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Cantico di Natale 4 - ’Anno Domini’

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 07/01/2013 06:39:00

Cantico di Natale - (4)
(mito e leggenda di una tradizione sempre viva)

(Testo originale della trasmissione omonima radiofonica scritto per “Studio A” della Radio Vaticana. Da “ANNO DOMINI”: Usanze e costumi di una tradizione – di Giorgio Mancinelli - Grafica e Arte Bergamo. Copyright 1989).

V
La festa del Natale è ancora nell’aria e raccoglie unanimi consensi fra le genti dell’Europa tutta e gran parte del mondo. Il suo significato è comunitario, dovuto principalmente all’espandersi fra le genti, di condizioni di vita similari, ed al cumulo di medesime esperienze artistico – culturali - religiose, determinatesi all’interno del processo di assimilazione delle forme ‘espressive’ e ‘suggestive’ popolari che ne hanno permesso infine la secolarizzazione.
L’intensa e ricca costumanza fiorita intorno a questa festa, indubbiamente più gioiosa della cristianità, si può sfogliare, usanza per usanza, e leggere negli antichi riti agresti sopravvissuti in moltissimi aspetti e varianti ampiamente riconoscibili che, ritroviamo in quelli che oggi formano la tradizione di molti popoli dell’Europa: Noëls, Weihnachtslieder, Carols, Koledy, Villancicos, sono altrettanti ‘canti’ natalizi che qualche volta c’è capitato di ascoltare durante il periodo festivo. Suggestive, quanto ispirate, le canzoni riferite al Natale appartengono di fatto a quei popoli, ognuno nella propria lingua, che partecipano uniti nel giubilo del canto, che dobbiamo alle tradizioni di ogni singola nazione.
I canti davanti al Presepe, le luci fluttuanti delle candele accese, le decorazioni floreali, i dolci tipici, i doni, gli stessi preparativi per la festa, sono parti insostituibili del rituale che trasforma il Natale nella festa, ed anche come spettacolo di costume che, pospone alla celebrazione liturgica, l’invito a ritrovarsi, in senso corale, nel canto comunitario che si leva con partecipazione cristiana. Riuniti per l’occasione della festa, anche noi abbiamo levato un ‘canto’ all’abete, simbolo della felicità duratura, così come anticamente e ancora oggi vanno facendo le genti dello Schwarzwald: chi non ricorda quel “O Tannenbaum”:

“O abete, come sono verdi le tue fronde
Nel gelido inverno il tuo
Verde abito m’insegna che la speranza
E la costanza, danno
Coraggio e forza in ogni tempo...”.

L’uso di preferire l’abete a tutti gli altri alberi ha origine espiatoria ed è legato ad un tempo arcaico in cui le tribù germaniche della Foresta Nera, festeggiavano il Solstizio d’Inverno agitando i rami verdi dell’albero, in una danza rituale in cerchio che stava a simboleggiare la nascita del primo sole ancestrale.

Il “Grande Libro della Natura” affida ad ogni pianta una precisa funzione deducibile dalla conoscenza; così un fiore, un’erba o un albero, hanno assunto nel tempo significati allegorici che l’essere umano ha tradotto in un ampio vocabolario simbolico, nel quale, ad ogni singola pianta, vengono riconosciute proprietà intrinseche al profumo, alla forma delle foglie, al fatto di essere più o meno sempreverdi e altre.

L’ ‘agrifoglio’ è, ad esempio, il più gradito, se bene sia anche il più austero. Insieme al ‘vischio’ spartisce il fatto di essere tipicamente augurale per l’anno che deve arrivare. Simbolo di difesa, si vuole che le sue foglie, dotate di aculei, scaccino gli spiriti maligni.

L’ ‘alloro’ è invece simbolo di regalità ed anche allegorico della poesia; mentre il ‘biancospino’, il ‘caprifoglio’, l’ ‘edera’, il ‘ginepro’, il ‘pungitopo, il ‘rosmarino’ e alcuni tipi di ‘rosa selvatica’, sono considerate piante tipicamente natalizie per il fatto che, essendo sempreverdi, si spartiscono l’onore d’essere di buon auspicio della continuità della vita. Usate per lo più nella preparazione di semplici ghirlande e festoni, per via dei loro fiori che gemmano in inverno e non appassiscono, si vuole servano a stabilire una sorta di continuità, un sotterraneo contatto tra gli uomini e lo spirito della natura.

Ma è al ‘ceppo’ di quercia che forse dobbiamo una delle più antiche tradizioni italiane, tipica delle regioni del settentrione ma che ritroviamo anche in Svizzera, in Belgio, così come in Bosnia ecc. :

“Era detto ‘ceppo’ il grosso tronco d’albero tagliato e messo a bruciare il giorno della ‘vigilia’ di Natale e che di solito si faceva durare fino a Capodanno e, in alcuni casi, se l’inverno era molto rigido, anche fino all’Epifania. Il nonno, lo spegneva durante le ore tiepide del giorno: «...per farlo durare più a lungo» - diceva. E non perdeva occasione di rammentare, a noi bambini di casa che stavamo ad ascoltarlo, il significato di quelle che egli diceva essere la più antica tradizione della nostra regione. Era così che abbinava la durata di dodici giorni del ‘ceppo’ ai dodici mesi dell’anno, cioè al giro che la terra compie attorno al sole, da cui gli auspici e gli influssi benefici per tutta la famiglia.
Inoltre, era anche solito rammentare la potenza purificatrice del fuoco, la cui cenere egli in parte conservava, considerandola detentrice di arcane virtù alchemiche. La tradizione voleva che si tagliasse il ‘ceppo’ qualche tempo prima dell’Avvento. Poi, nel giorno stabilito dal Calendario lunare, veniva deposto su uno speciale alare di ferro, battuto e acceso tra la gioia di tutti quanti. Noi fanciulli venivamo bendati e fatti girare intorno al ‘ceppo’; si doveva picchiare con le apposite molle il ciocco ardente e recitare una filastrocca augurale: l’Ave Maria del Ceppo, alla quale si attribuiva la virtù di farci arrivare ogni sorta di doni.

“Ave Maria del Ceppo
Angelo benedetto
L’angelo mi rispose
Portami tante cose”.

Il rituale qui sopra descritto si completava proprio la notte della Natività del Bambino di Bethleem, allorché, il nonno per primo, versava un bicchiere di buon vino sul ciocco acceso nel focolare; dopodiché ad ognuno della famiglia, era permesso di gettare nel fuoco le briciole del pane consumato, bucce di mele e di mandarino. Allora il fuoco crepitava e la fiamma avvolgeva il ‘ceppo’ per intero. La luce improvvisa della fiamma illuminava tutt’attorno, le facce perplesse di noi fanciulli, le rughe espressive dei vecchi, della mamma e del papà, che ci osservavano crescere con amore.
Animava, per così dire, il piccolo Presepe nell’angolo in ombra della stanza, dove la ‘favola’ diventava per un momento realtà. Il fatto ‘meraviglioso’ della nascita del Bambino, suggellava la saggezza antica di tutto un popolo che in quella Notte di Natale si raccoglieva nelle proprie case a suggello di una tradizione agreste di fecondità e di buon raccolto, che restituiva al fuoco il significato ancestrale di espiazione e di rinascita”.

Voglio qui ricordare un grande poeta italiano del novecento, Giuseppe Ungaretti, al quale devo l’aver ritrovato in questi anni il ‘senso’ intrinseco del Natale, delle cose buone che mi legano alla famiglia, ai bei ricordi sempre vivi, alle fantasticherie giovanili, alla quiete e la pace ritrovata, magari aspettando che arrivino i Magi o, forse, la Befana:

“Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare”.


VI

Con l’Epifania di Nostro Signore si conclude il ciclo delle festività legate alla Natività. Il Natale e l’Epifania sono infatti interscambiabili, perché storicamente, calendarmente, liturgicamente dicendo, fissavano un tempo, e in qualche modo ancora oggi, la medesima festa solstiziale, che abbraccia quindi i giorni e le notti incluse dal 24 dicembre al 6 di gennaio del nostro Calendario attuale.

È qui utile sapere che il calendario riferito al Natale, fa parte di un ‘ciclo’ di dodici giorni, le cui date d’inizio variano sostanzialmente, sebbene siano scandite dalle ‘calende’ che vanno: dal 13 novembre al 4 dicembre; dal 25 dicembre al 5 gennaio; dal 1 al 21 gennaio; in rapporto con le credenze arcaiche di trarre buoni presagi per il futuro. Recita un vecchio detto popolare ancora in uso:

“Le Calende della festa del Sol
le mostra al mondo quel che
Crist’vol”.

La fantasia popolare ha avuto, indubbiamente, parte preponderante nel costituirsi dell’alone ‘meraviglioso’ che circonda la festa del Natale e ovviamente l’Epifania che la Chiesa celebra nel giorno calendariale del 6 gennaio, con la quale si commemora la visita che i Magi federo, passati tredici giorni dalla nascita del Bambino a Bethleem, e con la quale si stabilisce la continuità del racconto evangelico che riafferma la contemporaneità della realtà storica e la tradizione popolare dell’evento miracoloso. A questo proposito, propongo qui un testo letterario che Roberto Vecchioni ha trasformato in un Canto di Natale, intitolato “Dalle Stelle Alle Stalle” (Canzone di natale in prosa):

“È notte, un'ombra sorvola furtiva la vecchia fattoria. Qui le cose non vanno molto bene, mormora tra sé e sé, inventerò un giorno per metterle a posto e sarà un gran bel giorno per tutti, lo chiamerò NATALE. Se pensi che è difficile un anno da formica, sapessi a far la volpe, rubare è una fatica! E a noi farfalle allora? Dicono che siamo leggere, un fiore dopo l'altro, è proprio un bel mestiere! E a un topo? Mai che capiti una giornata al mare! E a chi interessa un'orsa che piange per amore o una cicala povera col vizio di giocare o un grillo senza musica e case discografiche? Ma noi balliamo, e poi balliamo e poi balliamo ancora. La stella che ci illumina in fondo è quasi nuova e l'anno nuovo è nuovo per una volta sola. Le chiocciole da tempo ormai si affittano la casa. Se le galline mancano, i lupi vanno in chiesa. I coniglietti aumentano tanto da far spavento e i millepiedi scappano, insomma qui è un tormento! Ma alla formica toccherà il seme nella neve, al topo niente trappole, alla farfalla il fiore, al grillo la sua musica, alla cicala i dollari, ai coniglietti "pillole", e all'orso un grande amore. E noi cantiamo, e poi balliamo e poi balliamo ancora. La stella è tanto bella che sembra quasi finta e l'anno nuovo è nuovo, la notte adesso canta. Ma noi balliamo, e poi balliamo e poi balliamo ancora. La stella che ci illumina in fondo è quasi nuova e l'anno nuovo è nuovo per una volta ancora”.

Il testo, scandito sulla musica di quel “O Tannenbaum”, (in italiano ‘O albero’) che molti di noi hanno cantato sui banchi di scuola, è di per se molto interessante dal punto di vista dell’inventiva e della creatività di un autore che ha dato ampia dimostrazione di possedere una certa dote di fantasia che s’avvicina molto al ‘meraviglioso’ che ho voluto fin qui narrare e che, va nella esattamente nella direzione popolare dei ‘vangeli apocrifi’ che si rinnova, a distanza di duemila anni, nel proporsi e riproporsi nel segno della natura. O meglio, calcando le orme dell’arcano e del magico, sulla scia del ‘verosimile’ interpretativo, talvolta ancor più bello ed entusiasmante del ‘vero’, come solo Roberto Vecchioni ha saputo dare alla canzone italiana.

Più che in ogni altra memoria, l’avventuroso quanto misterico cammino dei Magi, trova nella “Legenda Aurea” del XII sec., di Jacopo da Varagine (1228-1298), e nella successiva “Historia Trium Regum” del XIV sec., di Giovanni da Hildesheim (1310/20-1375), quella immediatezza di linguaggio tipica del racconto popolare, umanamente accettabile, capace di affascinare e stupire dopo quasi un millennio. Il cui significato, trascende il confutabile della storia, per avvicendarsi nell’inconfutabile della narrazione fantastica e che, tiene ‘la vicenda’ come sospesa al filo incantato della ‘favola’ bella.

Il ‘ciclo’ delle leggende riferite all’arrivo dei Magi a Bethleem è indubbiamente tra le cose ‘meravigliose’ riservate dalla tradizione all’evento del Santo Natale. L’arrivo dei Magi va quindi legato ai doni che questi portano al Bambino dall’Oriente: l’oro, l’incenso e la mirra, entrambi simboli della missione ‘divina’ del Signore fin dalla sua nascita. La fantasia popolare, che nulla lascia di intrapreso, ha trasferito l’atto del portare i doni al Bambino di Bethleem, come un gesto d’amore che si ripete ancora oggi, portando in questo giorno calendariale i doni ai bambini, ripetendo così un ‘atto’ divenuto catartico nella storia, delle vicissitudine (leggi colpe) a cui si legano i genitori nel metterli al mondo.
La parte laica, cercando fra i personaggi della realtà cui attribuire questa incombenza, si fa riferimento alla figura del ‘buon padre’, talvolta riconosciuto in uno dei Magi, che torna dal suo viaggio; e dalla Befana nel personaggio della vecchia o la nonna, appartenente in origine al mondo delle fate della più antica tradizione Europea. Comune a molte genti, la figura del Buon Padre, detto Babbo Natale in Italia, domina oggigiorno la scena natalizia: in Gran Bretagna, ad esempio, ha assunto il nome di Father Christmas, in Francia di Pere Noël, Sinter Klaas in Olanda, Santa Klaus in Germania, Samicklhaus in Svizzera.

Bonario e sorridente, soccorritore dei bisognosi, vescovo o santo, è più semplicemente un buon nonno allegro, dallo sguardo cordiale. La sua figura di vecchio si presenta con una folta barba bianca che ne nasconde l’età. Piuttosto lo si direbbe il ritratto dell’antica saggezza contadina, se bene il suo vestire adorno, il suo arrivare a cavallo o trainato da una muta di renne, ce ne diano una raffigurazione elegante e ricercata. Una certa iconografia lo vede con un enorme sacco in spalla dalla capacità inesauribile dove sarebbero contenuti i doni che egli distribuisce con relativa prodigalità un po’ a tutti, soprattutto ai bambini.

Ne riporto qui il testo originale che nel tempo è stato cantato dai più grandi nomi del panorama musicale mondiale, da Bing Crosby, Frank Sinatra a Elvis Presley, da Bruce Springsteen a Michael Boublè e tantissimi altri. Ha dell’incredibile il fatto che moltissimi artisti e gruppi rock, a un certo momento della loro carriera abbiano sentito la necessità di misurarsi con una canzone natalizia e mi piace pensare che non sia stata sempre una operazione prettamente economica.

“Santa Claus is coming to Town” (J. Fred Coots, Henry Gillespie, 1934) è oggigiorno considerata forse la più conosciuta canzone natalizia entrata nella tradizione anglosassone:

“You better watch out
You better not cry
Better not pout
I'm telling you why
Santa Claus is coming to town

He's making a list,
And checking it twice;
Gonna find out Who's naughty and nice.
Santa Claus is coming to town

He sees you when you're sleeping
He knows when you're awake
He knows if you've been bad or good
So be good for goodness sake!

O! You better watch out!
You better not cry.
Better not pout, I'm telling you why.
Santa Claus is coming to town.
Santa Claus is coming to town”.

Faresti meglio a guardar fuori / Faresti meglio a non piangere / Faresti meglio a non fare il broncio / Adesso ti dico perché / Babbo Natale sta arrivando in città / Sta facendo un elenco / E la controlla due volte; / Troverà che è bravo e chi è birichino / Babbo Natale sta arrivando in città / Lui vede quando dormi / Lui sa quando sei sveglio / Lui sa se siete stati buoni o cattivi / Allora fai il brano / Oh! Faresti meglio a guardar fuori / Faresti meglio a non piangere / Faresti meglio a non fare il broncio / Adesso ti dico perché / Babbo Natale sta arrivando in città / Babbo Natale sta arrivando in città.

Originariamente erano queste giocose giaculatorie e, in seguito, liriche e ispirate canzoni popolari, dedicate alla festa ed entrate a far parte delle festività natalizie, un po’ come lo sono le luminarie, gli addobbi, i biglietti augurali, le candele colorate, i cibi appositamente confezionati e i pacchetti regalo a conferma della trasformazione di una festa dalle origini umili e contadine in ‘fatto’ esclusivamente speculativo e commerciale. All’origine, infatti, rientrava nei ‘gesti di costume’ e prendeva esempio dall’usanza romana delle ‘strenne’, cioè dai rami d’alloro in segno di regalità, e di ulivo in segno di pace che la gente si scambiava come augurio di prosperità e di abbondanza, durante le calende del mese di gennaio.

Quella che segue è invece una canzone relativamente moderna che non ha bisogno di presentazione: “Do they know It’s Christmas?” di Bob Geldof, ed è stata qualche anno fa, uno dei maggiori successi discografici; forse l’unica, fra le numerose che di tanto in tanto entrano nell’orbita della canzone natalizia, ad affrontare il tema scottante della fame nel mondo:

“It's Christmas time; there's no need to be afraid
At Christmas time, we let in light and we banish shade
And in our world of plenty we can spread a smile of joy
Throw your arms around the world at Christmas time
But say a prayer to pray for the other ones
At Christmas time

It's hard, but when you're having fun
There's a world outside your window
And it's a world of dread and fear
Where the only water flowing is the bitter sting of tears

And the Christmas bells that ring there
Are the clanging chimes of doom
Well tonight thank God it's them instead of you
And there won't be snow in Africa this Christmas time

The greatest gift they'll get this year is life
Oh, where nothing ever grows, no rain or rivers flow
Do they know it's Christmas time at all?

Here's to you, raise a glass for ev'ryone
Here's to them, underneath that burning sun
Do they know it's Christmas time at all?

Feed the world
Feed the world
Let them know it's Christmas time again
Feed the world
Let them know it's Christmas time again”.

E' Natale
Non c'è bisogno di aver paura
A Natale
Lasciamo passare la luce e aboliamo le zone d'ombra
E nel nostro mondo di abbondanza
Possiamo diffondere un sorriso di gioia
Butta le braccia intorno al mondo
A Natale

Ma dì una preghiera
Prega per gli altri
A Natale è difficile
Ma quando ti stai divertendo
C'è un mondo fuori dalla finestra
Ed è un mondo di terrore e paura
Quando l'unica acqua che scorre
È la puntura amara delle lacrime
E le campane natalizie che suonano là
E’ lo scampanellio del loro tragico destino
Beh stanotte grazie a Dio tocca a loro e non a te

E quest'anno in Africa non ci sarà neve a Natale
Il miglior regalo che riceveranno quest'anno è la vita
Dove niente cresce
Non scorrono né pioggia né fiumi
Hanno una minima idea del fatto che sia Natale?

Un brindisi a te, alza un bicchiere per tutti
Un brindisi a loro stare sotto il sole cocente
Hanno una minima idea del fatto che sia Natale?
Sfama il mondo
Fa loro sapere che è ancora Natale.

Lo scambio dei doni avveniva e avviene tutt’ora in segno di amicizia e quindi di fratellanza, quale simbolo augurale e significativo nei rapporti conviviali, di unione, di lieta dipendenza, come segno di affabilità e di felicità raggiunte; ed anche di stretta intimità che da sempre caratterizza il ‘tempo della festa’. Tempo in cui si esprime il ‘senso’ del quotidiano vivere comunitario, e del ‘meraviglioso’ reciproco scambio augurale di ‘pace’ e rinnovata ‘speranza’.

Alla ‘pace’ è dedicata un’altra canzone scritta da L.Lopez /G.Ullu / C.Vistarini e portata al successo da Riccardo Fogli:

“Pace”

“Pace a voi
uomini, fabbriche di favole
chi non ha amato non lo sa
che luce fa una stella
in notti come questa qua;
io vorrei prendere
tutti i sogni in vendita,
credere nel tempo che verrà
a mezzanotte il mondo
un po' di pace troverà.

Girotondo di bambini
pace porterà
une mano nella mano
che ci guiderà.

Suonano musiche di tanto tempo fa
la notte di Natale un po' d'amore porterà;
cercami, chi non ha amato non lo sa
che luce fa una stella
in notti come questa qua;
anche noi credere nel tempo che verrà
a mezzanotte il mondo
un po' di pace troverà.
Anche noi credere nel tempo che verrà
la notte di Natale un po' d'amore porterà”.


Termina qui il nostro excursus nella ‘Musica per una festa’ che ho voluto regalare a tutti voi ‘Poeti’ de larecherche.it per questo Natale, nella speranza che il messaggio, solo apparentemente banale, d’un pur semplice cantare, può fare molto per alleggerire il peso in un momento di recessione come quello che conosciamo, che le difficoltà non esistono per si sa cantarle o interpretarle con un verso, la ‘poesia’ non porta gli allori ma indubbiamente può far molto per alleviare la pena di questa esistenza straordinaria che ha del ‘meraviglioso’ solo per il fatto che c’è. Auguri!

Giorgio Mancinelli


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