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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Lui era mio padre

di Giuseppe Bonvicini
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Pubblicato il 14/05/2018 11:42:36

Era là davanti a me, seduto su una panchina, con l'aria che volesse interrogarmi... per quella mezz'ora di ritardo supponevo, e allora lo prevenni: “Ti fai vivo dopo vent'anni nel mezzo della notte per dirmi che vuoi vedermi, al parco, per giunta, lontano un'eternità da dove abito io, mi raccomandi la puntualità, prima delle sette dici, perché dopo devi andare.”

Lui non rispose, mi invitò a sedermi accanto mettendosi in grembo il libro che aveva con sé, mi si accostò e prese a tastarmi il tessuto della giacca con un esame scrupoloso, visionando anche camicia, scarpe e cravatta. Poi aprì bocca a dire che per quelle cose gli assomigliavo, intendendo buon gusto ed eleganza. Lui vestiva una grisaglia col panciotto, regimental giallo oro e bordò sulla camicia immacolata, scarpe nere impunturate; mi incuriosirono i gemelli con una specie di stemma araldico, tanto che gli chiesi che roba fossero, “è di un circolo privato, me li hanno regalati ad una festa.” Dopo qualche minuto di silenzio che usai per fare congetture sul fatto che ora aveva molto danaro, che certamente non aveva trovato sugli alberi come un Pinocchio qualunque, e su quanto potevo chiedergli senza sembrare esoso. Lui beatamente continuava a fumare aspirando una boccata dietro l'altra e buttando via la cenere che finiva spesso sui pantaloni. “Ma si può sapere dove li trovi i sigari adesso?” Ci guardammo e di colpo il gelo si sciolse nella risata sbocciata come un fiore in primavera. “Te li ricordi gli stratagemmi perché tua madre non li trovasse? Ne comperavo dieci alla volta dalla Pragol che mi faceva credito, brava donna la Pragol, nata a Praga settanta anni prima e solo per questo tu e tuo fratello la canzonavate come dei cretini... poveretta, onesta soprattutto.” Intanto guardava lontano col sorrisetto un po' furbetto e i begli occhi celesti ancora più intensi di allora: quando facevano innamorare le segretarie e ingelosire mia madre come una ossessa.

“Bene” ripresi, “volevi vedermi?”

Si girò a guardarmi ancora mezzo assente ma stupito, “ma non ti servono soldi? Premetto che il tempo delle prediche è finito da un pezzo, ma lasciati dire che i guai te li vai sempre a cercare.”

Mi stava innervosendo. “Ma in che mondo vivi, santo Dio? Tutti che ti vogliono imbrogliare, che non mantengono le promesse, che ti illudono per poi darti un calcio nel sedere... e i soldi? Chi pensi sia disposto a darteli: strozzini, finanziarie e banche ancora peggio!”

Mi interruppe: “No,no, noi delle banche siamo gente seria e onesta, Zadri per esempio ha concesso prestiti a cani e porci, danaro vero non porcherie, ed è finito in galera. Poveretto, per la vergogna è corso da noi come un cane bastonato... poi al processo si è visto chi era lui e chi erano gli altri. Su, allora? Io faccio un favore a te e quando sarà il momento tu ne farai uno a me: una cosa da niente, non allarmarti che non si tratta di baratti, non siamo mica al mercato ma due persone che si vogliono bene, non ti pare?"

Quella distinzione così garbata e intelligente mi colpì e mi fece riflettere: aveva ragione, tra due che si vogliono bene non ci sono imbrogli o sotterfugi, mai e poi mai. E poi di uno che andava in giro con i romanzi di Márquez non c'era da essere sospettosi; avevo letto il sottotitolo di quello che aveva in mano: 'la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla'. Allora gli dissi che ero felice che gli piacesse così tanto e mi confidò che era il suo romanziere preferito.

“Li ho letti tutti o quasi, L'amore ai tempi del colera mi commuoveva ad ogni pagina, e a te emoziona lo scrittore?”

Certo che mi emozionava e mi sovvennero certe righe di quell'incredibile romanzo a cui lui alludeva... il cuore ha più stanze di un bordello...

Poi gli rammentai: “Sono quasi le sette, non devi andare?”

Rispose di sì, che doveva andare. “Ma il taxi? Intanto che ci avviamo dimmi cosa ti serve, per me te la chiederò a suo tempo quella cosa...”

Così gli dissi la cifra senza patemi o soggezioni e lui non batté ciglio come se gli avessi chiesto delle noccioline. Proprio là davanti all'uscita c'era un'auto gialla. “Sei fortunato!” esclamai, e lui mi pregò di farmi vivo ogni tanto: “Basta una cartolina”, la cosa che mi diceva da una vita ad ogni addio. “Allora ciao, mi raccomando...” Era il suo modo di esortarmi a non fare sciocchezze. Intanto che l'auto andava, lui mi faceva ancora ciao dal finestrino, fino al semaforo ancora fisso sul giallo dove avvenne il botto: disgraziato e inopportuno.

Correndo arrivai e vidi il fuoco bruciare tutto intorno, poi la sua voce venne ad indicarmi che lui era sano e salvo, così gli corsi accanto. Non era agitato, anzi tranquillo: “Vedi, basta un momento di distrazione, povero tassista e poveri gli altri che ci sono piombati addosso ubriachi.”

Gli chiesi se voleva salire su una ambulanza per andare ad un controllo.

“Macché controlli” mi rispose, “non li feci nemmeno allora che forse avrei dovuto, va bè, inutile rinvangare, che quel che è stato e stato.”

La mia preoccupazione era che lui alle sette doveva essere da qualche parte e i minuti passavano, passò anche un'ora buona. E meno male che io ebbi quella idea: “Senti, vado a prendere la mia auto e ti accompagno.”

Lui disse di lasciar perdere che là ormai era tardi per andarci, “troppo tardi...” rimarcò.

Invece volai a casa, mi misi un vestito scuro con la camicia bianca e la cravatta di seta ; mi ero raccomandato di non andare in giro ma di aspettarmi accanto al primo albero del viale.

“E poi dove mi porti, testone di un testone?"

Io sapevo che saremmo andati fino al mare per una colazione di pesce fresco, ma non lo dissi perché doveva essere una sorpresa. Eccolo, mi fermai, scesi e aprii la portiera dietro. “Prego, dottore!”

Lui salì sull'Audi nera, mi pareva un po' immusonito ma partii lo stesso. Dopo il casello di ingresso dell'autostrada, schiacciai a tavoletta come un matto. Ad una strettoia per lavori in corso, un camion non mi lasciò superare e mi ribaltai una, due, cinque volte. Io riuscii a uscire dal finestrino, lui dietro non si mosse, sembrava morto.

Mi metto a gridare senza che mi esca la voce: “Dio mio, l'ho ammazzato!”

Ma dove sono? Seduto sul letto con la tachicardia. Ansimo e impreco e piango per tutti quei brutti sogni che mi sta regalando la notte... ogni notte.


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