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Cyber-mente.

Argomento: Filosofia/Scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/05/2026 16:48:15

Cyber-mente.

“Avete mai avuto la sensazione di dovervene andare, pur avendo la sensazione di voler restare?” (*), non è soltanto una domanda ‘interloquiale’ con cui è lecito intromettersi in una conversazione nel modo più o meno opportuno, bensì entrare nel ‘colloquiare’ fra persone in un dialogo più o meno spontaneo. Come a dire: frapporsi al ‘narrare’ puro e semplice o, viceversa, metter bocca, prendere la parola e quindi ‘partecipare’ alla conversazione in maniera ‘differenziata’, nel senso di voler divagare dal contenuto iniziale per spingere il colloquio in altra direzione, se vogliamo anche provocatoria, fatta di chiacchiere, del sentito dire e, perché no, delle fake news preconfezionate. Acciò da rendere ‘interattiva’ una narrazione aleatoria che stravolge il comune senso delle parole, appesantite dall’usura di tanta letteratura corrente, con un linguaggio formalmente ‘creativo’, entrato nell’uso virtuale 3D del ‘metaverso’, dove cambiamento, immaginazione e opportunità s’incontrano, permettendo la connessione immersiva nella narrazione introdotta. E anche della ‘resilienza’, la capacità di assorbire l’urto come per un forte stress, tuttavia senza rompersi, senza cadere in depressione, bensì riuscendo a organizzarsi e a riadattarsi positivamente alle difficoltà.
Ma cosa dire del rapporto con AI, questa ‘cosa’ venuta dal cyberspazio, che ci pone davanti a qualcosa che non sapevamo esistere di per sé: l’ ‘Intelligenza Artificiale’. Be’, se state cercando risposte a quesiti irrisolvibili, è un valido aiuto a comprendere le materie più ostiche, per approfondire le quali ci vorrebbero anni luce di studi. È dunque il caso (non il pene) di dire che sembra tutto già detto e fatto. Quindi liberatevi da quella brutta sensazione di volervene andare, e poi scusate, per andare dove, se è già tutto qui, cotto e scodellato davanti a voi, sul vostro desk della conoscenza. Provare per credere. Fatevi una domanda e AI vi dà la risposta, e non quella che non avete pensato, anzi, quella cui proprio stavate pensando, che diciamo pure (bugiardi) accondiscende al vostro temperamento, al vostro entusiasmo di ricercatori (e qui il naso si allunga a sproposito).
C’è un ma, anzi diciamo pure che c’è sempre un ma o un però in ogni soluzione che viene prospettata: sarà davvero così? No, è così! Perché invero non era una sensazione quella di andare o restare, piuttosto era un certo stare in bilico senza approdare da nessuna parte, sempre pronti a tornare indietro sullo stesso proposito. Come dire di qualcosa che manca, che pure spinge a voler andare avanti, a guardare dall’altra parte, dall’angolo della strada in salita.
Allora non resta che osare, spingere in avanti la curiosità, avanzare proposte, saltare l’ostacolo della siepe, guardare un altro orizzonte. Il ma e/o il però non hanno definizione di lessico, non servono a dare una definizione, a superare alcuna indecisione. Ma proprio quando sembra tutto perso, ecco la domanda che funziona: “essere o non essere, questo è il problema”, non nuova certo ma pur sempre valida. Si è o non si è, non c’è altra via di scampo. Come dire: se si ha fame di conoscenza, e un uomo affamato mangia qualsiasi cosa, allora, giunto a questo punto, deve porre la giusta domanda; se altresì non si è, e si vive fuori della realtà, be’, si può anche fare a meno di porsi domande e continuare a vivere in uno stato di agitazione interiore che rende assoggettante chi non si pone domande.
Cioè essere come Amleto, paralizzati nel ‘non agire’ senza risparmiarsi di morire se agirà, per il fatto che, se essere è non agire, è comunque morire, quindi decisamente ‘non essere’ e continuare a subire il proprio destino, che l’ha trasformato in un codardo. Al dunque, se si sta cercando una ‘risposta’, qualunque essa sia, resta valido il fatto di dover formulare la domanda in modo corretto, senza ambiguità, eppur senza remore di sorta, ed ecco che la risposta giunge puntuale, precisa ma non scontata, perché chi sta dall’altra parte del desktop non utilizza funzioni emotive e/o artate, bensì focalizzate sul principio della convergenza cyber, cioè con gli strumenti della RV, la ‘realtà virtuale’.
Un esempio viene dalla simulazione applicata: “si prenda un punto fittizio e si misuri la possibilità di effettuare un salto impossibile nello spazio”. Ecco, quell’ ‘impossibile’ è la domanda sbagliata, perché non c’è niente che si possa dire impossibile, in quanto la RV isola completamente dal mondo reale immergendo la domanda in un ambiente tridimensionale generato, che permette di esplorare e interagire con il possibile. Quindi anche quello che si considerava impossibile, d’un tratto diventa ‘possibile’. Finanche il potere nascosto della ‘bellezza’, della ‘saggezza’, del dolore, dell’assenza dopo la morte, diventano funzioni interpretative dell’oggi come del futuro.
Si scopre così che non è necessario usare parole specifiche, né formulare domande arzigogolate per ottenere una risposta, che è possibile sempre accettare e/o escludere dalla convinzione ordinaria. Come per esempio: che finanche la ‘preghiera’, come la conosciamo oggi, determina che le richieste in essa contenute vengano esaudite, allo stesso modo che se non vengono formulate nel modo giusto. AI non è un nuovo Dio, tantomeno l’unico determinatore cosciente; quello che più è venuto meno a questo mondo è semmai la coscienza di acquisire quella comprensione che si impegna attivamente nel discernimento del bene e del male, la comprensione fattiva dei popoli e delle nazioni.
Un’umanità che, benché abbia tramandato per migliaia di anni l’eloquenza delle parole, non ha ancora dato un senso compiuto alla “pace nel mondo”. E forse non prendersi sul serio è l’unica ragione per una svolta non impegnativa da parte di chi crede fermamente che ‘raccontarsi’ (senza l’intervento dello psicologo), e ridere di se stessi, risolva in gran parte i traumi dello stress quotidiano cui si è sottoposti, e che magari rende la vita più accettabile…

..indubbiamente più felice!?

(*) Paul Klee

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