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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Charles Bukowski: uno sporco blues di città

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/06/2011 23:09:45

CHARLES BUKOWSKI: UNO SPORCO BLUES DI CITTA’ – di Giorgio Mancinelli.


Scheda biografica:

Nasce il 16 agosto 1920 ad Andernach in Germania. Trasmigra in America. Risiede un po’ ovunque nelle grandi metropoli americane. Le uniche Università che frequenta sono numerose cliniche e case di prostituzione dalle quali riceve molti riconoscimenti e Academy Prize: piattole, botte e ammaccature in risse, arresti per alcolismo, schiamazzi notturni e relativo disturbo della quiete pubblica, e per aver abusato violenza nei confronti delle donne. Fa diversi lavori: impiegato alle poste a Los Angeles, sguattero e uomo di fatica a Las Vegas, inserviente a New Orleans, pulitore a New York (New-York). Diventa (non si sa come) scrittore su diversi settimanali e riviste dell’underground americano. Alcuni suoi racconti (short stories) sono pubblicati su molte riviste e tradotti in varie lingue. Ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie, per un totale di oltre sessanta libri. Il contenuto di questi tratta della sua vita, caratterizzata da un rapporto morboso con l'alcol, costellata da frequentissime esperienze sessuali, da rapporti tempestosi con le persone. Una vita dedita inoltre alle scommesse ippiche, all'ozio e all'autodistruzione. Muore a San Pedro, il 9 marzo 1994, e lascia una figlia di non so quanti anni (e chissà quanti altri figli sparsi in giro per l’America e non solo).

Dove, come, quando, perché leggere e ascoltare Bukowski:

A scuola: molti studenti ascoltano e si raccontano la cronistoria delle sue erezioni ed eiaculazioni direttamente dalla sua voce su invito delle università, il che porta a pensare che i professori sono tutti possibili Bukowski.
Al Centro Culturale ci sono tutti i suoi libri (non ci sono invece alla Biblioteca Nazionale).
Una sana lettura?: «Fac-totum».
Una lettura insana?: William Burroughs dei «Ragazzi selvaggi».
Radio Bremen ha riconosciuto in lui l’uso della lingua appartenente alla bassa plebe americana dei sobborghi, che usa il linguaggio degli ubriachi, dei drogati e delle prostitute.
Realizzazione di programmi di lettura e recital nelle Radio e TV private (mentre la televisioni ufficiali si tirano le seghe).
Il Kammerspiel Theatre di Frankfurt e Radio Berlino realizzano uno speciale dedicato allo scrittore dal titolo: “Hello. It’s good to be back” ovvero “quarantadue orgasmi circondati dal silenzio”, (la definizione è di Beniamino Placido), che raccoglie le esperienze sessuali di un’esibizionista. Poesie, conosciute e non, tratte da “L’amore è un cane che viene dall’Inferno” e da “Storie di ordinaria follia”.

Dove trovare la raccolta in LP delle poesie di un esibizionista del rigetto americano, apparso sul mercato d’importazione. L’album contiene 21 testi tra poesie e short-stories dette da Charles Bukowski, registrato dal vivo all’Hamburger Markthalle edito da Zweitausendeins prenotabile presso: Zweitausendeins-Postfack 710 249, D-6000 – Frankfurt am Main 71 – Germany.

Bibliografia: (in italiano)
“L’amore è un cane che viene dall’inferno” – Savelli.
“Storie di ordinaria follia” – Feltrinelli
“Factotum” – SugarCo 1975
“Compagno di sbronze” - Feltrinelli
“A sud di nessun nord” – SugarCo
“Donne” – (Women, 1978) SugarCo 1980.
“Post Office” – SugarCo 1971.
“Storie di una vita sepolta” – SugarCo
“Panino al prosciutto” (Ham on Rye,) Guanda 2000.
“Hollywood, Hollywood! (Hollywood, 1989), Feltrinelli 1990.
“Pulp. Una storia del XX secolo (Pulp, 1994) Feltrinelli 1995.

Poesia:
“Poesie” (raccolta di 23 poesie a cura di Vincenzo Mantovani tutte già pubblicate e tradotte nella precedente raccolta "Poesie (1955-1973)"), Mondadori 1996.
“Los Angeles 462-0614”, Poesie. Introduzione di Giorgio Mariani ; postfazione di Alex MacQuarrie. (raccolta di poesie tratte da "Love is a dog from hell") - Savelli , 1982.
“Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere (You Get So Alone at Times That It Just Makes Sense”, Minimum fax 1999.
“Notte imbecille (prima parte di The roominghouse madrigals: early selected poems 1946-1966, SugarCo Edizioni 1993.
“Non c'è niente da ridere” (seconda di The roominghouse madrigals: early selected poems 1946-1966, SugarCo Edizioni 1996.
“Nato per rubare rose” (terza parte di The roominghouse madrigals: early selected poems 1946-1966, SugarCo Edizioni 1997.
“Le poesie dell'ultima notte della Terra (Last Night of the Earth Poems, , Minimum Fax 2004, cofanetto che raccoglie quattro volumi.

Teatro:
“Bukowski amore mio” (?)
“Racconti sparsi” – short stories apparse su “il Male”, (non li avete letti?).

Altro:
“Shakespeare non l'ha mai fatto” (Shakespeare Never Did This 1979) (diario di viaggio) Feltrinelli 1996.
“L'ubriacone” (sceneggiatura del film Barfly) SugarCo 1991
“Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle”. Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, Feltrinelli 1997.
“Il Capitano è fuori a pranzo” (The Captain Is Out to Lunch and the Sailors Have Taken Over the Ship, 1998) (diario con illustrazioni di Robert Crumb) Feltrinelli 2000.
“Urla dal balcone. Lettere”, Volume primo (1959-1969) (Screams from the Balcony e Living on Luck), Minimum fax 2000.
“Birra Fagioli, crackers e sigarette”. Lettere, Volume secondo (1970-1979) (Living on Luck e Reach for the Sun), Minimum fax 2001.

Ma perché cercare Bukowski in qualche altro posto che non è il suo e dove in fin dei conti non potrebbe stare? Cerchiamolo piuttosto fra le pareti di casa. Bukowski sta lì tra le pagine dei suoi racconti e nelle sue poesie che non volete sentire, che vi vergognate di leggere.

Charles Bukowski è …

Attore e regista di se stesso che scrive ciò che anche altri dicono seppure in maniera diversa. È Bunuel delle situazioni grottesche de “Il fascino discreto della borghesia” ma anche del “Fantasma della libertà”. È Bertolucci/Brando di “Ultimo tango a Parigi”, è … ma è anche e soprattutto l’eroe di “Midnight Cow-boy” di John Sclesinger, Henry Miller, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, predecessori e contemporanei sono tutti in lui. Tutti portano – per dirla con lui: “l’impronta del cazzo di Dio”, la natura animalesca degli istinti. “Il messaggio – ha detto Ginsberg – è allargare l’area della coscienza”. Ed è su questo fronte che Bukowski affronta con risolutezza la convenzionalità per uno scontro incondizionato con se stesso. Anziché reprimere il suo egoismo Bukowski lo coltiva. Il suo io mantiene confini e demarcazioni ben precise: non vuole come per i beat, fondersi col mondo. “Bukowski non va – sulla strada – il suo punto di osservazione preferito del mondo è la finestra di una stanza – (ha detto preferibilmente). Nelle sue poesie celebra il trionfo del privato, certamente di un privato anarchico e forse dissacrante dei valori borghesi”, annotano Paola Ludovici e Giorgio Mariani. In questo modo Bukowski si fa partecipe della corsa alla vita, a modo suo logicamente. Vive alla giornata: “… una doccia se riesce a farsela; una donna se riesce a trovarsela. E questo vivere alla giornata cos’è se non lo stoicismo – predicato anche se non praticato – da Hemingway (uno scrittore che a Bukowski piace tanto), ultima risorsa in un mondo in cui non c’è più niente di sacro”, (come nota B. Placido). Ma … “E fuori dalla finestra, la desolazione, la desolazione e il terrore, l’angoscia e il fallimento: un carico di facce, facce orribili di puttane, orangutan, bastardi, pazzi, killer? Tutti miei maestri – c’è solo il sole a farli sentire bene ma bisogna prendere quel che capita”. (C. Bukowski).

Dicono di lui: (gli americani)

Per Bukowski Topolino è un nazista.
Ha fatto il pagliaccio alla fagiolata di Barney.
Bukowski porta le mutande nere.
Si pulisce il culo con la carta da pacchi.
Ha fatto la figura del somaro alla tavernetta di Shelly.
È geloso di Ginsberg.
Bukowski non ha fatto la guerra (del Viet-Nam).
È invidioso della Cadillac modello ’69.
Non capisce Rimbaud.
Bukowski è solo un vecchio sporcaccione.
È dal 1963 che non scrive una poesia decente.
Presto vedremo una sua statua al Cremlino che si spara una sega.
Bukowski e Castro gruppo statuario ai giardini pubblici dell’Havana coperto di cacca di uccelli.
Bukowski e Castro in tandem che pedalano verso la vittoria, Bukowski dietro.
Bukowski che frusta una mulatta di 19 anni con un frustino da domatore, una mulatta dall’enorme seno, una mulatta che legge Rimbaud.
Bukowski cucù nel salotto del mondo si domanda chi avrà spento la fortuna.
Bukowski odia Babbo Natale.
Bukowski intaglia figurine deformi nella gomma da cancellare.
Bukowski sarà morto fra 5 anni.
È un fatto che quando l’acqua sgocciola Bukowski piange, quando Bukowski piange l’acqua sgocciola.

Un suo scritto: (elaborazione)

Oh sancta sanctorum, oh fontane zampillanti, oh zampilli di sperma, oh gran bruttezza dell’uomo dovunque come stronzo di cane che calpesti al mattino avendolo visto un’altra volta, oh possente Polizia, oh armi potentissime, oh potente dittatore, oh dannati imbecilli che siete dovunque, oh la povera piovra solitaria, oh il ticchettio delle lancette che ci trafigge tutti, tutti equilibrati e squilibrati, santi e stitici, oh barboni, oh vagabondi che siete nei vicoli di miseria d’un mondo dorato, oh i figli che diventeranno brutti, oh i brutti che imbruttiranno ancora, oh la tristezza e le sciabole e le pareti che si rinchiudono in niente babbo Natale, niente Sorcetta, niente Bacchetta Magica, niente Cenerentola, niente Grandi Maestri d’Ogni Tempo – cucù – solo dottori senza pazienti, solo nubi senza pioggia, giorni senza giorni, oh Dio onnipotente che ci hai dato tutto questo.

In esso si evidenzia la sonorità delle parole e delle frasi che ovviamente nella lingua originale, l’inglese, suona diversamente. La traduzione qui riportata sottolinea solo le possibili connessioni che intercorrono tra una frase e l’altra in chiave onomatopeica, che ridimensiona “l’insieme” a un non-sense, mentre a suo modo la liricità di Bukowski ha un senso proprio nella sua non-dimensione.

Scheda di inibizione musicale:

“Bukowski pianse quando Judy Garland cantò al Philarmonic di New York e allo stesso modo pianse quando Shirley Temple cantò “I got animal crackers in my soup”. Bukowski ha pianto … ma sta attento a dove vomita e non l’ho mai visto pisciare sul pavimento”.

“Ti va di sentire qualcosa di Lenny Bruce? No, grazie. Ginsberg? No, no. Lui, deve sempre tenere acceso il registratore, oppure il giradischi, senza requie. Alla fine mi propina Johnny Cash che canta ai carcerati nella prigione di Folson. Mi sa tanto che Johnny gli propini fregnacce ai detenuti, come Bob Hope quando racconta barzellette ai soldati in Vietnam per Natale. Io la penso così. I carcerati applaudono invece, certo li hanno fatti uscire dalle celle, vanno in visibilio. Ma a me fa l’effetto come se gettassero ossa spolpate, anziché biscotti, agli affamati e ai rinchiusi. Non ci trovo nulla di santo, nulla di eroico. C’è soltanto una cosa da fare per i carcerati: farli uscire. C’è da fare una cosa sola per i combattenti: fermare la guerra”.

“Suona il blues: “ ..hai bisogno d’amore, hai bisogno d’amore”; era tutto ok e non gliene fregava più niente se qualcuno gli avesse suonato il blues oppure no. Satchmo, vai a casa. Shostakovitch, con la tua Quinta lascia perdere. Peter Ill.Chike, visto che avevi sposato una soprano pazza con le borse sotto gli occhi e per di più lesbica, e che poi non eri neppure uomo, lascia perdere. Ci siamo fatti tentare tutti dal fuoco e abbiamo fallito tutti come leccaculi, artisti, pittori, medici, magnaccia, parà, lavapiatti, dentisti, trapezisti e raccoglitori di pere. Ognuno inchiodato alla sua croce personale.
Suona il blues: “ ..hai bisogno d’amore, hai bisogno d’amore”.”

“Bukowski ama Mahler ma nessuno saprà mai, perché?”
“Bukowski commosso da Judy Garland, quando ormai era tardi per tutti”.

Scheda delle fobie clinico - psichiatriche:

Ricoverato in seguito a un’emorragia addominale, rimane tra la vita e la morte per alcuni giorni. In seguito a un miglioramento delle condizioni generali, viene dimesso ma continua a soffrire di emorroidi e di vomito continuo a causa dell’uso smodato che fa di alcol e di fumo (nota di Carlo A. Corsi). Gli si riconosce una forma acuta di alienazione da strutturalismo, convenzionalità, burocrazia, sentimentalismo, rapporti famigliari, un’accertata allergia alla politica americana e alla politica in genere, alle femministe e gli omosessuali.

Bukowski è pieno di terrori incondizionati.
Bukowski ha paura delle donne.
Bukowski odia i vocabolari, le monache, le monete, gli autobus, le chiese, le panchine del parco, i ragni, le mosche, le pulci e i depravati.
Bukowski ha lo stomaco in cattivo arnese, si ciba di alcol e di sesso, pensa al sesso, fa sesso, si svena di sesso, parla e scrive di sesso: insomma, Bukowski è il sesso”.

Diagnosi conclusiva: Bukowski è un cadavere sulle ruote che il consumo dell’alcol presto ucciderà.

Scheda antropologica:

Charles Bukowski appartiene a quella folla di maniaci sessuali, spesso falliti per scelta e nevrotici, nonché emarginati dalla società, di cui le grandi metropoli sono sovraccariche. Appartiene di fatto a quella generazione di dissociati (amorali, apolitici, atei) che nel riconoscere una realtà diversa, riescono a cogliere differenze che sconvolgono e rimettono in discussione la cultura e l’organizzazione sociale. E che ribaltano, per così dire, l’impianto dell’ipocrisia morale dettata dalle convenzioni. Contrassegno del rigetto di una società politicamente e tecnologicamente avanzata. In questo caso la società americana nel suo insieme, che suona quasi come una presa di coscienza. Recupero della primitiva (ancestrale) libertà? Forse più semplicemente, riappropriazione non mistificata della storia e della cultura proprie dell’uomo? Riaffermazione di una più vera identità naturalistica (aborigena), che permetta di comprendere meglio e in modo più profondo, il senso di una identità che sfugge? O recupero della naturale animalità intrinseca nell’uomo?

“Se Bukowski fosse una scimmia, probabilmente lo caccerebbero via dalla tribù” – è stato scritto di lui. Ma, ad un esame sociologico e antropologico del fenomeno, attento a definire il soggetto Charles Bukowski, egli fuoriesce dalle cavità dell’underground di un’America neandertaliana, fosca, raucedinosa, violenta, ubriaca di democrazia, fallita, che misconosce per quali vie sotterranee si siano formate certe peculiarità e certi atteggiamenti, mentre era favolisticamente trasportata dal “sogno americano”. Indubbiamente è successo qualcosa se dalla “beat generation” hanno preso fuoco Marcuse e Orwell, Ginsberg e Kerouac; se si sono scatenate le bande dell’ “Arancia Meccanica”, de “I guerriglieri della notte” e i più pacifici ragazzi di “Hair”, i cosiddetti “figli dei fiori”. Improvvisamente la macchina dell’ingranaggio sociale deve non aver funzionato, “l’arancia a orologeria” non ha segnato il tempo record della corsa, qualcuno avrebbe dovuto fermarla, perché in fondo non è giusto che qualcuno resti indietro. Se c’è una corsa in atto la si deve poter correre tutti insieme e non importa chi arriva primo o ultimo, “l’importante è partecipare”. Salvo ad accorgersi che l’arancia usata da Bukowski è quella universalmente riconosciuta valida è quella della poesia. Un’arancia a orologeria che esplode solo a guardarla, accusatoria, sprezzante delle istituzioni, mai compiaciuta, che lascia intravedere con orrore, raccapriccio, divertimento caustico, l’ansia e l’angoscia di quell’io diverso, che pure s’aggira nascosto in tutti noi. In quell’io che bestemmia quando deve fare la fila, che s’incazza in ufficio di giorno, che non dorme la notte perché il pupo piange, che si alza insoddisfatto dal letto di sventura con la moglie che non lo soddisfa (o che non è soddisfatta), che si chiude nel cesso a farsi le seghe, che deve tener conto delle scadenze, dei codici, delle riunioni di condominio, dei referendum per cazzate come l’aborto e il divorzio, e che invece si scoperebbe la ragazzina sull’autobus o la segretaria del direttore dentro lo sgabuzzino delle pulizie. Quell’io spermatozoico e insofferente delle serate passate davanti alla televisione, quando vorrebbe rincorrere le puttane in giro per la città e schiaffarglielo nel culo.

Hanno scritto di lui:

“Pornografia e oscenità in letteratura” – Die Horen
“Prosit alla nostra cultura” – Deutsche Nationalzeitung
“L’unico vero poeta della nostra era” – Le Matin
“Il Baudelaire con la Polaroid” – Le Point
“Il Majakovskij del Pacifico” – Le Monde
“Un nuovo caso letterario americano” – La Repubblica
“Una leggenda vivente, un oggetto di culto” – Der Stern
“Una prostituta affettuosa” – Die Welt
“Uno scrittore tra i più pornografici di oggi” – Munchner Merkur
“Uno dei più grandi poeti della generazione attuale” – Los Angeles Times
“Freddo e cinico, dall’umore secco, fatiscente” – Rolling Stones

Scheda li libidine letteraria e di coito repentino:

(brano tratto da “Storie di ordinaria follia”)
“C’era tutta quella paglia nel granaio. Che bello, che pacchia. Comunque sia, salimmo sul fienile, ci spogliammo. Eccoci nudi come pecore tosare, tremanti, e la paglia ci pungeva la pelle come aghi. Diavolo, era come si legge nei vecchi romanzi, perdio, e non era mica un sogno! Glielo ficcai su. Che bello. Cavalcavo che era una bellezza quando tutto a un tratto, fu come se un esercito nemico avesse fatto irruzione nella stalla. Basta! Basta! Lascia quella donna! Smonta giù immediatamente! Togli subito la nerchia via di la! Smetti subito bestiaccia! Tiralo fuori prima che viene o ti partono le palle! Io accelerai invece, ma fu inutile. Erano in quattro. Mi staccarono, mi ribaltarono sulla schiena. Dio bono nipotente! Varda la quell’affare! Tutto rosso peperino! Paonazzo rosso come un giaggiolo! Lungo quanto un braccio d’uomo! Gigantesco! Fremente! Tutto brutto! La facciamo una mattata? Può darsi che ci giochiamo il posto. Può anche darsi che ne valga la pena”.

(da “Compagno di sbronze”)
“Lo so, tutto cominciò con Kafka (..) che cos’è? guardo la foto, è proprio un cazzo. Che genere di cazzo? Un cazzo duro, enorme. È il mio. E allora? Non hai notato? Cosa? Lo sperma. Già, vedo, non volevo dirlo … E perché no? Cos’è che ti succede? Non capisco. Fammi capire, lo sperma lo vedi oppure no? Spiegati meglio, ma insomma, mi sto facendo una sega. Non capisci com’è difficile farsene una? Non è affatto difficile, io me le faccio con lo spago. Ti rendi conto che razza di acrobazia ho fatto? Per restare immobile, per evitare di andare fuori fuoco, eiaculare e premere il pulsante contemporaneamente? Non fare le fotografie (..) Bada bene, capisci o no che mi ci sono voluti tre giorni per fare questa semplice fotografia? Lo sai quante seghe sono stato costretto a farmi? Quattro? Dieci!”.


CHARLES BUKOWSKI: GENIO O BARBONE? – di Giorgio Mancinelli.

Articolo pubblicato in “Audio Review” n.(?)

Il nuovo poeta “maledetto”, salito dalla strada alla cronaca letteraria, tiene molto occupati i grandi dell’editoria mondiale che si contendono i diritti di pubblicazione delle sue “eiaculazioni grafomane”. Le migliori case discografiche pretendono di mettere in microsolco le sue sporadiche prestazioni davanti ai microfoni. L’operazione riesce alla discografia tedesca con un LP che ha suscitato non poco scalpore. I registi cinematografici e di teatro gli riconoscono un carisma a dir poco devastante e fanno a gara per accaparrarsi l’esclusiva delle sue opere, sebbene il film di Marco Ferreri, uscito di recente, abbia conseguito un risultato mediocre col ricalcare soltanto i fatti sporadici dell’esistenza dell’autore e poco delle sue opere letterarie. Genio o barbone, Charles Bukowski è qui messo a nudo in un graffiante e irreverente ritratto che sembra scaturito proprio dalla sua penna, il poeta ha rilasciato la seguente intervista (si fa per dire) successivamente al “concerto” tenutosi all’Hamburger Markathalle il 18 maggio 1978.

C’era un pianoforte a coda sul palcoscenico e lui, Charles Bukowski, era stato invitato per tenere un Concerto. Sì, avete capito bene, un Con-cer-to! di musica e poesia, anzi, certamente di qualcosa che doveva assomigliare alla poesia accompagnata dalla musica, anche se non si capiva chi mai avrebbe suonato quel piano, dove il poeta ubriaco da due giorni di bevute continuate, entrando ci si è avvicinato, ha alzato il coperchio e ci ha vomitato dentro. Quindi ha guardato il pubblico con deferenza, certo che ce l’avrebbe fatta, ha abbassato il coperchio del pianoforte e ha incominciato a leggere. Com’era prevedibile, più che recitare la sua poesia si è limitato a leggere alcune pagine (fogli) tratte dai suoi libri, intervallate da ricordi, e chiacchierate ricche di pause di riflessione che non portavano a niente. E che, a un certo momento, gli sono cadute dalle mani spargendosi sul tavolato del palcoscenico. Al che non ha fatto una piega, si è semplicemente guardato intorno, mentre gli inservienti toglievano le corde del piano e lavavano l’interno dello sporco che l’aveva imbrattato, e ha ripreso la sua “solitaria” affabulazione. Dire che non capiva niente di quanto diceva, tra colpi di tosse scatarrate e bofonchiamenti, è dire forse troppo. Ma se si pensa che a un certo momento sembrò a tutti che russasse all’impiedi come fanno i cavalli da tiro, forse si capisce il tono del fatidico “concerto”.

Rimetto dunque a Carlo A. Corsi il giudizio sulla sua opera poetica, come è apparso in una recente presentazione del suo ultimo libro.

Charles Bukowski più che fare poesia si esprime in forma di germinazione poetica: “paragonabile per potenza iconica al fenomeno artistico dell’iperrealismo, di una realtà mostruosamente aleatoria e al tempo stesso ripetitiva come quella dell’urbanesimo statunitense; in particolare, di una città come Los Angeles, dove la frantumazione del paesaggio ha raggiunto livelli finora sconosciuti”.

L’intervista.

Si riconosce un grande poeta?
Gli chiedo mescolandomi ai tanti intervistatori intervenuti, quando già era alle prese con una bottiglia di Whisky ridotta a metà. Pertanto le risposte qui riportate non sono il frutto di un discorso continuativo, bensì raccolte, anzi strappate e ricucite, nella confusione generale.

“Ricordo un’affermazione di Whitman che diceva: per avere grandi poeti c’è bisogno di un grande pubblico..” – ma credo che la frase doveva suonare così: “per avere un grande pubblico c’è bisogno di grandi poeti”.

In quale tipo di poeta si riconosce?

“Tutte le mie poesie non servono a niente. Le donne che ho scopato non servono a niente. Le donne che non ho scopato non sono servite sicuramente a niente. Dio, ma perché? Ho bisogno di qualcuno che mi suoni il blues! … qualcuno che mi dica, capisco amico, adesso prendi su e muori”.

Pensa spesso alla morte?

“No, ma è la vita che rende matti … e stupidi per giunta. Il mondo è ben strano, abbiamo tutto ma è come se non avessimo niente”.

Qualche volta le capita di guardarsi all’indietro? Come si vede?

“Si, talvolta ripenso a New York. Partii da lì e non ci tornai mai più, non ci tornerò più. Le grandi città sono fatte per uccidere la gente … ci sono delle città fortunate e altre meno, soprattutto quest’ultime. Ricordo la “L” passava accanto alla mia finestra. Il treno illuminava tutta la stanza e io guardavo un carico di facce, erano facce orribili … la razza umana mi ha sempre disgustato … Ciò che, in sostanza, me la rende disgustosa è la malattia dei rapporti famigliari, il che include il matrimonio, lo scambio di poteri e aiuti, cosa che è per me come una piaga, una lebbra … tutti quanti che s’abbrancano stronzamente gli uni agli altri, nell’alveare della sopravvivenza, per paura credo … e stupidità animalesca. Poi viene il tuo vicino di casa, il tuo quartiere, la tua città, la tua contea, la tua patria … tutta la nostra vita con le sue cadute e i suoi singhiozzi … C’è solo il sole a farti sentire bene, ma bisogna prendere quel che capita”.

Con quale spirito affronta la società degli intellettuali?

“Ho conosciuto troppi intellettuali di recente. Mi annoiano a morte quegli intellettuali preziosi che devono dire diamanti ogni volta che aprono bocca … mi annoio a dover lottare per ogni alito di vento che faccia respirare la mente. È questa la ragione perché mi sono tenuto lontano dalla gente per così tanto tempo e, adesso, che vado in società, scopro che devo tornare nella mia caverna. Ci sono altre cose oltre alla mente … che so, gli insetti, i palmizi, i macinini da pepe, e io terrò con me un macinino da pepe nella mia caverna, così allegria!”.

Come vede il suo futuro?

“Ci riempiamo la bocca di parole che non hanno senso, io metto insieme vecchi proverbi mentre me ne vado in giro come uno straccione, e non penso a niente, il vuoto, secondo cui la conoscenza che non viene seguita dall’azione è peggio dell’ignoranza … anche perché se tiri a indovinare e non ci prendi, puoi sempre dire: merda, gli déi mi sono avversi! Ma se sai e non fai, vuol dire che in testa hai soffitte e anticamere buie da percorrere avanti e indietro a cui pensare … non è per niente una cosa sana da fare, produce serate noiose, per me un eccesso di alcol e seghe”.

C’è qualcosa che vuole dire, che può essere d’insegnamento?

“Se sei capace di amare, ama prima te stesso … ma tieni sempre presente la possibilità che puoi perdere tutto, sia che il motivo della sconfitta ti sembri giusto o no. Un assaggio prematuro di quello che sarà la morte non è necessariamente un male. La solitudine è così grande in questo mondo che la puoi vedere nel lento movimento delle lancette dell’orologio … gente così stanca, mutilata o dall’amore o dalla sua mancanza. Il fatto è che gente non è buona con gli altri, con ognuno, intendo. I ricchi non sono buoni coi ricchi, altrettanto i poveri non sono buoni con quelli più poveri di loro. Abbiamo paura. La scuola d’ogni ordine e grado ci dice che possiamo diventare tutti pezzi grossi, ma non ci dice niente di come si tocca il fondo o si diventa suicidi … o dell’angoscia di una persona che soffre in qualche posto da sola … senza essere sfiorata … senza che nessuno le parli. No la gente non è buona con gli altri, è più quella che si odia che si ama, se lo fosse, la morte non sarebbe così triste”.

Al dunque è tornato a parlare di morte, le fa così paura?

“Ritengo la morte una gran noia, la storia finisce così, con la Morte che passa per il naso di Ovunque. Avete mai pensato a quant’è a buon mercato? A quant’è plagiaristica, quant’è brutale? Una polpetta cruda che olezza sulla cucina a gas, calzini e mutande sul pavimento, piatti sporchi nel lavandino, una tratta della macchina non pagata, le bollette del gas accatastate con quelle della luce e del telefono, insieme a elementi abbandonati in quasi tutti gli stati dell’Unione, in amici buttati via … triste, molto triste. Chi sapeva suonare il blues come loro? Nessuno … siamo fatti soprattutto di sangue, ossa e dolore … ma la morte rimane una gran noia, perfino le tigri e le formiche non sanno quant’è noiosa e le pesche un giorno grideranno”.

“Vallejo che scrive sulla solitudine mentre muore di fame; l’orecchio di Van Gogh rifiutato da una prostituta; Rimbaud che scappa in Africa in cerca d’oro e trova un caso incurabile di sifilide; Beethoven che diventa sordo; Pound trascinato per le strade in una gabbia; Chatterton che si prende il veleno per i topi; il cervello di Hemingway che cade nel succo d’arancia; Pascal che si taglia le vene in una vasca da bagno; Artaud rinchiuso in un manicomio; Dostoevskij messo contro il muro; Crane che si getta sulle pale di un’elica; Lorca ucciso per la strada dai soldati spagnoli; Barryman che si getta da un ponte; Burroughs che spara alla moglie; Mailer che invece l’accoltella – è questo quello che vogliono: un fottutissimo spettacolo, un cartellone illuminato nel bel mezzo dell’inferno. È questo quello che vuole quel branco di ottusi incapaci, innocui, monotoni, ammiratori dei baracconi.

Non crede possa esserci un riscatto?

“No, senz’altro dev’esserci un modo. Anzi, certo dev’esserci un modo al quale non abbiamo ancora pensato. Ancora non ho risposto alla domanda su chi mi ha messo questo cervello nella testa? … Di certo so, che / una notte / in qualche camera da letto / presto / passerò / le dita / tra / i capelli / soffici e puliti. / Come canzoni che nessuna radio trasmette. / Allora tutta la tristezza / si scioglierà / in un sorriso.

La pietà si trova a volte in posti così strani.

Alla fine lo abbiamo lasciato attaccato alla sua bottiglia senza che lui neppure si accorgesse dell’essere rimasto da solo. In fondo era tutto O. K. E non gliene fregava più niente se qualcuno gli avesse suonato il blues.

(tratto da “Storie di ordinaria follia”).
“Su milioni di donne che vedi, ogni tanto ce n’è una che ti fa stravedere. Costei ha qualcosa (sarà per le sue forme o per come si muove, o per via del vestito che indossa) ha qualcosa che ti frega. Questa che dico io sedeva sulla panca con le gambe accavallate, era vestita di giallo. Aveva le caviglie sottili e delicate, i polpacci ben torniti, le cosce grosse, un culo da non dire. Il viso aveva un’aria sminchionata, come se ridesse di me e cercasse di non farsi accorgere. (..) Mi diressi verso la fermata, dove lei sedeva ancora sulla panca. Ero in trance. Non mi padroneggiavo. Al mio sopraggiungere ella si alzò e si allontanò di buon passo. Quelle chiappe mi ammaliavano, mi toglievano il sonno. La seguii da vicino. (..) Che mi succede? – pensavo. Ho perso il controllo. Chi se ne frega, mi rispose una voce. (..) Aveva i capelli biondo – rossicci. Tutto in lei era di fuoco. Lei mi guardava. Ora si mette a strillare – pensai. L’affare mi si fece duro. Avanzai su di lei, la presi per i capelli e per il culo, la baciai. Si dibatté, cercando di liberarsi, spingendo. Indossava ancora quell’abito giallo attillato. Mi staccai, la presi a schiaffi. Quattro sonori ceffoni. Quando l’abbrancai di nuovo incontrai minor resistenza. Barcollammo avvinghiati. Le strappai il vestito dio dosso. Le lacerai il reggipetto. Seni enormi, vulcanici. Le baciai le tette, poi le presi la bocca. Intanto trafficavo con le mutande. Gliele tolsi. Glielo ficcai dentro. Me la pappai all’impiedi. Finito che ebbi, la scaraventai sul divano. La sua sorca mi guardava. Era ancora invitante (..) Come ti chiami? Vera”.

Ecco, questo è Bukowski, io sono Bukowski! E voi?



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