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ANTOLOGIA PROUSTIANA 2018: CHERCHEZ LA FEMME
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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E’ tutta colpa della mela

di Veronica Mogildea
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Pubblicato il 08/06/2018 16:48:34

      Ecco, ora l’ha combinata. L’ha fatta proprio grossa. Angelica batte disperata le mani. Sicuramente le diranno che l’ha fatto apposta, solo per attirare l’attenzione su di sé e per dare un dispiacere ai genitori. Così come allora, quando fece cadere, per sbaglio, la tazza di colazione che si ruppe in mille pezzi con un rumore terribile. Fu un rumore così forte, fortissimo, da darle l’impressione di esserle scoppiata la testa. Il ricordo era ancora talmente fresco che la indusse a chiudere gli occhi come per proteggersi. E poi tutti quei schizzi, ovunque, perfino sulle scarpe nere e lucide di papà.

Qui la bambina non poté schiacciare un sorriso. Che buffo! Le piccole gocce di latte, simili a delle perline incollate.  Aveva guardato spaventata intorno e incappò in un muro di silenzio, dove ancora ondeggiava l’eco della tazza che si rompeva. Guardava smarrita ed incredula la mamma, poi il papà, cercava disperatamente una spiegazione. Come è possibile, pensava, un attimo, solo un attimo prima c’è l’avevo fra le mani; ancora sentiva sotto le dita il liscio caldo della porcellana, ancora vedeva i bei disegni colorati. Voleva dire tutto questo, ma inciampò nello sguardo carico di rimprovero che le aveva indirizzato la mamma e si bloccò con la bocca aperta, senza respiro. Non osò a guardare il padre, sapeva benissimo che le sopracciglia paterne erano aggrottate, non si sarebbero lasciate commuovere. Comunque non poteva tacere. Doveva assolutamente dire qualcosa! Provò a scusarsi, spiegando, che le dispiaceva moltissimo, ma sentì il suo mento tremare a tradimento e riuscì a malapena a balbettare:

“Non volevo!”

La voce le spuntò fuori con fatica ed era così sottile e debole da sembrare pietosa e ammalata. Il suono che fu prodotto dalla sua gola, che ora, bisogna dirlo, le sembrava secca ed estranea, stupì perfino lei. Del resto nessuno fece cenno di aver sentito. Nella sua famiglia i deboli ed gli irresponsabili non venivano neanche considerati, questo lo sapeva benissimo. Allora la bambina si fece forza e aggiunse un po’ più forte:

“Non l’ho fatto apposta. Mi è scivolata dalle mani. Forse … era, era un pò bagnata.”

Poi, visto che nessuno le rispondeva, nessuno parlava - solo sguardi di disapprovazione e labbra strette - si sentì terribilmente sola ed impaurita. Perché non parlano, perché non dicono niente, si chiese smarrita, mentre il tremito nervoso del mento aumentava sempre di più e si diffondeva già alle mani; cominciarono a bruciarli gli occhi, come se avesse annusato la cipolla e lei non fu più in grado di frenare quel fiume di lacrime che la stava investendo. La bocca le si storse in un ultimo tentativo di non cedere; il nasino si arricci in un modo strano; tutto il volto le si increspò, tradendo un grande dolore e Angelica scoppiò in un pianto disperato, carico di pentimento:

“Non volevo. Era la mia tazza preferita!” si difese lei, allungando i vocaboli che parevano sciolti nelle lacrime che le entravano in bocca ed erano così salate!

“Eccola, ora è capace di continuare così per ore, pur di sfuggire alle proprie responsabilità!” aveva sibilato indignata la mamma, guardando suo marito in cerca di un sostegno: “Dille tu qualche cosa.”

 “Smettila di frignare!” ordinò severo il padre. “Hai otto anni … Sei una bambina grande, devi stare attenta. Era prevedibile che se l’avessi messa troppo sul margine del tavolo la tazza sarebbe caduta. Non è così?” chiese lui greve, prendendola per il mento.

“Si,” mormorò Angelica, senza cercare più la compassione negli sguardi genitoriali, convinta pure lei di essere una bambina cattiva e distratta. Dunque, non protestò quando le dissero di pulire per terra.

“Hanno ragione loro!” pensò, mentre in ginocchia sotto il tavolo asciugava il pavimento. “Hanno ragione!”

Il padre se ne andò, sbattendo la porta; lei rimase immobile ad osservare le perline bianche di latte staccatasi dalle scarpe indignate di papà e rotolare per terra. Piccole palline tonde, cariche di allegria e sorrisi. Allungò la mano e raggiunse una e la schiacciò col dito. Sul pavimento rimase una strisciolina bianca appena visibile. La mamma si sentiva nel salotto; parlava al telefono tutta agitata e nervosa.

Probabilmente sta raccontando alla nonna l’accaduto, pensò la bambina sconsolata. Chissà se la nonna vorrà ancora vedermi.

Si sentiva sola ed infelice, come se si fosse smarrita nel bosco, da dove non sapeva uscire. Sospirò, strofinandosi gli occhi. Guardinga aspettò un altro po’, con gli occhi fissi sulla porta del salotto - la mamma non si sentiva, certamente si era dimenticata di lei - allora Angelica s’infilò di nascosto in tasca un pezzo di quella porcellana fine, sparsa sul pavimento. Proprio quel pezzo su quale stava dipinta la Cenerentola, intenta a ballare con il suo principe.

Lo conserverò per sempre, giurò con dolore. Era la mia tazza preferita!

Più tardi, all’ora di cena promise ai genitori di fare la brava e di comportarsi bene e ora, ora, ecco. Tutto da capo. Ma lei non voleva. Non sa bene neanche come fosse successo. È stato un attimo.

Basta così poco tempo per sbagliare. pensò. È colpa di quella mela. Se non ci fosse stata lei. Davvero, è colpa della mela ...

 Le era sembrata estremamente rossa e bella. Nessuno sarebbe stato in grado di prevedere che una mela così potesse diventare fonte di disperazione. Angelica l’ha vista per caso, nascosta fra le foglie, proprio su uno dei rami più alti dell’albero. La mela stava lì e ammiccava birichina, convinta di non poter mai essere raggiunta e mangiata. Addirittura le sembrò che, mentre si dondolava pigra sul ramo, stesse ridendo. Spavalda. Da brava bambina, Angelica finse indifferenza e decise di continuare per la sua strada, perché a casa l’aspettava la mamma, ma quella mela non la lasciava in pace, l’attirava, come una calamite, con le sue forme rotonde e il colore accesso, pareva avesse raccolto tutto il sole dentro di lei. I piedi di Angelica si fermarono da soli, contro la sua volontà, poi dopo un attimo di esitazione la fecero tornare indietro. La bambina si fermò sotto l’albero e lanciò un’altra occhiata in alto, verso la mela, valutandola.

Chissà quanto dolce è! pensò e già sentiva l’acquolina in bocca e la dolcezza che si scioglieva sulla lingua. Deve essere proprio dolce! decise. Se non me la prendo io, che sono capace di arrampicarmi meglio di tutti, chi se la prenderà? Questa mela da un minuto all’altro potrebbe staccarsi e cadere. Guarda che picciolo piccolo ha, si nasconderà fra l’erba e non la troverò più. O magari, cadendo, si rovinerà. Peccato farla perdere. Meglio che salga io da lei, ci metto un attimo.

Finalmente convinta dal proprio ragionamento, Angelica si attaccò con le braccia al primo ramo, quello più basso e si tirò su piano, piano, cercando con gli occhi un appoggio sicuro, dove mettere i piedi. Era senz’altro una abile arrampicatrice, si sentiva sicura. Quando arrivò allo stesso livello della mela, sorrise trionfante, la mela era veramente bella. Allungò la mano e la mela le saltò nel palmo, quasi da sola, come se l’avesse aspettata e ora era contenta dell’incontro.

Angelica la studiò con attenzione: aveva la buccia integra e rossa, coperta da una leggera pattina biancastra. L’annusò golosa. Profumava. Era tentata di mangiarsela subito; moriva dalla voglia di affondare i dentini nel frutto; le sembrava di sentire già il succo dolce nella bocca.

Bella, disse infilandosela nella tasca del giubbotto, decisa di prolungare l’attesa. L’avrebbe mangiata dopo, non prima di imortalarla un disegno nell’album che le fu regalato per il compleanno, decise, compiaciuta dalla sua idea che le sembrava ottima. Resterà come ricordo!

Per un altro attimo rimase lì appesa al ramo e si guardò curiosa in giro.

Che bello! Quante cose si vedevono da qua su!  E' tutto diverso!

La brezza dondolava leggermente il ramo e Angelica si immaginò di essere lei una mela con la sua gonnellina rossa e il giubbotto giallo.

Sono una bella mela! rise lei divertita.

L’albero le rispose con un fruscio di consenso, appena percepibile come un sussurro. Sì, sei bella!

Sono bella! ripete la bambina.

Bella! Bella! si unirono in coro le foglie, il merlo che la studiava con gli occhi neri e curiosi, il cielo, adornato da piccoli cirri bianchi e vaporosi e perfino il sole che pigro si appoggiava sulla cima verde della collina. Contenta, Angelica rimase a dondolarsi per un altro po’, giocando con il raggio di luce, penetrato fra il fogliame che cercava di abbagliarla.

Che bello! esclamò a voce, parlando con l’albero, con la mela, con il sole. Com’è tutto bello!

Il tempo passava, però. Ora devo scendere. si ricordò. Mi aspetta la mamma.

Ecco, quasi fatto. L’ultimo ramo. Decise di saltare giù a volo. L’aveva fatto già altre volte. Adorava quell’istante, quando, staccata dal ramo, pianeggiava come una piuma sopra la terra; avvertiva un leggero brivido che le nasceva nel petto e che si allargava. Il salto le piaceva; sperava sempre che durasse un po’ di più dell’altra volta, per trasformarsi un giorno in un vero volo. Carica di attesa, inarcò le gambe e si spinse giù, chiudendo gli occhi. La gonnellina rossa allargò le pieghe, come un paracadute.

Ora volo. gridò. Volo!

Seguì uno strattone, poi un rumore secco. E prima ancora di atterrare nell’erba capì. Un lembo della gonna si era agganciato in uno di quei nodi appuntiti, rimasti dai rami spezzati. Impietrita aspettò che il pensiero la attraversasse e con un movimento lento girò la testa per valutare il danno: uno strappo grande, largo da poter infilare la mano, spalancava beffardo la sua bocca.

Di colpo il giorno non le sembrò più così bello, né la mela poi tanto rossa. La inquadrò con gli occhi smarriti e le parve impossibile che fosse la stessa che pochi minuti prima la stuzzicava a salire fino in cima all’albero.

Almeno se fosse stata un po’ più grossa … pensò delusa. Probabilmente non è neanche tanto dolce … sicuramente non è per niente dolce. Che stupida!

Fu presa da un misto di panico e rabbia contro se stessa. Aveva proprio voglia di prendersi a schiaffi.

Stupida, stupida, stupida! continuavano a ripetere le sue labbra lividi. Hanno ragione i miei genitori, quando sostengono che sono una bambina distratta! Sono proprio distratta! Che fare?

Davanti agli occhi le passarono le numerose infuriate del padre e gli sguardi muti, ma molto più dolorosi della madre.

Pensò un po’, grattandosi il naso. Meglio non dire niente.    

Nasconderò la gonna, le balenò in mente il primo pensiero. No, non ha senso, lo scartò subito dopo. Non c’è un luogo sicuro in tutta la casa; prima o poi la mamma l’avrebbe trovata e si sarebbe arrabbiata di più.

E già nella sua mente correvano le immagini talmente reali dei vari castighi che sarebbero seguiti. Rabbrividì, scuotendo la testa combattuta.

Forse è meglio dirlo ora, così almeno potrò dimostrare che sono onesta. Che, in fin dei conti, non l’ho fatto apposta. Certo, mi prenderò la punizione, ne sono convinta, ma …

Con la testa bassa e le falde strappate della gonna raccolti in una mano si trascinò verso casa. Oh, come le pesava quella mela nella tasca del giubbino! Com’erano pesanti i suoi piedi!

La mamma stava cucendo. Il tintinnio ritmico della macchina da cucire spezzava il silenzio della casa. Nascosta dietro alla porta, Angelica vedeva le spalle della madre ondeggiare, seguendo il movimento del braccio che girava la manovella.

Meno male che non c’è papà. riflette. Meglio affrontare uno alla volta!

 Piegò ancora di più la testa.

“Mamma ...” disse piano.

La mamma si girò appena, poi un sorriso le illuminò il viso.

“Sei già di ritorno? “ chiese e sorrise. La voce era soave e dolce, come un cielo sereno e la bambina indugiò un altro po’: dirglielo? Come pesava la sua colpa! Rovinare un tale sorriso! Sospirò.

“Mamma!” la chiamò di nuovo. “Ho strappato la gonnella.”

La mamma alzò gli occhi e chissà perché le sorrise nuovamente.

Non ha capito, pensò Angelica.

“Ho strappato la gonna!” disse più forte. “Guarda!” e infilò la mano dentro il buco, arrabbiata con se, ma anche con la mamma che non voleva capire.

La mamma fece un gesto con la mano, come se volesse dire, che vuoi che sia:

“Si può riparare, no?” domandò a lei, quasi allegra, attirandola a se.

“Come sei grande e bella!” le sussurrò nei capelli.

Angelica sentiva il respiro materno caldo che le sfiorava l’orecchio. Non si muoveva; quel abbraccio la rendeva molto felice. Desiderò che non finisse mai. E poi mai. Se fosse per lei, l’avrebbe fatto durare all’infinito!

“Ti devo confidare un segreto,” sussurrò di nuovo la mamma. E senza lasciarle il tempo di assorbire la prima frase, aggiunse: “Avrai un fratellino!”

“Quando?” in un batter d’occhio la bambina si sciolse dalle mani materne.

Quello che la mamma aveva preso per una manifestazione di sorpresa e impazienza, per Angelica non era che panico allo stato puro.

Un fratellino???

“Presto.” rispose la mamma. E di nuovo quel sorriso sconosciuto s’impadronì del suo viso.

Affondando nel caldo abbraccio materno, sorrise anche Angelica all’immagine bella della madre, ma il profumo dolce dell’amore che la invase diede nascita ad un pensiero fastidioso, come un verme, come un millepiedi, che lei odiava tanto: avrebbe dovuto condividere la sua mamma con qualcun altro.

Un fratellino!

Chiuse gli occhi e sospirò di fronte a tale certezza. Non era pronta; la gioia di un attimo prima si sciolse come un fioco di neve nel palmo della mano, scomparendo senza traccia; avvertì un dolore incredibile nel cuore; aveva l’impressione di aver perso qualche cosa di caro, di importante che neanche lei era in grado di definire. Sbatté addolorata le palpebre. No, era troppo per il suo cuore. Profondamente infelice scoppiò in lacrime, ancora più amare, perché mute, nascoste fra le pieghe del vestito della madre, riuscendo soltanto a pensare:

È tutta colpa della mela!


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