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’PAPA FRANCESCO : Il libro della gioia’.

Argomento: Fede

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 08/04/2014 06:52:40

PAPA FRANCESCO : ‘Il Libro della Gioia’.

Nell’affrontare un libro di teologia c’è sempre l’incertezza di non essere legittimato alla sua comprensione e probabilmente non obiettivo nel formulare un giudizio d’insieme che non provenga da una rettitudine religiosa e da una necessaria onestà intellettuale. Per quanto ciò non manchi del tutto, in entrambi i casi, nel mio personale curriculum, mi sono posto il problema di come far fronte alle molteplici ‘proposte’ che Evangelii Gaudium, stilato a più mani sotto la supervisione di Papa Francesco, suggerisce o, per meglio dire, ‘raccomanda’ al Popolo di Dio, ancorché si rivolga, in primis, al Popolo della Chiesa in forma di ‘esortazione apostolica’ che si pone sulla scia del vademecum comportamentale e morale di un vivere secondo l’insegnamento del Vangelo “..in accordo con il grande progetto d’amore del Padre” (114.). Indubitabilmente il proposito centrale del richiamo è rivolto a ritrovare quella serenità e quella ‘gioia’ che la certezza della salvezza in Dio ab illo tempore accende di speranza e restituisce vigore al cammino della vita attraverso la Chiesa che, nella concezione di Papa Francesco : “dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati .. con grande rispetto e amore” (114.).

L’amore, e quindi la ‘gioia’ che questo sentimento comporta, è il ‘fulcro’ dell’Introduzione cui approda Mons. Marcello Semeraro nel metterci a conoscenza dell’intenzione principale espressa nell’incipit, cioè nell’indicare quello che sarà il ‘punto dominante’ dell’insegnamento spirituale papale di riferimento, che da qui in poi mi propongo di esaminare. Come ho preannunciato le ‘proposte’ sono molteplici e affrontano aspetti teologici importanti, ma non solo. Uno su tutti, di cui bisogna tener conto, è certamente di tipo socio-antropologico, per il riferimento oggettivo alla natura umana, alla compagine sociale dei popoli, alla commistione dei credi religiosi, alle diversità di genere. Un altro riflette sui perché la Chiesa oggi senta fermo il dovere di doversi ‘modernizzare’ e, in qualche modo, riscattarsi da secoli di oscurantismo, aprendosi e ‘uscendo’ allo scoperto nel nome di Dio: “Usciamo, usciamo – incita Papa Francesco durante un incontro coi fedeli – ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca, per essere uscita per le strade, piuttosto che una chiesa malata .. perché vuota”.

Parole queste, “che fanno ardere i cuori”, e che sanno di sfida quando sono dette con ardore, assecondate da ripetute azioni che si vanno accumulando e che tutti noi conosciamo per averle sentite dalla viva voce di Papa Francesco durante i suoi frequenti ‘incontri pubblici’, il cui colloquiare apertamente ben lascia intendere quale sia la ‘missione’ del suo pontificato. Parole che nuovamente – perché dimenticate dai posteri – il Papa esplicita senza annunci eclatanti, con quella semplicità bonaria che, a suo tempo, già Francesco d’Assisi indicava come strada maestra da conseguire affinché la Chiesa affermasse il suo magistero, non rivestendo i panni del potere ma assumendo il ruolo di ‘povera fra i poveri’ nell’insegnamento di Cristo: “Un modo di esprimersi che – riporta Mons. Semeraro – è assai vicino al ‘linguaggio di prossimità’ in quanto innestato nel racconto acceso dalla vita, con una concinnitas (qui usata secondo l’accezione di armonia) che spesso l’avvicina ai detti sapienziali, che sono brevi perché affilati e concreti, e per questo in grado di raggiungere l’interiorità”. Questo dunque il ‘fulcro’, o meglio uno dei ‘punti dominanti’ di questa esortazione: ‘interiorità = armonia’ e viceversa, che Papa Francesco ha inteso evidenziare con questo ‘libro alla gioia’: “..un modello per il linguaggio della nuova evangelizzazione”; altro tema quest’ultimo di una lunga conversazione già intrapresa dai papi che l’hanno preceduto – soprattutto da Paolo VI che in “Evangelii nuntiandi” (1975) riconosceva nella ‘parola’ del Vangelo il ‘messaggio che esercita il culto della verità”.

La suddivisione in tematiche del libro è già enunciata nella Introduzione di Mons. Semeraro, lì dove egli evidenzia almeno due assunti specifici: “la gioia che si rinnova e si comunica” e “la confortante gioia di evangelizzare”. Dacché il rimando a due possibili filoni di lettura interno e/o esterno alla Chiesa e al suo ruolo nella società; da intendersi comunque rivolti a tutto il ‘Popolo di Dio’, seppure visti da due punti di osservazione diversi e, quindi, da divergenti interessi socio-educativi e moralistico-culturali: accettabilissimo il primo, discutibilissimo il secondo, per quanto entrambi rientrino in ciò che va distinto come ‘vitalità religiosa’ ed ‘economia politica della chiesa’, in fatto di secolarizzazione per un verso e globalizzazione per l’altro. Ma se dal lato prettamente spirituale-culturale la sfida si fa tenace, la mediazione con l’ambiente intellettuale demarca una sfiducia a dir poco drammatica, e questo perché i ‘no’ della Chiesa al superamento di una stasi secolare, superano di gran lunga i ‘si’ di un ammodernamento che potremmo dire iniziato con il Concilio Vaticano II indetto da Giovanni XXIII (1962), e solo in parte applicato dai suoi successori, Paolo VI che lo portò a compimento, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e che, ancora oggi, stentiamo a conoscerne i risvolti.

Indubbiamente una debacle della Chiesa, a suo tempo denunciata da Joseph Ratzinger nella conferenza sulla ‘Situazione attuale della fede e della teologia’ (83.), che ne riscontrava le cause nel: “..grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità”. Una possibile risposta a una domanda che in realtà non è esplicitata ma che è nella mente di quanti si chiedono: quali sono le motivazioni di una tale défiance spirituale oltre che culturale, sociale, costituzionale? Che la Chiesa abbia perso quel contatto e/o riscontro con la realtà è possibile, anche se non si spiega come ciò sia potuto accadere. E già altre domande premono all’uscio della mente e vanno tutte in direzione di una gestione ‘discutibile’ del programma pastorale, alle ‘sfide’ rappresentate dalle culture urbane più emancipate, alle ‘difficoltà’ che incontra la catechesi di rispondere all’ansia odierna di avere risposte adeguate, “ .. al senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati” (85.)

Le risposte straordinariamente sono tutte qui, in questo libro ‘aperto’ che invita al dialogo, alla partecipazione virtuosa basata sulla ‘parola’ intrisa di umiltà, perché semplice e allo stesso tempo arguta, perché non illusoria, di Papa Francesco: “Un dialogo è molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo” … alla verità della fede. Come è scritto nella lettera ai Romani “La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (San Paolo Rm 10,17). Onde parlare di ‘fede’ oggi implica – come auspicato – cercare “..un modello per il linguaggio della nuova evangelizzazione”, quindi dialogare, tornare a parlare di bene, della bellezza, di pace, di identità cristiana in seno a quell’abbraccio sacramentale che ci rende ‘uguali pur nella diversità’, onesti e responsabili dei doni che abbiamo ricevuti, in primis quello della vita. Questo è in fondo quello che si chiede e che riveste importanza pastorale: la personificazione della ‘parola’ del pastore chiamato alla guida del gregge cristiano o, se vogliamo, del predicatore di fronte all’assemblea che lo ascolta nell’omelia impartita durante la Messa, di ascoltare parole di ‘testimonianza’ negli ‘incontri’ catechistici: “La gente ha sete di autenticità, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscono e che sia a loro familiare, come se vedessero l’invisibile” (Paolo VI Evangelii nuntiandi ”1975).

L'invito alla gioia’ è la risposta: “Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che scontinuiamo sempre nella crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci lasciamo cadere le braccia. La cosa indispensabile è che il predicatore (come anche il fedele) abbia la certezza che Dio lo ama, che Gesù Cristo lo ha salvato, che il suo amore ha sempre l’ultima parola (..) per chi si sofferma ad ascoltare la sua ‘parola’ con sincera apertura, che lascia che si tocchi la sua vita, che lo metta in discussione, che lo esorti, che lo smuova, (..) davanti a tanta bellezza. (151.) Esiste una modalità concreta per ascoltare quello che il Signore vuole dirci nella sua ‘parola’ e per lasciarci trasformare dal suo Spirito. È ciò che chiamiamo ‘lectio divina’. Consiste nella lettura della Parola di Dio all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e rinnovarci.” (152.). E aggiunge: “Accade che a volte Dio esiga da noi una decisione troppo grande, che non siamo ancora in condizione di prendere. Questo porta molte persone a perdere la ‘gioia’ dell’incontro con la ‘parola’, ma questo può voler dire (..) che Egli ci invita a fare un passo in più, ma non esige una risposta completa se ancora non abbiamo percorso il cammino che la rende possibile. Semplicemente desidera che guardiamo con sincerità alla nostra esistenza e la presentiamo senza finzioni ai suoi occhi, che siamo disposti a continuare a crescere, e che domandiamo a Lui ciò che ancora non riusciamo a ottenere.” (153.)

Eccoci messi di fronte a una testimonianza di fede inequivocabile, necessaria per rispondere a una preoccupazione reale di un sentirsi ‘tradito’ se non addirittura ‘abbandonato’ non riferibile ad atteggiamento opportunistico o di meditato rancore quanto piuttosto è profondamente religioso, che spesso rivolge il cristiano praticante rivolgendosi a Dio che, per questo non gli è ignoto, bensì a quel Dio al quale egli rivolge la sua fede e la sua stima, e al quale si appella con la preghiera, e talvolta anche con l’imprecazione, il grido di minaccia, il litigio, l’inimicizia, in segno del mancato approfondimento del kerygma (dal greco: predica, annuncio, messaggio) che si aspetta da chi è preposto all’insegnamento evangelico e che spesso non arriva. “Si tratta di saper leggere negli accadimenti il messaggio, di Dio (..) di collegare il messaggio del testo biblico con una situazione umana, con qualcosa che essi vivono con un’esperienza che ha bisogno della luce della ‘parola’” (156.). Ciò che si cerca di scoprire “è ciò che il signore ha da dire in questa circostanza.” e che, pertanto, si richiede al predicatore un esercizio di ‘discernimento evangelico’ che riconosca, e porti ad esempio – alla luce dello Spirito – quell’appello che Dio fa risuonare nella stessa situazione storica: “anche in essa e attraverso di essa Dio chiama il credente” (Paolo VI Evangelii nuntiandi ”1975).

Siamo qui in ambito della teologia integrale alla quale non si cercano più risposte, la ‘fede’ non prevede risposte a “domande che nessuno si pone”. Tuttavia continuiamo a farcene e non tanto perché cerchiamo risposte quanto, di portare avanti il ‘colloquio’ intrapreso con Papa Francesco. Ed è ancora Mons. Semeraro a rispondere, riferendo che trattasi di un “colloquiare personale, molto intimo, sino al suggerimento di una preghiera. Questa sottolineatura è un evidente punto di contatto con il magistero di Benedetto XVI (..) e punto fondamentale della spiritualità ignaziana: rendere possibile alla libertà di ogni battezzato un reale incontro con Cristo e una libera adesione a lui nello Spirito”. Il riferimento a Sant’Ignazio di Loyola fondatore dell’ordine dei Gesuiti rende qui testimonianza dell’educazione religiosa ricevuta da Jorge Mario Bergoglio, ragione per la quale l’oggi Papa Francesco predica la sua missione di povertà: “La mia gente è povera e io sono uno di loro” nel raccomandare a quanti, vescovi, diaconi, consacrati e laici intendono modulare la propria fede sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, ed “Evangeli gaudium” invita tutti a riprendere in mano i Comandamenti e i Libri Sacri per una svolta catechistica della Chiesa affinché ritrovi la ‘gioia’ nell’evangelizzazione e sia in grado di indicare il cammino dei fedeli nei prossimi anni a venire.

Un altro riferimento assume nel libro importanza fondamentale, quello a San Tommaso d’Aquino, domenicano, considerato uno dei principali pilastri teologici e filosofici della Chiesa cattolica, e al suo insegnamento morale che trova nelle virtù e negli atti che da esse procedono “la fede che si rende operosa per mezzo della carità.” (37). Il messaggio raccolto da Papa Francesco è tutto compreso “nell’opera d’amore e di misericordia, con la quale si soccorre la miseria altrui”, manifestazione più perfetta della grazia interiore dello Spirito che egli trae dalla “Summa Theologiae” propria dell’insegnamento tommaseo: “Per analoghe ragioni, abbiamo bisogno di ascoltarci gli uni gli altri e completarci nella nostra recezione parziale della realtà e del Vangelo” (rif.41.). Il messaggio non si arresta qui, travalica i tempi e finisce in queste pagine col risvegliare l’attenzione sul fatto che tutto sommato “i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio sono pochissimi”; e che – citando sant’Agostino – “i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione, per non appesantire la vita dei fedeli, e trasformare la religione in una schiavitù, quando la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera.”(43.) Messaggio che Papa Francesco restituisce all’attualità con la seguente considerazione: “Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti”.

Da cui l’importanza interna ed esterna alla Chiesa di applicare quanto in queste pagine è riportato con sapienziale veemenza sull’imputabilità e la responsabilità di azioni che possono sì essere sminuite da diversi fattori sociali ma che si rendono inaccettabili quando vengono attribuite all’ignoranza, all’inavvertenza, al timore vacui e dagli effetti smodati di una società assoggettata a ideologie politiche avventate, al consumismo sfrenato che rincorre economie di potere, e che lascia da parte i diritti fondamentali costituiti sul modello ‘sociale’ e ‘spirituale’ delle genti e delle nazioni. “Pertanto – e qui cita Giovanni Paolo II ‘Familiaris consortio’ (1981) – senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno”, basandosi su almeno una legge laica di sicura presa sociale, quel ‘diritto di avere diritti’ secondo cui è permesso a tutti indistintamente, di trascorrere i propri giorni senza dover fronteggiare difficoltà insormontabili anche sul piano teologico spirituale, come quelle approntate dal “Catechismo della Chiesa Cattolica”. “A tutti – dice conciso Papa Francesco – deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute”.

In realtà noi tutti viviamo in una società tecnologizzata dell’informazione che però ci satura indiscriminatamente di dati a dir poco superficiali sulla questione morale, quando non del tutto mancanti a causa dell’utilizzo indiscriminato che facciamo della rete nell'immettervi dati approssimativi che rispecchiano le scelte soggettive di noi singoli operatori, preferendo l’apparenza alla sostanza tra quelle possibili in una società in cui regna l’incertezza del domani. Né possiamo affermare esserci un solo modo ‘morale’ di vivere e che quello testamentario della Chiesa sia quello più giusto. Necessita un 'atto' di fede. Tantomeno che l’esigenza di razionalità come criterio per discernere la qualità metodologica di un comportamento corrisponda a una presa di coscienza formativa che ha come oggetto la ‘responsabilità morale’ attinente alla dignità della persona. Secondo quanto si chiede Michael Gazzaniga (*) una domanda domina oggi la nostra vita: “Siamo macchine, quindi sistemi del tutto deterministici, o siamo liberi di scegliere come vogliamo?” All’occorrenza Roger Scruton (*) ci ricorda che: “Le persone sono vincolate da leggi morali che articolano l’idea di comunità di esseri razionali che vivono nel mutuo rispetto, si assumono le responsabilità delle loro decisioni e possiedono diritti e doveri secondo il tacito presupposto che ogni singolo individuo è riconosciuto come membro insostituibile e autosufficiente dell’ordine morale e i suoi diritti, doveri e responsabilità, sono cose che possiede in quanto persona” e che pertanto il nostro 'libero arbitrio' (volenti o nolenti), è costantemente soggetto arestrizioni e condizionamenti.

Per quanto relativa la ‘razionalità’ pone qui un ulteriore quesito: “i valori morali sono relativi o assoluti? – si chiede il filosofo Maurizio Ferraris (*) – La risposta di gran lunga più ragionevole è indubbiamente che sono relativi (..) ma è altrettanto ovvio che il relativismo ha dei limiti. (..) Se molti sono i modi ragionevoli in cui gli esseri umani possono organizzare la loro vita, resta che ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili”. Problematica che la sociologa Daniela Verducci (*) individua in quel segmento mancante' da ricercare “..nell’attualità dell’esperienza umana la traccia di quel ‘segmento mancante’ che ha nome ‘ontologia’ (necessaria) ai fini del ripristino del contatto coscienziale con quel rivolo di energia vitale che, configurandosi in attività di produzione socio-culturale-intellettualistica, conduce alla realizzazione di scopi e intenzioni”. Per cui il fattore ontologico ‘morale’ è un prerequisito indispensabile non solo alla comprensione meno superficiale dei fenomeni sociali (divergenze, differenziazioni, ecc.), ma anche alla individuazione di strategie di cambiamento.

Lo stesso che Vito Mancuso (*), teologo e docente, pone qui un’ulteriore domanda in un certo senso provocatoria che appare nel titolo del suo libro “Obbedienza e libertà” (?), nel quale affronta la questione morale del “tragico paradosso” oggi presente nella coscienza cristiana. Un tema questo che pur nella luce del delicato rapporto con il potere ecclesiastico, mette in atto una riflessione umana tra ‘anima’ e ‘coscienza’, tra eternità e morale cristiana come conseguenza del suo raggiungimento: “Districarsi in questa situazione c’è infatti la possibilità di incorrere in un tragico paradosso in cui si dibatte la coscienza cattolica: l’istituzione per merito della quale ancora oggi nel mondo continua a risuonare il messaggio di liberazione di Gesù è governata nel suo vertice da una logica che rispecchia proprio quel potere contro cui Gesù lottò fino a esserne ucciso. Questa è la condizione paradossale e a volte tragica dell’essere oggi, e non solo oggi, un cattolico” (ib.). Si sente qui la forza scatenante di un voluto attacco alle istituzioni gerarchiche della Chiesa in nome di quella ‘moralità’ che già Benedetto XVI ed ora lo stesso Papa Francesco combattono divulgando una’educazione evangelica che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori, di cui la ‘moralità’ individuale è certamente la preoccupazione primaria richiesta: “In ripetute occasioni essa ha servito come mediatrice per favorire la soluzione di problemi che riguardano la pace, la concordia, l’ambiente, la difesa della vita, i diritti umani e civili.”(64.).

Una risposta adeguata, affrontata in altro campo da quello prettamente religioso, ci viene da uno storico tedesco Karol Kerényi (*) che in “Rapporto con il Divino” indica un atteggiamento ‘etico-morale’ peculiare nel rapporto (dal tedesco umgang) dell’essere umano in senso non discriminatorio. In quanto – egli dice – “si intrattiene o si coltiva un rapporto che possieda una qualche prerogativa di concretezza tale da costituire la forma più personale di relazione. La concretezza e la personalità indicano – infatti – il confine inferiore e quello superiore nella relazione ‘soggetto-oggetto’ paritaria a quella ‘io-tu’ e che costituisce la forma della più personale relazione uomo-Dio”. E che, lo storico affronta “con attenzione rispettosa, senza la quale non esiste un rapporto corretto. (..) Questo ‘avere conoscenza della correttezza’ del rapporto è indispensabile, quale che sia il suo segno – il segno della concretezza o della personalità”. Una tale peculiarità non si esprime se non nella concezione di intercursus (interscambiabilità) fra soggetto e oggetto “la cui distinzione non riguarda il rapporto in sé e per sé, bensì la sua originarietà, (..) propria del rapporto ‘mediato’ che definiamo religione e il rapporto ‘non mediato’ instaurato con il divino”. (ibidem).

La ‘gioia’ del Vangelo si traduce in questo modo in maggiori possibilità di comunicazione, di incontro e di solidarietà tra tutti. “Se potessimo seguire questa strada, sarebbe davvero una cosa tanto buona, risanatrice e liberatrice, quanto generatrice di speranza. Uscire anziché chiudersi in se stessi per unirsi agli altri fa bene all’anima, significa rifiutare l’amaro veleno dell’immanenza, di ogni scelta egoistica che facciamo.” (87.) Uno sguardo particolare è riservato in questo libro alla donna, dove Papa Francesco ribadisce il ruolo della donna nella società di oggi: “La Chiesa riconosce l’indispensabile attenzione che la donna pone al servizio degli altri e che si esprime in modo particolare, anche se non esclusivo, nella maternità. (..) Nel condividere responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti, nell’accompagnamento di persone, nei contatti con le famiglie o di gruppi, offrendo nuovi rapporti di riflessione teologica. Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa così come nelle strutture sociali in cui si deve garantire una maggiore presenza delle donne.” (103.)

C’è anche per una parola di conforto da distribuire ai ‘diversi’, alle ‘diversità’ di razza e provenienza: “La Chiesa ‘in uscita’ è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del ‘figliuol prodigo’, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà”. (46.) Ma ricorda anche che “La salvezza che Dio ci offre è opera della sua misericordia (..), per cui essere Chiesa significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre” (114.) Lamenta Papa Francesco l’avvicendarsi di svariate forme culturali che convivono di fatto nei centri urbani con maggiore intensità di popolazione e in essi si incrementano facilmente il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, mentre convivono varie forme di corruzione e di criminalità, e che, al tempo stesso, creano forti contraddizioni e provocano sofferenze laceranti.

Niente di più vero se, come egli scrive: “La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile. (..) In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e rivendicazioni che, se non adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza”. (74.) “Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. In vari paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”, (Gv 13,35) (99.) Anche se: “..di fatto l’individualismo postmoderno e la globalizzazione favoriscono uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone e snatura i vincoli familiari.” (67.)

Pertanto l’azione pastorale per l’inculturazione della fede “esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali. (..) D’altra parte assistiamo alla nascita di molte forme di associazione per la difesa dei diritti e per il raggiungimento di nobili obiettivi, in cui la Chiesa manifesta la sua partecipazione a fianco dei cittadini che vogliono/ ‘chiedono’ di farsi costruttori del progresso sociale e culturale” (67.), nonché spirituale in seno alla comunità di appartenenza. “Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane. Gli ambienti rurali, a causa dell’influsso dei mezzi di comunicazioni di massa, non sono estranei a queste trasformazioni culturali che operano anche mutamenti significativi nei loro modi di vivere, (..) nel linguaggio, nei simboli, messaggi e paradigmi che offrono orientamenti di vita, talvolta in contrasto con l’insegnamento evangelico.” (73.).

Anche per questo la preparazione alla predicazione richiede applicazione, studio, dedica, pazienza, amore. Scrive Papa Francesco citando Paolo VI del ‘Evangeli nuntiandi’ (146.), qui più volte ripreso : “Il primo passo, dopo aver invocato lo Spirito Santo, è prestare tutta l’attenzione al testo biblico, che dev’essere il fondamento della predicazione. Quando uno si sofferma a cercare di comprendere qual è il messaggio di un testo, esercita il ‘culto della verità’. È l’umiltà del cuore che riconosce che la ‘parola’ ci trascende sempre, che non siamo ‘né padroni’, né arbitri, ma i depositari, gli araldi, i servitori’. Bisogna mettere da parte qualsiasi preoccupazione che ci assilla per entrare in un altro ambito di serena attenzione, perché qui si tratta di amare Dio. Dio che ha voluto parlare. A partire da tale amore ci si può trattenere per tutto il tempo necessario, con l’atteggiamento del discepolo: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,9). Con ciò Papa Francesco rincorre in questa ricerca quella ‘gioia’ che abbiamo preso a inseguire fin dall’inizio e lo fa senza affanno, con la semplicità e la bonarietà che gli è più consona e che sembra auspicare ogni giorno un nuovo incontro che certamente ci sarà, prima o poi, quando l’incommensurabile amore di Dio poserà lo sguardo su di Lui o su oguno di noi, per il quale egli instancabilmente prega.

 

(Continua).

 

Papa Francesco “Evangeli Gaudium” Esortazione Apostolica, introduzione di Mons. Marcello Semeraro è edito per i titoli della Libreria Editrice Vaticana. Edizioni San Paolo 2013. www.libreriaeditricevaticana.com


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