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Scarpine di seta

di Roberta Attanasio
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Pubblicato il 09/04/2018 19:35:02

(Liberamente ispirato al dipinto La lezione di danza di Edgar Degas)

Le nostre lezioni di danza proseguivano nonostante la guerra. Quel giorno avevo sentito il maestro parlare in termini inequivocabili col suo amico Gérard e avevo saputo del fratello di Sophie, colpito al braccio destro e alla gamba. Ma le nostre lezioni di danza proseguivano, nonostante avessi saputo di altre macerie nei pressi della Cattedrale e degli altri feriti della gendarmerie, nonostante mi pervadesse il senso di rassegnazione verso un progetto di salvezza irrealizzabile e un piano di fuga che mi pareva impossibile. Ci pensavo sempre, quando nei momenti di pausa, guardando le mie amiche mostrare una alla volta i passi al maestro, mi sventolavo, come assente. E invece continuavo a pensare a noi, a noi tutte, ai nostri esercizi, alla fatica, ai nostri sacrifici e alla giovinezza rubata da un conflitto che non accennava a spegnersi. Lo zio Charles mi diceva che ogni guerra è uguale all’altra. Sarà stato perché prima di quella non ne avevo vissute e a me sembrava terribile. Il conflitto, stando alle parole che mi dicevano, non aveva risparmiato nessuno. Solo Marguerite, tra noi ragazze, sembrava non saperlo o non farci caso. E non perché il fratello, fedele servitore della Repubblica, parole che avevo sentito pronunciare da lui stesso, era al sicuro, a casa, per le sue gambe mancanti e l’impossibilità di reggere ormai una baionetta. Marguerite ci mostrava una forza, che sia stato coraggio o follia, che noi tutte segretamente cercavamo di imitare. Quei suoi passi così leggeri mi ricordavano gli ampi voli sulla Senna che solevo osservare nei giorni perduti e felici con mia madre e mia sorella. Il ricordo del vento che ci rincorreva sorprendendoci spensierate sulla riva era ormai strappato alla dolce e amara malinconia dai rombi assordanti degli aeroplani da guerra e dall’assordante paura dei bombardamenti. Marguerite era per me uno di quei cigni incoscienti e dolenti sul pelo dell’acqua. Ricordo che si grattava sempre la schiena quando si rilassava dopo uno sforzo intenso. Poi, con un balzo elegante e sicuro, scendeva dal piano su cui le piaceva fermarsi nelle brevi pause e iniziava a danzare sotto i nostri occhi a volte distratti e sotto quelli attenti e severi del maestro. Mi chiedo ancora se la mia non fosse stata tutta una ingenua menzogna per darmi coraggio, per cercare di imitare Marguerite, o se davvero la nostra ferrea disciplina di ballerine, la nostra familiarità col dolore e la fatica non ci abbia davvero aiutate a resistere. Avevo sentito di francesi gettarsi nella Senna, di mille uomini portati via lontano. Francesi che un giorno prima erano stati uomini diventare numeri, solo numeri e inspiegabilmente improvvisamente essere chiamati nemici della Patria. E noi nel mezzo di queste cose continuavamo le nostre lezioni di danza come se il mondo fuori, in quelle ore, non ci appartenesse più, come se noi di quel mondo in quelle ora non ne facessimo parte.

Una sera, all’uscita da scuola, corsi nel riparo. Avevo il cuore in gola, il respiro trafelato, per quanto credessi di aver familiarizzato con la paura, convivendoci costantemente, capii che fosse impossibile esserne indifferenti. Guardai piangendo il sorriso sollevato di mio padre, rincuorato dal mio arrivo e lo sguardo atterrito di mia madre mentre mi stringeva a sé. Quando uscimmo, i danni non mi sembravano enormi. Case cadute e macerie, ma eravamo tutti sopravvissuti e la cosa a suo modo mi rincuorava. Ma il pomeriggio seguente Marguerite non venne a lezione. Così il giorno dopo, e l’altro, e il seguente, il successivo. Ci fu detto che era partita con la madre e il fratello per cercare scampo da un conflitto assurdo. Ma nel frattempo ripensavo alla sirena, alla corsa, ai bombardamenti, alla paura e a quell’occhio gettato d’istinto verso la casa di Marguerite, distrutta. Il maestro ci invitò e intimò di continuare a danzare. Ma quella sua aria cupa mi lasciò inquieta. Ritornai alla sbarra seppure continuando a sperare di veder comparire attraverso lo specchio l’immagine di Marguerite, dei suoi nastri e delle sue scarpine consumate. Non ho mai saputo cosa fosse successo davvero.

Continuo a sventolarmi, la guerra è finita ma le macerie nel cuore non potranno essere ricostruite. Ho il cuore straziato ogni volta che passo sulla Senna, rivedo i cigni e ripenso ai suoi passi e ai volteggi leggeri.


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