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Per un’archeologia poetica

di Marco Armando Ribani
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Pubblicato il 19/04/2017 15:18:22

                                    Archeologia poetica

 

                                                I

Nel bosco il fogliame crea una pozza

e a strati le foglie sulle foglie

trattengono meste e raggrinzite

l’acqua al suolo. Sotto di loro

altri strati di decomposizione

si dividono in substrati misti a fango

e microbi e batteri e minuscoli animali

portano memorie di muri e scavi

e ceneri azotate dagli incendi e forse

grida acutissime cucite nella gola.

Oh! quanta vita c’é dentro la morte!!

 

                                                II

 

 

Tutto è ora coperto ma da chi e da cosa?

Il tempo è passato in verticale

e tutto cio’ che si piega scopre un angelo

o un demone in ogni azione umana

Viene un futuro magro e vuoto senza più speranza

lasciando profe-scie di scheletri eroi e sciacalli

un humus di innocenza si profila

ma le cellule del dolore dove sono?

lontane o vicine a quelle della gioia?

e dove sono gli strati del rancore?

forse la comparsa del tempo è già scomparsa?

e allora noi?

 

                                              III

 

dal silenzio in schiere oscure e soffici

intravedo un tempo senza più futuro né passato

e io percorro gli alberi e abbandono

questa pianura cosi piatta dl pensiero

e mi inabisso dentro terra d’acqua

altre larve stanno e tutte senza occhi

ma tutte con una gracile certezza

che dallo spazio azzurro e verticale

viene vita. Un cielo d’occhi in alto

là mi attende e poi un sorriso

al centro di quel volto.

Non parla per parole ma fruscii

di foglie e rami mai cosi felici

e un vento gentilissimo percorre

questo vestito vecchio che diciamo

Pelle.

 

                                                IV

 

Dunque in questa nuova vita

io parlo una lingua generale

un grande insieme indivisibile

per astri, piante, uomini e animali

Dunque ci sono parole chiare oggi

qui davanti a noi sono venute

con tutta la forza necessaria

a penetrare

il nostro tempo spazio di antenati

poichè le giovani parole sono

nostre figlie e ci guardano da dietro

partorendo furtive nuove storie  

 

                                                  V

 

Dunque ho constatato la mia morte

quella che chiamano il passaggio a miglior vita

ma mi vedo ancora qui sul fiume

trascorrere antichi istanti di bellezza

e viene dalla radura dei salici giganti

il suono originario che ci lega e ci allontana

Qui io sono in un corpo di magia

che chiama e ascolta il mormorio del mondo

e lo trasforma in invisibili segnali per le stelle

 

                                          VI

 

E’ venuto questo nuovo antico mondo

con il suono del tamburo e della gioia

e la potente melodia di una rientranza

Quanta potatura dei ricordi c’é da fare

come se la memoria fosse un tronco

senza braccia. Eppure con i piedi

pesto l’universo. Mentre sono

lo sciamano di me stesso

e scandisco con ossa cimbali e caviglie

un battito cardiaco che canta .

 

                                         VII

 

Per adesso é tutto quello che sappiamo

Una manciata di particelle elementari

che vibrano che fluttuano

in bilico fra esistere e non esistere.

Ci sono anche se sembrano non esserci.

Si sposano divorziano fuggono lontano.

Appaiono in più luoghi allo stesso tempo.

Hanno un loro alfabeto luminoso

per raccontare cio’ che c’é d’immenso

nella storia delle galassie delle stelle i

nnumerevoli e fugaci.

Ma anche delle montagne dei campi di grano

dei sorrisi dei ragazzi alle feste

e di quel cielo nero che protegge

l’intimità della notte.

 

*Liberamente tratto e messo in versi da: “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli


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