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Rafael Alberti: il volto inedito di un poeta

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 27/05/2011 08:59:08

RAFAEL ALBERTI: IL VOLTO INEDITO DI UN POETA
di Giorgio Mancinelli.

(Intervista inedita del 04 Aprile 1974, rilasciata all’autore, e mai pubblicata per ragioni di carattere politico, non meglio specificate dall’editore).

Rafael Alberti nasce nel 1902 a Puerto de Santa Maria, vicino Cadice, in Andalusia, passa un'infanzia tranquilla e nel 1917 si trasferisce a Madrid dove comincia la sua avventura artistica come pittore pur rimanendo attaccato alla sua terra d'origine. Nel 1922 i suoi lavori vengono esposti nell’ateneo di Madrid, poco dopo entrerà in contatto con gli artisti e gli scrittori nella Residencia de Estudiantes, che saranno in seguito i protagonisti della Generazione del 27.Nel 1924, mentre è costretto a vivere nella sierra (Guadarrama y Rute) a causa di una malattia alle vie respiratorie, pubblica la raccolta di poesie "Marinero en tierra", un canto d'amore per il mare, che vince il Premio Nacional de Literatura. Nel 1927 partecipa alle celebrazioni per i trecento anni dalla morte di Luis de Góngora in omaggio al quale pubblicherà "Cal y Canto". Sono del 1929 le dolorose liriche "Sobre los angeles" risultato poetico di una profonda crisi personale. Quegli anni li passa a contatto con Federico Garcia Lorca, Salvador Dalì e Pablo Picasso, amici e compagni di strada, pubblica poi "Sermones y moradas" e "El hombre deshabitado".Una nuova fase inizia con l’avvento della Repubblica franchista. Nel 1931 entra nel Partido Comunista de España (PCE), studia teatro nell'Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon, la rivista rivoluzionaria "Octubre" e dal '36 al '39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane.Nel 1939, dopo la sconfitta repubblicana, si rifugerà in Francia, poi in Argentina dove rimane per 24 anni in esilio. Dal 1963 vive a Roma a testimoniare al mondo l’impegno civile spagnolo contro la dittatura. Di quegli anni sono i suoi "Poemi d'amore" i versi per "Roma, pericolo per i viandanti", "Gli otto nomi di Picasso". Rientrerà nella sua città in Spagna, solo dopo la morte di Francisco Franco, nel 1977. Nel 1990, dopo la morte della moglie nel 1988, si sposa con Maria Asuncion Mateo. Le rime "Amore in bilico" sono dedicate all'erotismo e alla sua donna, sua nuova e giovane compagna. Sempre in quell’anno ottiene il Premio Cervantes. Muore a Puerto de Santa Maria, per arresto cardiaco, il 28 ottobre 1999.

Bibliografia essenziale: (in italiano)

“Cal Y Canto” – Lerici edit. Roma 1969
“Il poeta nella strada” – A. Mondadori 1969
“Poesie” – A. Mondadori 1964
“Teatro” – A. Mondadori 1967
“Teatro” – Einaudi 1970
“Roma, pericolo per i Viandanti” – Mondadori 1972
“Disprezzo e meraviglia” – Editori Riuniti 1973
“Il quartiere dei profeti” – De Donato Ed. 1974

Discografia: (poesie)
Io Rafael Alberti. “Fra il garofano e la spada” – Fonit Cetra – LPZ 2062
Musiche di Sandro Peres eseguite dall’autore e un inedito di Paco Ibanez.

“Aguaviva ..la que mana y corre naturalmente” – Carosello – CLN 25.002
Con due straordinarie poesie: “Poetas Andaluces”, “Creemos El Hombre Nuevo”, con Manolo Diaz.

“Aguaviva ..la casa de san jamas” – Carosello – CLN 25.031
Con “La cancion de que se esta quieto”, con Manolo Diaz.

Rafael Alberti ha partecipato personalmente, con la sua simpatica compagna Maria Teresa Leòn, alla realizzazione di questo LP di sue poesie dal titolo significativo “Fra il garofano e la spada” in cui la voce del poeta si alterna a quelle degli attori Angela Cavo e Luigi Sportelli, che interpretano le poesie, e alla chitarra di Sandro Peres, che sottolinea e punteggia la recitazione. La sequenza dei brani costituisce anche una sorta di biografia poetica di Alberti, attraverso i vari momenti della sua produzione e della sua vita intensa. È qui rievocata la gioventù andalusa e marinara, (periodo detto del “garofano”), la sua faticosa maturazione di uomo e di artista (periodo degli “angeli”), l’amore come esperienza rasserenata nel ricordo (i “ritorni dell’amore”), e il sorridente abbraccio di Roma, sua seconda patria. Il periodo detto della “spada”, cioè di denuncia e dell’impegno sociale del poeta, la dolorosa esperienza della guerra civile in Spagna, la solitudine dell’esilio, conclusa con l’invocazione a una pace concreta e umana, “nella passione del grande e nell’illusione del piccolo”.

Drammaturgo e saggista, poeta civile e umano, pittore e padre di tante generazioni d’uomini che oggi con rabbia stenta a riconoscere, Rafael Alberti ha il volto segnato dal tempo che l’età ha sorpreso per le strade dell’esilio, dalla Francia all’Argentina e poi in Italia, fino al suo rientro nella Spagna finalmente liberata della dittatura del Generalissimo Franco, “non come vincitore ma come umile figlio” – egli dice – apprestandosi ad affrontare le critiche e gli elogi del popolo spagnolo, mentre va incontro a quella libertà finale che lo vede recuperare il terreno che sembrava aver perduto per sempre. Quanti hanno pensato a Rafael Alberti come possibile “guida morale e civile” del popolo ispanico, lo accolgono al suo rientro in Spagna, col calore riservato a un figliol prodigo che ha visto l’avverarsi d’una profezia, con la quale, pure auspicava e cantava l’avvento nel suo paese dello spirito della libertà. La sua voce, benché abbia assunto una corposità dolente, possiede ancora una straordinaria musicalità dai toni accesi, ma caldi, solo leggermente enfatici, cari al romance medievale spagnolo. Durante le sue molte pause riflessive (…), egli assume talvolta atteggiamenti cupi che lasciano intravedere una qualche ricerca di infallibilità nella risposta.

Maestro, cosa pensa del mondo attuale?

“Come sa, io sono un poeta costretto fuori della mia patria considerato quindi un “senza terra” … quindi devo fare attenzione a non fallare in niente per non essere messo alla porta … Ma sono anche un uomo del mio tempo, e ho seguito la strada che ho ritenuta giusta … un poeta semplice che quando ha voluto parlare della luna ne ho parlato come sentivo … certo, sempre che si guardi alla luna con gli stessi occhi … perché quella luna è cambiata: ora è una bottiglia di Coca Cola e una bandiera di plastica”.

E della guerra?

“Sulla guerra, posso dire solo che è ingiusta, ma anche necessaria, quando sono i sani principi … gli ideali di libertà a essere stravolti. Il clima instaurato dal regime franchista da oltre trent’anni a questa parte, ha avuto come conseguenza di isolare la scena poetica spagnola dal contesto europeo e di spingere i migliori ingegni a prendere la via dell’esilio. Io sono fra quelli”.

Come certamente sa, i giovani d’oggi le decretano la priorità di “avamposto” negli ideali di libertà fin dal 1965, quando ottenne il Premio Lenin per la pace. Senz’altro ha qualcosa da dire ai giovani che si trovano ad affrontano queste problematiche?

“I giovani devono avere un indirizzo ben preciso … oggi è fondamentale avere un punto di partenza anche se non è possibile vedere un futuro vicino e sicuro … Oggi in molte parti del mondo ci sono giovani artisti contestatari ai quali non è permesso di esprimersi … e che pure riescono a farsi sentire al di fuori dei loro territori, nella lotta per i diritti dell’uomo … come in Spagna così in altri posti dell’America Latina, in Cile, in Uruguay …”.

Come in Spagna, ha detto?

“Oggi in Spagna ci sono molti giovani artisti contestatari ai quali non è permesso molto e che pure … lottano per quei diritti dell’uomo che ognuno dovrebbe difendere sempre … La Spagna è una grande nazione colpita dal più terribile dei mali: il franchismo ... mai come adesso più dilaniata e divisa da forti contrasti … Da una parte i franchisti, uomini venduti al servizio del potere, dall’altra una parte del popolo che ancora non ha acquisito una vera coscienza civile … poi ancora c’è la Chiesa … in nessun paese del mondo la Chiesa ha avuto “potere” come in Spagna … nei contrasti spirituali fra Castigliani e Catalani, fra Baschi e Andalusi”.

Intende dire che si arriverà a una spartizione?

“È un nuovo discorso che viene alla luce … quando dopo gli avvenimenti del vescovo di Bilbao, Antonio Anoveros, (8 Marzo 1974), ci si è trovati affiancati ad attaccare direttamente e più da vicino il comune nemico, fintanto da intraprendere un pezzo di strada insieme, su un unico fronte … poi si vedrà … le pretese di ognuno. Siamo soltanto all’inizio e la Spagna … deve e dovrà sempre restare unita … … non posso dire quale sarà la fine … La Spagna oscura, delle barbare uccisioni, violenta e deformata che noi vogliamo che sparisca … e che pure è una verità palpabile … è ancora quella di Goya terribilmente viva e vera … ma la realtà va (anche) vista con occhi che guardino al futuro … Noi, intellettuali spagnoli non vogliamo la guerra … si muore già tutti i giorni … personalità come Carrero Blanco vengono assassinate sotto gli occhi della polizia, senza che questa intervenga ... e questo è un fatto. In Spagna si crede ciò venga fatto dagli stessi Baschi, perché è questo che le istituzioni fanno credere ... non si spiega altrimenti … se non che lo abbiamo lasciato fare. Oggi, tutto è delitto in Spagna … anche vivere”.

Cosa può fare un “poeta”, oltre a scrivere delle poesie?

“Noi poeti esiliati serviamo più fuori che non in patria … nel senso che non poter parlare davanti a certi avvenimenti è come lasciarsi morire in silenzio … sarebbe come lasciar fare agli altri ciò che avremmo dovuto fare noi … e io non mi stancherò mai di gridare … di far sentire la mia voce oltre i confini … anche fino in Spagna. Siamo pronti anche alla guerra civile se dovesse succedere. Non ci faremo ammazzare così con una semplice scritta sul petto, come martiri … La poesia non muore con gli uomini, resta viva nel tempo, non ha l’età del poeta ma ne accusa e ne esalta la sua umanità”.

Ritiene che la poesia può avere una sua efficacia, come dire, un suo ruolo?

“Soprattutto quando essa si spinge oltre il fatto semplicemente territoriale o intimo, e abbraccia il problema più vasto, quando fa un discorso umanitario ... Agli inizi ero un giovane che voleva fare il pittore in Andalusia ma, una volta a Lisbona, mi interessai all’avanguardia culturale e politica e divenni prima di tutto poeta … un poeta civile intendo. Non credo nell’accademismo puro, … credo invece alla forma di ricerca ma in senso chiaro … io ho voluto essere soprattutto semplice, come la gente di strada. Penso che ci si deve aprire … gridare, violare se è necessario … essere poeta per il fatto di essere oscuro (ermetico), non si è miglior poeta”, l’ermetismo di oggi cos’è?”.

Qual è l’impegno artistico e culturale della Spagna, oggi?

“Da un punto di vista culturale penso che la Spagna sia all’avanguardia. Una parola che non mi piace perché io ho fatto parte dell’avanguardia nel 1925 e quella di oggi non è che un ricalcare certe forme inadatte … Noi veramente abbiamo cambiato qualcosa. Picasso ad esempio, ha cambiato tutto, rimettendo in discussione e risolvendo certi valori non solo nell’arte ... All’inizio era creduto un pazzo, oggi finalmente ci si sta abituando a una certa forma data da un modo di vedere, per così dire, “trasformato” che ci fa maggiormente partecipi della società in cui viviamo”.

Ritiene Picasso un precursore del nostro tempo?

“Non va dimenticato il fatto che egli è stato il Direttore del Museo del Prado … Alcuni anni fa, poco prima della sua morte, parlando con lui, affermò di avere ancora quell’incarico poiché … disse: “nessuno mi ha mai destituito” ... Come del resto a lui mi sono ispirato nella piece teatrale andata in scena a Roma alcuni giorni fa al Teatro Belli dal Gruppo Teatro Incontro, e che conto di portare in altri teatri del mondo: “Notti di Guerra al Museo del Prado”.

Cosa mi dice dei poeti, quei poeti che come lei hanno “gridato” contro l’oppressione?

“Ricordo che Neruda, un poeta suggestivo, molto introverso, passionale, mi affidò il suo primo manoscritto “Residence en la Tierra” per trovargli un editore disponibile a pubblicarlo, perché lo ritenevo di valore. Allora percorsi tutta Madrid senza trovarne nessuno. Non fu facile per quei tempi ... la poesia era ormai una forma poco popolare in Spagna, direi quasi dimenticata dalle elite … Fu proprio durante la guerra che ebbe inizio un certo interesse per essa come fonte di espressione popolare soprattutto con la rivista “El Uomo a Sul” (L’abito dell’operaio) … Dopo la guerra la poesia divenne l’unico modo di esprimersi e far circolare le idee … Garcia Lorca, Jimenez, Machado, Quasimodo, Neruda, Leon Felipe, Emilio Prado, sono tutti morti in esilio, nei campi di concentramento … Ancora oggi essi rappresentato la voce del popolo spagnolo, la voce libera dell’umanità oppressa”.

“Quevedo ha fatto certamente il meglio nella critica della Spagna. Bunuel si è inserito in quel tipo di visione grottesca esagerata che è la Spagna spaventosa di Gutierrez, di Goya, nell’idea dell’Esperanto. Cioè di quella violenza che noi poeti andiamo combattendo … Ma dove sono finiti gli Uomini, dove sono finiti i Poeti? … La Spagna, il mondo intero, ha bisogno dei suoi poeti per lottare contro le ingiustizie, contro le oppressioni: giustizia io chiedo, che sia fatta giustizia! … Oggi, ancora una volta ho scritto dei versi su questo tema, eccoli, li legga!”.

“Oggi, fuori il cielo non è più azzurro / il sole non posa sopra di esso la sua mano calda / è morta la giovinezza del mondo / il profumo dei giardini, la primavera dei campi / qui non c’è posto per chi ride / ma solo per chi piange e muore / ci mancherà la terra per coprirli tutti / città senza risposta / fiumi senza parole, vette senza echi, oceani muti / non sanno. Uomini fissi in piedi / sulla sponda delle immobili tombe./ Giustizia! Chiedo sia fatta giustizia!”.

Ritiene che l’Italia sia un paese libero?

“Oggi, all’età di 75 anni, dopo averne passate tante, devo dire di essere fortunato di avere ancora al fianco la mia amata Maria Teresa (Lopez) … che mi ha seguito nel mio lungo esilio, e di poter ancora vivere la mia vita qui in Italia … dove ho trovato un calore così umano, così grande e bello, così vicino … troppo vicino che devo chiudere la porta … dove mi è possibile sentire il flusso e il riflusso del mio mare … Si, l’Italia è un paese dove è possibile vivere … anche quando ci sono spinte opprimenti intente a sopprimere la libertà … qui riesco a sentirmi vivo e anche libero … posso dire che l’Italia è un paese libero, cosa che per me non lo è stata neppure la Francia”.

Maestro, se le decretassero il premio Nobel per la poesia, lo accetterebbe?

“Non considero il premio Nobel come un traguardo ma come riconoscimento e anche se non ho l’intenzione di voler essere o apparire umile, dico che lo accetterei perché i soldi hanno la loro importanza, specialmente quando come me si è vissuti “per la strada” lontano da ogni semplice e umano conforto”.


RAFAEL ALBERTI: IO CANTO LA LIBERTA’
di Giorgio Mancinelli.

(Articolo pubblicato in “Super Sound”, il 25 Febbraio 1974).

Sono bastati alcuni giorni di pioggia e la Roma sotto “austerity” priva di riscaldamento e di elettricità, è sprofondata di colpo nel buio più triste e freddo, con le strade buie, dilaniata dagli scioperi e dagli scandali.
Tanto che i vecchi all’angolo dell’osteria parlando dell’accaduto dicono: “sembra d’essere in guerra, presto finiremo per fare di nuovo le barricate”. E dire che loro, la guerra, l’hanno vista davvero, e sanno cosa significa.
In quello stesso giorno, nel cuore antico della città che è Trastevere, il Gruppo Teatro Incontro, innalza davvero la sua barricata, la prima in tutta la città, e già si combatte duramente.
“Chi siete?”
Domanda il capitano dei miliziani accorsi a riempire la scena di “Notti di guerra al Museo del Prado”, in quel del Teatro Belli, per la regia di Ricardo Salvat.
“Siamo il popolaccio, gente delle strade e delle piazze, di ogni piazza della città”.
È il maggio del 1808, quando l’ultimo eroe di Spagna muore sotto le fucilate degli armigeri disposti per l’esecuzione, dopo i moti rivoluzionari, rivestiti delle grida stridenti dei colori di Francisco Goya.
“Nell’arena scorre il sangue sudato dell’ultimo Toro di Spagna” – diranno in quei giorni, i visitatori del Museo del Prado, quando nel maggio del 1936, la rivoluzione civile in Spagna, contrassegna l’ottusità della guerra, che culminerà col radere al suolo la città basca di Guernica, il 26 aprile del 1937.
Ma ecco che alcuni passi già calcano il selciato lucido di pioggia della Piazza Santa Maria in Trastevere presieduta dai miliziani che non lasciano passare nessuno.
Sono ancora quelli dei ragazzi che nelle sere d’estate amano sedersi sui gradoni della fontana, venuti a rallegrare l’aria con le loro risa e i canti, i fischi e le urla, al suono di una chitarra scordata. Ma è solo un lontano ricordo, in realtà se ne sono andati come gli uccelli migratori.
Un anziano signore dall’aria pacata avanza solitario lungo la via schivando le ombre dei miliziani che non si accorgono di lui.
“Chi siete? Fatevi riconoscere!”
Gli chiede qualcuno dalla parte opposta della barricata.
“Chi sono io, sono l’autore” (Umberto Raho che si cimenta nei panni del poeta F. Garcia Lorca, più tardi sarà un Goya di eccezionale espressività).
“Lasciatelo passare!”
Esclama il comandante dei rivoluzionari.
“È lui, quel Federico poeta dei Canti Andalusi”
La sua entrata in scena fa sì che si abbassino le luci e ognuno (degli intervenuti) prenda posto fra i sacchi di stracci raccolti nei sotterranei della casa della pittura, appunto quel Museo del Prado, che la gente comune vuole salvare dalla distruzione, riproposto da un suggestivo impianto scenico.
Passano i quadri dei grandi (riprodotti in sequenza): Raffaello, Tiziano, Goya, Velasquez …
“Fermatevi un momento!”
Chiede commosso il Poeta davanti alle “Fucilazioni di Maggio 1808” di Francisco Goya.
“Avevano le stesse facce, la voce di tutto un popolo!”
Le palle di cannone che passano accanto al solenne edificio museale fanno tremare le pareti, e con esse, quelle figure, destandole da sotto la vernice. Le passiamo in rassegna una per una:
“Maestà, il suo regno è in pericolo!”, esclama sarcastico il buffone Don Sebastiano de Mora al suo re, ed ecco che già la corte di Filippo IV si scrosta della regalità che Velasquez gli ha attribuita … prendendosi così la rivincita sui calci presi nel di dietro.
“Adone morente lascia Venere a piangere sopra il triste destino che l’incombe”, quasi che Tiziano abbia voluto scrivere una pagina appassionata sull’abbandono in amore.
“Una schiera di Angeli vagano alla ricerca di un Paradiso che sembra perduto” è il tema della pala del Beato Angelico che segna un momento di alta poesia culminante in vero lirismo.
“Dovevano ucciderlo tutto il popolaccio, prima delle barricate. Dovevano asciugarle tutte le penne (le voci) dei poeti di Spagna! Tutti: Federico, Antonio, Rafael, la vostra voce ancora vibra dentro la mattanza della corrida! Olé! Olé!”, (*) sulla scia di queste parole fa il suo ingresso il popolaccio.
È questo il momento clou dello spettacolo, quando il popolaccio si presenta sulla scena avvolto dei suoi miserabili “stracci”. Le popolane (Angela Redini e altre), s’improvvisano dame di corte della regina, dando un esempio grottesco in una graffiante satira della nobiltà.
Entra un semplice soldato monco (l’attore Franco Meroni) paladino del gruppo, attorno al quale ruota tutto lo spettacolo, e chiede all’Autore:
“Il Poeta, cosa pensa di questa guerra?”
È una guerra di forti contrasti che il Gruppo Teatro Incontro affronta risolvendo una discontinuità del testo, nato come canto poetico che risuona dei passi cadenzati del flamenco. L’efficacia evocativa dei momenti d’insieme si fonde con il pubblico presente in sala. È il momento del popolaccio che vuole vivere e riscattarsi dall’oppressione.
“Volontari di questa barricata non c’è tempo da perdere … uniti faremo in modo che la nostra barricata sia inespugnabile” (*), grida il soldato nel momento della verità. Siamo alla ultime battute. Gli attori si schierano in massa sulla scena, quando si leva un ultima lirica, profonda, accorata.
“È una notte di eroi questa, anche le pietre cantano … Olé! Olée! Olée!” (*)
Il popolaccio chiede giustizia e una volta ritrovata la libertà, impicca i fantocci dell’oppressione.
“Hei tu, criminale! Quanto sangue hai bevuto stanotte?”
“E tu, generalissimo, sei nello stesso tempo il conquistatore e il conquistato, se lasci che i poeti muoiano” (*) – che la tua voce non vale un flamenco!

Entra il Toro, l’ultimo Toro di Spagna. È sporco di sangue sudato. L’arena gremita, resta muta davanti al “Guernica”, cui l’attore (William Ciccarelli) che interpreta Picasso, compendia con la poesia che segue l’arco della storia:

“Il Toro del popolo monta / straripa il toro di Spagna. / Cresce per le vie, immenso / si erge furioso, salta. / È un ciclone di bravura, / una tromba di fulmini e sangue. / Vive il toro, torna il toro. / Non c’è arena per lui, non c’è circo / staccionata che lo contenga /e ferri che lo costringano. / Il Toro del popolo è tornato / la sua arena è tutta la Spagna!”.(*)

Altre bombe cadono sul Museo del Prado. Il popolaccio trema, ma il prezzo della tirannide non riscatta tutto un popolo il cui canto risuona alto e vivo:

“Popolaccio di questa barricata difenditi come puoi … usa la mia testa come bomba, dentro ci sono cento, mille, un milione di scintille d’odio!” (*).

(*) estratti dal copione teatrale di “Notti di Guerra al Museo del Prado”.

Poetas Andaluces.

“Che cantano i poeti andalusi di ora? / Che guardano i poeti andalusi di ora? / Cantano con voce di uomo / ma dove sono gli uomini? / Guardano con occhi di uomo /ma dove sono gli uomini? / Sentono con petto di uomo / ma dove sono gli uomini? / Cantano, e quando cantano / sembra che siano soli. / Che oramai l’Andalusia sia / rimasta senza nessuno? / Che forse nei monti andalusi / non ci sia più nessuno? / Che sui mari e nei campi andalusi / non ci sia più nessuno? / Non c’è più chi risponda alla voce del poeta? / Chi guardi nel cuore senza mura del poeta? / Cantate forte / e udrete che odono altri orecchi. / Guardate in alto / vedrete che guardano altri occhi. / Sentite con forza. / Saprete che palpita alto altro sangue. / Non è più il poeta chiuso giù / nel suo sotterraneo. / Il suo canto sale dal più profondo quando / libero nell’aria / è ormai di tutti gli uomini”.

In occasione dello spettacolo tenutosi al Teatro Sistina di Roma dal titolo “Noche de Sangre” di Federico Garcia Lorca, Rafael Alberti ha dedicato una bellissima poesia ad Antonio Gades, ballerino e coreografo dello spettacolo, una delle massime figure del flamenco.

“Antonio Gades, te digo: / Io que yo, / te lo diria mejor Federico. / Que tienes pena en tu baile, / que los fuegos que levantan / tus brazos son amarillos./ Eso yo, me lo sé yo, / te lo dirìa mejor / Federico. / Que el aire baja a tus pies / y el corazòn se sube / a la garganta hecho amicos. / Eso yo, lo pienso yo, / te lo dirìa mejor / Federico. / Que te adelgazas, que tiemblas / que te doblas, que te rompes / y esaltas come un cuchillo. / Eso yo, bien lo sé yo,/ te lo dirìa mejor / Federico. / Pero él ya no està. / Antonio Gades, te digo: / lo quel yo, / esto que te he dicho yo, / lo hubiera dicho mejor / Federico”.

“Antonio Gades, ti dico: / Io ciò che meglio ti direbbe Federico. / Che hai pena nella tua danza, / che il fuoco che solleva / le tue braccia è una febbre. / Questo è quanto io sento, / te lo direbbe meglio Federico. / Che l’aria balla sotto i tuoi piedi / e il cuore s’innalza / sale alla gola come anice. / Questo è ciò che io penso /te lo direbbe meglio / Federico. / Ciò che ti smagrisce, che ti tempra, / che ti sdoppia, che ti spezza / e che ti esalta come una lama. / Questo io, lo so ben io, / te lo direbbe meglio / Federico. / Però egli non c’è. / Per questo/ Antonio Gades, ti dico: / ciò che io, / ciò che io ti dico, / te l’avrebbe detto ancor meglio / Federico”.

Hanno scritto di lui:
Antonio Bodini nella prefazione di “Il poeta nella strada” - Mondadori

Rafael Alberti, è stato il primo ad avvertire in Spagna il deficit di una posizione minoritaria e a cercare di adeguare la sua poesia, prima al servizio della rivoluzione sociale, poi a quello del suo popolo in lotta contro il fascismo internazionale. Ha cantato la resistenza e l’esilio senza preoccuparsi se nella sua nuova produzione l’oratoria contrastava il terreno alla poesia. Dal piano del poeta come eccezione a quello del poeta uno fra gli uomini. Resta un suo segreto inimitabile la sua perfetta equidistanza fra la semplice grazia popolare e la raffinatezza che fa di lui un classico. Potremmo distinguere tre fasi nella poesia civile di Alberti: la prima ha inizio prima ancora della guerra di Spagna e va dal 1931 al 1936. Il suo candido rivoluzioniamo ci appare derivante assai più da Cervantes che da Marx. La seconda fase, coincide con la guerra civile spagnola e comprende i canti che esaltano l’eroica difesa popolare della Spagna. La terza che raccoglie i canti dell’esilio, il rimpianto della patria, l’incitamento alla resistenza, la riscoperta dell’Europa pacificata, la poesia per la pace nel mondo.

Ignazio Delogu, nella prefazione a “Il quartiere dei profeti” – De Donato Editore

Certo, nella poesia il sentimento più generale e la motivazione collettiva prevalgono sui motivi individuali o di gruppo, ma restano nella poesia civile, e in quella di Alberti in maniera particolare, una ribellione anche individuale, un furore che non possono essere trasferiti e che danno a questa poesia un accento inimitabile e una estrema, travolgente persino, capacità di persuasione.



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