le sue aurore, oltre che a scandire l’ineluttabile alternanza del giorno e della notte; presiedeva, in chiave simbolica e figurativa, il principio e la fine di ogni cosa umana, l’ineluttabilità stessa della vita. Il regime diurno dello spirito, dominato dal simbolismo solare, rinviava ai principi della morte e della rinascita, così come della liberazione dello spirito dalla materia; risultato questo di deduzioni razionali che legavano l’uomo all’idea dell’esistenza di un Essere Supremo.

Ipotesi diverse, talvolta fantastiche, sono state proposte nel tempo, per giustificare il parallelismo esistente fra la supremazia dei culti solari e la diffusione della civiltà storica. Si può facilmente dedurre come e su quali favorevoli posizioni i primi cristiani, poterono compiere la totale sostituzione della solennità profana don la quale si venerava la nascita del sole con quella della nascita del Bambino di Bethleem, chiamato dagli antichi Profeti: “Sole di giustizia” (Malachia) e “Luce che illumina ogni uomo” (Giovanni Evangelista), e mettere in atto quella che fu certamente una operazione carica di significati, nel fissare l’inizio della così detta ‘nuova era’, o Era Cristiana, da cui diparte la cronologia della storia, ovvero quell’Anno Domini che da inizio al Calendario della nostra esistenza di fede.

Preannunciata nei canti biblici e nella fatidica solennità dell’Apocalisse, nei salmi di Geremia, Daniele, Ezechiele e di Isaia, sommessa e idilliaca negli inni greci e cristiani, esultante nell’innodia medievale, solenne negli oratori barocchi, augurale e cortigiana nell’epistolografia: la Natività del Signore, nella sua illuminante prodigiosità torna ad affermare, anche nelle varie manifestazioni contemporanee, quella speranza nel futuro che, nella incomparabile quiete dell’attesa, attende alla preghiera.

Un mistero impenetrabile oscura la storicità delle testimonianze dirette legate alle origini della ricorrenza cristiana; sebbene ciascuna di esse, apocrife e testamentarie, conducono infine ad una ‘stessa ‘verità univoca’ in cui si afferma l’avvenuta rivelazione divina nel Bambino di Bethleem. Sulla validità degli scritti si è molto dibattuto. Una approfondita analisi critica ha rivelato, in alcuni casi, sovrapposizioni e interpolazioni successive, sì da rendere ardua ogni supposizione. Così come è accaduto per gli scritti testamentari non possiamo che illuminarci alla luce del ‘verbo’, la conoscenza degli apocrifi in particolare, ha portato all’acquisizione di interessanti elementi sull’ambiente in cui i testi furono redatti, sui metodi di predicazione e d’insegnamento della religione delle origini.

II

Una stretta rispondenza d’intenti, unisce le remote profezie accolte nell’Antico Testamento con la storia narrata nei Vangeli sinottici, per lo più considerazioni estranee alla storia. Soprattutto di carattere agiografico e simbolico che si pongono alla base della lunga trattazione sulla data di nascita del Bambino, se bene è accertato che nacque a Bethleem al tempo di Augusto. In quel tempo, un editto imperiale romano, fissava al 25 dicembre la più antica festa del ‘Solis Invicti’ designata dalla tradizione al culto agrario:

Le genti erano allora in uso di andare per i campi a suonare e danzare in onore di déi arcaici come Pan e Bacco, Calpurnia e Sibilla, Flora e Cerere, accompagnati da suoni di tibie, buccine, cimbali e fistule, in qualche caso facendo uso della voce in brevi intermezzi inneggianti. Nella forma dei ‘Ludi scenici’ anche detti ‘circensi’ eseguiti durante le cerimonie ufficiali dell’antica Roma, in occasione dei quali, venivano distribuiti pane e frutti della terra e si componevano ghirlande di sempreverdi.

La data del 25 dicembre per la ricorrenza cristiana della Natività del Signore, celebrata dai primi cristiani il 6 gennaio, giorno detto in seguito dell’Epifania in ricordo dell’arrivo dei Magi dall’Oriente, si vuole sia stata adottata in epoca tarda, non prima del IV sec. e formulata su criteri non strettamente storici o astronomici, bensì per distogliere i fedeli cristiani dall’osservanza delle feste imperiali, ritenute pagane. Con la teofania, fissata al 25 dicembre, datazione che in seguito fu accettata e che arriva fino ai nostri giorni, la religione cristiana siglò il proprio calendario liturgico. Dovettero, tuttavia, trascorrere alcuni secoli, prima che questa data fosse definitivamente ricordata da tutta la comunità concorde, come il genetliaco della nascita divina.

Si sa con certezza che la commemorazione liturgica della Natività venne introdotta dopo l’Editto di Costantino del 313, con il quale veniva concessa la libera circolazione del culto cristiano in tutto l’Impero Romano. In questa atmosfera trionfante, che nonostante l’apparenza rivelava già i sintomi della decadenza della Roma imperiale, sorsero numerosi centri di diffusione della fede e vennero fondate le prime grandi basiliche adibite alla preghiera dei fedeli. Con la caduta dell’Impero Romano, la vita sociale, priva ormai di stabilità, smarrita e incredula, si andò lentamente strutturando attorno alla Chiesa di Roma, come all’unica autorità capace di salvaguardare il cammino terreno.

Testimonianze relative ad una prima celebrazione liturgica della Natività risalgono al 379, anno in cui fu celebrata a Costantinopoli. All’anno 386 fa invece riferimento la prima testimonianza di Antiochia; ma è solo nel 529, che l’imperatore Giustiniano ne decreta la sua celebrazione ufficiale fra le festività pubbliche della cristianità. Con la definitiva affermazione dell’iter messianico, con il quale il calendario liturgico rievoca le tappe della vita di Cristo, dalla nascita alla sua avvenuta morte, entro quindi una precisa scansione rituale, la Messa assume la sua principale importanza, formalizza cioè la secolarizzazione della fede cristiana all’interno del culto: estatica al tempo dell’Avvento, mistica durante la Quaresima, drammatica durante la settimana di Passione, di giubilo per la resurrezione.

Lo stesso accade nel canto, dapprima austero e ieratico nella forma del ‘gregoriano’, fino ad allora recluso nella liturgia officiante estatica e misurata, a un certo momento, apre al germogliare delle lingue volgari, dando un maggiore impulso alla libera interpretazione vocale nella ‘laude’ più vicina al sentimento popolare comunitario che va caratterizzando la società medievale. Ben presto la ‘laude’, in origine semplice canzone spirituale di tipo religioso ma, comunque, extra-liturgica, assunse aspetti vocali qualitativamente affrancati dalla devozione.

Nell’ispirazione profonda che tutti sempre unisce nel canto, voglio qui ricordare una bellissima ‘lauda’, tratta da Il Laudario di Cortona, la più antica raccolta di ‘laude’ che ci sia pervenuta, con la quale nel lontano XIII sec. si dava inizio alla Sacra Rappresentazione della ‘Natività’ nel raccolto dell’Annunciazione:

Da ciel venne messo novello / ciò fo l’angel Gabriello.
L’angello fo messo da Dio, / ben començò et ben finio:
saviamente, sença rio, /annuntiò lo suo libello.
«Ave Maria, gratia plena, / Dio ti salvi, stella serena!
Dio è con teco che ti mena / enn-el paradiso bello.»
«Come fie quel che tu ài decto? / Nom credo a torto né a dritto,
e ben ne posso far disdetto:
non cognosco hom, vecchio né fancello.»
L’angelo disse: «Non temere, / tu se’ a Dio si a piacere,
altra madre non vole avere / se non voi, con k’io favello.»
Respose la kiara stella: / «Io son qui ke so’ su’ ancella,
sia secundo la tua favella: / cusì mi chiamo et apello!»

Contemporaneamente all’evolversi della Messa, insorgono rivalità tra le varie città che si contendono zone d’influenza tra il dominio spirituale e quello temporale, tra clero secolarizzato e riformatori ortodossi. A questo mondo di dissensi e di confusione Francesco d’Assisi (1182-1226), predicatore itinerante originario dell’Umbria, reca il messaggio di una religiosità semplice e genuina e dà l’avvio, con il suo “Cantico delle Creature” ad una letteratura religiosa abbondante e di qualità: le ‘laude’. Il primo grande poeta a comporre ‘laude’ fu Jacopone da Todi (1233-1306) del quale voglio qui ricordare “Il pianto della Madonna” che veniva cantato in occasione della ‘Settimana Santa’.

Sono questi i temi che infine entreranno a far parte della tradizione popolare, liturgica e spirituale medievale e che, in seguito, trasfonderanno nel affinato impianto musicale della ‘Messa pro Nativitate Domini’, il vigore della fede propriamente sentita, in cui l’essere, dimentico della propria solitudine, recupera la seppellita coscienza, per cui la vita è sul nascere veritiera promessa: il dono più grande.

 

(continua)

 

 


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